lunedì, 22 Luglio, 2019

Ponte Morandi. Scrivere una pagina nuova per Genova

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Gli sfollati del Ponte Morandi hanno brindato all’arrivo del 2019 sotto un tendone, a poca distanza dai resti. L’augurio è che quello del 31 dicembre scorso sia l’unico Capodanno passato in stato di precarietà e non il primo di una lunga serie.

Nel frattempo, dobbiamo registrare una situazione di stallo, se non di rallentamento. I lavori di demolizione e ricostruzione del ponte non sono stati ancora affidati. Non ha ancora preso corpo, infatti, l’ipotesi di un contrato unico per la demolizione del vecchio e la costruzione del nuovo viadotto, contratto che comprenderebbe tutte le imprese e le aziende interessate.

L’unica certezza è che intorno al 20 gennaio si procederà con i lavori di smantellamento, di smontaggio vero e proprio, della parte ovest del ponte, mentre per la parte est i pm che indagano sul crollo sono ancora in attesa di un piano di demolizione.

Anche il progetto definitivo del nuovo ponte, nato da un’idea di Renzo Piano, e affidato a Impregilo Salini e Fincantieri, dovrebbe essere pronto a metà mese.

Ma come sta vivendo Genova questo momento? Come sta reagendo una città da sempre produttiva e caparbia a uno stato di crisi economica e sociale che rischia di durare a lungo e di mettere in ginocchio il territorio?

Sull’argomento abbiamo intervistato Igor Magni, neo eletto Segretario Generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Genova che, prima di rispondere alle nostre domande, ha esordito con un pensiero alle vittime del crollo del Ponte Morandi: «Prima di tutto, vorrei ricordare ancora una volta chi ha perso la vita il 14 agosto, le famiglie e tutti gli sfollati che non potranno più rientrare nelle proprie case. Sopra o sotto quel ponte ci siamo passati tutti perché era una delle principali arterie della città. C’era chi lo percorreva per lavoro, chi andava ad imbarcarsi al Porto, chi semplicemente dal ponente Genovese voleva raggiungere il centro città. Quel ponte è crollato travolgendo 43 vite innocenti e lasciando a tutta la comunità una cicatrice indelebile».

Il nuovo ponte darà una risposta adeguata ai problemi del traffico, presenti e futuri, del porto e della città?

«Anche prima del crollo del Ponte, Genova era una città congestionata dal traffico cittadino ma soprattutto commerciale. La presenza del Porto catalizza un flusso costante di autoarticolati che si mischiano al traffico privato degli imbarchi. Quando è stata progettata la realizzazione del Terzo valico (la linea ferroviaria per il trasporto delle merci verso il nord Europa), il sindacato non si è opposto, anzi. L’idea di togliere del traffico su gomma a favore dei binari ha diversi aspetti positivi, tra cui non ultima la tutela dell’ambiente. Detto questo, non si può che ripartire dalla costruzione di questa arteria, senza la quale anche il resto dei ragionamenti non sta in piedi».

Ritiene realistici i tempi per ricostruire il ponte?

«I tempi del Commissario Sindaco sono diversi da quelli della Procura. Bucci ha bisogno di dire che si stanno facendo cose e in fretta. I suoi tempi non tengono conto dello sblocco delle aree interessate dal crollo da parte della Magistratura. La Procura ha bisogno di procedere secondo i tempi e le regole previste: non farlo significherebbe mettere a rischio anche la ricerca della verità e della giustizia. E questo non sarebbe giusto per nessuno, a partire dal rispetto che dobbiamo avere per le vittime e per le loro famiglie».

A quattro mesi dal crollo, la città si sta riprendendo?

«La città si sta rialzando, ma a fatica. Intanto, ci sono gli sfollati per i quali l’emergenza è tutta ancora lì, nelle case che hanno dovuto abbandonare e che saranno abbattute. E poi c’è l’emergenza della quotidianità. Chi non è genovese non può capire l’importanza di quel ponte e noi non potremo dirci veramente fuori dall’emergenza sinché quel ponte non sarà ricostruito. Certamente quanto è successo è, e sarà per i prossimi anni, anche al centro del nostro fare sindacato, e per questo metteremo in campo la nostra capacità di proposta e di confronto con imprese e istituzioni ad ogni livello».

Che danni ha causato all’economia del porto il crollo del ponte?

