martedì, 11 Agosto, 2020

Scrivi Giovanni Golotta:
È preferibile tenersi il peggio che sperare nel meglio per ritrovarsi col pessimo

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Le cronache delle ultime settimane ci hanno riconsegnato lo spettacolo demoralizzante delle vicende del CSM, col corredo dei commenti, in primo luogo quello autorevolissimo e di insolita durezza del Presidente della Repubblica, accomunati da una sconcertata indignazione.

Simbolo, colpevole e vittima di questa vera e propria tragedia che, prima che le istituzioni, ha ferito il Popolo italiano in nome del quale la Giustizia viene amministrata, è il dott. Luca Palamara: presentato come una specie di uomo solo al comando; facitore, ma anche disfacitore, di carriere fortune e sfortune professionali di tanti suoi colleghi, nonché disinvolto erogatore di benefici minuti sempre per i suoi colleghi , che non ci fossero le telefonate registrate a comprovarle si stenterebbe a credere che siano stati più richiesti che proposti.
Quanti colleghi ?
Tanti.
Troppi.
Qualche giornale ha parlato di almeno un migliaio.

La vicenda Palamara si presta anche a coprire la sezione mancante della parabola che, si può dire, disegni, ora come ora, la vita della funzione giudiziaria nel nostro Paese.
No, non in astratto, guardandola sulle planimetrie del dover essere consegnateci dalla Costituzione e dalle altre norme che la corredano, no, ma nel concreto del suo essere quotidiano: partendo dalle assunzioni per finire alla conclusione della carriera.

Non si tratta di un’iperbole maligna ma solo di uno sguardo disincantato ( se vogliamo anche cinico e deluso ) di chi da cittadino, prima ancora che da avvocato ed ex magistrato onorario, sente vivo il dolore per la ferita procuratagli dall’essere obbligato ad assistere a questo sfacelo.
Certo è vero, ci sono tanti magistrati onesti ma il fatto di doverlo ricordare ad ogni piè sospinto, è già un’ implicita conferma del prevalere del marcio sul resto.
Mettendola in altri termini sarebbe come sussurrare che se è vero che la stragrande parte magistrati è corrotta o aspira a diventarlo e che le fortune di ciascuno di essi, da tempo immemorabile, non dipendono da competenza e merito ma dall’appartenenza o no a cordate di potere saldamente installatesi proprio dove le scelte vengono compiute, pur tuttavia qualche magistrato onesto in circolazione è rimasto ancora.
Non fosse così il richiamo ai superstiti, agli ultimi giapponesi rimasti nella giungla a combattere il nemico a guerra finita da venti e passa anni, non sarebbe non dico necessario, no, ma neppure concepibile.

La figura del magistrato, infatti, nel comune sentire è percepita come quella di una specie di sacerdote laico chiamato a celebrare il rito del parto della Verità nel processo.
Come tale, viene -meglio sarebbe dire veniva- collocata al di sopra delle passioni umane e del loro convulso svolgersi, in un’area presidiata da sapienza, ragionevolezza, buon senso ed imparzialità.

Siamo stati però autorevolmente e dolorosamente richiamati ad una realtà che, ci mette di fronte allo spettacolo repellente di un corpo in decomposizione nel quale il marcio, come pare sostenere il Presidente Mattarella, si avvia pericolosamente a sovrastare la virtù nel frattempo degradata al rango di eccezione.

Detto questo e tornando alla parabola di cui sopra, si potrebbe dire che, all’inizio, la fase della selezione-assunzione pare esser destinata alla signoria di personaggi come Bellomo, il magistrato del Consiglio di Stato che collocava le sue belle protette facendo loro vincere il concorso ed introducendole così, nel mondo dei privilegi e dell’ irresponsabilità.
Al capo opposto, alla fine della carriera, spiccano tra i moltissimi altri personaggi di poco meno rilevante caratura, magistrati come Giglio e la Saguto, che pare abbiano chiuso (temporaneamente?) la loro carriera in ceppi per reati infamanti.

Nel mezzo, tra l’assunIone e la pensione ( o la galera) , sta Palamara, che smista carriere incarichi, prebende ecc. ecc. compresi, persino, biglietti gratis per partite di pallone.
Questa è una prospettazione per iperbole della realtà.
Ma la realtà, come i fatti ed i commenti lasciano intravedere, pare molto, molto più vicina all’iperbole che al suo virtuoso opposto.

In tanti invocano il cambiamento.
Sembrerà curioso ma, malgrado tutto, io invece lo temo.
Preferisco essere costretto a convivere col peggio che veder lievitare il pessimo che sta in attesa.

Giovanni Golotta

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