domenica, 7 Giugno, 2020

Sorge su Fiume un nuovo sole rivoluzionario

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Fiume. La rivoluzione ardita e tradita

Il nuovo anno a Fiume si aprì con uno “schiaffo di velluto” che, come vedremo, era destinato a radicalizzare ulteriormente gli eventi.
Il 3 gennaio 1920 si conobbe nella città il testo di un “memorandum” firmato dai rappresentanti inglese, americano e francese e presentato alle autorità italiane, il quale con toni melliflui, ostentava il fatto di voler favorire in ogni modo l’Italia mentre, concretamente negava al nostro Paese interessi vitali, dato che assegnava la Dalmazia alla Jugoslavia, considerava Zara città libera, con regime doganale jugoslavo sotto il controllo della Società delle Nazioni, e soprattutto proponeva la creazione di uno Stato cuscinetto, sempre sotto l’egida della medesima consorteria, che avrebbe fatto arretrare il confine italiano dalla zona di armistizio di ben 32 chilometri. L’impudenza “cortese” di tale documento arrivava a proporlo “nell’interesse, preso nel senso più alto, della stessa nazione italiana”
Il Comandante, a cui l’ironia non era mai mancata, replicò appunto con la “sua specifica” nota di “Cortesia”
“…Non si può negare una certa intenzione di cortesia a questa ferocia trinitaria.
….Bisogna riconoscere che questo truce capestro ci è offerto dai nostri grossi Alleati con squisitezza più che bizantina..
……Si pretende che l’uomo – specie l’uomo italiano – sia l’animale più accomodativo dell’universo.
Rimaniamo intanto, come consiglia l’eroe di Premuda, in tranquilla attesa. E, come il buon Esopo, lasciamo parlare le bestie”

Il governo italiano, come controproposta, presentò un suo memoriale in cui, pur ribadendo la validità del Patto di Londra, si mostrava disponibile ad un “compromesso” per raggiungere “un accordo generale” che avrebbe comportato l’accettazione di uno Stato libero di Fiume, ma con la frontiera stabilita dal Patto di Londra. In tale nuovo “corpus separatum” l’italianità di Fiume avrebbe dovuto essere garantita nei confronti della maggioranza di slavi che inevitabilmente si sarebbe creata con questa nuova definizione del territorio. In particolare, a tal fine, doveva essere assicurata una strada costiera, larga appena 300 metri, all’interno del nuovo Stato Libero, collegata direttamente alla frontiera italiana. Si chiedeva inoltre l’annessione all’Italia delle isole di Cherso e Lagosta, Zara come città libera, la neutralizzazione della costa dalmata e il diritto di cittadinanza degli italiani di Fiume e della Dalmazia entro il loro territorio.
Il memoriale italiano però venne rifiutato il 9 gennaio dai rappresentati inglese e francese che erano disposti a concedere solo uno spostamento della frontiera italiana verso oriente.
Infine, il 13 gennaio venne definito il nuovo “compromesso Nitti” il quale prevedeva l’abolizione dello Stato cuscinetto, un certo ampliamento territoriale per l’Italia in alcune zone montuose e costiere, il Corpus separatum, con una strada di collegamento con l’Italia sotto sovranità italiana, il controllo internazionale (cioè della Società delle Nazioni) della ferrovia e del porto di Fiume, Zara con il suo distretto di Stato libero, e altre quattro isole dalmate.
Nitti dichiarò di poter ratificare tale compromesso solo se fosse stato accettato anche dalla Jugoslavia ( allora Regno dei Serbi Croati e Sloveni) e, se ciò non fosse avvenuto, si sarebbe tornati necessariamente al Patto di Londra.

Fiume assumeva così la fisionomia di “Stato indipendente e sovrano” anche se nel testo definitivo degli Alleati, venne presentata una formula “erronea” ma particolarmente significativa: “Stato indipendente sotto la garanzia della Società delle Nazioni”, non quindi sotto la garanzia dell’Italia..e non era un “errore da poco”..sempre ammesso che fosse “un errore”.
Il governo jugoslavo chiese prima un rinvio per decidere, mentre il presidente americano Wilson si intestardì, negando sia il compromesso che il Patto di Londra. La ragione vera di tale ostinazione sarà spiegata da Nitti in un colloquio con Giuriati che osserveremo tra breve.
Gli jugoslavi, che poi, in gran parte, non erano che ex austroungarici, concedevano all’Italia l’Istria ma pretendevano autonomia nazionale alla popolazione slava, tutto il resto alla Jugoslavia, autonomia amministrativa per Fiume e Zara ma porto e ferrovie sotto amministrazione jugoslava.
Come abbiamo accennato, i primi di gennaio arrivò anche Giuriati a Parigi in qualità di “delegato del Comandante” con una rappresentanza fiumana, ma non venne ricevuto in alcun modo dai francesi.
Come risposta a tale atteggiamento sprezzante, il 16 gennaio, in occasione delle elezioni presidenziali francesi, un aereo fiumano, dopo avere attraversato le Alpi, sorvolò Parigi lanciando pacchi di manifestini con un messaggio di d’Annunzio al popolo francese in cui tra l’altro era scritto in francese: “Se l’ingiustizia contro la città italiana di Fiume e contro i cittadini italiani della Dalmazia è consumata, si deve sapere che il combattimento è inevitabile e che il sangue deve essere versato….proviamo a debellare la grande causa di innumerevoli menzogne e calunnie. Ma la spada della rivolta è ben forgiata e non può essere offuscata da tanti aliti maligni ed è pronta a tagliare altri nodi”

