sabato, 31 Ottobre, 2020

Siamo stati generali

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Diciamo la verità. Quando si pensa alla classe politica italiana di trent’anni fa nasce spontanea, e quasi generalizzata, una sorta di rimpianto. Come furono duri e spietati gli anni della cosiddetta rivoluzione giudiziaria che mise al muro un’intera generazione di uomini politici di assoluto valore, così oggi gli stessi sono oggetto di una complessiva rivalutazione alla luce del paragone con i loro successori. Ma sì, proviamo anche noi a sondare questi paragoni. Primi ministri, per non andare troppo indietro, erano Andreotti, Spadolini, Craxi, De Mita per citarne alcuni, e oggi Conte, ministri degli esteri sono stati Saragat, Nenni, Moro e oggi abbiamo Luigi Di Maio, ministri della scuola Sullo, Gui, Mattarella, Bianco e oggi abbiamo Lucia Azzolina, ministri della giustizia sono stati Martinazzoli, Vassalli, Martelli e oggi abbiamo Bonafede. Segretari dei partiti politici erano Fanfani, De Mita, Forlani, Martinazzoli, per la Dc, Berlinguer, Natta, Occhetto per il Pci, De Martino e Craxi per il Psi, Saragat, Longo, Romita per il Psdi, La Malfa e Spadolini per il Pri, Almirante per l’Msi. Oggi abbiamo Salvini, Meloni, Zingaretti, Crimi che sono alla testa dei maggiori partiti, per modo di dire, italiani. E va bene. Ma la domanda che mi rivolgo é la seguente. Quando mai un presidente del Consiglio ha convocato un finto Conclave, finto perché già i giornali online pubblicano la sua relazione, della durata di dieci giorni, senza le opposizioni e senza alcuni partiti non ritenuti degni di tanta celebrazione, per affrontare i problemi relativi alla crisi dell’economia? Nei periodi in cui massima era l’attenzione alla consultazione e addirittura alla concertazione si svolgevano incontri con le categorie produttive che potevano anche durare venti ore. Penso, tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, al rapporto col sindacato, dopo la contestazione studentesca del 1968 e l’autunno caldo del 1969, penso, negli anni settanta e primi anni ottanta, ai gravissimi problemi legati al terrorismo rosso e nero che ha insanguinato l’Italia per oltre un decennio, penso, a metà degli anni ottanta, alla dura lotta contro l’inflazione che saccheggiava stipendi e pensioni. Non si svolse mai una kermesse in cui tutti potevano dir tutto, ma incontri con le categorie economiche su temi specifici. E poi il governo decideva. Craxi, che fu accusato-esaltato per il suo cosiddetto decisionismo, era il più attento a consultare i cosiddetti corpi intermedi, ma la responsabilità della scelta sul che fare se l’assumeva lui. Compito di un governo é infatti quello di tenere ben distinti i piani e le responsabilità. Francamente non conosciamo le intenzioni di Conte e dubito che le conoscano anche i suoi partner di governo. Della sua relazione, segreta e già pubblicata, conosciamo alcune parole d’ordine sfuocate del tipo, digitalizzazione e sburocratizzazione, ecologia, lotta alle povertà, che sono ormai come musica imparata a memoria, terzine di crome, in chiave di violino. E che fanno l’effetto di sol-la-si. Il Conclave di dieci giorni é cominciato. Personalmente avrei ritenuto più utile per l’Italia impiegare quei dieci giorni per varare leggi atte, lo sottolinea giustamente Bruno Vespa sul Carlino di oggi, a sospendere il codice degli appalti da sostituire con la più semplice normativa europea, a riformare il reato di abuso d’ufficio e della responsabilità erariale, che vedono funzionari restii a firmare qualsiasi atto per non finire coinvolti, a ridurre da cinque anni a cinque settimane le procedure per l’impatto ambientale, a rivedere l’impianto della legge Dignità, per allargare il campo delle offerte di lavoro, per non parlare dell’urgenza di una riforma del fisco che tutti chiedono e che ancora non si vede. Per far questo servono dieci giorni dietro a una scrivania, non dieci giorni a discutere col mondo. Propaganda e concretezza non vanno quasi mai d’accordo. Se Conte intende calare un poker sul tavolo della coalizione, con la subordinata di formare un suo partito, se ha bisogno di accendere su di lui le luci della ribalta per sfidare i suoi stessi alleati che hanno visto il Conclave come fumo negli occhi, il presidente de Consiglio ha scelto male il periodo. A chi non sono ancora arrivati i 600 euro di marzo sai te cosa gliene frega dei dieci giorni a Villa Pamphili…

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

1 commento

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    Paolo Bolognesi on

    La prima considerazione che viene da fare è di natura essenzialmente politica, perché, da un lato, l’iniziativa in causa può esser stata in fondo condivisa dai partiti azionisti del Governo, e allora i dubbi e malumori che sembravano esservi all’interno della stessa maggioranza erano di semplice facciata, e sostanzialmente “tattici”, oppure il Premier si è “imposto” ai partiti che lo sostengono inaugurando di fatto il “premierato forte”, nonostante la sinistra abbia sempre avversato una tale idea (se così fosse sarebbe una bella contraddizione per la sinistra).

    Venendo ai “contenuti”, dalla stampa di questi giorni apprendiamo che sarebbero in parecchi a non aver ricevuto la cassa integrazione, i quali andrebbero pertanto ad aggiungersi ai non pochi cui “non sono ancora arrivati i 600 euro di marzo”, come conclude il Direttore, tanto che ci sarebbe effettivamente bisogno di “concretezza” piuttosto che di “propaganda” – mutuando sempre le sue parole – nel senso di concentrarsi sul come far arrivare quanto prima i suddetti “soldi” a chi ne ha diritto, e anche necessità.

    In buona sostanza, occorrerebbe agire con la stessa premura ed attenzione che, da quel che si legge, sembrerebbe venir ad esempio dedicata, giustappunto in questi giorni, ai cosiddetti reati d’opinione, per i quali si vorrebbe un inasprimento delle pene, il che, se andasse in porto, limiterebbe la libera espressione del pensiero, nonché il diritto di critica, a dispetto del garantismo, secondo la tesi di chi si oppone ad una tale ipotesi (mi chiedo quale sia la posizione al riguardo della componente socialista che sta appoggiando l’Esecutivo in carica).

    Quanto alla “sburocratizzazione”, è argomento da tempo sotto i riflettori, tanto da rendere piuttosto malvista, se non “invisa”, la burocrazia, col rischio di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”, posto che la burocrazia non è di per sé buona o cattiva, anzi può talora risultare molto utile, perché ci tutela; si tratta di renderla “accettabile”, mentre l’impressione è che negli anni si sia sempre più “infoltita” e appesantita, e non sarà verosimilmente facile alleggerirla e sveltirla (salvo che per le “grandi opere”, dove si può ricorrere alla figura del “commissario”).

    Paolo B. 15.06.2020

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