sabato, 15 Agosto, 2020

Semen iactus est

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Fiume. La rivoluzione ardita e tradita – Parte tredicesima

 

Il seme più puro e fecondo della Rivoluzione Fiumana fu ed è tuttora la Carta del Carnaro che, in questa parte, cercheremo di analizzare, contestualizzare e valutare nella sua profetica universalità, e persino nella sua mistica dimensione iniziatica.
Vediamo però, innanzitutto, gli eventi salienti dell’agosto 1920, in cui essa venne presentata alla cittadinanza, prima ancora che fosse letta e pubblicata.
Nonostante Caviglia facesse di tutto per isolare Fiume ed impedire l’arrivo di altri volontari, il mese di luglio aveva visto aprirsi in città un notevole arruolamento di cittadini per incrementare una Guardia Nazionale e, proprio all’inizio di agosto, questo nuovo Corpo per la difesa della città, forte di ben due battaglioni guidati da ufficiali fiumani, fu pronto per la sua consacrazione. Anche questa era, secondo le parole del Vate, una “testimonianza d’amore della città martoriata”, dato che le reclute provenivano tutte dai sette rioni di Fiume. Nulla pertanto su un presunto sbandierato contrasto tra il Comandante e la cittadinanza, favola denigratoria che perdura tuttora per screditare l’impresa.
A fine luglio, i nodi di Valona vennero al pettine e, mentre continuavano le offerte del Comando di Fiume di inviare volontari e rinforzi presso il contingente italiano in Albania, la situazione si faceva sempre più critica, non solo perché sarebbe stato necessario un intervento militare in grande stile, ma soprattutto perché i socialisti in Parlamento richiedevano a gran voce il ritiro dall’Albania con lo slogan: “Via dall’Albania! Via da Valona!”

A Valona, in ogni caso, si era combattuto e lì anche gli Arditi avevano fatto sentire la loro presenza, lo ricorda anche il Comandante in un suo discorso: “A Valona nel combattimento del 23 luglio, una settantina di Fiamme Nere ebbe ragione di tutta l’accozzaglia rivoltosa; e furono ammucchiati davanti alla città parecchie centinaia di cadaveri che portavano tutti le larghe tracce dell’arma corta, del ferro freddo..”
Giolitti però, a cui bisogna riconosce non mancava affatto il realismo politico, da buon piemontese, non amava estendere i possedimenti italiani oltre confini difficilmente difendibili e controllabili, e ragionava in tal modo: “In caso di guerra se noi fossimo i più forti in mare, non avremmo avuto bisogno di Valona, se fossimo i più deboli, non potendo difenderla e rifornirla per mare, saremmo costretti ad abbandonarla”.
Venne così firmato il Protocollo di Tirana, con cui l’Italia conservava solo l’isola di Saseno, un isolotto di fronte alla baia di Valona, come approdo navale e testa di ponte, ma abbandonava la città ed appoggiava la stessa Albania contro le rivendicazioni greche sul territorio meridionale albanese. Il Parlamento fu ben felice di ratificare il trattato, ma il Vate ovviamente reagì stizzito. Il suo però, più che un appassionato panegirico per tutelare la presenza italiana in Albania, era un evidente mettere le mani avanti affinché la stessa cosa non si ripetesse con Fiume. Reiterando le sue offerte di mandare a combattere i suoi Arditi, tra l’altro, così disse: “…Ma c’è chi domanda: – Ma come potete voi difensori di Fiume dolervi e crucciarvi che Valona sia restituita agli Albanesi? Non lottate voi contro ogni specie di usurpazione e di oppressione? Non difendete in Fiume a oltranza il principio di nazionalità e il diritto popolare di ricongiungersi alla Patria eletta?”
Però in questa invettiva non c’era solo una sorta di spirito nazionalistico, tendente a espandere l’italianità in Albania a danno delle “due razze avide e avare che da tempo guatano il suo territorio”, ma anche la consapevolezza che un arretramento della influenza italiana nei Balcani e nell’Adriatico avrebbe inevitabilmente favorito l’espansione degli interessi militari ed imperialistici della Francia e dell’Inghilterra in quella zona europea. Il Vate ragionava da europeo, Giolitti da italo-piemontese.
Il 9 agosto, secondo anniversario del celeberrimo volo su Vienna, gli aviatori della squadriglia aerea del Carnaro ricevettero in dono da un gruppo di signore milanesi un gagliardetto color porpora che venne salutato come “lo stendardo del Leone”, in memoria dei piloti scomparsi durante la Grande Guerra e nel cielo di Fiume, il Comandante rievocò in quell’occasione l’aquila latina: “Legionari e cittadini, popolo unico e unanime di Fiume, esercito unico e unanime di Fiume, salutate il segno vittorioso in cima a questa lancia di cavaliere che sfavillò nella carica.

Legionari, presentate le armi!
Cittadini, scopritevi!
L’aquila della gloria latina passa sopra di noi, nel più periglioso cielo del mondo”
Se in quel cielo passava l’aquila gloriosa, a terra un certo “gallinaccio” non passava inosservato..
Mentre D’Annunzio aveva iniziato la sua impresa, nel settembre del 1919, il governo Nitti, in ulteriore spregio ai soldati che avevano affrontato tanti sacrifici per la vittoria, aveva deciso si elargire l’amnistia ai disertori.