Il pilota fiumano Carminiani fu costretto ad atterrare all’aeroporto di Bourget dove ebbe accoglienze calorosissime da parte dei suoi colleghi aviatori e anche della stampa francese che dette ampie notizie del volo, contribuendo così a diffondere la causa della rivoluzione fiumana anche in Francia.
Nitti tentò invano di bloccare l’aereo per catturare l’aviatore alla frontiera, ma Carminiati ben presto spiccò di nuovo il volo per far ritorno da dove era venuto.
Nei colloqui con Nitti, Giuriati ci riferisce le paure del premier italiano e soprattutto ci spiega bene l’ostinazione di Wilson nel voler negare tutto all’Italia e concedere invece tutto il possibile alla Jugoslavia. Ecco le parole di Nitti riportate da Giuriati nel suo libro “Con d’Annunzio e Millo”: “Dal settembre non abbiamo più crediti perché Wilson è ancora padrone della situazione. Si va dicendo che l’America ci è ostile perché vuole riservarsi un buon affare in Adriatico: chi afferma questo non conosce l’America: l’America ha tanti affari e così importanti, che non si occupa delle briciole. Invece la verità è che gli jugoslavi in America rappresentano una forza elettorale maggiore della nostra, perché sono meglio organizzati: di ciò si preoccupano i dirigenti americani. Nelle condizioni in cui ci troviamo io ho bisogno di concludere una transazione sul terreno politico per non compromettere le altre nostre questioni internazionali – non si scandalizzi – anche una transazione negativa….Noi somigliamo ad uno che stesse litigando per un bel giardino e intanto lasciasse bruciare la casa dove dovrebbe abitare per godere il giardino. Devo salvare il Paese da questo pericolo e anche dall’incendio bolscevico, la cui grande fiammata correrà l’Europa fra qualche mese….”

Dopo avere ribadito le sue paure, Nitti cercò di convincere Giuriati che la soluzione offerta dal compromesso era estremamente vantaggiosa perché garantiva la totale autonomia di Fiume, comunque legata all’Italia da un cordone stradale, che i fiumani non avrebbero così pagato tasse allo Stato italiano, che la ferrovia e il porto avrebbero potuto essere controllati dall’Italia per tramite della Società delle Nazioni, che gli italiani dalmati sarebbero stati garantiti e protetti dalle autorità italiane nel loro territorio per l’elezione dei loro rappresentanti e che l’annessione della Dalmazia avrebbe portato invece l’Italia a dover gestire centinaia di migliaia di slavi, con molti rischi per la pace.
La reazione del Comandante non si fece attendere già da subito, da quando la delegazione fiumana non era stata inizialmente ricevuta. Il suo proclama intitolato “Le brache di Cagoia” non lasciava adito a dubbi su come egli considerasse il premier italiano, ne citiamo alcuni passaggi:
“L’insegna di Nitti non è il tricolore, è un’insegna di viltà e di bassezza…l’uomo della disfatta e del baratto, Cagoia, a Parigi come a Roma, infigge al suo bastone di poliziotto le brache che sempre gli cascano dalla paura. Dopo avere assassinato la vittoria, egli ha assassinato il tricolore.
Ma a Fiume non sventolerà l’insegna di Cagoia, perché i legionari hanno la loro bandiera nera, hanno pugnali, hanno bombe a mano, hanno fucili e hanno nei magazzini milioni di cartucce…Le brache di Cagoia non sbatteranno sulla nostra Torre Civica e sulle belle logge venete di Dalmazia, prima che i legionari abbiano sparato l’ultima

Questo è fermo.
Viva, oggi e sempre, la compiuta Italia!”
Come si evince da questi eventi, l’isolamento dell’impresa fiumana si faceva sempre più stringente, quindi si rendeva necessaria una azione decisa per allargare il fronte del dissenso non solo in sede nazionale, ma anche in campo internazionale, cercando di creare una seria alternativa ad un equilibrio generale deciso dalle grandi potenze di allora a scapito dei loro “vassalli” o colonizzati.
Mentre era a Parigi, quindi, Giuriati ebbe modo di incontrare Saad Pascià Zaglul, presidente del gruppo egiziano a Parigi, nell’ambito di un piano generale che prevedeva di organizzare una sorta di antagonista della Società delle Nazioni, con una azione che potremmo definire “no-global” ante litteram. Si trattava, ma lo vedremo meglio in seguito, di creare le condizioni per una alleanza dei paesi oppressi contro gli oppressori, mediante alleanze e forme di lotta varie, ma ancora da definire.
Il delegato egiziano si mostrò subito disposto ad una azione comune contro l’imperialismo inglese ma non tanto contro gli Stati Uniti perché era impossibile per gli egiziani rinunciare ai loro aiuti.
Il messaggio del delegato egiziano al Comandante è particolarmente bello e toccante nei suoi accenti accorati per la difesa dei diritti dei popoli oppressi dall’imperialismo e conserva tuttora una sua validità non solo nella storia, ma anche per gli eventi che si profilano, mutatis mutandis, nel nostro contingente, perché gli imperialismi mutano ma purtroppo perdurano. Eccone alcuni passaggi significativi:
“…Noi vinceremo. Il dramma che si svolge in Egitto è soltanto un episodio, ma grandemente significativo, del dramma immenso che si agita nel segreto delle coscienze politiche fra le teorie egoiste del passato e i principi che devono regolare il cammino dell’umanità verso un avvenire di giustizia sempre più perfetto. Noi vinceremo. La forza brutale cade nel tempo, ma la legge dello spirito è eterna….La fratellanza e la spirituale unione che oggi collegano i nostri due paesi traggono la loro origine dagli antichi legami fra Egitto e Roma che sollevarono insieme nel mondo la fiaccola della civiltà….A Voi, che nel vostro cuore di poeta avete trovato accenti di simpatia così commoventi per la nostra causa, posso assicurare l’amicizia e la riconoscenza più profonda di tutti i miei compatrioti”

