martedì, 22 Ottobre, 2019

Palermo: nella scuola per risvegliare una generazione

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Palermo. Dopo aver redatto un articolo sulla pregevole iniziativa del “Sindacato degli Umbertini”, sono tornato al liceo classico Umberto I per incontrare alcuni rappresentanti e saperne di più su questo “Sindacato”. L’aria è sempre quella di casa per un umbertino, e sono stato accolto da Carmen, Carlotta ed Anna come si confà tra umbertini. Sono subito state disponibilissime a parlare per conto di questa aggregazione studentesca.  Non solo mi ha colpito la disponibilità, quasi d’altri tempi, di queste ragazze, ma addirittura la pregevole formazione di queste giovani tra i sedici ed i diciotto anni.

Prima domanda secca: cosa vi spinge a definirvi, appunto, “Sindacato”?
Noi ci occupiamo principalmente dei diritti degli studenti e di creare una consapevolezza all’interno della comunità studentesca che non riguarda solamente i diritti ma tutto ciò che ci renderà cittadini in futuro. Ci riteniamo un corpo intermedio capace di dialogare con le istituzioni a vari livelli, a partire dal livello scolastico fino a livelli provinciali e regionali con la “Rete degli studenti medi”. Il nostro essere “sindacato” deriva dall’essere a servizio degli studenti, rappresentandone non una sola fetta “eletta” ma l’interezza del corpo degli studenti.

Nel vostro statuto vi definite “apartitici”, ed un sindacato non può non esserlo. Però molti traducono l’apartiticità in apoliticità. Ora, Thomas Mann diceva “L’apoliticità non esiste. Tutto è politica”. Quindi vi chiedo: potete seriamente definirvi apolitici o semplicemente apartitici?
Noi non siamo assolutamente apolitici. Anzi, condividiamo con la sinistra gli ideali che facciamo nostri, tra i quali l’antifascismo, una vera lotta alle mafie, l’ecosostenibilità, il femminismo. Però non abbiamo una affiliazione politica ad un partito perché crediamo fortemente che la lotta per i diritti prescinda totalmente da un’affiliazione a questo o quel partito. Le osservazioni e discussioni politiche che facciamo sia all’interno del sindacato sia all’interno della rete degli studenti nascono dalla diversità che esprimiamo nel confronto interno, ma la linea politica non viene mai dettata dal singolo. Soprattutto, noi rimaniamo una associazione studentesca che vuole declinare diversi interessi con diverse posizioni, senza quindi indottrinarci vicendevolmente.

L’apartiticità quindi non si declina in una forma di atarassia nei confronti dell’interesse della cosa pubblica, o sbaglio?
Noi ci teniamo veramente a dialogare con le istituzioni, il nostro obiettivo è anche quello di diventare interlocutori di una regione (Sicilia, n.d.r.), in cui siamo riusciti a far approvare una nuova legge sul diritto allo studio, benché la regione stessa non stanzi i fondi per attuarla. Ovviamente ci sono delle posizioni politiche e dei partiti che non precludono al dialogo con noi, così come dei politici e dei partiti molto preclusivi al dialogo. Noi non abbiamo nessun tipo di pregiudizio, ed anzi vogliamo influire. Lo facciamo regolarmente già a livello regionale e stiamo pian piano arrivando a livello nazionale.

Il vostro sindacato si propone come “Anti-fascista, Anti-mafioso, Anti-razzista, Ambientalista e Femminista”. Questi valori come si declinano nel vostro agire?
Noi ci poniamo come obiettivo quello di partire da questi valori e costruire una Rete di studenti. Quindi c’è un’analisi politica dietro ogni nostra attività, sviluppando sempre un punto di vista critico che rimane comunque personale. Ci occupiamo di attività di approfondimento che possano interessare chi non è avvezzo alla politica, partendo da dibattiti e rassegne stampa come momento collettivo di discussione politica democratica, ma anche di organizzare manifestazioni o attività mutualistiche come può essere il mercatino del libro usato. Insomma, tutte una serie di iniziative che mirino a risvegliare la collettività da quel torpore politico-sociale al quale la pseudo-politica degli ultimi anni li ha quasi condannati.

“Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli esseri umani”, Carlo Rosselli, 1934. Vi rivedete in questo aforisma?
Assolutamente sì. Per noi “Antifascismo” significa esercizio della democrazia. Che, onestamente, è un esercizio che sembra essere mancato negli ultimi anni in Italia, e che noi vogliamo ricostruire partendo da una dimensione comunitaria. Questo essere antifascisti vuol dire ricordarci ogni giorno il valore della Democrazia e del modo in cui essa debba essere costantemente alimentata, a partire da cittadini “in erba”. Essere antifascisti significa anche dare il giusto peso ad ogni singola parola e non abusarla o svilirla, perché lo svuotamento delle parole del loro peso reale significa spianare la strada alla demagogia, ahinoi ciclica in questo paese. Mi viene in mente l’abuso della parola “Migrante”, che ha un’accezione negativa oggi ma che in realtà identifica semplicemente un soggetto che, per necessità naturali o sociali, si sposta da una località ad un’altra. Ci guardiamo quindi bene dal propugnare espressioni di queste forme malate di neolingua che nocciono soltanto ad una precipua comprensione dei fenomeni umani. Essere attenti perché si eviti un nuovo avvento del fascismo, essere presidio per la democrazia, è fondamentale, perché come diceva Hannah Arendt l’antifascismo è sempre lo stesso, ma i fascismi sono esseri mutevoli, cambiano aspetto e obbiettivo in funzione ai tempi in cui vivono.

In questi giorni state svolgendo il “Mercatino del libro usato”. Questo tipo di gesti, tipici della teoria del socialismo “rosselliano”, sono volute o sono forme di socialismo innato ed intrinseco nella vostra azione “sul campo”?
Allora, il mercatino nella nostra scuola deriva da una tradizione ereditata dalle generazioni precedenti della rappresentanza e del sindacato, che ci ha lasciato le idee e ci ha proposto i mezzi e i modi su come organizzare anche questo mercatino. I ragionamenti politici che riguardano le discussioni interne del sindacato si rispecchiano sempre nel percorso intrapreso nella pratica, ma ogni attività del sindacato ha come fine ultimo gli studenti e in alcun modo è connessa ad una ideologia politica “calata dall’alto”. Il mercatino nasce dall’osservazione dei bisogni della comunità studentesca e dal riconoscimento della necessità di un’attività del genere. Non nasce da una lettura di una lettura filosofico-politica e dalla messa in pratica di essa. Siamo contenti nel vedere comunque che i nostri ideali sono declinati in diverse teorie politico-filosofiche e che ad essa abbiano dato e diano voce ideologi di un grande calibro, però l’attività del mercatino nasce principalmente dalla necessità di ovviare al costo eccessivo dei libri di testo, dal caro-libri non affrontato dal governo nazionale e regionale, e spinge la comunità studentesca ad auto-organizzarsi. Questa attività peraltro riguarda non solamente il piano “economico”, ma cerca di lanciare un messaggio importante anche per l’ecosostenibilità della scuola: vendendo libri di seconda mano si cerca di applicare un risparmio di carta ed inchiostro che, altrimenti, andrebbe ad inquinare. Non a caso, le cartiere sono gli stabilimenti produttivi con il maggior tasso di inquinamento rapportato alla produzione.

Il 27 settembre a Palermo a piazza Verdi si svolgerà lo Sciopero per il Futuro. Qual è il centro di questo sciopero?
“Fridays for Future” ha fatto breccia nei cuori di milioni di giovani nel mondo perché il tema non è solamente l’ambiente ma, appunto, il futuro. Il nostro “diritto al futuro” che è messo ogni giorno a rischio, in Italia e nel resto del mondo, anche dal punto di vista ambientale. La lotta è quindi generazionale: non si è mai parlato di clima come se ne parla oggi, non c’è mai stata prima d’ora un’attenzione come quella di oggi da parte dell’Unione Europea, e non c’è mai stata una così grande mobilitazione contro l’emergenza climatica. È veramente bello che questo parta dal basso perché noi ci crediamo tantissimo. Scenderemo in piazza, senza alcuna bandiera o stendardo, perché siamo tutti uniti come giovani ed esseri umani nel chiedere e cercare di ottenere un cambio di rotta netta di politiche che, finora, hanno ignorato il problema e che non si sono fatte carico dei risvolti e delle conseguenze che il pianeta sta sostenendo. E per far questo chiediamo anche agli studenti un cambio personale: un cambio di abitudini, una maggiore attenzione all’utilizzo ed al potenziale riciclo di ciò che usiamo quotidianamente, un utilizzo meno spasmodico della plastica anche. Noi a Palermo parteciperemo allo sciopero globale del 27 settembre, parteciperemo anche alla manifestazione nazionale del 20 settembre e la settimana che andrà dal 20 al 27 organizzeremo delle attività connesse alla questione ambientale, collaborando anche con associazioni ed enti come – per esempio – Legambiente.

