domenica, 23 Febbraio, 2020

Sergio Romano, sovranismo e nazionalismo, due concetti legati al populismo

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Nel linguaggio politico corrente, nazionalismo, sovranismo e populismo tendono ad essere considerati sinonimi; il loro uso indistinto rende però confuso il dibattito politico. Il nazionalismo è una ideologia che, per affermarsi, ha sempre avuto bisogno di un nemico esterno; il sovranismo, invece, è un fenomeno più recente che ha bisogno di un nemico soprattutto interno. IL populismo costituisce un tratto comune sia del nazionalismo che del sovranismo, in quanto entrambi, per mobilitare i loro seguaci, hanno bisogno, come avviene per il populismo, di un riferimento diretto al popolo.
Il nazionalismo esalta il concetto di nazione e il sentimento di attaccamento alla patria; i suoi accoliti pongono al centro del loro pensiero e della loro azione l’idea di nazione e di identità nazionale, intendendo la nazione come collettività depositaria dei valori propri di un popolo o di un’etnia, e riconducibili al patrimonio culturale acquisito attraverso uno specifico percorso storico.
Il sovranismo esprime una posizione ostile a progetti sopranazionali, sostenendo la preservazione o la riacquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo, in quanto il trasferimento di poteri e competenze a un livello sopranazionale costituirebbe un fattore di indebolimento dell’identità storica, di declino e svuotamento del principio di rappresentanza diretta intercorrente fra i cittadini e l’establishment politico-economico dello Stato. Sebbene da alcuni considerato come una forma di nazionalismo diversamente espresso, il sovranismo si distingue da quest’ultimo, in quanto, in linea di principio, rivendica solo l’importanza della sovranità politica ed economica dello Stato, senza alcun riferimento a una presunta superiorità di una cultura, di una razza, o di una nazione rispetto alle altre.
Il populismo, infime, è la tendenza di un movimento politico a rivolgersi direttamente al popolo, in quanto considerato come unico portatore di valori positivi in contrasto con quelli propri dell’establishment dominante. Rispetto al nazionalismo e al sovranismo, quindi, il populismo è un connotato che caratterizza marcatamente le istanze del secondo, piuttosto che quelle del primo.
Il fenomeno del sovranismo di per sé non è nuovo, ma i movimenti che ad esso si ispirano hanno alcuni tratti in comune col nazionalismo: innanzitutto, essi credono di poter rinunciare alla democrazia rappresentativa, inaugurando, grazie alle nuove tecnologie dell’informazione, un regime di democrazia diretta; in secondo luogo, sono anch’essi portatori dell’idea che la rinuncia, anche solo a una parte della sovranità del Paese, a seguito una adesione a un qualsiasi trattato internazionale, sia causa di conseguenze indesiderate per l’economia nazionale e di vantaggi per altri Paesi. Quest’ultimo tratto ha consentito al sovranismo di assumere, negli ultimi anni, la dimensione di movimento politico, che in molti casi si è “impadronito” di forze elettorali tradizionalmente “vicine” a partiti preesistenti.
I movimenti sovranisti, infatti – afferma Sergio Romano, in “L’epidemia sovranista. Origini, fondamenti e pericoli” – sono stati accolti da una parte dell’elettorato democratico con un crescente consenso”, diventando un fronte del “malcontento”, composto da tutti coloro che sono stati motivati a cogliere l’occasione che veniva loro offerta “per trasformare in voti la rabbia popolare”, nata e diffusasi dopo gli effetti negativi dovuti allo scoppio della crisi seguita alla Grande Recessione del 2007-2008.
In Italia, un esempio delle “fortune” del sovranismo negli anni successivi alla crisi, è offerto dalla rapida affermazione sul piano elettorale del Movimento Cinque Stelle; questo, in un breve lasso di tempo, è riuscito e diffondere e a radicare nell’elettorato maggiormente colpito degli effetti della crisi la convinzione che le istituzioni comunitarie, in particolare la Commissione di Bruxelles e la Banca Centrale Europea, abbiano penalizzato l’economia nazionale e favorito di quella di altri Paesi, in particolare di quella della Germania. Inoltre, il Movimento Cinque Stelle è stato anche portatore del convincimento che la penalizzazione dell’economia italiana sia dipesa da un’eccessiva posizione subalterna dell’establishment politico nazionale nei confronti delle istituzioni europee; convincimento che lo ha spinto a fare accettare al proprio elettorato l’dea che una “piattaforma elettronica” potesse sostituire i parlamenti e restituire al popolo la sovranità perduta.
Tuttavia, secondo Romano, la causa della rapida affermazione dei movimenti sovranisti in questi ultimi anni è da rinvenirsi nella crisi delle grandi ideologie che, tra il XIX e il XX secolo, si sono “avvicendate sulla scena mondiale con il loro bagaglio di promesse”; è accaduto infatti che le ideologie del liberalismo, del socialismo, del comunismo e del nazionalismo siano andate incontro a “clamorose sconfitte” e siano state sostituite, dopo il secondo conflitto mondiale, dal prevalere del socialismo riformista democratico, il quale è divenuto il pensiero politico dominante all’interno delle società ad economia di mercato rette da regimi democratici. Ma le finalità del socialismo democratico sul piano delle giustizia sociale, resa compatibile con la libertà d’iniziativa nell’uso razionale delle risorse economiche disponibili, sono state frustrate dall’avvento della globalizzazione che, sebbene abbia coinvolto in un processo di crescita economica generalizzata molti Paesi arretrati, ha però, nello stesso tempo, creato condizioni di disuguaglianza distributiva tra le economie integrate nel mercato internazionale e tra i gruppi sociali presenti in ognuna di esse.