Era un buon inizio per allargare il consenso sul piano internazionale e non fu l’unico contatto che Giuriati ebbe in quella circostanza, infatti allora egli ebbe modo anche di avvicinare il rappresentante irlandese Sean T. O’ Cellaigh, inviato allora a Parigi, a lui Giuriati ebbe modo di spiegare come d’Annunzio aveva intenzione di creare una “Lega di Fiume” che, seguiamo le parole dello stesso Giuriati: “avrebbe dovuto raccogliere tutti i popoli e gli interesi sacrificati a Versaglia dalla prepotenza, dalla ingiustizia e dalla ignoranza. O’Cellaigh accolse dapprima piuttosto freddamente le mie dichiarazioni, come era naturale in un uomo pacato e avveduto, che poteva perciò essere considerato perfetto rappresentante della sua razza. Ma nei successivi colloqui il ghiaccio parve prossimo a fondersi, tanto che avevamo preso accordi per precisare le trattative, quando..dovetti lasciare Parigi”
Si trattava a quel punto di allargare il fronte rivoluzionario interno all’Italia e qui la questione si fece cruciale, perché il piano insurrezionale da estendere all’Italia, pur essendo stato programmato immediatamente dopo l’impresa fiumana, era stato varie volte rimandato o frenato soprattutto dall’azione di Giuriati e della Massoneria di cui egli era rappresentante “monarchico” nei confronti di d’Annunzio, egli infatti, sebbene riconoscesse l’alto significato morale patriottico dell’azione dannunziana, non vedeva nel Comandante il personaggio adatto a creare una svolta rivoluzionaria in Italia né colui che potesse avere doti tali di statista da guidare un intero Stato moderno. E bisogna dire, che, pur da posizioni diverse, anche Mussolini e vari generali, tra i quali lo stesso Caviglia, non la pensavano poi diversamente.
A rinfocolare la prospettiva rivoluzionaria, dopo le dimissioni di Giuriati nel dicembre che però, come abbiamo appena visto, non gli impedirono di adoperarsi anche in seguito all’estero per la causa fiumana, fu il potente capo del sindacato dei marittimi, Giulietti che spinse l’acceleratore affinché la causa della rivoluzione fiumana non languisse, ma fosse presto estesa al resto del nostro Paese per imporre un nuovo ordine sociale più favorevole a chi era stato penalizzato dalla guerra e alle classi lavoratrici che ne avevano sopportato il maggiore onere, senza ottenere alcun vantaggio sostanziale.

In realtà sia Giulietti che il Comandante si vennero incontro reciprocamente con straordinario tempismo. Il 5 gennaio 1920 Giulietti mandò il fratello Riccardo a Fiume con lo scopo preciso si intraprendere una impresa insurrezionale in tutta la penisola per “assicurare ad ognuno il frutto della propria opera, ed il necessario per vivere a chi è invalido, o non atto al lavoro, o ammalato o disoccupato”Si trattava quindi di mettere in atto una vera e propria rivoluzione su tutto il territorio nazionale ovviamente partendo da Nord per poi arrivare fino a Roma. Al Comandante era richiesto un messaggio da trasmettere a tutte quelle forze che sarebbero state più sensibili verso un profondo cambiamento istituzionale in Italia, in particolare “tenendo presente la necessità di incominciare da Errico Malatesta, al fine di potere poi vincere più facilmente le eventuali resistenze del partito socialista senza il quale si riteneva inattuabile il progetto”
Prima di riportare integralmente la inequivocabile risposta con cui il Vate sembrò disposto ad aderire senza alcuna esitazione e con grande entusiasmo a tale intento, ci pare opportuno fare alcune considerazioni in merito a quella che era allora la situazione politica, economica e sociale dell’Italia per osservare se tale progetto avrebbe potuto concretamente realizzarsi.