Circa venti anni fa, il senatore a vita Leo Valiani così si espresse in merito alla possibilità di riabilitare i disertori: ”Andare a ridiscutere le fucilazioni di 80 anni fa mi sembra assurdo. Gli storici possono occuparsi di tutto, ma politicamente una simile operazione mi sembra sbagliata” e così aggiunse, seguito da una considerazione analoga del primo ministro francese, per di più socialista e in contrasto con il pronunciamento dell’allora ministro della Difesa Scognamiglio, di orientamento liberale, favorevole alla riabilitazione: “Il presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti dette l’amnistia ai disertori nel 1919 e tanti decenni dopo possiamo affermare che fu una cattiva idea, perché il Paese non comprese quella decisione, passando in maggioranza dalla parte dei fascisti”, così poi concluse:“Sono contro la guerra e mi auguro che in futuro non ci siano piu’ guerre, ma nel caso in cui il nostro Paese deve mandare i suoi giovani a combattere, mi pare evidente che la riabilitazione dei disertori sia un messaggio inopportuno”
E sappiamo tutti che Leo Valiani non fu certo né di destra e tanto meno militarista.
Guardando a ritroso, vediamo che aveva purtroppo ragione. Infatti nelle elezioni del novembre del 1919 vari amnistiati si presentarono nelle liste del Partito Socialista e, fra questi, Francesco Misiano, il quale in realtà, venne accusato di diserzione solo perché si era allontanato per salutare la famiglia prima di partire per il fronte, mentre altri che avevano fatto lo stesso la scamparono. Egli era nel mirino da tempo perché antimilitarista, per questo, sapendo di essere ricercato, conseguentemente scappò all’estero, rifugiandosi a Zurigo dove collaborò con Angela Balabanoff, in seguito conobbe Lenin e partecipò anche ai moti spartachisti. Misiano venne eletto a furor di popolo sia a Torino che a Napoli, ma si mise in testa di andare ad Abbazia e da lì, penetrare clandestinamente a Fiume per fare, secondo il Comandante, “opera di sobillazione” cioè propaganda contro i legionari fiumani.

A quel punto d’Annunzio lanciò una sorta di fatwa contro di lui, per congelare il suo bollore controrivoluzionario “a ferro freddo”e così si rivolse ai suoi legionari:
“Vi abbandono il traditore e il disertore Misiano deputato al Parlamento nazionale.
Dategli la caccia: e infliggetegli il castigo immediato, a ferro freddo.
Questo è un ordine. E ne rivendico arditamente peso e onore”
L’invito rivolto ai suoi Arditi ad usare il loro mitico pugnale contro Misiano però, paradossalmente, anziché minacciare la sua incolumità, gli salvò la pelle. Se infatti il Comandante non avesse detto nulla e avesse lasciato entrare l’incauto parlamentare, egli, una volta riconosciuto, avrebbe fatto sicuramente una pessima fine. Ma il proclama contro di lui sortì l’effetto di un avvertimento che portò l’incauto Misiano a restare ben protetto dalle guardie regie ad Abbazia e a non osare entrare a Fiume, salvandosi così la vita.
Misiano, dopo la scissione del Partito Socialista e la nascita del Partito Comunista d’Italia, venne eletto nelle file comuniste, ma poco dopo l’inaugurazione della sessione parlamentare nel maggio del 1921, i fascisti lo espulsero in malo modo dalla Camera, a dimostrazione del fatto che le parole di Valiani purtroppo non erano prive di fondamento.

I fascisti non restarono inerti nemmeno a Trieste, dove il 14 luglio inaugurarono la loro stagione squadrista, devastando l’Hotel Balkan, sede di varie consorterie jugoslave e di servizi di spionaggio e propaganda a favore della causa del regno serbo-croato-sloveno in tutta la Venezia Giulia la quale cessò repentinamente dopo quell’attacco. Lo stesso Caviglia non prese molto sul serio le minacce di un ufficiale serbo, e si recò a passeggiare lungo la linea di confine sfidando l’ultimatum che gli era stato dato per arretrare dalle sue posizioni. Nonostante ciò, un motoscafo del Comando di Fiume venne fatto oggetto di vari colpi sparati da una postazione serba il 4 agosto, ma la reazione dei legionari fu immediata e il motoscafo proseguì senza ulteriori problemi.
Il 7 agosto avvenne un altro incontro tra Caviglia e d’Annunzio, in modo piuttosto cordiale con la reciproca assicurazione che, da una parte non si sarebbe arretrato di un metro dal confine stabilito, e dall’altra che, ad opera dei fiumani, non vi sarebbe stata alcuna provocazione o incidente.
Il 12 il Comandante distribuì pure, con l’autorizzazione del generale Ferrario, ai fanti della Brigata Lombardia dislocati a Sussak, moltissime copie del suo inno al Carso e alla sua fanteria, in occasione dell’anniversario della conquista dell’altopiano di Doberdò: “…non possiamo patire la sete in una sosta priva di ombra, né stenderci sul suolo caldo per ascoltare il rombo sotterraneo di quel fiume ignoto che beve e non si lascia bere; non possiamo vivere qui, noi combattenti, senza sentire in ogni ora riavvamparsi nell’anima l’amore del Carso, la passione del Carso..”, queste alcune delle sue toccanti parole pronunciate in quella occasione.

Il 12 agosto fu finalmente la volta del seme gettato per un “atto di vita”, venne infatti convocata un’ampia riunione al teatro La Fenice per ascoltare alcune importanti dichiarazioni sia di De Ambris che di d’Annunzio
La folla era straripante e le grida di acclamazione e gli applausi avevano riportato la città ai primi giorni dell’impresa. De Ambris esordì con alcune altisonanti domande retoriche alla folla sul Comandante come.. “E’ in voi verso Gabriele d’Annunzio la fede stessa con la quale lo acclamaste liberatore undici mesi or sono? Lo riconoscete ancora vostro interprete e capo legittimo per libera elezione? Siete sempre pronti a seguirlo nell’opera grande ch’Egli iniziava la notte di Ronchi?” Le urla di assenso presto coprirono la voce del sindacalista rivoluzionario ed egli, incassata tutta una serie di sì strepitosi, aggiunse che: “la risposta vostra deve giungere come uno schiaffo ai calunniatori di Fiume e del suo Comandante…” Rivolse così parole sprezzanti all’autonomista Zanella il quale brigava con i nemici di Fiume fornendo loro notizie false e tendenziose sulla popolazione fiumana, ed esortò i nemici di città a formare una legione di volontari per marciare contro la città, e vedere come sarebbero stati accolti dai legionari e dalla stessa cittadinanza.
De Ambris, con molta franchezza, espose alla folla sia la consapevolezza ormai certa che l’annessione si presentava ormai impossibile, sia la disastrosa situazione economica della città, la quale, dopo circa undici mesi, era pressoché paralizzata, in una situazione alimentare a dir poco molto disagiata, con una sofferenza ormai condivisa da tutte le classi sociali, e concluse affermando che solo assurgendo a nuova vita, la città sarebbe sopravvissuta e si sarebbe salvata.

