domenica, 26 Maggio, 2019

Si è esaurita la spinta propulsiva dell’antifascismo identitario?

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Un mantra sgradevole sta togliendo il sonno a noi che siamo cresciuti e ci siamo formati politicamente durante la Seconda Repubblica. Nostalgici, svegliatevi! Destra e sinistra sono relitti del Novecento. Dimentichiamolo, questo orrendo secolo offuscato dalle ideologie e impregnato del sangue degli stermini di massa. Lo chiamano il Secolo Breve, ma è durato fin troppo a lungo. Ci perseguita ancora. Che il buco nero della storia inghiotta le sue schizofrenie, le sue anticaglie concettuali, i suoi manicheismi fuori tempo. Tempi gagliardi e rutilanti richiedono una rifondazione della politica. Ci bollano come populisti e invece siamo creativi 2.0: i nostri manicheismi sono nuovi di zecca. Noi incarniamo i primi termini, quelli positivi, di ogni opposizione generata dalla realtà cangiante delle cose: onesti e puri di qua, corrotti e impuri di là; democratici veri di qua, ipocriti e lacchè dei potenti di là; neofiti della politica e idealisti di qua, tecnocrati e politici intrallazzatori di là; nuovisti dell’era digitale di qua, passatisti nostalgici dei fax di là. E via discorrendo.

Il populismo, oggi, sembrerebbe avere una doppia incarnazione: una destrorsa – la Lega –, l’altra sinistrorsa – il Mov. 5 stelle. Questa è una distinzione tagliata con l’accetta: i partiti populisti sono camaleontici e opportunisti, combinano e ricombinano i riferimenti politico-culturali in un vorticoso caleidoscopio, a seconda delle convenienze e degli umori. Non è un caso che entrambi quei partiti-movimenti peschino abbondantemente nel bacino della sinistra tradizionale. I nuovi contestatori dello status quo parlano lo stesso linguaggio radicalmente altro: quello, semplificato all’osso, degli uomini contro – purchessia. Sono anti-élite e anti-capitalisti ma disprezzano la sinistra; sono ostili ai poteri forti, alle banche e alle élites reputate caste di mandarini, ma rimangono sempre ossequiosi verso la magistratura-giustiziera; non si definiscono né rivoluzionari né riformisti nell’accezione accettata; sono anti-immigrazione e anti-socialisti ma hanno in odio il termine conservatori; sono anti-francesi, anti-tedeschi e anti-Europeisti senza essere nazionalisti. Sono, semmai, sovranisti anarchicheggianti. I movimenti populisti rivendicano una natura ibrida e confusa, post-moderna e anti-moderna – siamo tutto e il contrario di tutto: non siamo né neri né rossi (ma un po’ di comunismo autarchico e assistenzialista ci piace), né progressisti né reazionari (ma cavalchiamo con orgoglio la Rivoluzione digitale), né professionisti della politica né militanti tradizionali (al governo però ci vogliamo andare diritti come fusi). Se tentate di afferrarci vi scivoleremo fra le mani come anguille. Parliamo in nome del popolo della Rete; annunciamo che comparirà alfine il Sol dell’Avvenire: la società della democrazia diretta, quella vera, nella quale uno vale uno. Eccolo il volto radioso del futuro.

Senonché dal furore iconoclasta non si salva nulla, né i leader competenti e colti, perché ancien régime, né i partiti tradizionali, corrotti fino al midollo, né le culture politiche ammuffite, né – tantomeno – il paradigma maestoso dell’antifascismo, collante della Repubblica fondata sul lavoro e sulla Resistenza. La sinistra, sballottata da venti contrari, balbetta e arretra su tutta la linea. E, quando reagisce, combatte una battaglia di retroguardia: passa dalla nostalgia venata di rabbia all’arroccamento ideologico. L’antifascismo è senza dubbio il “centro di gravità permanente” che in passato l’ha salvata dalle derive, l’ha ancorata a un’identità forte, l’ha inorgoglita, le ha dato un senso di missione storica. Ma il richiamo ossessivo all’identità antifascista rappresenta davvero un’occasione di riscossa? O non è piuttosto il segno di una disfatta annunciata, il grido di chi si sente condannato all’irrilevanza? Lo scenario attuale ha tutta l’aria di un déjà vu: più l’intellettuale e il dirigente di partito progressisti rischiano di annegare nelle società liquide, post-industriali e post-nazionali, maggiore è la tenacia con cui si aggrappano alla zattera di un antifascismo onirico, immaginario, dai tratti misticheggianti – fonte di energia e passione, luogo della memoria e dell’anima. Abbiamo smarrito la bussola, ma almeno sappiamo chi siamo e da dove veniamo. Una certezza ci rincuora: siamo antifascisti, per Dio!