L’Italia era uscita dalla Grande Guerra irriconoscibile ed aveva imboccato la via della guerra civile, già per altro in corso con frequenti scontri di piazza e morti in varie città italiane fin dal 1919, i governi allora in carica erano del tutto impotenti a trovare una soluzione efficace che, da una parte tutelasse gli interessi nazionali nel contesto internazionale del primo dopoguerra, e dall’altra potesse attuare concretamente delle riforme efficaci, tali da smorzare sul nascere i conflitti sociali allora in corso dando luogo ad una nuova stagione di grandi cambiamenti anche istituzionali
Le elezioni politiche, pur avendo fatto avanzare notevolmente le forze politiche di estrazione popolare, in particolare, i socialisti ed i cattolici, non avevano creato in alcun modo le condizioni affinché dei nuovi governi potessero affrontare con strumenti ed iniziative nuove i gravissimi problemi che allora restavano aperti. Del tutto evidente, quindi, che una situazione del genere, perdurando, era destinata ad incancrenirsi, senza alcun altro sbocco che quello che avvenne poi, con l’affermazione dell’uomo forte o “della Provvidenza”.

Questo avvenne soprattutto per gli errori madornali dei socialisti, i quali allora avevano due alternative: la prima era quella di saldare il movimento rivoluzionario fiumano con quello in atto in Italia con l’occupazione delle fabbriche, distribuendo armi agli operai, realizzando una rivoluzione che avrebbe portato la Carta del Carnaro a sostituire il decrepito Statuto Albertino, mediante una marcia su Roma con un esercito che difficilmente avrebbe sparato nel mucchio e di cui solo gli alti ufficiali erano di stretta fede monarchica. La seconda era quella di sostenere il fronte riformista facente capo prima a Turati e poi a Matteotti, per assumere concretamente responsabilità di governo, usando la minaccia rivoluzionaria solo come spauracchio, ma concretamente per ottenere grandi cambiamenti in campo economico e sociale. La classe liberale, in quel caso, consapevole della forza politica e “militare” del movimento operaio, avrebbe solo cercato di limitare i danni, invece di passare all’offensiva che, invece, portò a termine in seguito, sostenendo Mussolini, solo a causa delle rovinose divisioni dello schieramento socialista.

Nessuna di queste due iniziative allora indispensabili venne intrapresa. Ci fu l’illusione rovinosa che lo Stato liberale dell’anteguerra, avrebbe potuto usare i suoi antagonisti a suo piacimento, per poi tornare a governare come sempre aveva fatto il Regno d’Italia dalla sua nascita. La mancata consapevolezza che la Guerra aveva aperto una prospettiva senza ritorno, fu la causa essenziale della rovinosa serie di eventi che portarono in seguito all’affermazione del Fascismo e alla fine della democrazia in Italia.
Il responsabile di questo demenziale atteggiamento socialista che assomiglia un po’, mutatis mutandis, a quello che ebbe Berlinguer negli anni 70, non essendo in grado né di favorire una alternativa politica assumendo responsabilità di governo in una veste socialdemocratica riformista, né di fare una rivoluzione cambiando gli assetti del potere in altro modo più ortodosso e autenticamente comunista, ebbe un nome e cognome che presto sveleremo

Prima vogliamo menzionare integralmente la risposta che d’Annunzio dette a Giulietti proprio in occasione dell’Epifania del 1920
“Mio caro compagno,
c’è una volontà mistica che conduce gli eventi, in questa zona luminosa dove si foggiano le forme nuove della vita libera
Domattina doveva partire per Genova un mio messo; ed ecco, stanotte arriva il tuo buon fratello! Tu mi vieni incontro, mentre io mi muovevo verso di te. Il tuo messaggio è veramente provvidenziale.
Il significato della mia impresa e della mia ostinatissima resistenza diventa ogni giorno più manifesto agli spiriti non ingombri di pregiudizi e di basse passioni.
Tutte le volontà di rivendicazione e di rivolta – nel vasto mondo – si orientano verso l’incendio di Fiume, che manda le sue faville molto lontano. Attendo fra giorni ambascerie dall’Egitto, dall’India, dall’Irlanda, da tutte le genti offese ed oppresse. Fin dall’ottobre scorso ho influito direttamente sul moto egiziano contro i “divoratori di carne cruda”
Ho lavorato profondamente per dare un nuovo aspetto alla questione adriatica. Anche i Croati, desiderosi di scuotere il giogo serbo, si volgono a me. La Croazia, a cui il Patto di Londra dà Fiume, cede nettamente Fiume all’Italia. La rivoluzione dei “separatisti” è pronta. Deve scoppiare prima che la primavera richiami i contadini ai lavori della terra, cioè prima del 15 marzo. E’, infatti, principalmente una insurrezione dei “lavoratori della terra”. Io posso condurre il movimento. Io posso entrare in Zagabria come liberatore. Tutto è disposto per questo. Ho le armi anche; ho le cartucce del Persia, a milioni. Mi manca quel che Machiavelli chiama “il nerbo della guerra”.Un fiero lavoro fu fatto anche in Dalmazia, per l’autonomia. La Dalmazia si costituirà in Repubblica, con una Lega delle città marine, da Zara a Cattaro, italianamente compresa fra le Dinariche e il mare, nella sua integrità originaria.
Perché questo disegno – fondato sulla più calda “realtà” deve perdersi?
Tu hai compreso perché io abbia voluto rimanere qui, affrontando i peggiori pericoli.