Quale dovesse essere tale nuova vita, sarebbe stato il Comandante stesso a dirlo, il grande socialista rivoluzionario concluse il suo discorso con tono appassionato rivolgendosi alla folla: “Date tutta l’anima vostra, tutta l’energia divina della stirpe italica, di cui siete l’espressione più alta e pura, per edificare la “Città di vita” che la mente profetica del Poeta armato, di cui avete fatto la vostra guida, ha disegnato in un impeto lirico di liberazione spirituale sotto il cielo latino che si specchia nell’azzurre acque del Carnaro”
Dopo urla, applausi ed acclamazioni, fu dunque la volta di d’Annunzio che in quella occasione pronunciò forse il suo più bel discorso del suo periodo fiumano, stella folgorante tra le tante stelle danzanti di quella straordinaria ed evanescente stagione, dal titolo: “Domando alla Città di vita un atto di vita”, più che un discorso fu un dialogo serrato con la folla, rievocato come tutti i suoi discorsi nel bel volume curato da Renzo De Felice: “La penultima ventura”
Varrebbe davvero la pena di ricordarlo per intero se a impedircelo non fossero le ragioni di uno spazio limitato di narrazione. Ne citiamo però alcuni brani significativi in quella che fu l’alba prodigiosa da cui spuntò il folgorante Sol dell’Avvenire della Carta del Carnaro, per un futuro però ancora incompiuto..
Ecco i passaggi più entusiasmanti di questo discorso: “L’orizzonte della spiritualità di Fiume è vasto come la terra: va dalla Dalmazia alla Persia, dal Montenegro all’Egitto, dalla Catalogna alle Indie, dall’Irlanda alla Cina, dalla Mesopotamia alla California. Abbraccia tutte le stirpi oppresse, tutte le credenze contrastate, tutte le aspirazioni soffocate, tutti i sacrifici delusi. E’ l’orizzonte dell’anima libera e vindice. Come il vessillo rosso dei ribelli sul Nilo porta la Mezzaluna e la Croce, esso comprende tutte le rivolte e tutti i riscatti della Cristianità e dell’Islam….Dov’è un oppresso che stringa i denti sotto la pressura, dov’è un vinto che abbia tutto perduto fuorché il bruciore della vendetta, dov’è un insorto che vada armato d’un ramo d’albero o d’un sasso contro la mitragliatrice e contro il cannone, là giunge la luce di Fiume, di là si scorge la luce di Fiume” Fiume, come era già stato ampiamente prefigurato con il progetto della Lega dei Popoli ad opera di Léon Kochnitzky, si ergeva a bandiera di tutte le genti oppresse del mondo, ma stavolta con un intento definito e ben preciso, quello di illuminare l’orizzonte futuro con un progetto istituzionale del tutto nuovo.
“…Osate d’instaurare qui, in questi quattro palmi di terra, in questo triangolo rozzo, i modi dello spirito nuovo, le forme della vita nuova, gli ordinamenti della giustizia e della libertà secondo l’ispirazione del passato e secondo la divinazione del futuro; osate di scolpire qui coi ferri stessi del vostro lavoro una immagine dell’Italia bella da opporre a quella che sull’altra sponda par divenuta la baldracca stracca dei bertoni elettivi” (…)

“Domando alla Città di vita un atto di vita. Fondiamo in Fiume d’Italia, lo Stato libero del Carnaro.
Il popolo edifichi. Il legionario costruisca” (…) “Liberi, franchi d’ogni pregiudizio e d’ogni dubbio, armati del nostro coraggio e della nostra esperienza, noi soli vorremmo lavorare, penare, lottare per l’Italia che non vuole.
Miei Arditi, e quando l’ora sia venuta, quando risuoni l’allarme, potremo fare la guerra noi soli, senza pensare che laggiù i treni saranno fermati nelle stazioni e le navi saranno trattenute nei porti dalla vigliaccheria dei caporettai” (…)
“Qui vogliamo vivere e vincere
Qui vogliamo fondere la vita nuova d’Italia. Qui vogliamo piantare i segni dell’Italia bella. Qui vogliamo avere annunziatori e costruttori.
Con voi. Per voi
Ora e sempre…”

Dopo una straordinaria ovazione, a conclusione del discorso, riprese la parola De Ambris, il quale specificò che il nuovo assetto della città di Fiume, nella sua piena autonomia, non sarebbe mai stato imposto con la violenza e sarebbe stato sottoposto invece alla popolazione fiumana dopo avere riconosciuto la vana prospettiva di annettere la Città di vita all’Italia. Tutto sarebbe stato suffragato dalla volontà popolare sia per discutere, sia per ratificare, sia infine per approvare ed eleggere la sua legittima rappresentanza. Venne anche ribadito il fatto che il Comandante si stava accordando con il Consiglio Nazionale per risolvere il problema della piena autonomia e che, quanto al nuovo ordinamento, disse De Ambris, esso “è frutto di studi lunghi e meditati sulle più moderne Costituzioni, in rapporto con le tradizioni comunali italiane e più particolarmente fiumane, ma soprattutto animato da un ardito spirito nuovo, senza anticipazioni utopistiche, come senza cecità reazionarie” “Ardito spirito nuovo”, scaturito proprio dall’Arditismo di cui abbiamo parlato nella parte precedente e fattosi finalmente progetto istituzionale.
E’ quindi tempo di analizzare nei dettagli quale esso sia.
Un illustre testimone del sorgere di questo nuovo Sole dell’Avvenire fu Gramsci in quale passò in quell’estate a Fiume. Ce lo riferisce egli stesso in un rapporto del 19 aprile del 1924 da Vienna al Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia con le seguenti parole: “In un documento dannunziano (con ogni probabilità la Carta del Carnaro n.d.r.) che io stesso vidi nel mese di luglio del 1920, quando fui invitato la prima volta a recarmi a Fiume”