È angosciante dover seguire le stelle all’improvviso, navigando a vista in balia delle correnti nell’oceano sconfinato del 21esimo secolo. Di certo non approderemo a un porto sicuro né ci salveremo dal naufragio rinchiudendoci in una corazza ideologica, menando fendenti nel vuoto come un cavaliere medievale impazzito: l’ennesima reincarnazione del Male Assoluto è un fantasma. Detto in altre parole: l’uso (o, meglio, l’abuso) dell’antifascismo come metodo di lotta politica – i cui tratti sono l’autoesaltazione e la concomitante demonizzazione dell’avversario – non ha più senso, anzi è controproducente. Altra cosa è la difesa della verità storica. Ripudiare l’antifascismo come clava ideologica ha precise conseguenze. Anzitutto la riscoperta della politica pragmatica, delle piccole cose, di nenniana memoria.

Il tema all’ordine del giorno è l’immigrazione. Ebbene, è politicamente sterile contrapporre vampate antifasciste alla retorica xenofoba che va per la maggiore. Non dico di lasciar campo libero ai demagoghi e ai razzisti che alimentano paure e insicurezze sul tagliagole dirimpettaio immigrato di recente, infischiandosene del fatto che i reati commessi da stranieri siano in costante diminuzione. Il punto è che non si rintuzza questa propaganda velenosa e vergognosa illustrando le virtù del multiculturalismo. Ben più efficace (e saggio) proporre politiche concrete che restituiscano dignità alle persone, nonché vivibilità ai territori e alle periferie degradate (infrastrutture, viabilità, case, attività culturali, interventi sociali ecc.). In politica bisogna tener conto del fattore psicologico. La percezione esagerata di un fenomeno reale non si dissipa con le prediche moralistiche. L’invasione delle orde islamiche non c’è stata. Né ci sarà. È innegabile però che interi quartieri di varie città italiane hanno mutato composizione etnica e sociale nel giro di appena un decennio o poco più. Il senso di spaesamento e disagio che ne deriva per gli italiani ‘nativi’ è comprensibile. Senza nulla concedere ai seminatori di zizzania, la cosa più stupida che si possa fare in queste circostanze è bacchettare gli italiani che esprimono il desiderio, comprensibilissimo, di riconoscersi culturalmente, per così dire, nel proprio Paese e nelle sue tradizioni storiche (si pensi alle polemiche ricorrenti sul presepe…). Dobbiamo prendercela con chi vuole città meno degradate, e più vivibili sotto il profilo della sicurezza personale?

Non lo si ripeterà mai abbastanza: nel tempo della politica intesa come narcisismo e propaganda permanente sui social media, dobbiamo recuperare la politica concreta, basata sul fare. È l’arma più efficace, questa, contro i demagoghi che promettono mari e monti. Vanno rilanciate, nel dibattito pubblico, quelle che sono le best practices della sinistra europea. Le politiche, intendo, che vanno alla radice dei problemi. Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, il partito socialista italiano si è battuto per dare un impulso alla cooperazione allo sviluppo in Africa e per cancellare il debito dei Paesi più poveri. Se Craxi fosse stato ascoltato, oggi non saremmo all’emergenza. Da che mondo è mondo, la sinistra ha un imprinting umanitario e internazionalista, il suo mandato è quello di aiutare tutti coloro che sono “nati indietro”, per dirla con Nenni. La solidarietà anzitutto. Detto ciò, le questioni spinose vanno affrontate con sano realismo, la demagogia lasciamola a chi sa praticarla.