«Nei primi due mesi successivi al crollo la Compagnia Unica del Porto di Genova, quella che nell’immaginario collettivo è ancora la compagnia dei “camalli”, ossia degli scaricatori di porto, ha registrato un calo di giornate lavorate attorno al 10%, e la proiezione su dodici mesi porterebbe a 23mila potenziali giornate lavorate in meno rispetto alle attività portuali dello scorso anno».

C’è anche un calo delle merci?

«Ovvio. Anche i dati di Spediporto indicano che settembre ha segnato un – 5% per l’export e – 9,8% per l’import, evidenziando danni consistenti per gli spedizionieri, per i corrieri e per gli autotrasportatori, e quindi con possibili ricadute sull’occupazione. Sottolineo, come ulteriore dato di complicazione, che l’analisi partiva dal mese di luglio, quindi pre-crollo, e indicava i traffici delle merci movimentate dal porto già in flessione dell’1,3%, segno forse di altri disagi».

Come impedire una crisi che potrebbe diventare irreversibile?

«Il rischio è quello che i traffici si spostino sui porti francesi e spagnoli, che godono di migliori collegamenti e di migliori infrastrutture, avvantaggiandosi della crisi dovuta al crollo del Morandi, mettendo ancora di più in evidenza la difficile situazione del territorio ligure in termini di collegamenti stradali e ferroviari con le principali vie commerciali europee. Sarebbe un colpo non solo per la nostra città e per la regione ma per tutto il Paese. Serve avere tempi certi sulla ricostruzione per non far scappare gli attuali operatori e serve completare le opere di collegamento per rilanciare i nostri traffici, Genova ha la fortuna di avere una posizione invidiabile che ne fa la naturale porta del Mediterraneo all’Europa, condizione invidiabile e che farebbe risparmiare gli operatori rispetto ad altre rotte».

Come sta andando, invece, l’economia delle zone della Valpolcera?

«Segnali preoccupanti arrivano anche dalle imprese situate nelle Valpolcevera, la zona direttamente interessata dal crollo, alcune delle quali hanno deciso di chiudere, e dal calo tra il 20 e il 30% che ha investito i grandi gruppi nell’area commerciale di Campi proprio in zona Ponte».

Il crollo del ponte ha messo in evidenza la fragilità e l’inadeguatezza dei collegamenti stradali e ferroviari di Genova e del suo territorio. Quali sono le proposte della Cgil?

«Già prima della tragedia, Genova viveva una condizione di isolamento dal resto del nord ovest, criticità che oggi è ancora più evidente. Affinché potenziali investitori, portuali e non, siano interessati ad insediarsi a Genova occorrono servizi, collegamenti e viabilità. Siamo una città tradizionalmente a vocazione portuale, e oggi anche turistica, ma difficile da raggiungere. Quello che serve, oltre naturalmente ad un nuovo ponte, è il completamento delle infrastrutture di connessione al nord Italia ma soprattutto all’Europa. Se non vogliamo perdere le possibili opportunità di prospettiva, dobbiamo intercettare rapidamente i traffici sul corridoio Reno-Alpi e Lisbona-kiev, che significherebbe per il porto raddoppiare in pochi anni gli attuali traffici con la possibilità di una ulteriore crescita anche dell’occupazione e nonostante i processi di automazione in corso».

Come Cgil, siete soddisfatti del Decreto Genova?

«Dopo la prima contestata, e insufficiente, versione del decreto Genova, avevamo ribadito alcune richieste e tra queste la cassa integrazione in deroga, finanziata in modo utile a coprire per almeno 24 mesi e per circa 2.500 impiegati delle imprese coinvolte dagli effetti del crollo. Ma il Decreto ha recepito solo alcune delle richieste avanzate non solo da noi ma anche da imprese e istituzioni. Dopo la tragedia il tessuto produttivo genovese e ligure, ha subìto pesanti contraccolpi che si sono tradotti in situazioni di grave disagio per molte imprese e di conseguenza per i loro dipendenti».

Come si sta intervenendo?

«La Regione Liguria ha aperto un tavolo con le parti sociali sulle risorse definite dalla normativa nazionale come “integrazione al reddito”, contenute nel Decreto Genova: 11 milioni di euro per il 2018 e 19 milioni di euro per il 2019. I vari incontri hanno prodotto un testo, certamente da migliorare, che fissa i criteri per la loro erogazione».

Perché da migliorare?