Ormai la storiografia ha pienamente acquisito l’originalità ed il valore di quel progetto, senza più leggerlo con la lente opaca ed inquinata della deformazione che si ebbe di esso a causa del fascismo, e come un po’ di tutto quello che era collegato a Fiume e a d’Annunzio. Gli studi di De Felice, di Ungari, di Gentile e Perfetti, non sono passati invano. Questa Carta risulta particolarmente moderna ed innovatrice, sul solco delle costituzioni post weimeriane, sia per i principi libertari che per quelli autonomistici contenuti in essa e soprattutto per il superamento di quella concezione della proprietà legata ad una sorta di individualismo possessivo che aveva cominciato ad affermarsi da Locke in poi.. Il lavoro e la concezione della proprietà come risorsa sociale sono la vera novità della Carta del Carnaro, la quale fa propri i valori che comunemente sono attribuiti a Sorel, ma che, più specificatamente, possiamo riferire a Comte il quale nel suo Sistèm de politique positive già considerava la proprietà come “un’indispensabile funzione sociale, destinata a fornire e amministrare i capitali con i quali ogni generazione prepara i lavori per la successiva”.
La Carta del Carnaro che scaturì dalla collaborazione tra De Ambris e D’Annunzio ma non fu, come molti erroneamente credono, solo la stesura in bella copia ed in stile dannunziano delle idee di De Ambris, perché vedremo che il Vate aggiunse ad essa anche una dimensione “iniziatica”, rappresenta piuttosto la traduzione in una lingua e in una sensibilità artisticamente libertaria di principi ed idee di eguaglianza, e di dignità sociale che già da tempo andavano maturando nel pensiero più fruttuoso del sindacalismo rivoluzionario di personaggi che, come Corridoni, non si appiattirono nel neutralismo socialista, ma vollero fare del loro interventismo, il preludio per una autentica stagione rivoluzionaria in Italia.
Per i socialisti di allora, però, lo Statuto “non pratico, non applicabile, non fu serio”, dissero “è frutto di un lavoro scolastico di un poeta. E’ anacronistico, pletorico e grottesco”, quasi fosse un malcelato disegno dittatoriale di un solo personaggio in cerca di gloria. Ed è particolarmente sintomatico il fatto che, mutatis mutandis, tale giudizio storico abbia accompagnato in senso trasversale ed a lungo tale esperienza, con l’unico scopo di gettarvi discredito e di depotenziarla. Lo stesso sindacalista collaboratore di D’Annunzio venne denigrato bollandolo come “vicedio”. De Ambris e i volontari fiumani vennero definiti “quei parassiti che si chiamano legionari”

E’ importante sottolineare ciò, per capire il profondo rancore che quei legionari, in gran parte reduci ed Arditi, cresciuti nelle maggiori e più rischiose difficoltà del conflitto, maturarono dopo la sconfitta, a suon di cannonate, dell’esperimento rivoluzionario fiumano, confluendo poi sia nelle file fasciste che in quelle antifasciste: gli Arditi del Popolo, e portandosi dietro una carica notevole di rabbia e di violenza.
Bisogna ribadirlo con chiarezza: quella rivoluzione era destinata ad estendersi a tutta l’Italia, portando ad un ribaltamento dei suoi assetti istituzionali, sulla scia delle idee repubblicane e garibaldine che tanto avevano dato alla storia risorgimentale e tanto erano state frustrate dall’avvento della dinastia dei Savoia come monarchia nazionale, frustrazione e risentimento maturati anche da D’Annunzio già dai tempi delle cannonate di Bava Beccaris, quando egli con un moto di sdegno abbandonò la parte destra dell’emiciclo per dirigersi verso la sinistra dicendo “di là i morti, vado verso la vita”

La Carta del Carnaro aveva e conserva tuttora principi avanzatissimi, come la proprietà concepita nella sua funzione sociale e non speculativa, la corporazione, che rappresentava tutte le categorie sociali compresi gli studenti, intesa come sinergia di forze produttive, la concezione del lavoro operaio come frutto di produttori attivi e non come prodotto di soggetti alienati passivi, la libertà di religione e dalla religione, la revocabilità delle cariche pubbliche, la parità dei diritti tra uomo e donna, con l’introduzione del divorzio e di quell’emancipazione femminile che rese proprio le donne le maggiori protagoniste della rivoluzione fiumana, e infine il decentramento amministrativo e la revisione periodica della Costituzione per renderla sempre più adeguata alle sfide del tempo, pur senza farla rinunciare ai suoi principi basilari. Il punto XIV recita: “Il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia ben eseguito tende alla bellezza e orna il mondo” E’ questa una affermazione non solo poetica e quasi religiosa, ma è anche la “summa” di un nuovo modello di società in cui l’alienazione da lavoro coatto è per sempre sconfitta.
E ancora pensiamo ai diritti civili che nell’articolo (XVII) sono tolti ai “parassiti incorreggibili a carico della comunità”. Non vi è più il principio di “chi non lavora non mangia” ma vi è quello secondo cui “chi non lavora per la comunità non vota”. Pensiamo, se fosse applicato oggi, quante consorterie parassitarie e quanti burocrati miserevoli sarebbero esclusi dal loro sistema clientelare autoreferenziale, quante risorse sarebbero liberate a vantaggio della comunità.