Visto che vi definite sindacato, tornerei un attimo a bomba sul tema. Maria Elena Boschi, membro dell’area ormai dominante nel PD ed all’epoca esponente di governo, non molto tempo fa ha dichiarato “La scuola con associazioni sindacali può funzionare? No”. Siete concordi o discordi con questa visione?
Non credo che esista posizione più distante dalla nostra. Noi incarniamo lo spirito sindacale all’interno delle scuole, e crediamo che una comunità che voglia autodeterminarsi non possa dirsi tale senza la presenza di corpi intermedi di rappresentanza e coinvolgimento attivo. La comunità studentesca non nasce e non vuole sentirsi nata per un mondo del lavoro che non ci rispecchia e non ci coinvolge. Noi vogliamo crescere, prendere coscienza e formarci come cittadini, entrare nel mondo del lavoro e non per divenire funzionari. Quindi una scuola senza un sindacato la vediamo morte, così come le anime di chi sta nelle scuole. La tensione tra la teoria e la pratica è un’esperienza da cui crediamo gli studenti possano apprendere molto: forma il carattere, aiuta a superare vincoli, siano essi interni od esterni, aiuta a comprendere che le sconfitte non esauriscono le energie né la persona in sé. Le politiche sulla scuola nel nostro paese svantaggia lo spirito d’iniziativa collettiva come il nostro, generando disillusione verso il mondo, causa l’esclusiva astrattezza dell’apprendimento, e di conseguenza una forma malata di cosmopolitismo relativistico che altro non è che un individualismo di comodo.

Dell’esperienza degli scioperi dell’autunno del 2008, quelli della generazione “Onda Anomala”, di incredibile collaborazione sociale, di quello spirito di giustizia sociale, di quella voglia di cambiare questa scuola ma non peggiorandola, di quell’anelito di cambiare il mondo… cosa avete ereditato come generazione?
Come in quegli anni, anche noi siamo scesi in piazza contro la “Buona scuola”, al fianco di docenti, dirigenti, personale scolastico. Siamo contenti di quel che si vide nelle piazze, molto meno dell’approvazione di quella riforma, che non rispecchia la nostra visione della scuola. Ci sentiamo un po’ figli di una vecchia canzone. Non “Nata sotto il segno dei pesci” (ridono, ndr), ma figli di una vecchia canzone, nel senso che sentiamo vicine alcune generazioni passate per una sorta di desiderio di riscatto per un “esperimento fallito” che non ci ha abbandonati. Noi sentiamo forte la eco di quelle voci e di quelle battaglie, ma siamo forse diventati incapaci di esprimere i nostri bisogni. Ecco perché, secondo noi, servono nelle scuole i sindacati. Anche quelli degli studenti, perché c’è un potenziale, una energia che va incanalata ma che è sopita. Quella energia inespressa che è vista come apatia ma che è dovuta al totale disinteresse verso le generazioni per le quali lo Stato non fa nulla né per la formazione né per creare occupazione. In Sicilia ad esempio viviamo una situazione in cui i “NEET” (Not Emplyed, in Education or Training) sono costretti ad emigrare per poter essere adeguatamente formati o per trovare un’occupazione per non rimanere tagliati fuori dal mondo del lavoro. Questi sono i disastri di una politica che non guarda ai bisogni sociali, questi sono i disastri di una politica che non fa meritocrazia ma ci mantiene in un regime quasi punitivo.