Oggi, qualsiasi sforzo di liberazione non può partire se non da Fiume. Per una più vasta impresa sociale, io debbo partire da qui. Il mio spirito si appoggia in questa riva per qualunque balzo in avanti, specie per balzare sull’altra sponda. La nuova parola parte da qui. Qui le nuove forme di vita non soltanto si disegnano ma si compiono. Leggi questo mio proclama ai soldati. In nessun luogo della terra si respira la libertà come su questo Quarnaro che è simile a un “mare futuro”
Io sono rientrato nel popolo che mi generò. Sono mescolato alla sua sostanza. Vivo coi soldati semplici, semplice soldato. Divido il rancio con loro. Cammino al loro fianco. Canto le loro canzoni. Parlo il loro linguaggio. Divento il loro interprete rude
Se tu assistessi a certi spettacoli umani, qui, comprenderesti che la vera “novità” di vita non è là dove la dottrina di Lenin si smarrisce nel sangue. Il cardo bolscevico si muta qui in rosa italiana: in rosa d’amore.
E’ necessario che io possa resistere qui fino al giorno che tu mi annunzii.
E ora il nemico cerca di stancare, di disgregare, di infettare, di affamare.
I lavoratori del Mare non vorranno sostenere la mia resistenza?
Tuo fratello mi assicura che Enrico Malatesta non pronunziò l’ingiuria contro i Legionarii di Fiume. Ne sono lieto. Se egli mi conosce da vicino, subito sentirebbe che il mio spirito supera ogni altro nell’ansia di raggiungere le estreme vette della libertà, quelle dove la massima parte degli uomini non sa respirare
C’intenderemo
Nessuno è più pronto di me per la grande azione.
Tutte le strutture che ci ingombrano io le ho già rovesciate
E io sono interamente fuori dal cerchio delle istituzioni sterili e delle leggi esauste. Inoltre, ho imparato a ben combattere. Io so combattere.
A qual punto è la preparazione?
Intanto – ricorderete – io debbo essere posto in condizione da poter resistere e reggere qui fino a quel giorno.

Ti scrivo in fretta. Sono le tre del mattino: ante lucem.
Tuo fratello aspetta nella stanza attigua. Il destino è sospeso nella stanza attigua. Il destino è sospeso nel silenzio notturno. Ma rumoreggia tuttavia dentro di me il mare che stanotte ho lungamente ascoltato
Arrivederci. Ti abbraccio. Uno per tutti, tutti per uno
6 gennaio 1920
Ore 3,25
Gabriele d’Annunzio. ”
E’ una risposta inequivocabile che dimostra palesemente come il Comandante fosse forse già da tempo pronto per tale esito rivoluzionario e non attendesse altro che le condizioni idonee per metterlo in atto, liberandosi prima degli elementi più militaristi e fedeli all’istituto monarchico e consolidando al tempo stesso i legami con quelle forze che egli riteneva non solo più adatte, ma soprattutto più convinte a portare a termine tale opera che era destinata a cambiare profondamente il Paese, raggiungendo quelle che egli definisce “le estreme vette della libertà” con un’aria nuova che a Fiume già molti respiravano a pieni polmoni.
Malatesta, da poco tornato da Londra per un decreto di amnistia, aderì immediatamente al progetto, a quel punto Giulietti convocò una riunione a Roma a cui furono invitati i capi più più in vista dell’ala massimalista socialista tra cui Bombacci, Malatesta stesso e colui a cui abbiamo accennato e di cui sveliamo ora il nome: Giacinto Menotti Serrati. Malatesta e Bombacci non ebbero esitazione ad aderire al piano per realizzare, mediante un progetto rivoluzionario, un nuovo ordine sociale più favorevole alle classi lavoratrici, ma Serrati, nonostante l’esplicito intento di trasformare il “cardo bolscevico” in una “rosa d’amore italiana”, si oppose, da una parte in nome della vecchia avversità neutralista nei confronti di d’Annunzio, da un’altra perché temeva lo scontro violento con una parte dell’esercito ed infine perché completamente disilluso sulle capacità di “reggenza politica” di d’Annunzio.
Mancando quindi un perno fondamentale attorno a cui doveva ruotare il progetto rivoluzionario da estendere a tutta l’Italia, esso fallì e, come abbiamo già narrato nell’opera precedente “Dalla Grande guerra alla guerra civile”, Serrati non fu in grado né di sostenere validamente la spinta dei riformisti del suo partito che alla vigilia della Marcia su Roma persino espulse, né di portare avanti un progetto rivoluzionario concreto che sicuramente avrebbe visto anche il plauso dello stesso Lenin che considerava d’Annunzio “l’unico vero rivoluzionario presente in Italia.”
Sarà, anche in questo caso, opportuno specificare, con un’altra piccola parentesi, quando e come emerse questa definizione da parte di Lenin.

