sabato, 7 Dicembre, 2019

Siria: i ribelli attaccano la “giugulare” del regime

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Per il quinto giorno consecutivo è battaglia a Damasco. L’esercito siriano ha bombardato pesantemente i distretti di Qaboon e Barzeh, nella capitale Damasco, mentre in altre zone della città proseguono i combattimenti fra militari e ribelli. Altri scontri sono in corso nella località di Zabadani, nella provincia di Damasco, a Tall Kalakh, nella provincia di Homs, in numerosi quartieri della stessa Homs e ad Aleppo, seconda città del Paese. Particolarmente tesa la situazione nella Capitale il giorno dopo l’attentato che è costato la vita al ministro della Difesa, Daud Rajha, al suo vice Assef Shawkat e a un alto responsabile della sicurezza, Hassan Turkmani.

OFFENSIVA PER DAMASCO – Attraverso le dichiarazioni di un portavoce, il comando centrale dell’Els ha fatto sapere che l’armata ribelle ha lanciato l’«ultima offensiva per la conquista della capitale» sottolineando che «probabilmente i combattimenti andranno avanti per qualche settimana ma alla fine vinceremo». Gli fa eco il ministero dell’Informazione siriano che ha affermato che «il governo conferma che è iniziata l’offensiva per Damasco ma che questa offensiva rappresenterà la fine per i “terroristi” delle forze lealiste per ripulire il Paese dai terroristi».

INSORTI CONTRO BANDE FILOGOVERNATIVE – Numerose fonti hanno riferito che, in molti quarieri di Damasco, sarebbero le “bande” filogovernative “Shabeeha” a confrontare gli insorti. Gli Shabeeha, letteralmente “i fantasmi”, sono entrati in azione più volte durante i 16 mesi di sollevazione, rendendosi responsabili di massacri come nel caso della strage nella città di Hafa lo scorso giugno.

IL BILANCIO DEGLI ULTIMI SCONTRI – Almeno 48 persone, di cui 40 civili e otto ribelli sono morti nelle violenze di ieri in Siria. A riferirlo è stato l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), precisando che nove vittime si contano nei combattimenti in corso in alcuni quartieri di Damasco, in particolare Al Midan, Qadam, Kafar Suseh e Tadamon, dove le forze governative starebbero impiegando anche elicotteri.

LA POSIZIONE TURCA Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha chiesto al presidente siriano Bashar al-Assad di dimettersi. In un incontro a Mosca con il presidente russo, Vladimir Putin, Erdogan ha affermato che «a causa delle spietate azioni del regime di Assad 18mila persone sono morte e ci sono 40mila rifugiati in Turchia, 150mila in Giordania e 20mila in Libano». Il primo ministro turco si è comunque detto contrario a un intervento militare esterno contro il regime di Damasco. «Sarà il popolo siriano a decidere il destino di Assad», ha dichiarato, mentre Putin ha descritto i colloqui con Erdogan come «una buona base per il futuro della Siria».

GLI STATI UNITI – Gli Stati Uniti hanno ampliato le sanzioni contro gli esponenti del governo di Damasco e le compagnie che lavorano con il regime. Vengono colpiti 29 alti funzionari, cinque compagnie che producono missili, armi chimiche e biologiche e una compagnia legate ad un collaboratore del presidente Bashar al Assad. Fra i 29 funzionari, vi sono i ministri delle Finanze e la Giustizia, oltre al governatore della Banca Centrale siriana. «I passi intrapresi riflettono il fermo impegno degli Stati Uniti nel far pressione sul regime di Assad perché metta fine alla carneficina e lasci il potere», ha commentato il sottosegretario al Tesoro per il Terrorismo e l’intelligence finanziaria,

ALTRE DISERZIONI – Nel frattempo gli equipaggi di due elicotteri siriani hanno fatto defezione e sono atterrati con i loro velivoli in Giordania alcune ore dopo l’attentato di Damasco, secondo testimoni oculari. I due elicotteri da combattimento, hanno precisato i testimoni, provenivano dalla cittadina di Daraa, nel sud della Siria, e sono atterrati nella base militare giordana di Mafraq.

Roberto Capocelli

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