Sono questi caratteri indelebili di attualità che dovrebbero farci ben riflettere, non solo sulla concretezza di quell’epoca e di quel tentativo, forse paragonabile solo a quello della Costituzione della Repubblica Romana del 1849, ma ancor di più su quelli odierni di rinnovamento istituzionale che sovente restano prigionieri di logiche politiche particolaristiche di basso e persino infimo cabotaggio.
E’ stato un illustre esperto di Diritto Costituzionale come Gaspare Ambrosini, presidente della Corte tra il 1962 e il 1967, a dichiarare che “Quell’ordinamento che filosofi, economisti e giuristi non avevano creato, doveva essere creato da Gabriele D’Annunzio, la cui Carta di Libertà del Carnaro, quantunque non entrata in attuazione, resta nella scienza come il modello più insigne di completo ordinamento sindacale finora escogitato”

Per questa sua rivoluzione che avrebbe dovuto essere anche quella di tutti noi, il Vate cercò la collaborazione non solo di reparti dell’esercito, ma anche di Mussolini e di Serrati da lui definito “rivoluzionario da temperino”, perché, animato da velleità bolsceviche, ma immobilizzato da una inazione che concretamente si manifestava, di fatto, come collaterale allo stesso sistema da lui contestato. Però da entrambi fu allontanato e tradito.
Già lo stesso Gaspare Ambrosini, molto attento alle trasformazioni sociali fra la fine degli anni dieci e l’inizio degli anni venti, aveva osservato nel 1925 che “La Carta del Carnaro, cioè la Costituzione promulgata l’8 settembre dal Comandante d’Annunzio può considerarsi come fondamentale per tutti gli studi dei sistemi sindacali…oltre che l’afflato poetico, la Costituzione di d’Annunzio (in realtà fu De Ambris che non volle firmarla con il Vate lasciando a lui la stesura definitiva e la firma) presenta una concretezza di ordinamenti veramente ammirevole”.

Il disegno istituzionale della Carta del Carnaro andò ben oltre il Consiglio Economico Federale Tedesco della Carta di Weimar, perché previde un tricameralismo differenziato misto sul modello di quello delineato da Sidney e Beatrice Webb nel loro studio The Socialist Commonwealth of Great Britain, che prevedeva appunto due camere: una politica ed un’altra economica. La Costituzione fiumana andò anche ben più avanti di quella riduzione corporativa in senso autoritario e burocratico che verrà operata dal Fascismo. Essa infatti prevedeva un tricameralismo differenziato al fine di realizzare una sinergia in senso democratico e partecipativo di tutte le forze dello Stato, riunite secondo le loro rappresentanze e coordinate nell’interesse generale: con un Consiglio degli Ottimi a suffragio universale maschile e femminile a rappresentare la Camera politica, un Consiglio dei Provvisori a rappresentare la Camera Corporativa o economico-sindacale delle forze del lavoro, organizzate nei loro ambiti principali, e infine un Grande Consiglio Nazionale o Arengo del Carnaro, una assemblea comune alle due Camere con attribuzioni sue proprie nell’interesse generale della Comunità tutta.
E’ un modello questo profondamente diverso sia rispetto a quello weimeriano tripartito in Reichstag, Reichstat e Consiglio economico del Reich sia rispetto al binomio Senato del regno e Camera dei Fasci e delle Corporazioni, in cui il cittadino restava sostanzialmente “suddito” e non parte attiva del processo istituzionale. Il cittadino, con tale progetto, secondo De Ambris, esce dalla “vecchia astrazione democratica” e dall’illusione della sua sovranità assoluta per partecipare i suoi poteri con la componente produttiva manuale ed intellettuale della società. Questo nell’intento di emanciparsi da un ruolo di passivo elettore per assumere quello di componente attiva nel processo di emancipazione sociale.
Tale processo investe la società tutta, senza distinzioni di sesso, infatti la Carta del Carnaro prevede per le donne, che già nella legislazione fiumana corrente avevano molti diritti in più di quelle italiane, perfetta uguaglianza di diritti e di doveri rispetto alla componente maschile. L’articolo 35 infatti stabilisce che tutti debbano essere chiamati alla difesa della Patria, sia uomini che donne, anche se alle donne vengono assegnati compiti consoni alle loro attitudini che allora erano ritenute quelle sanitarie ausiliarie ed amministrative.

Il principio dell’autonomia di stampo mazziniano prevede inoltre che ogni Comune abbia i poteri esecutivi e giudiziari della Reggenza e gli articoli 23 e 24 stabiliscono che ogni Comune ha anche potere legislativo in attinenza a leggi municipali con le quali possa mettere in atto norme derivate dalla “consuetudine propria, dalla propria indole, dall’energia trasmessa e dalla nuova coscienza”, potendo i Comuni stessi praticare accordi, concludere trattati in campo amministrativo e finanziario, provvedendo, specialmente nel campo dell’insegnamento, al rispetto delle minoranze etniche, così come stabilito dall’articolo 52.
Tutto ciò nell’interesse generale, senza cioè entrare in conflitto con le esigenze complessive dello Stato. Particolare attenzione, sulla scia del diritto romano, viene data alla necessità del ricambio dei poteri, i quali restano in vigore per pochi anni, al massimo tre. Così se il Consiglio dei Rettori, con potere esecutivo ha una sua dimensione stabile e continua, esso per altro, non può restare in vigore privo di fiducia per più di un anno, con possibilità di essere rieletti per un altro anno, dopo il quale non si è più eleggibili per un altro anno.
Anche gli organi legislativi sono vincolati alla brevità del loro mandato: tre anni per il Consiglio degli Ottimi, o camera dei rappresentanti e due anni per il Consiglio dei Provvisori o camera economica. Anche qui si nota l’eco mazziniana della istituzione repubblicana strettamente controllata dal popolo la cui radice è nell’antico diritto romano repubblicano.
Nella Carta, inoltre, si ribadisce un principio innovativo attualissimo e in gran parte non ancora realizzato, quello di emendare i difetti del parlamentarismo e del presidenzialismo, avvalorando invece ciò che di concretamente funzionale è contenuto in entrambe i sistemi. Dice De Ambris: “Dal potere legislativo emana il potere esecutivo attraverso un meccanismo in gran parte nuovo che neutralizza i danni dei due sistemi.”
Vi è un solo caso in cui il potere viene concentrato per salvare la Comunità da uno stato di profonda crisi, concedendo pieni poteri al suo Comandante, ma tale imperium maius è strettamente limitato nel tempo, un po’ come lo era per soli sei mesi la dittatura romana. De Ambris sottolinea che la differenza tra i poteri illimitati del Comandante nella Costituzione della Reggenza e quelli concentrati nelle mani di un presidente di una repubblica presidenziale consiste essenzialmente nel fatto che, mentre in una repubblica presidenziale il presidente è eletto da una parte e risponde preponderantemente ai suoi elettori, il Reggente è espressione di una volontà generale e risponde alle esigenze di tutta la Comunità e alle sue istituzioni.