Molti infatti tuttora si chiedono ancora quale sia la fonte da cui emerge la famosa frase di Lenin del 1920: “In Italia c’è un solo rivoluzionario e cioè d’Annunzio”
Ebbene, ce lo spiega uno storico molto autorevole come De Felice:
“Il giudizio di Lenin risulta soprattutto da due testimonianze. Una di N. Bombacci, in una intervista pubblicata il 30 dicembre 1920 da “La Tribuna”: “Il deputato comunista” si legge in essa “dichiarava che il movimento dannunziano è perfettamente e profondamente rivoluzionario; perché d’Annunzio è rivoluzionario. Lo ha detto anche Lenin al Congresso di Mosca.” L’altra, più tarda ed indiretta, di G. Tuntar (in “L’Italia del Popolo” di Buenos Aires del 13 gennaio 1935), riguardante una critica mossa da Lenin in un Congresso ai socialisti italiani: “Bisognava sfruttare la situazione creata dall’impresa dannunziana per volgerla ai fini della rivoluzione proletaria italiana; le proposte fatte al partito (da Giulietti per un’azione all’interno) dovevano essere ascoltate e discusse accuratamente”
Invece, come abbiamo ampiamente dimostrato, furono sbrigativamente liquidate da Serrati, così l’Italia perse il treno della rivoluzione e imboccò il binario della reazione, senza minimamente sostare in una “stazione riformista”.
Come vedremo in seguito, però, nonostante questo arresto improvviso che deluse non pochi legionari e soprattutto colmò di tanta “rabbia antisocialista” la gran parte degli Arditi, che Mussolini sarà poi abilissimo a sfruttare, d’Annunzio non si perse d’animo e decise di surclassare gli stessi socialisti “parolai” di Serrati con un validissimo socialista sindacalista rivoluzionario, interventista che chiamò a realizzare almeno a Fiume il suo progetto rivoluzionario in maniera non solo istituzionale, ma come era solito per il Vate, anche “artistica”. Alceste De Ambris, come vedremo in seguito, fu non solo invitato a Fiume con l’incarico di sostituire Giuriati, ma soprattutto per preparare un nuovo “arditissimo” progetto istituzionale che desse l’immagine e la concreta presenza di quelle alte “vette” di libertà che il Vate aveva descritto a Giulietti. De Ambris si mise solertemente all’opera che riuscì a completare in circa tre mesi. Ma di questo parleremo poi, ora veniamo agli ultimi eventi del gennaio del 1920 con cui concluderemo questa puntata mensile.

L’11 gennaio alcuni aerei fiumani “bombardarono” Trieste, in pieno stile dannunziano, di manifestini con “Saluto aereo” e intitolati anche “Il sacco d Fiume”. Tra l’altro il Comandante vi passava in rassegna i nomi di tutti coloro che, nello scorso dicembre, avevano cercato di lusingarlo promettendogli un seggio senatoriale, in cambio del suo abbandono dell’impresa e a ciascuno riservava il motto che era ormai impresso su tutte le autoblinde fiumane: “ME NE FREGO”seguivano le parole: “Oggi conosco i costanti e gli incostanti, i fedeli e gli infedeli, i puri e gli impuri, gli animosi, e i vigliacchi. Ho veduto la smorfia involontaria dell’inganno e il pallore terreo del tradimento. E quanto più densa e più sincera è fatta la forza che ho nelle mani!…Fiume è divenuta il centro spirituale di tutte le ribellioni dei popoli contro l’ingiustizia, di tutte le sollevazioni verso la libertà, e la prossima primavera si annunzia come un vastissimo tumulto di lotte e di fervore, dove si udranno battere i più lontani cuori fraterni. Ai triestini è proibito gridare “Viva Fiume!” ed è proibito levare la faccia al rombo dei motori fiumani, ma i giovani piloti di Fiume incontrano nell’aria le ali di Egidio Grego e di Ernesto Gramaticopulo. Uno viene dal cielo di Capodistria, l’altro dal cielo del Piave. E i vivi e i morti, orgogliosi di essere fuorilegge, si salutano con la mano.
Lo stesso giorno, 11 gennaio, De Ambris esordiva con il suo primo discorso a Fiume in cui metteva subito le carte in tavola nel merito di quella “rivoluzione che dovrà liberare l’Italia” e al Teatro la Fenice tra l’altro disse: “La politica fiumana non si limita neppure ad assicurare l’Olocausta all’Italia con l’annessione. I nostri orizzonti si sono allargati. Il nostro respiro si fa ogni giorno più ampio. Fiume non significa più oggi soltanto un lembo di terra che vuole ricongiungersi con la Madre Patria. Fiume oggi significa nel mondo un’idea e una fiaccola: il punto di convergenza di infinite speranze, il centro di irradiazione d’ un movimento meraviglioso di liberazione. (…) Noi ci volgiamo a tutti coloro che ci sono fratelli nel dolore e nella povertà e ad essi tendiamo la mano alzando questa fiaccola che ha nome Fiume. In ogni parte del mondo vi sono vittime della stessa tirannide (…) Ve ne sono in tutti i continenti e tutti i mari e in tutti gli arcipelaghi. Forze immense, ma sparse e divise. Chi le redimerà? Ebbene, cittadini e legionari, qui Roma riprende la sua grande missione! Qui sulle rive del Quarnaro poiché qui s’affissano gli sguardi e le speranze di tutti gli oppressi, e di qui noi vogliamo forzare l’Italia a mettersi a capo di tutte le nazioni povere e sfruttate” Il discorso integrale venne pubblicato nel giornale “La Testa di Ferro” il 1 febbraio 1920, con il titolo “Non è mai troppo tardi per andare oltre”. Quasi fosse una risposta secca e determinata di un socialista ancora ferventemente rivoluzionario sia verso i compagni riformisti impaludati nel loro inerte parlamentarismo, sia verso i parolai bolscevizzanti, altrettanto inattivi che predicavano la rivoluzione ma non erano affatto disposti a farla sul serio. La missione di Fiume era delineata e sembrava dovesse essere così artefice, nel suo afflato anticapitalista ed antimperialista, di un suo destino spirituale ed etico, oltre che politico.

