martedì, 7 Aprile, 2020

Shale Oil. Vicina a scoppiare
la bolla dell’oro nero

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Shale oil-bollaÈ alla base degli studi di economia: più un prodotto è disponibile, più diminuisce il suo valore e quindi il suo costo. È quanto sta avvenendo con il petrolio, il cui prezzo continua a scendere, l’eccesso di offerta soprattutto negli Stati Uniti ha portato non solo al calo del prezzo, ma alla capacità americana di riuscire a rendersi parzialmente autosufficiente dalle esportazioni di petrolio. Ma soprattutto per la prima volta è l’offerta a guidare il mercato. Se negli anni scorsi è stata la sempre maggiore domanda energivora a spingere a rialzo il prezzo, oggi l’abbondanza fornita dalla risorsa aggiuntiva dello Shale Oil ha raffreddato il mercato e favorito una discesa dei prezzi.
L’altra faccia della medaglia per gli americani che oggi scommettono per la prima volta sul ribasso dei prezzi è quella del rischio di un tracollo dei produttori dello Shale Oil.

Secondo un’analisi realizzata da Bloomberg sui bilanci di 60 società quotate a Wall Street, che hanno investito tutto sul greggio, a fine giugno i loro debiti ammontavano a oltre 190 miliardi di dollari, 50 miliardi in più rispetto al 2011. Gli ultimi quattro anni (quelli in cui il greggio ha cominciato a scendere la china) hanno visto raddoppiare il fardello a fronte di entrate in aumento solo del 5,6%. Secondo i calcoli di Bloomberg, molte di queste società spendono il 10% del fatturato per pagare gli interessi di un debito che ormai è diventato  junk,’spazzatura’ a causa dell’altissimo rischio di insolvenza. Le agenzie di rating, Standard & Poors’ e Moody’s,  infatti, classificano allo “Junk level” i 2/3 delle società americane attive nel settore del petrolio.

La bolla si gonfia ed è sempre più vicina allo scoppio, considerando la risalita dei tassi d’interesse e il calo continuo del prezzo dello Shale Oil che, dal mese di giugno a oggi ha perso quasi un terzo del suo valore.  Si tratta di una bolla speculativa pericolosa che potrebbe spazzare via l’economia Usa appena ripresasi dal tracollo del 2008: il settore energia, proprio a causa dell’impetuoso sviluppo negli Usa della estrazione di petrolio e gas ottenuti con la frantumazione degli scisti, secondo Barclays rappresenta oggi il 15,7% del mercato dei junk bond (titooli spazzatura), che a sua volta vale 1.300 miliardi di dollari e solo dieci anni fa pesava appena per il 4,3%.

Ma non è solo l’America, e lo Shale Oil, a fare i conti con il rischio di essersi agganciati a un bene considerato “durevole” che mostra le prime crepe. Anche l’altro gigante, la Russia, rischia di incorrere nello stesso pericolo.
A reggere l’economia russa per anni è stata proprio l’esportazione del greggio, tanto da finire per essere troppo dipendente da petrolio e gas (oltre il 50 per cento delle entrate statali russe nel solo 2013). Ma ora con il calo del greggio, unito alla crisi Ucraina e alle sanzioni internazionali, Mosca si trova a dover tirare la cinghia e a rifare i conti.

Il ribasso influisce di riflesso sull’economia russa: ogni calo di 1 dollaro del prezzo del greggio implica una perdita di 1,7 miliardi di dollari su base annua per il bilancio di Mosca. Anche supponendo che i prezzi rimanessero quelli di adesso, Mosca disporrebbe di quasi 50 miliardi di dollari in meno nel 2015, a cui si aggiungono altri 10-15 miliardi dovuti alle rinegoziazioni dei contratti del gas, su un budget di entrate (base 2014) di 400 miliardi. Ma il prezzo del petrolio è destinato a scendere ancora, anche perché per il perdurare della crisi economica a livello globale, se ne consuma di meno. Una congiuntura difficile da superare.

Maria Teresa Olivieri

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