«Perché, al momento, restano esclusi i lavoratori che hanno perso il lavoro e che sono identificabili nelle aziende che hanno chiuso l’attività o tra coloro che, in prevalenza nella zona colpita direttamente dal crollo, non hanno avuto il rinnovo del contratto a tempo determinato».

Quindi i fondi stanziati non sono sufficienti?

«Pur giudicando positivamente le risorse stanziate in legge finanziaria per la zona franca urbana, l’autotrasporto e il porto, che sono sicuramente ossigeno, ritengo che manchi una visione strategica di rilancio della città per la quale sarebbero servite più risorse e un programma di almeno 5 anni che sostenesse l’insediamento nella cosiddetta zona arancione di attività produttive per un periodo non limitato al 31 dicembre del 2018 e non limitato dai tetti di spesa previsti. Credo che per investimenti di questo tipo anche alcune rigidità delle regole europee sarebbero state meno ingessate, vista la gravità della situazione e i possibili ritorni in termini economici ed occupazionali».

Puntare, quindi, a una nuova strategia per la Genova del futuro?

«Credo che oggi si debba scrivere una pagina nuova per Genova, ridisegnando un modello sostenibile ed efficace di città, dove si affermi il primato del pubblico nei servizi essenziali e dove si possano creare quelle condizioni di contesto, oggi assenti, utili a favorire veri investimenti sul lavoro per puntare alla crescita occupazionale vera. Genova intraprenda la strada per trasformarsi in un moderno modello di smart city».

Smart City, quindi. Ma è una strada percorribile?

«Per questo, come Cgil, abbiamo proposto l’apertura di un tavolo specifico per il lavoro in questa città. Ma se vogliamo nuovi insediamenti industriali, magari legati all’alta tecnologia, come sentiamo spesso evocare anche dal sindaco, se vogliamo migliorare la vita dei cittadini, generare occupazione, e se vogliamo anche invertire il consolidato calo demografico, specchio di una città dalle enormi potenzialità ma in declino, non basta però la sola offerta di aree e la bellezza di Genova».

Cosa occorre per rendere fattibile questo progetto?

«Serve un servizio di trasporto pubblico che funzioni, serve un aeroporto che pratichi le principali rotte e sia meglio collegato con la città, servono asili, scuole, oggi spesso in condizioni di grave fatiscenza, serve un università più attrattiva, servono strutture sportive funzionanti, serve un sistema sanitario moderno e pubblico vicino al territorio dove il privato, sia solo e realmente di integrazione e non di sostituzione, servono modelli di housing sociale dove magari giovani e anziani si supportino per un tratto della loro vita, servono treni che ci colleghino davvero rapidamente con Milano e Roma, serve una viabilità funzionale».

Questa sembra proprio la proposta di una rivoluzione epocale. Come arrivarci?

«Bisogna ripensare Genova, considerando ogni singolo lavoro che verrà posto in cantiere come un’azione utile di un progetto di trasformazione che traguardi anche un vero modello di smart city, oggi lontano anni luce da noi, coniugando territorio, lavoro e occupazione e sposando quanto la Cgil propone da anni attraverso il nostro piano per il lavoro».

Antonio Salvatore Sassu

Dal 26 ottobre 2018, Igor Magni è il nuovo Segretario generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Genova. Igor Magni, classe 1971, è sposato e ha un figlio. Nel 1997 entra in Coop Liguria. Dal 2005 è delegato sindacale Filcams; in seguito entra nel direttivo provinciale e dal 2006 segue il fondo previdenziale Previcooper. Il distacco sindacale arriva nell’aprile 2007 per seguire a livello provinciale la grande distribuzione cooperativa e le sue varie realtà, e partecipando per queste – come rappresentante regionale Filcams – alle trattative nazionali e nei rispettivi coordinamenti. Nel 2009 entra in Segreteria passando all’Organizzazione e si dedica al radicamento Filcams sul territorio e sui luoghi di lavoro. Dal 2009 è anche componente dell’Ente bilaterale del commercio e del Direttivo provinciale della CGIL confederale. Nel 2013 il Comitato direttivo Filcams lo elegge Segretario generale di Genova, e Magni subentra alla guida di una categoria fortemente in espansione che raggruppa i lavoratori del commercio, alberghi mense e servizi; l’incarico viene rinnovato nel 2014. Nel 2016 la Confederazione lo elegge nella segreteria regionale e gli affida diverse deleghe, tra le quali la difficile gestione dei temi socio sanitari liguri. Incarico che ha lasciato lo scorso ottobre quando è stato eletto Segretario generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Genova.

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