martedì, 29 Settembre, 2020

Sei motivi per dir di no

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Ci sono non uno, non due, non tre, ma ben sei motivi per votare no domenica e lunedì prossimi al referendum confermativa della riforma costituzionale. Elenchiamoli anche per offrire ai nostri militanti un utile vademecum elettorale nella settimana decisiva. Il primo attiene l’inesistenza di un risparmio. Come ha ripetuto il buon Toninelli, sbagliando referendum, si tratta del costo di un caffè. Un decimo del risparmio che si otterrebbe se i Cinque stelle non bloccassero i 36 miliardi per le spese sanitarie del Mes che sono praticamente senza interessi. Secondo. Non é vero che il taglio allineerebbe l’Italia agli altri paesi europei, visto che nel rapporto tra numero dei parlamentari e popolazione siamo oggi al 22esimo posto su 27 nazioni dell’Ue. Col taglio diverremmo penultimi. Terzo. Non è vero che “meno sia meglio”. La riforma costituzionale non intacca il bicameralismo paritario e non velocizza il procedimento legislativo, non eliminando peraltro i cosiddetti nullafacenti. Il taglio é infatti lineare e non di qualità. Quarto. Come lo ha definito, in una prima fase, Stefano Ceccanti, il taglio é solo uno spot elettorale dei Cinque stelle a cui il Pd si é piegato in quarta votazione dopo aver votato tre volte no, senza che il testo sia stato minimamente emendato. Basta leggere la dichiarazione del presidente del gruppo parlamentare del Pd Graziano Delrio che definì addirittura “pericolosa per la democrazia parlamentare” la riforma costituzionale dei Cinque stelle per poi farla votare dal gruppo, per rendersi conto della linea contraddittoria, anzi della vera e propria capriola, di questo partito. Quinto, se la legge resterà quella oggi in vigore vi saranno regioni medio-piccole che per eleggere un senatore richiederanno il 20% dei voti, alla faccia del rispetto del pluralismo e di uno sbarramento elettorale tedesco, e per di più portando da 116 a 65-68 i collegi nella parte uninominale del Senato si formeranno collegi di circa 800mila abitanti, con un candidato che raramente sarà espressione di un territorio provinciale. Sesto. Se poi venisse approvato il testo base della nuova riforma elettorale, il cosiddetto Germanicum, con lo sbarramento del 5% e le liste bloccate, si creerà un cenacolo di nominati in stretto rapporto con le segreterie politiche, con grave danno per i parlamentari più indipendenti. Quello che continua a stupire é questo lisciare il pelo dell’orso grillino, che non a caso aveva annunciato l’opzione antiparlamentare in funzione dell’esaltazione della democrazia diretta. Non basta né la giustificazione del governo, come se fosse cosa buona e giusta accettare il baratto “formazione del governo-accettazione della riforma costituzionale”, visto che la cornice e le istituzioni della Costituzione devono appartenere a tutti a prescindere dalla collocazione in maggioranza o all’opposizione. Né quell’altra, alla Polito, che é meglio il poco che il nulla. Non é così. E’ peggio un poco che non risolve nulla e provoca la vittoria del populismo antiparlamentare oltre a creare disfunzioni gravi sul piano amministrativo, che il nulla che difende i principi costituzionali e mette punto e a capo una campagna nefasta contro la democrazia rappresentativa, ponendo invece l’accento sul vero problema istituzionale e costituzionale italiano: il bicameralismo paritario. Oltretutto il Pd non aveva condizionato il voto favorevole a precise precondizioni? Dove stanno la nuova legge elettorale, la riforma dei regolamenti di Camera e Senato, l’inizio di un processo di riforma del bicameralismo? Oggi si sono trasformate in risibili post condizioni. Promesse, impegni per il futuro che valgono nulla. Attenzione a cavalcare le tigre. E’ facile. Il difficile é scendere quando la tigre é in corsa.

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Mauro Del Bue

1 commento

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    Paolo Bolognesi on

    Ci sono circostanze in cui può effettivamente valere o tornare utile la regola secondo cui “é meglio il poco che il nulla”, vista in una logica di progressivo gradualismo, ma quando si tratta di materie molto delicate, come le riforme costituzionali, dove ogni modifica può immettere squilibri e sbilanciamenti nel sistema, occorre muoversi avendo una chiara visione dell’insieme, e non procedere pertanto in modo frammentato, ossia “a piccoli passi” (dei quali non sappiamo se e come il secondo si rapporterà col primo) .

    Tanto più che i precedenti cui semmai ispirarsi ci sono, e a portata di mano viene da dire, e mi riferisco alla riforma costituzionale concepita una quindicina d’anni fa dal centro-destra, la quale, ancorché “bocciata” dal relativo referendum, e condivisibile o meno che fosse, aveva comunque un “impianto” che andava ben oltre la sola riduzione numerica dei parlamentari, e cercava altresì di “rimodulare” la cosiddetta legislazione concorrente introdotta nel 2001 (e che sembra aver scontentato un po’ tutti, fors’anche chi l’ha voluta).

    A fronte di ciò, non riesco a spiegarmi perché mai gli odierni sostenitori del NO, segnatamente quelli appartenenti alla sinistra riformista, non utilizzino tale precedente a dimostrazione del fatto che non ha senso un “taglio” dei parlamentari che non sia inserito in una ridefinizione più complessiva della architettura istituzionale (parlo di sinistra riformista perché già nel PSI di allora si era fatta strada l’idea della grande riforma, idea che, se la memoria non mi tradisce, non trovava condivisione nell’altra sinistra).

    Forse non se ne parla per non riconoscere al Cavaliere il merito di quella iniziativa di quindici anni fa, l’aver cioè saputo elaborare un progetto articolato ed organico, condivisibile o meno che fosse, il che fa sicuramente la differenza con quanto fra pochi giorni saremo chiamati a confermare o respingere, e a chi oggi si lascia sedurre dal “cavalcare la tigre” andrebbe pure ricordato che fu così anche all’epoca in cui si volle “abbattere” la Prima Repubblica, salvo poi accorgersi, da parte di non pochi, che quel cavalcare la tigre fu probabilmente un grosso errore.

    Paolo B. 15.09.2020

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