venerdì, 10 Luglio, 2020

Semplificazioni e stereotipi non aiutano a capire

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Ho una grande ammirazione per Vittorio Emiliani che considero uno dei più grandi e coraggiosi giornalisti italiani. Non posso quindi che ringraziarlo per le manifestazioni di apprezzamento nei confronti di mio padre contenute nella sua lettera a Corrado Augias pubblicata il 23 gennaio su Repubblica. Devo però dire che trovo la sua tesi sulle responsabilità di Craxi nella “dissipazione dell’eredità culturale del PSI” – di cui l’avvicendamento di Massimo Fichera alla direzione di Rai2 sarebbe un emblematico esempio – eccessivamente semplificata. Ringrazio anche un raffinato intellettuale come Corrado Augias per le espressioni di stima nei confronti di mio padre contenute nella sua risposta, ma la rappresentazione che egli fa del PSI degli anni ’80 come luogo di “corruzione intellettuale” mi pare uno stereotipo che, come tutti gli stereotipi, trasformando una parte nel tutto non corrisponde a verità.

Al di là di ogni altra considerazione che la tesi secondo la quale Craxi “dissipò l’eredità culturale del PSI” sia una semplificazione mi sembra dimostrato dal fatto che nel 1982, alla conferenza programmatica di Rimini – che resta il più grande tentativo di far confrontare liberamente cultura e politica che io ricordi- parteciparono attivamente intellettuali come Gaetano Arfè, Federico Coen, Carlo Ripa di Meana, Stefano Silvestri, Federico Mancini, Enzo Cheli, Alberto Spreafico, Massimo Severo Giannini, Ettore Gallo, Gino Giugni, Franco Reviglio, Bruno Colle, Giorgio Ruffolo, Francesco Forte, Francesco Alberoni, Luciano Gallino, Alberto Martinelli, Gianni Statera, Aldo Visalberghi, Giovanni Bechelloni, Giuseppe Tamburrano, che credo possano essere considerati a tutti gli effetti esponenti di altissimo livello della “eredità culturale” del P.S.I. e più in generale del riformismo italiano. Alcuni di essi come Amato, Forte, Ruberti, Ruffolo e Vassalli furono, peraltro, indicati dal partito guidato da Craxi per primarie responsabilità di governo negli anni ’80.

Certo il rapporto tra Craxi e gli intellettuali fu complicato. Come ha osservato Covatta nelle valutazioni riportate nell’ottimo libro di Fabio Martini, Craxi aveva interesse per gli intellettuali e le loro elaborazioni, ma non ne aveva timore reverenziale e certo non ne assumeva le indicazioni politiche essendo un cultore del primato della politica e ritenendosi, a torto o a ragione, più capace e certamente più legittimato nel decidere cosa fare. Ciò lo portava – come scrive ancora Martini- ad avere una “reattività che sconfinò spesso nell’arroganza” quando questi assumevano posizioni in contrasto con le sue. Nel complesso credo avesse un approccio (criticabile ma non illegittimo) finalizzato non a “condizionare” l’intelligenza socialista (cosa che sapeva non essere possibile) ma ad “utilizzarne”, di volta in volta e in contesti diversi, le persone e le idee che riteneva più utili.
Quanto alla sgradevole immagine della dirigenza socialista data da Augias posso dire che così come non ho mai creduto che tutti i dirigenti del PCI fossero delle spie al soldo di Mosca (benché probabilmente tra di loro qualcuna ve ne sia stata) o che tutti i dirigenti democristiani fossero degli oscurantisti baciapile (benché alcuni loro effettivamente lo fossero) non credo si possa dire che tutti i dirigenti socialisti degli anni ’80 fossero degli avvinazzati puttanieri. Che vi fossero, come in tutti luoghi di potere, cortigiani e approfittatori è probabile, ma la stragrande maggioranza dei dirigenti socialisti che ho conosciuto e frequentato, dal sanguigno Paris Dell’unto al compassato Agostino Marianetti, dal cattolico Gennaro Acquaviva al protestante Valdo Spini, sono (o sono state) persone animate da una incontenibile passione politica che conducevano vite personali tutt’altro che sfarzose o dissolute.

Naturalmente ciascuno può avere i suoi ricordi e le sue interpretazioni, ma continuare a riproporre semplificazioni e stereotipi sui socialisti degli anni ’80 non mi sembra particolarmente utile a comprendere cosa realmente accadde.
Un’ultima notazione personale. Mio padre, che dopo la direzione della rete2 divenne vicedirettore generale della RAI fino al 1992 quando assunse la guida del network di TV pubbliche europee Euronews, rimase iscritto e attivo militante del PSI fino al 1994, mantenendo il suo fraterno legame con Enrico Manca e sviluppando un costruttivo confronto con Claudio Martelli, e continuò ad essere socialista per tutta la vita. D’altra parte non mi pare che né la RAI “dei professori” del 1993 né quella a egemonia PDS del 1996 abbiano ritenuto utile tornare ad avvalersi delle capacità di Massimo Fichera.

Daniele Fichera

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