Questa atmosfera di grande fervore, non solo patriottico ma anche autenticamente internazionalista, doveva avere il suo culmine “mistico” nella consacrazione del “pugnale votivo” in occasione della ricorrenza di S. Sebastiano, quando l’appassionato amore di d’Annunzio per il “soldato di Cristo” che lo accompagnerà anche nel suo esilio del Vittoriale, fece sì che nella Chiesa di S. Vito si celebrasse una cerimonia, poi condannata dalla Chiesa ufficiale, ma che fu una importante sacralizzazione dell’amore cittadino per la causa fiumana e del fervore della popolazione attorno al Comandante, più volte da alcuni storici negato ingiustamente e tuttora volutamente oscurato, ma che ribadiamo e confermeremo, documentandolo, anche descrivendo le ore più difficili della “città olocausta”
Nel corso della cerimonia religiosa, condotta dall’Ardito sacerdote Padre Giuliani, venne consegnato dalle donne fiumane al Comandante un artistico pugnale in oro ed argento che fu realizzato fondendo vari gioielli donati proprio da loro per tale occasione, per ringraziarlo per la sua dedizione e per il suo eroismo. Nessuno le aveva sollecitate, quindi appare assurdo che tra d’Annunzio e la popolazione ci fosse screzio o animosità. Lo stesso Padre Giuliani benedisse tale dono “consacrandolo” e le donne lo offrirono quindi al Comandante “…a voi soldato che per la Santa Causa di Fiume avete sacrificato e siete pronto a sacrificare le più belle e le più estreme vostre energie, a voi eletto da Dio a irradiare nel mondo la luce di una rinnovellata libertà, questa arma santa, questo pugnale benedetto, in cui sono fusi assieme ai nostri pochi argenti e ai nostri pochi ori, le anime nostre e i nostri cuori, le donne di Fiume e d’Italia, quelle donne che vi degnaste di chiamare eroiche, offrono religiosamente, onde con esso possiate incidere sulla viva carne dei nostri nemici la parola -Vittoria-” Il Comandante risposte con uno dei suoi celebri discorsi, rievocando la figura di S. Sebastiano martire a lui particolarmente cara e immaginando che la lama del pugnale a lui donato fosse battuta col ferro della prima e dell’ultima delle frecce che lo trafissero a celebrare “Immortalità dell’amore! Eternità del sacrifizio! Le vie dell’immolazione sono le più certe; e il sangue dell’eroe e dell’eroina è inesauribile. Voi lo sapete, sorelle in Cristo, fratelli nel Dio vivo. Questo è il senso di questo mistero. Questa è la significazione di questo dono…”
Finita la cerimonia, acclamato dalla folla e salutato dagli alalà dei legionari, il Comandante rientrò poi nei suoi alloggiamenti ma quel giorno di “fede votiva” era destinato a restare impresso nella sua mente e ad essere ricordato anche molti anni dopo nello stesso 20 gennaio del 1933, quando restò sigillato nel ricordo di un suo appunto segreto “quel pallore che sembrava santificarmi”
Fiume era ormai pressoché sola a combattere e a fronteggiare il suo assedio, ma era lo stesso più che mai determinata a reagire con le armi ad ogni soluzione che trascurasse la concreta riunione con la sua madrepatria italiana. Il 24 gennaio si riunì pertanto il Consiglio Nazionale per deliberare i provvedimenti necessari alla difesa e anche in quella occasione il Vate ricordò il suo “pugnale votivo” con i suoi accenti mitici: “Ferrum est quod amat Così è di noi. Gittiamo tutto il resto nel profondo Carnaro; e teniamo l’arma e leviamo l’arme. Questa che mi fu data in San Vito dalle vostre umili eroine, significa – A Corpo, a corpo – .

La vittoria d’Italia non ha più le ali? Ebbene combatterà a piedi con noi, compagna dei fanti, fante di lunga lena. Signori del Consiglio, è compresa nella leva che voi state per decretare”
Venne così ratificato in data 26 gennaio 1920 il servizio militare obbligatorio a Fiume per tutte le persone di sesso maschile della città e del suo distretto, nate nel 1901, 1900, 1899, 1898, 1897. Tale servizio sarebbe durato obbligatoriamente “fino alla soluzione della questione di Fiume, liberamente accettata dal Consiglio Nazionale” L’articolo 6 decretava che il comando supremo della città era affidato al Comandante d’Annunzio e infine l’articolo 8 stabiliva la formula del giuramento del legionario in armi: “Giuro di difendere con tutte le forze e fino all’estremo il territorio nazionale e di obbedire agli ordini del Comandante di Fiume Gabriele d’Annunzio.”
L’assedio di Fiume era ormai condotto dal generale Caviglia che non aveva di sicuro le stesse simpatie per d’Annunzio del suo predecessore Badoglio, egli di conseguenza non perse tempo nel ristabilire la disciplina e soprattutto nel propagandare verso i giovani ufficiali il disprezzo per l’iniziativa fiumana e la tolleranza zero verso qualsiasi tentativo di diserzione. Si sperava così anche in un ravvedimento di quegli ufficiali che erano passati dalla parte di d’Annunzio, ma che non erano disposti a seguirlo nelle sue velleità rivoluzionarie.
In particolare, il generale Nigra, non solo si era particolarmente distinto nei suoi toni accesi e livorosi verso d’Annunzio e i suoi legionari, ma si temeva che preparasse anche una azione di sabotaggio per impadronirsi dell’aeroporto da cui decollavano gli apparecchi fiumani.