La politica riformistica non può essere improntata all’idealismo assoluto. Sono convinto che gran parte degli italiani auspichi una soluzione politica giusta e dignitosa al problema ormai incancrenito del sottosviluppo, della miseria. Nessuna persona dotata di un barlume di coscienza si sognerebbe di pensare che gli africani o gli arabi o i pachistani dovrebbero marcire nelle loro terre sfortunate, o addirittura annegare nel Mediterraneo. Ma è forse da nobili idealisti propugnare (o subire) un’immigrazione incontrollata e quindi ingestibile? L’accoglienza, insomma, non può essere incondizionata, per tutti in egual modo. Solo un leader con vocazione suicida si atteggia a buon Samaritano nei confronti dei migranti economici, a prescindere dalle proprie concrete possibilità finanziarie. Non c’è sinistra in un Paese occidentale che non sia costretta a raggiungere un compromesso fra le necessità dei propri poveri e quelle del sottoproletariato che preme ai confini.

Tutti i politici al governo – anche quelli di ispirazione socialista e cristiana – devono compiere scelte difficili, a volte dolorose, sulla base dei sentimenti dell’elettorato, delle possibilità finanziarie in un dato momento, del consenso di cui gode l’opposizione xenofoba ecc. Guai a ignorare le preoccupazioni – legittime – dell’elettorato di casa nostra, come ha appreso il PD in seguito alla batosta elettorale del 4 marzo. Invocare il reato di opinione di fronte alle proteste di cittadini esasperati è demenziale e controproducente. Davvero qualcuno si illude che l’insofferenza verso l’immigrazione clandestina, che è figlia di un disagio profondo (l’insicurezza a tutti i livelli), causato da una globalizzazione selvaggia, scomparirà per incanto serrando i ranghi contro un improbabile fascismo di ritorno?

Che potenziali fascisti – meglio sarebbe dire estremisti violenti, ce n’è a iosa a sinistra, a destra, e in tutte le religioni – circolino liberamente, è fuori di dubbio. La questione è: che fare? Qui la strada si biforca. Il giacobino duro e puro sceglie la direzione peggiore: intende stanarli come il segugio che fiuta la preda lontano un miglio. E così finisce per azzannare anche l’innocente. Quando la patria democratica è in pericolo (lo è quasi sempre), non bisogna andare troppo per il sottile. Giacché il fascismo è una malattia dell’animo, un’infezione acuta. Il giacobino – rosso o nero – si getta con entusiasmo nell’ennesima caccia alle streghe. Il paradosso è che va a scontrarsi con il suo alter ego. Tutti gli intolleranti sono fatti della stessa pasta. Sia il fascista che l’antifascista intransigente vogliono intimidire e zittire l’avversario, anzi vorrebbero che scomparisse dalla faccia della terra, entrambi pensano di possedere l’unica, indiscutibile verità.

Il liberale o riformista, avendo un rapporto più sofferto e meditato con la o le verità, imbocca la via della ragionevolezza e del dialogo. Che i fascisti nostrani – considerato che non impugnano il mitra – cuociano nel loro brodo. Quelli disponibili al confronto, riconduciamoli nell’ovile democratico. La sinistra sana non ambisce a cancellare dall’orizzonte il proprio oppositore politico, bensì a persuaderlo. Guai se in democrazia le armi della critica diventano il surrogato della critica delle armi. La violenza verbale conduce, prima o poi, a quella fisica. Tutti possono sbagliare: un’idea, per quanto tossica o pericolosa, si combatte con altre idee, non potenziando il reato d’opinione. Le discussioni sono ben più utili degli anatemi e delle fatwe ideologiche: anche il fascista redivivo si può ravvedere. Questo è un ottimismo sulla condizione umana che val la pena coltivare. Finché rimangono nel buio e non agiscono in gruppo, creando una massa critica all’interno di partiti estremisti, i fascisti mascherati o conclamati non sono più pericolosi dei tifosi violenti. È vero che in certe circostanze potrebbero rivelarsi manovalanza della peggior risma. Tuttavia maggiori sarebbero i danni alla nostra società derivanti da una persecuzione politica preventiva.