Punto centrale della Carta è la nuova concezione della proprietà, la quale non è che uno strumento nelle mani di un produttore responsabile, che la usa a beneficio della comunità. Non può quindi agire, come tuttora accade, delocalizzando le aziende produttive, o speculando in borsa con i profitti, ma deve incrementare la produzione a beneficio del mantenimento e dell’incremento dei posti di lavoro, quindi a vantaggio dell’economia nazionale. Così, a un proprietario terriero non è consentito tenere terre incolte, e neppure coltivarle al di sotto delle loro capacità produttive, o con colture che, pur permettendogli un guadagno maggiore, non siano indispensabili alla collettività. Tutto questo non rientra in un ordine coercitivo, ma fa parte di un disegno di tutela generale della collettività, come l’erogazione dei servizi e dei beni comuni essenziali: elettricità, acqua, gas e persino l’amministrazione della giustizia. Altro che privatizzazioni, per favorire la legge di mercato!
Non vi è pertanto in questo progetto istituzionale né la sacralizzazione del principio di proprietà, così come è uscito dalla rivoluzione francese, né tanto meno una collettivizzazione della proprietà medesima come nei principi del marxismo, ma, piuttosto, una nuova impostazione dello Stato, sulla base di una produzione reale, in cui la funzione politica viene affidata al cittadino-produttore, nella sua attività lavorativa, creativa ed armonica, mediante una sinergia generale delle forze produttive e corporative, superando così la crisi determinata dal conflitto di classe.
Lo Stato diviene, in tal modo, un grande sindacato in cui si devono comporre e valorizzare le varie spinte costruttive, armonizzandole nell’interesse generale. Una visione molto vicina a quella del filosofo del sindacalismo A. O. Olivetti il quale afferma che “il sindacalismo supera la schematica concezione di una società divisa in due classi, una contro l’altra armata, in eterno conflitto, e perviene ad una superiore cogitazione, ravvisando la società composta in gruppi di interessi che ora si urtano per fini particolaristici, ora si abbracciano per fini generali”

Tutto ciò in una dialettica costruttiva in cui il lavoro resta segno distintivo per tutti i facenti parte della comunità: lavoro manuale, intellettuale, pesante, leggero, umile e di concetto.
Particolarmente innovativi sono poi, per l’epoca, alcuni articoli che introducono l’iniziativa popolare nella legislazione con l’istituto della “riprova popolare”, con un referendum legislativo e quello della “rievocazione”, o revoca delle cariche, “quando la rievocazione sia imposta per voto schietto della metà più uno degli iscritti al corpo elettorale”.
Organo particolarmente importante è la Corte della Ragione, antenata della nostra Corte Costituzionale che controlla non solo il potere legislativo misurandone la costituzionalità, ma anche addirittura quello esecutivo. La Carta del Carnaro, sebbene sostanzialmente inapplicata, non era stata progettata in maniera rigida ma per essere molto elastica, molto di più di quello che accade con la nostra Costituzione, segno evidente che la fiducia negli organi rappresentativi era massima e che il timore di un potere dittatoriale prolungato allora era minima. Esattamente il contrario di quello che è accaduto con la nostra Carta Costituzionale per più di 70 anni.
Ogni sette anni, infatti, essa può essere emendata o revisionata, da parte dei suoi organi principali: dai membri del Consiglio Nazionale, dalle rappresentanze dei Comuni, dalla Corte della Ragione e persino dalle Corporazioni. Non siamo di fronte ad una Costituzione rigida, giacobina, né ad una calata dall’altro come lo Statuto Albertino, ma abbiamo un testo istituzionale altamente rappresentativo e perfettibile proprio per essere aderente alla volontà di coloro che lo hanno creato e che lo vogliono tramandare mediante la sua articolazione nel tempo.

Un’ ultima considerazione va fatta per quel che attiene a degli aspetti poco noti e di cui pochissimo si parla, e che riguardano le caratteristiche “massoniche” della Carta del Carnaro. E’ un riferimento quanto mai opportuno, soprattutto in un’ epoca in cui si tende a demonizzare la Massoneria impuntandole l’origine di tutti i sistemi autoritari, timocratici o persino delle guerre, in una sorta di complottismo demo-pluto e persino giudaico, imperante dai tempi delle grandi dittature e assai duro a morire.
De Ambris, ce lo dice a chiare lettere anche De Felice, era come Giuriati un massone, però mentre quest’ultimo era di tendenza liberale e monarchica, il primo era invece di tendenza socialista, sindacalista e rivoluzionaria. Segno evidente che in Massoneria convivono anime molto diverse anche senza che debbano necessariamente diventare conflittuali o antitetiche. Fu lo stesso d’Annunzio a dichiarare che “senza l’appoggio incondizionato della Massoneria, l’impresa di Ronchi non avrebbe potuto raggiungere il suo scopo.”, anche se poi la Massoneria italiana abbandonò ogni velleità rivoluzionaria perché sostanzialmente filomonarchica.

