martedì, 22 Ottobre, 2019

Se fossi migrante e costretto in un campo profughi libico

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L’immaginazione dell’uomo, che un tempo si alimentava con le parole di un libro, oggi può volare in mezzo alla realtà delle cose in tempo reale, grazie ai filmati che viaggiano come fulmini da un capo all’altro del mondo spinti dalla tecnologia digitale.

Una volta, dopo aver letto un articolo di un settimanale, si socchiudevano gli occhi per rendere vivo il racconto del giornalista che lo aveva scritto in maniera avvincente. Oggi, inversamente, non è più necessario chiudere le palpebre per viaggiare, e fantasticare, basta sfiorare il nostro smartphone per connettersi col mondo e vedere situazioni reali dove la fantasia più sfrenata non sarebbe mai arrivata.

Immaginare di essere un migrante, solo fino a qualche anno fa, spingeva l’uomo a parlarne nei circoli più esclusivi dove un amico “esploratore” accompagnava l’immaginazione dei convenuti con l’armonia delle sue parole che quasi ti facevano vedere ogni cosa. Poi arrivò il tempo della televisione e quando, negli anni Settanta, si iniziarono a vedere in differita i volti dei bambini denutriti del Biafra, che puntualmente apparivano in bianco e nero al primo boccone, molti di noi, tra pena e pianto, spegnevano il piccolo schermo per evitare che i bocconi successivi potessero andare di traverso.

Oggi, invece, assistiamo alle tragedie del mondo in diretta con una certa indifferenza, quasi ci vengono a noia per quante ne vediamo, a meno che non si riesca a cogliere l’attimo in cui il gommone dei migranti, più eccitante se pieno di bambini, nel Mare Mediterraneo, si contorce sotto la spinta delle onde fino a rivoltarsi. Ed ecco, finalmente, lo spettacolo mozzafiato tanto cercato in rete che ci fa rimanere incollati davanti al piccolo schermo da 5 pollici, in trepidante attesa di vedere affiorare i cadaveri dei poveretti che non ce l’hanno fatta.

Un po’ come quegli uomini che vanno alla partita per assistere alle baruffe tra tifosi, o godersi l’incidente spettacolare durante una corsa automobilistica.

Dopo aver visto le innumerevoli immagini che mostra la rete dei disastri dei migranti davanti alle coste libiche, voglio cercare di immaginare cosa farei se mi trovassi in quella situazione e cioè, prima prigioniero e brutalizzato in uno dei campi profughi a Sud di Tripoli e poi in balia delle onde del Canale di Sicilia, per conquistare la libertà e sentirmi – finalmente – di nuovo un uomo.

Mi chiedo: cosa sarei capace di fare? Come arginerei la rabbia che mi sale da dentro? Cercherei di pregare aggrappandomi alla fede come ultima speranza? E per quale motivo dovrei concedermi a un Dio che permette al mio bambino di affogare senza aver mai vissuto?! “No, ucciderei, ucciderei come un animale nella giungla che cerca di sopravvivere e, una volta salvo, non permetterei più che ciò accada”. È quanto diceva, più o meno in maniera testuale, il Presidente Giulio Andreotti, in occasione di una sua visita in un campo profughi, poco distante dalla città di Beirut.

Sì, se fossi un migrante costretto a forza in un campo profughi libico, violentato nel corpo e nell’anima e poi in balia delle onde del mare, sarei pronto ad “uccidere” per evitare la morte; perché le regole del vivere civile in quei contesti non esistono, sono un privilegio della società del mondo d’Occidente che per mantenerli ha permesso ipocritamente che tutto ciò avvenisse non lontano dalle nostre coste, con la complicità di quanti animano i salotti più esclusivi.

Angelo Santoro

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