Come cambiereste questa scuola? Come proporreste di modificare il sistema scolastico del nostro paese? Da cosa comincereste?
Ci sono tante idee diverse. Sicuramente il rendere la scuola realmente pubblica, soprattutto evitare che le famiglie con figli studenti siano soffocati dalle spese per libri e cancelleria, soprattutto visto il caro-libri. C’è chi propone l’aggiunzione di una “quarta media” per permettere una maggiore formazione di base, chi amplierebbe il monte ore di storia, soprattutto considerando che non riusciamo mai ad approfondire bene i contesti storico-geopolitici e di conseguenza le differenze caratteristiche dei contesti culturali, le mutazioni ideologiche e politiche concrete dalla cui comprensione discende una maggiore consapevolezza e per non essere un popolo di contemporanei, come diceva Montanelli. Poi, la scuola è la nostra casa: la scuola dovrebbe essere più aperta fuori dalle ore curriculari e permettere l’aggregazione e gli approfondimenti. La formazione, infatti, non si concretizza solamente nel nozionismo delle ore curriculari ma trova il suo culmine nel confronto e nel dialogo. Non è possibile che, finita l’ultima ora curriculare, i battenti della nostra scuola si chiudano a qualsiasi fenomeno di aggregazione studentesca.

Ed invece, dell’intero “Sistema paese”, cosa ritenete sia opportuno cambiare?
Ci sono, anche qui, tante cose. Ci sarebbe da sbloccare i fondi destinati all’istruzione, tagliati più volte negli ultimi dieci anni. Ora, anzi, sembra che il governo sia intenzionato a sbloccare 2 miliardi di fondi per la scuola, e la cosa ci rende fiduciosi. La spesa pubblica non può più permettersi tagli all’istruzione, così come alla sanità ed alle pensioni. Vanno riviste integralmente le politiche sul lavoro, che non danno più tutele ai lavoratori favorendo solamente i grandi imprenditori. Questo non crea benessere, ma solamente instabilità in prospettiva dei lavoratori e, quindi, della popolazione italiana. Il benessere non si crea per “sgocciolamento” delle risorse dai “piani alti”. Un lavoratore che non ha stabilità occupazionale e un reddito umanamente sostenibile come può pensare di creare una famiglia e mettere al mondo un bambino? Ecco il circolo vizioso in cui politiche capitalistiche a vantaggio dei soli grossi gruppi imprenditoriali ha catapultato il paese. Va rivisto il sistema di formazione secondaria di secondo grado, creando anche percorsi alternativi o complementari specializzati, come le Ausbildung in Germania, che diano possibilità di entrare nel mondo del lavoro. Alternativi agli istituti tecnici e complementari e paralleli ai licei. Poi, al posto di tagli sui servizi iniziare una seria politica fiscale che veda una tassazione vera sui grandi patrimoni, i colossi industriali e l’imprenditoria gigantesca che si nasconde nel web, che costituiscono oggi i veri evasori. L’evasione è stimata intorno ai 130 miliardi l’anno: non è il fornaio che non ti fa lo scontrino di 20 centesimi di pane ad essere evasione, quanto pane dovrebbe vendere per arrivare a 130 miliardi? Una vera lotta all’evasione dei colossi industriali ed economici, una politica serrata che tolga ossigeno alle mafie, come potrebbe anche essere la legalizzazione delle cosiddette droghe leggere, darebbe allo stato quel gettito per produrre posti di lavoro, creare percorsi d’inserimento e, parallelamente, mantenere il finanziamento dei beni e dei servizi essenziali per lo Stato.

Ultima domanda: visto che siete apartitici ma non apolitici, come la vedete sul governo Conte II e come sul precedente esecutivo Conte?
Allora, avevamo una linea completamente oppositiva rispetto al primo governo Conte, soprattutto per la linea politica troppo sbilanciata verso il “fenomeno-Salvini”, che ha imbarbarito temi, modi e toni nelle istituzioni, sul web e sui media. Era un governo che precludeva ogni ascolto di voci fuori dal coro. Ora col governo Conte II siamo più speranzosi di poter essere ascoltati, visto le possibilità di dialogo e vista anche la distensione dei toni, che erano diventati veramente barbarici. Non ci sbilanciamo e giudicheremo a suo tempo, ma le premesse sembrano migliori rispetto al governo gialloverde.

Il Compagno Mattia Giuseppe Maria Carramusa
Federazione dei Giovani Socialisti – Palermo

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