Per questo, l’influenza massonica permea non soltanto l’impresa, i suoi ideatori (tutti massoni) e il loro giuramento, ma anche tutta l’ossatura legislativa delle istituzioni rivoluzionarie della Carta del Carnaro. Era stato lo stesso Torrigiani, nel suo discorso inaugurale, quando fu eletto Gran Maestro, a parlare di nuove prospettive istituzionali democratiche e forse anche per questo a generare una certa confusione sulle aspettative e speranze che si sarebbero nel merito inevitabilmente attuate.
Lo stesso d’Annunzio era massone d’alto grado, anche se per meriti acquisiti, più che per percorso iniziatico che, comunque, il Vate ebbe per suo originalissimo conto, fino a fare della stessa sua ultima dimora, il Vittoriale, uno spazio iniziatico vero e proprio.
Il lavoro, la proprietà, la libertà religiosa, l’uguaglianza di genere, lo stesso riferimento alla Musica e alla decima Corporazione, la cui pienezza è attesa come quella della “decima musa” e “riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio ed in ascendimento” sono un chiaro riferimento alla Comunione e al percorso di autoperfezionamento massonico. Lo stesso Torrigiani, nel suo discorso inaugurativo menzionato, tra la primavera e l’estate del 1919, aveva parlato esplicitamente di “diritti del lavoro” auspicandone “l’affermazione sempre più alta”.
Disse Torrigiani in quella occasione: “Sol che noi intendiamo lavoro, non quello soltanto delle braccia e dei muscoli; e quando si dice classi lavoratrici, vogliamo si intenda non soltanto la classe dei lavoratori manuali, ma tutte quelle altre che sono soggette alla fatica quotidiana”.
Se andiamo a vedere l’articolo 2 della Carta del Carnaro, osserviamo con ciò una completa consonanza. Lo stesso Rito Simbolico Italiano, legato alla massoneria giustinianea, alla fine del 1917 aveva fatto esplicita richiesta di superare il “concetto quiritario della proprietà e di concedere direttamente ai lavoratori le terre “a condizioni di equità”. Il 21 giugno del 1919 fu lo stesso Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese, che aveva sottolineato la necessità di “trasformazioni della costituzione sociale”, a invocare “rapidi ed immediati provvedimenti per la trasformazione del diritto di proprietà”. Solo due giorni dopo, la costituente massonica che era stata convocata per eleggere il nuovo Gran Maestro, in un suo ordine del giorno, approvava “la revisione del diritto di proprietà che deve ormai subordinarsi agli interessi prevalenti della collettività”.

Se osserviamo l’articolo XIV della stessa Carta, ci rendiamo conto che esso è la mera espressione di un percorso iniziatico massonico in tre tappe o gradi, rivolto però non ad un individuo, ma ad una intera comunità “1) La vita è bella, e degna che severamente e magnificamente l’uomo la viva rifatto intiero dalla libertà.” E’ questo il percorso dell’apprendista che scopre nella bellezza del mondo il dovere di vivere in maniera nuova, mediante la sua iniziazione, disciplinatamente e gloriosamente, rimodellando se stesso nella libertà dell’essere in ascolto responsabile “2) L’uomo intiero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono.” E’ il compagno, che modella se stesso nella virtù e lo fa a beneficio dei suoi fratelli ai quali offre il frutto del suo autoperfezionamento, con il suo specifico ed aperto contributo ai lavori “3) Il lavoro anche il più umile, anche il più oscuro, se ben eseguito, tende alla bellezza ed orna il mondo.” Ed ecco infine il compito del Maestro che umilmente non dimentica di essere sempre, a sua volta, un umile apprendista e che apre e chiude i lavori anche con oscuri rituali, per ornare ed abbellire, per mezzo della virtù dei compagni e fratelli, il mondo in cui essi devono operare.
Non possiamo dunque considerare la Carta del Carnaro soltanto come dice lo stesso Mola “nelle linee essenziali consonante con la dottrina sociale propugnata da Torrigiani”. Ci fu questo senz’altro, ma anche molto di più. E non a caso essa sarà considerata “un esempio autentico di legislazione massonica”, così come tutta l’esperienza fiumana fu una manifestazione e possiamo dire una festività massonica, per l’utilizzo anche dei simboli, dei motti e degli stemmi di esplicita valenza muratoria: il gonfalone della Reggenza del Carnaro, con l’uroboro, emblema delle rivoluzioni solari, dell’eternità, valenza simbolica della ciclicità della vita e dei tempi nell’eternità e le sette stelle dell’Orsa.
Le prime copie della Carta del Carnaro furono inviate allo stesso Torrigiani che, sebbene ne fruisse per divorziare, non fu molto propenso a che venisse promulgata, dato che riteneva che essa avrebbe portato inevitabilmente ad una “sedizione militare”, in particolare con le imprese in Dalmazia e con una eventuale marcia su Roma. Purtroppo il Gran Maestro fu sempre piuttosto combattuto e ambivalente, fino a favorire in seguito l’avvento del fascismo e a risultarne infine vittima. Gli stessi titoli che d’Annunzio assegnò al testo di De Ambris hanno ascendenti massoniche , basti pensare a quello sull’Edilità, che prevedeva un collegio di esperti incaricati di assicurare “la sicurezza, la decenza, la sanità degli edifizii pubblici” ed “impedire il depauperamento delle vie e delle case sconce con vie mal collocate”. Ciò non è altro che un riferimento esplicito alle antiche maestranze “muratorie” che si assicuravano che le costruzioni contribuissero ad abbellire e a rendere funzionale la città. A noi, nel degrado quotidiano in cui siamo immersi, tutto ciò appare utopia, lo vediamo specialmente nelle città, come la nostra capitale, amministrate da movimenti politici decisamente avversi alla Massoneria. Ma per un abitante di una città nel Medioevo o nel Rinascimento tutto ciò era norma, e la Massoneria speculativa ha sempre mantenuto il suo legame di continuità con quella operativa. Anche l’importanza data alla musica rientra in questa concezione massonica della vita civile, come scrive infatti Galasso nel suo libro “La musica dei Lumi nata all’ombra delle Logge”, quella che d’Annunzio rese “una istituzione religiosa e sociale” era perciò “di ispirazione ideologica, di compenetrazione morale, di identificazione di ruoli, di comuni assunti tematici e simbolici”. Musica e Massoneria tendono alla universalità, per questo era previsto che ci fossero “in tutti i comuni della Reggenza corpi corali strumentali con sovvenzione dello Stato”.

