lunedì, 1 Marzo, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Scuola, riforma Draghi. Una rivoluzione copernicana

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La riforma scolastica annunciata da Draghi nel suo discorso è considerata una rivoluzione copernicana che apre nuove speranze.
Quando a inizio di settembre dello scorso anno, dalle pagine di questo giornale, fu lanciata la proposta di riforma scolastica, anch’essa copernicana, che prevede la scuola media inferiore di cinque anni (coincidendo con l’età dell’obbligo) e quella superiore di tre, prevedendo maggiori diversificazioni in armonia con le vocazioni produttive del territorio, nessuno ne ha parlato. Oggi farebbe parte del programma del Governo Draghi.
Ieri, nel suo discorso al Senato, Draghi ha detto: “Di cosa parliamo quando parliamo di istituti tecnici? Grazie a improvvide riforme la scuola che avrebbe dovuto preparare al lavoro, a specializzarsi senza per questo sentirsi minore in un Paese dominato dalla retorica dei licei (ma, ormai, nei fatti, anche loro non stanno più tanto bene), a dare competenze precise, è stata trasformata in alcuni contesti, i più difficili del Paese, e ce ne sono tanti, in un parcheggio, con tutto il rispetto per chi ci lavora sfidando l’impossibile. E’ necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni. In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli Istituti tecnici. In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. E’ stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale. Il Programma nazionale di ripresa e resilienza assegna 1,5 miliardi agli Istituti tecnici, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia. Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate”.
Non è sfuggito al premier, per formazione, come i tecnici siano stati fino a cinquant’anni fa scuole d’eccellenza anche sotto la gestione dei gesuiti. E in molti contesti, dove la tradizione è forte, hanno continuato a restare tali per la perseveranza di presidi cocciuti e capaci.
Vediamo cosa trovano il ministro Bianchi e il premier Draghi. Quando Mariastella Gelmini è stata ministro al Miur, circa dodici anni fa, fu “razionalizzata” (termine usato allora) l’offerta formativa di tutte le scuole superiori. Per portare le ore settimanali a pareggiare quelle dei licei, nei tecnici furono sacrificate le materie di indirizzo. I ragionieri, per esempio, ebbero in premio meno matematica, meno economia aziendale e lingua straniera. I tecnici per il turismo ebbero una pesante riduzione delle ore di inglese, francese, tedesco e spagnolo, ma anche delle discipline turistiche aziendali (diritto e legislazione turistica, arte e territorio): come si dice, prevedere il futuro, in un contesto europeo dove già dopo la scuola secondaria di primo grado i ragazzi, dalla Lituania alla Bosnia, parlano quasi perfettamente tre lingue straniere. Veggenza che non ha risparmiato per i Programmatori e i Geometri la riduzione delle ore di informatica, ma anche quelle di topografia, di costruzioni e di estimo. Così come gli alberghieri ebbero un taglio del 40% delle ore di attività pratiche, gli odontotecnici si trovarono con meno ore di laboratorio e il taglio non risparmiò elettronica ed elettrotecnica.
Tralasciamo quel che avvenne sui licei, anch’essi abbastanza ridimensionati nelle materie chiave, con il risultato che oggi Draghi e Bianchi non hanno più a che fare con i licei e i tecnici di una volta, che, invece, tanto hanno dato alla ricostruzione del Paese, salvo eccezioni. Ridotti in tutto, in omaggio all’obiettivo di far risparmiare allo Stato 8 miliardi in tre anni e tagliare oltre 80mila cattedre e 44.500 posti di personale non docente e creare, alle superiori, le cosiddette classi pollaio, con non meno di 27 alunni (non proprio un aiuto per ragazzi e docenti, uno dei primi problemi che il ministro Bianchi dovrà affrontare per dare credibilità al progetto Draghi). Poi tanta retorica sull’alternanza scuola-lavoro, prove Invalsi, merito e graduatorie Ocse-Pisa.
Tutto ciò detto, gli istituti tecnici propongono un numero di indirizzi, collegati a settori fondamentali per lo sviluppo economico e produttivo del Paese. Nel settore economico ci sono 2 indirizzi: Amministrazione, Finanza e Marketing; Turismo. Nel settore tecnologico 9 indirizzi: Meccanica, Meccatronica ed Energia; Trasporti e Logistica; Elettronica ed Elettrotecnica; Informatica e Telecomunicazioni; Grafica e Comunicazione; Chimica, Materiali e Biotecnologie; Sistema Moda; Agraria, Agroalimentare e Agroindustria; Costruzioni, Ambiente e Territorio. Ogni percorso ha una durata di 5 anni suddivisi in due bienni e un quinto anno. Al termine del percorso quinquennale gli studenti sostengono l’esame di Stato e conseguono il diploma di istruzione secondaria di secondo grado. Le scuole possono personalizzare i percorsi di studio utilizzando la quota di autonomia del 20% dell’orario complessivo. Dai dati sulle iscrizioni, a gennaio risultava che un terzo delle scelte è ancora per i gli Istituti tecnici che, sostanzialmente, tengono. Li sceglie il 30,3% delle studentesse e degli studenti (il 30,8% un anno fa). Il settore Economico scende al 10% dall′11,2%, cresce il Tecnologico, dal 19,6% al 20,3%. Gli Istituti professionali segnano un calo dal 12,9% all′11,9% delle scelte.