Il diffondersi e l’aggravarsi delle disuguaglianze distributive hanno costituito la base sulla quale i movimenti sovranisti hanno potuto “affinare” la loro contrarietà ai processi di delega di parti della sovranità nazionale a istituzioni sopranazionali; essi, infatti, a fronte degli effetti indesiderati causati dal processo di integrazione delle economie nazionali nel mercato mondiale, hanno potuto sostenere che i regimi democratici, aderendo acriticamente alla logica della globalizzazione, hanno favorito al loro interno la formazione di oligarchie finanziarie separate dal popolo.
A seguito di ciò, gli stessi regimi democratici non hanno tardato a manifestare inefficienza nel governo dei problemi sociali, essendo dominati da partiti trasformati in semplici macchine utili solo a consentire alle loro élite direzionali a farsi rieleggere, divenuti portatori di visioni politiche “schiacciate” sul presente. Inoltre, sempre secondo i movimenti sovranisti, i regimi democratici, aderendo a organizzazioni internazionali, hanno privato i loro popoli della possibilità di disporre degli strumenti necessari per difendere adeguatamente i loro interessi; ciò perché, i governi nazionali sono stati privati dell’indipendenza necessaria per stabilire da soli i termini in cui risolvere i problemi economici e sociali o quelli in materia di politica estera.
In Europa, le critiche dei movimenti sovranisti sono state rivolte in modo particolare all’Unione Europea, soprattutto per la decisone di fare entrare nell’Unione i Paesi dell’Europa orientale dopo il crollo dell’Unione Sovietica; prima di decidere questo allargamento, l’establishment dominante a livello europeo, avrebbe dovuto tenere presente, secondo i movimenti sovranisti, che l’intere dei “nuovi arrivati” era totalmente irriconducibile a quello dei sei Paesi che originariamente avevano firmato i grandi trattati del dopoguerra.
In effetti, i Paesi dell’Est europeo avevano il prevalente interesse ad essere ammessi nell’Unione perché, senza condividere gli ideali dei Paesi fondatori, avevano bisogno di essere aiutati ed assistiti dopo il lungo dominio subito da parte dell’URSS; un fatto, quest’ultimo, che secondo i sovranisti non ha tardato a causare effetti negativi nei confronti dei Paesi firmatari dei trattati originari, a causa della mancata creazione di un Europa federata e del mancato accoglimento dei consigli dell’ex presidente della Commissione europea Jacques Delors.
Ma il problema che maggiormente ha contribuito all’affermazione dei movimenti sovranisti è stato quello dei migranti. Le migrazioni – nota Romano – sono sempre esistite, ma “il fenomeno è andato progressivamente aumentando durante gli ultimi decenni del secolo scorso e ha raggiunto una brusca accelerazione nei primi due decenni del XXI secolo”. Il fenomeno migratorio è infatti quello che, coniugandosi con gli effetti negativi della crisi economica, ha contribuito maggiormente alla diffusione dei movimenti sovranisti.
Contro gli immigrati, molti Paesi europei hanno rafforzato i controlli alle loro frontiere e qualcuno di essi ha persino eretto delle barriere per impedire l’accesso dei migranti ai loro territori; mentre in altri, come ad esempio l’Italia, alcuni partiti politici, aprendosi alle ragioni del sovranismo, non hanno tardato ad “impadronirsi – sostiene Romano – del malumore nazionale per farne il cavallo di battaglia del loro programma politico”, arrivando a sollecitare, in nome della difesa dell’identità, della cultura e delle tradizioni della nazione, manifestazioni xenofobe ed anche razziste nei loro elettori.
Non casualmente, in Italia, il fenomeno migratorio, pur essendo sempre stato il numero dei migranti assai contenuto rispetto quello degli altri principali Paesi europei, viene percepito da parte dell’opinione pubblica con un grado di pericolosità due o tre volte superiore a quello reale: nel 2015, ad esempio, la popolazione straniera presente nel territorio nazionale ammontava al 7% di quella totale, ma la presenza di stranieri era invece ritenuta dagli italiani pari al 24%.
A quali pericoli il sovranismo può esporre il Paese?. A parte gli ideali che hanno suggerito le ragioni dell’adesione dell’Italia ad organizzazioni internazionali, comportando il sacrificio di una qualche parte di sovranità riguardo al governo di determinate materie, non si può prescindere dalla considerazione che il Paese, a causa delle sue debolezze strutturali (particolarmente evidenti nella fase attuale) ha necessità, non solo della solidarietà internazionale per risolvere alcuni dei suoi più immediati stati di bisogno; ma anche di entrare a far parte di organizzazioni soprannazionali per affrontare i grandi problemi della pace e della guerra.
Per continuare a far parte di questo disegno, però, conclude Romano, l’Italia non può accogliere le istanze sovraniste, soprattutto nella prospettiva del rilancio del processo di costruzione di un’Europa federata; ciò non significa comunque che si debba mettere a tacere ogni necessaria critica da rivolgere ai Paesi membri dotati del maggior peso economico-politico, i cui egoismi nazionali, oltre ad essere una delle cause principali della crisi economica, costituiscono l’ostacolo primo alla prosecuzione del processo di integrazione politica dell’Europa.

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