Gli Arditi che egli aveva più volte definito “Manigoldi, guardia d’onore del più gran manigoldo” non esitarono dunque a passare all’azione per neutralizzarlo.
Ci sono molte versioni di questa beffa che venne organizzata ai danni del generale Nigra, ma i fatti che la riguardano sono piuttosto semplici. All’auto del generale che nella notte del 26 gennaio si apprestava ad attraversare il valico del monte Luban e che, per il ghiaccio, era costretta a procedere alquanto lentamente, venne teso un agguato e, nel gelo della notte, essa venne rapidamente bloccata dagli Arditi, circondata e il gruppetto dei prigionieri con il generale venne presto accompagnato a Fiume, mentre lo stesso Nigra da lupo rapidamente si trasformò in pecora, sbraitando che lui aveva sempre ammirato d’Annunzio e che era vittima di un equivoco.
Una volta giunto al palazzo del Comando, al cospetto di d’Annunzio, il generale impecorito subitaneamente continuò a belare la sua ammirazione per il Comandante e a reclamare il fatto che lui era solo interessato ad un accordo con i fiumani per prevenire un attacco jugoslavo. Le sue piroette per scagionarsi vennero però adeguatamente “lette” da d’Annunzio che mandò un dispaccio al generale Castelli per verificare se tale intento era concreto. Ovviamente non vi fu alcun seguito a tale iniziativa e tutto ciò non fece altro che allarmare ancora di più Caviglia e Nitti che decisero così di incontrarsi a Roma.
La prigionia dorata del generale Nigra accolto in ogni caso con tutti gli onori, seppur “ilari”, si concluse il 9 febbraio, quando egli, dopo un colloquio “pastorale” con il Vate, fu riaccompagnato al suo comando. La vicenda gli favorì anche un avanzamento inaspettato, dato che, pur essendo stato programmata per lui la collocazione a riposo, si decise di non metterla in atto, per non mostrare debolezza verso gli insorti fiumani.
Questa vicenda è abbastanza sintomatica del fatto che un’azione decisa e tempestiva dei legionari, anche fuori dal territorio fiumano, non avrebbe incontrato una resistenza particolarmente accanita, anche nelle alte sfere dell’Esercito.

Il mese si concluse con l’esordio di De Ambris come nuovo Capo di Gabinetto, il quale il 28 gennaio illustrò al teatro Fenice la situazione interna nei vari settori.
Egli si concentrò soprattutto nello smentire che a Fiume ci fosse il caos tante volte sbandierato dalla stampa italiana, affermò invece che la città era amministrata in maniera anche più sicura ed ordinata rispetto a tante città italiane, e che non solo le condizioni alimentari restavano soddisfacenti, ma si preparavano anche provvedimenti tali da riattivare le attività produttive riducendo il vero problema concreto della comunità fiumana che era la disoccupazione. De Ambris assicurò inoltre che si sarebbero favorite anche cooperative ed associazioni che avessero voluto concretamente affrontare e risolvere i problemi economici e sociali della città, ma mise anche in guardia in particolare gli autonomisti che “se l’organizzazione operaia intendesse di larvare qualche scopo politico non confessato e non confessabile, se l’internazionalismo dovesse servire di maschera ad un ipocrito nazionalismo anti-italiano” persino le organizzazioni sindacali sarebbero state riconosciute, trattate e colpite come nemiche della causa fiumana.
A conclusione del suo intervento, il sindacalista socialista rivoluzionario lasciò intendere che non vi erano più margini di compromesso per esitare sul futuro dell’impresa e che la difesa di Fiume dai “barattieri della politica internazionale” rappresentati dalla Società delle Nazioni doveva essere strenua, vigile e costante. Aut aut, o con Fiume o con i suoi nemici, disse a chiare lettere De Ambris: “Noi diremo a tutti coloro che abitano a Fiume: – O con noi o contro di noi! Se ritenete giusta la causa di Fiume dovete unirvi a coloro che Fiume difendono. Se questo non intendete…via di qua!”

Infine venne preparato un documento da inviare al segretario generale della Società delle Nazioni con cui la si accusava di imperialismo, di essere al servizio dell’impero britannico e del capitalismo mondiale e di avere arbitrariamente escluso dal suo ambito alcune nazioni, negando così ai popoli di determinare liberamente il loro destino. Il documento venne controfirmato dal Comando di Fiume e approvato anche dal Consiglio Nazionale per tramite di Antonio Grossich. Fu quindi affidato a Leone Kochnitzky, capo dell’Ufficio Relazioni Esteriori, non Estere perché troppo “nazionalistico” e non Esterne perché troppo “farmaceutico”
La “medicina fiumana” per il governo italiano si presentava così sempre più amara e difficile da mandar giù.

© Carlo Felici
6 continua

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Riguardo l'Autore

Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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