In conclusione, il motto della decima corporazione, e che fu anche quello delle associazioni dannunziane che sopravvissero all’impresa fiumana fino alle fascistissime leggi del 1925 che vietarono ogni forma di associazione non subordinata e controllata dal regime fascista, era viatico di una, come diceva lo stesso d’Annunzio, “forma spiritualizzata del lavoro umano”. Non a caso, l’ultima associazione dannunziana che riunì i legionari e Arditi fiumani fu l’Unione Spirituale Dannunziana, sulla cui tessera campeggiava una fiaccola e lo stesso motto FATICA SENZA FATICA. C’è in queste tre parole, in questa espressione, non solo l’obiettivo umano di liberare l’uomo, mediante il progresso, dalla pena del vivere e dal senso della colpa indotto dal Cristianesimo con la macchia del peccato originale, ma anche la profezia, da realizzarsi anche mediante, diremmo oggi, una tecnologia equilibrata e rispettosa dell’ambiente, di un “nuovo ordine umano” un Novo Ordo Saeclorum, con al centro sempre quel lavoro umano instancabile di autoperfezionamento per il miglioramento dell’ordine generale, innalzato a forza creatrice e finalmente libero da quei vincoli economici e religiosi che opprimono ogni forma di emancipazione umana.
I legionari e d’Annunzio cercarono e credettero fino alla fine di poter espandere questo modello per farne un esempio per una nuova Italia e per un mondo nuovo. Prima cercarono disperatamente contatti con i socialisti e gli operai mobilitati nel nostro Paese, offrendo loro la possibilità di una saldatura con la rivoluzione fiumana, ma i loro capi “parolai e rivoluzionari da temperino”, non vollero in alcun modo collaborare. Poi si cercò di capire come e se quei Fasci di Combattimento nati con obiettivi altrettanto rivoluzionari potessero creare un terreno fertile di mobilitazione per sollevare la popolazione italiana, ma Mussolini temeva l’Esercito e il re e tradì d’Annunzio, arrivando persino a riferire agli emissari di Giolitti le mosse del Vate a Fiume, mentre egli era sotto assedio. Infine si cercò di far insorgere i popoli slavi soggiogati dalla Serbia, per restituire loro l’indipendenza e l’autonomia, ben 70 anni prima del tempo in cui se la dovranno conquistare da soli con una sanguinosissima guerra civile interetnica.
Giolitti era consapevole di quale pericolo rivoluzionario venisse da Fiume e sapeva anche che era solo questione di tempo prima che potesse trovare finalmente il modo di dilagare altrove con tutto il carico di armi e di veri combattenti che si riunivano in quella città. Per questo non si fece scrupolo di attaccare Fiume durante le festività natalizie, quando tutto il mondo aspira alla luce e alla pace, per avere l’occasione di colpire la città ribelle nel momento di maggiore debolezza. Nonostante ciò, come vedremo alla fine di questa opera, le truppe mandate a far sloggiare i legionari, furono respinte. Le cronache riferiscono che erano pagate e riempite di vino per portare a termine questo loro sporco lavoro, ma non ci riuscirono. E allora fu necessario mobilitare una flotta che nemmeno durante la guerra si era vista così in forze attaccare un unico obiettivo, e le cannonate dell’Andrea Doria colpirono case, straziarono e mutilarono donne e bambini, penetrarono nello stesso Comando di d’Annunzio per eliminarlo. Ma i legionari resistettero e alla fine capitolarono solo per risparmiare alla città altre macerie e morti innocenti

Questo, si può dire che fu lo spirito dell’arditismo che trovò compimento anche nelle altre istituzioni: La Lega di Fiume come momento di espansione dei principi libertari della Carta del Carnaro ad un insieme di popoli che si opponevano e si dovrebbero opporre tuttora allo sfruttamento ambientale ed economico da parte di una oligarchia che si impone con l’arroganza del potere, delle armi e del debito. E il Nuovo Ordinamento dell’Esercito Liberatore che si basa sulla forza non tanto della gerarchia militare, quanto piuttosto su quella del coraggio e dell’esempio. Vedremo poi in seguito nel dettaglio anche il secondo.
In conclusione, possiamo dire che queste istituzioni sono il canto del cigno dello spirito del nostro migliore Risorgimento, che l’anima dell’Arditismo non fu altro che il seguito e l’attuazione, in condizioni diverse, mutatis mutandis, di quello che fu prima lo spirito garibaldino in rosso e poi in nero quello degli Arditi della Grande Guerra. E che lo snaturamento di questo spirito, della sua storia e del suo esempio, avvenuto prima attraverso il fascismo, che lo tradì pur adottando i suoi simboli, e che illuse vari dei suoi artefici, sfruttando il loro cieco rancore verso uno stato assassino, e poi, con una Repubblica che a lungo ha misconosciuto meriti e coraggio per lasciar posto a corruttele e a servili clientele, ha degradato a tal punto la nostra cara Patria da minacciarla oggi nelle sue stesse fondamenta.
Non tutto però è perduto, anzi, proprio quando pare che si debba toccare il fondo dell’identità di una Patria immiserita, può emergere da essa, dalla profondità dei suoi valori e della sua tradizione e cultura popolare, oltre che dalla determinazione di una nuova élite combattente, una grandissima ed immensa forza che, oltre a “scoprir le tombe e a far levare i morti” come nell’inno di Garibaldi, a “scavalcare i monti e a divorare il piano”, come nell’inno degli Arditi, può riprendere il suo cammino rivoluzionario con l’esempio, la forza delle sue idee, il coraggio dei suoi artefici e soprattutto con la straordinaria grandezza di questo lascito centenario.

© Carlo Felici
13 continua

 

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Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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