Poi, con l’innalzamento dell’età fino a 16 anni per l’obbligo scolastico, si è pensato di uniformare la didattica del primo biennio in tutte le scuole medie superiori. Ma così il biennio dell’obbligo non viene riconosciuto da nessun titolo ed i ragazzi continuano il percorso di studi nella scuola media superiore. Va anche detto che ultimata la scuola media inferiore a 13 o 14 anni non si è abbastanza maturi per scegliere il proprio futuro.
Resistenza e resilienza, come si dice oggi, della scuola che riesce ad esorcizzare nemici e riformatori un po’ troppo visionari. Conservando eccellenze, malgrado tutto, come gli Istituti tecnici Superiori. Con gli Its 8 ragazzi su 10 trovano lavoro. Nella scorsa primavera la ministra Azzolina diede 33 milioni al Fondo per il potenziamento del sistema ITS, ma siamo certi che ora, come opzione strategica del governo, ne arriveranno molti di più.
In un documento di ‘Skuola.net’ si legge: “Secondo l’ultimo monitoraggio, elaborato da INDIRE e aggiornato a maggio 2020, a dodici mesi dal titolo l′83% dei diplomati ha un lavoro quasi sempre in un’area coerente con il percorso svolto. È il dato più alto dal 2015 a oggi, nonostante nel frattempo sia decisamente aumentato il numero di iscritti ai vari corsi. Inoltre, oltre la metà sono occupati ‘stabili’: più di 3 su 10 sono stati assunti con contratto a tempo indeterminato o lavorano da autonomi in regime ordinario; il 27,5% è in apprendistato; mentre 4 su 10 hanno un contratto a tempo determinato o lavorano da autonomi in regime agevolato. Giusto per fare un raffronto col mondo accademico, secondo il rapporto Alma Laurea 2019, il tasso di occupazione delle varie tipologie di lauree (primo livello, secondo livello, ciclo unico) dopo un anno si ferma intorno al 70%.  Per quanto riguarda le aree con le performance migliori, a spiccare sono i diplomi afferenti alle “Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali, Turismo” (86,4%). Ottimi risultati anche per la “Mobilità sostenibile” (83,6%). Seguono le “Nuove tecnologie per il Made in Italy” (83,4%), segmento articolato in ulteriori cinque specializzazioni (Moda, Casa, Meccanica, Agro-Alimentare, Servizi alle imprese) e che da solo assorbe quasi la metà dei 104 ITS censiti; con il Sistema meccanica che supera il 92% di occupati”.
Nel rapporto di Skuola.net si legge anche: “Gli Istituti Tecnici superiori, a dieci anni dalla loro creazione, si confermano quindi in grado di far fronte alla domanda di nuove professionalità e competenze che proviene dal mondo del lavoro e di essere capaci di operare in sinergia con i sistemi produttivi territoriali. Perché il legame col tessuto industriale italiano è uno dei punti di forza del Sistema: il 43,1% dei partner soci delle 84 Fondazioni ITS con percorsi monitorati è costituito da imprese e associazioni di imprese. E le aziende coinvolte nelle attività di stage sono state il 90,6% su un totale di 3.672 sedi di stage. A livello regionale, è la Lombardia quella che registra il maggior numero di Istituti (20); molto più omogenea la distribuzione nel resto del Paese, con le altre regioni che non arrivano alla doppia cifra ma hanno tutte almeno un ITS (uniche eccezioni la Valle d’Aosta e le province autonome di Bolzano e Trento). Il legame con le aziende e le realtà economiche non è solo di facciata: infatti i corsi di studio offerti dagli ITS devono prevedere una divisione pressoché identica tra ore svolte in aula e ore impiegate in tirocini curricolari. Come se non bastasse, anche i docenti e i contenuti dell’offerta ITS devono essere sottoposti ad un certo travaso dal mondo del lavoro. Insomma i prof che si trovano agli ITS spesso sono professionisti che lavorano nel settore per il quale si prestano alle docenze. Questo rende gli studenti degli ITS molto appetibili sul mercato del lavoro, sia per le aziende presso le quali hanno svolto il tirocinio sia per le altre della stessa filiera”.
La Commissione scuola del Psi, con a capo Luca Fantò, sta definendo una proposta di riforma scolastica a 360 gradi per risolvere i problemi esistenti guardando al futuro con una scuola formativa integrata anche con il tessuto produttivo del Paese. Una scuola funzionale allo sviluppo economico ed all’inserimento occupazionale dei giovani che da troppo tempo vengono parcheggiati nella scuola per trovarsi poi disoccupati e costretti ad emigrare per guadagnarsi la vita con un lavoro. Per raggiungere questi obiettivi è fondamentale la riforma della scuola media superiore (come già accennato) senza bisogno di ridurre il percorso formativo di un anno uniformandosi alla scolarità di altri Paesi. Invece, l’anno in più potrebbe essere un valore aggiunto per la formazione di giovani più preparati e competitivi nell’affrontare il futuro.

 

S. R.

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