È ora di prenderne atto: l’antifascismo non ha più virtù salvifiche, la sua spinta propulsiva si è esaurita. Non può più essere il collante di un’armata Brancaleone priva di un atlante politico-ideologico e di una meta. Ormai è solo sintomo di una paranoia politica oppure un ammuffito strumento ideologico per la costruzione del nemico. Se lo intendiamo come va inteso, cioè come spirito democratico e antitotalitario, l’antifascismo è appannaggio di tutti. Che poi ci siano ancora impettiti nostalgici del Ventennio – una sorta di fascisti democratici – non muta di una virgola questo dato di fatto. È dal dopoguerra che siamo assillati dall’eterna ricomparsa del ducetto di turno, sotto mentite spoglie. Negli anni della Contestazione calò il sipario del più bieco conformismo ideologico. Sei un uomo di potere magari un pochino decisionista? Sei in odore di fascismo; vuoi premiare il merito? Sei un borghese filo-fascista. Vuoi castigare lo studente indisciplinato o bocciarlo? Ecco, sei uno squadrista perfetto. E così via. Perché mai il preside (o il capufficio) autoritario, dai modi bruschi e poco incline al dialogo, sarebbe il manganellatore perfetto in un contesto storico diversissimo da quello attuale? Magari proprio quel tipo di caratteraccio lì, potrebbe indurlo a ribellarsi al potere costituito, e a salire in montagna con i partigiani. Allo stesso modo, il fatto di partorire pensieri cattivi o rabbiosi verso gli immigrati non è il segno inequivocabile di una idealizzazione aberrante del Duce o di un desiderio occulto di botte, torture ed espulsioni forzate.

Cari giacobini in salsa italica e antifascisti che si ergete, impettiti, a difensori della Patria Democratica in pericolo, mettetevi l’animo in pace. L’ideal-tipo del manganellatore in camicia nera è un parto della vostra paranoia. Se esistesse, quel losco figuro con occhi schizzati e mento volitivo, dovremmo – per par condicio e onestà intellettuale – concludere che le nostre piazze e strade sono popolate da una miriade di soggetti simili, anch’essi pronti a scatenare i loro istinti più brutali purché si fornisca loro il pretesto: il comunista sanguinario che sogna il ripristino dei lager e delle purghe staliniane, il terrorista rosso/nero che fantastica su stragi e corpi dilaniati, il militarista in divisa che vorrebbe un altro conflitto mondiale, il cristiano fanatico impaziente di gettare nel fuoco il Savonarola di turno, l’islamista radicale con il coltello affilato riposto nel cassetto ecc.

Se sfumo in tal modo il mio giudizio nei confronti di chi esibisce i “segni del male” in una realtà politica, la democrazia, che rende molto difficili le azioni sistematicamente eversive e devianti da parte di gruppi organizzati, non dovrei essere più cauto verso chi agì in situazioni aberranti, che peraltro non ho conosciuto, la cui durezza posso solo immaginare? Dobbiamo coltivare la verità storica su ciò che il fascismo fu e fece. Guai a dimenticarne gli orrori: il colonialismo in Africa, le leggi razziali, la collaborazione con Hitler, la partecipazione convinta a una guerra criminale. È tuttavia giunta l’ora di smetterla – a settant’anni dalla caduta del Fascismo – di demonizzare in blocco chi scelse la parte sbagliata. Eccezion fatta per i gerarchi collusi con i nazisti, per gli antisemiti conclamati, per i criminali di guerra e per gli architetti delle stragi, qualche distinzione possiamo cominciare a farla. Ci sono stati fascisti, i cattivi, che han salvato ebrei contro ogni aspettativa; e partigiani, i buoni, che hanno sparato a loro compagni nella schiena. Non è un commento cerchiobottista, questo: la Resistenza è il mio universo morale, non è solo un valore fondante della nostra democrazia. Semplicemente mi rifiuto di incasellare gli esseri umani in gabbie d’acciaio ideologiche. Né sono così arrogante da pormi come un modello di virtù. Come mi sarei comportato io di fronte a un sopruso commesso ai danni del mio vicino da una camicia nera? Avrei voltato la testa, addirittura cooperato con l’oppressore come fecero i collaborazionisti, oppure avrei scelto la lotta partigiana? Bisogna trovarcisi dalla parte sbagliata del fucile per poter giudicare gli altri. L’unica certezza che ho, è come mi comporto qui e ora, nella sola realtà che conosco, quella in cui il destino mi ha gettato.

Il 25 aprile di ogni anno ripeto ‘Ora e sempre Resistenza’. Ma non per questo sono così idiota da fare il gioco della destra xenofoba: le schermaglie ideologiche hanno tutta l’aria di una fuga dalla realtà. Tiriamo pure fuori gli artigli, ma usiamo anche il cervello che ci ha dato madre natura: ricostruiamo una sinistra combattiva, orgogliosa, che sappia affrontare i problemi della gente. L’antifascismo identitario, nostalgico e stantio, lasciamolo ai cenacoli radical-chic.

Edoardo Crisafulli

 

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