domenica, 5 Aprile, 2020

Sottovalutare l’avversario.
Da dove nasce la crisi dei democratici Usa

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Dopo la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, politici ed esperti europei erano atterriti. Per quello che avevano sentito- Mike Pompeo che gli intimava di rompere ogni rapporto con Huawei pena la rimessa in discussione dell’Alleanza atlantica, accolto da un gelido silenzio- ma anche per le prospettive che si aprivano davanti a loro.
Eravamo certi (o, almeno volevamo esserlo) che Trump rappresentasse un “errore”, insomma un’aberrazione momentanea nell’ordine internazionale destinata a essere ben presto riassorbita. A partire dal suo rigetto da parte del popolo e della classe dirigente americana. Ora, l’errore è diventato “era”. Nel timore, diventato via via certezza, che il Nostro sarà rieletto. E che sotto la sua leadership si consoliderà, e diventerà irreversibile, un nuovo disordine mondiale, disastroso per l’Europa e in cui saremo, tutti impotenti, di fronte alla scelta, comunque perdente, tra la subalternità e la rivolta.
In sintesi, a mancare all’appello è stata l’America. La sua classe dirigente e la sua cultura politica in generale ( tema complesso e meritevole di una ampia riflessione ). E il partito democratico, o più esattamente, il suo establishment clintoniano in particolare.
Questo, a partire dalla stessa Hillary, non ha mai preso atto delle ragioni della sua sconfitta, sino ad attribuirla alle interferenze del Cremlino. Ma è comunque rimasto convinto del suo carattere occasionale e irripetibile. E’ vero: Trump aveva vinto le elezioni; anche se, tenuto conto del voto popolare, le aveva perse. Ma aveva vinto perché non era conosciuto. Una volta eletto, però, le sue stravaganze e i suoi eccessi avrebbero allontanato da lui non solo lo “stato profondo” ma anche la parte moderata e responsabile del suo stesso partito. Portandolo alla sconfitta al termine del suo mandato (e magari anche prima).
Ed è su questa base che partono sia la procedura di impeachment che la candidatura di Biden.
La prima potrà contare, come previsto, sul concorso attivo di apparati militari e di sicurezza- diciamo da Bolton sino all’agente della Cia – uniti dalla loro russofobia. Ma si scontrerà ben presto sul muro invalicabile del partito repubblicano. Il secondo- siamo al confronto tra il Buono e il Cattivo- dovrebbe contare in partenza (così i democratici calcolavano e calcolano tutt’ora, le chances dei candidati…) sul voto di una serie di categorie, dagli afroamericani sino ai sindacati culinari del Nevada e, magari dei pescatori di salmone nello stato di Washington.. ( Ma questa l’ho aggiunta io…). Risultato, vittoria certa.
Ma si dà il caso che esista anche il mondo esterno. E che in questo mondo esterno le cose vadano in tutt’altro modo. Nel mondo esterno Trump, che sta tra il 45% e il 50% nei sondaggi, e mobilitato intorno a sé il popolo e il partito repubblicano. Mentre, in un partito democratico dello scontro di tutti contro tutti, non si dà ancora alcun compattamento, e la capacità di mobilitare appartiene a Sanders.
Ancora, nel mondo esterno, la vicenda dell’impeachment interessa assai poco. Mentre interessano anzi preoccupano i costi proibitivi del sistema sanitario, il degrado dell’ambiente, i tagli ai servizi sociali, il mancato rispetto dei diritti umani (primo tra i quali, quello ad una vita decente), l’avventurismo militare e, infine e soprattutto, la sensazione di essere vittima di una crescente disuguaglianza. Il che ha fatto esplodere, in tutte le categorie dell’elenco citato, il consenso per Sanders e per la sua narrazione. E al di là (vedi Nevada) dei confini raggiunti nel 2016. Socialismo ? In realtà populismo radicale proprio della grande tradizione della sinistra americana. Main street contro Wall street.
Ma ecco allora comparire sulla scena il Settimo cavalleggeri. Leggi Bloomberg. In un paese normale e in un mondo normale, il candidato repubblicano. Quintessenza del sistema; ma anche estremamente duttile e razionale nel difenderlo. Ma abbastanza incongruo, come candidato democratico, nell’America di oggi. E non tanto per i suoi soldi e per la sua disinvoltura nel spenderli. Quanto per la strategia elettorale che intende praticare: prima sconfiggere Sanders, poi vedersela con Trump.
Ad avviso di chi scrive, una strategia perdente su ambedue i fronti. Nell’ottica del partito democratico, una ipotesi da verificare con estrema attenzione. E alla luce di due fattori oggettivi.
Nel 2016,il 50% degli elettori di Sanders, totalmente snobbati da Hillary, non andarono a votare mentre il 10% votò per Trump.
In un’America dove a votare vanno più i ricchi che i poveri è decisiva la capacità di portare il più possibile alle urne questi ultimi. E questa capacità ce l’ha Sanders non Bloomberg.
E allora il consiglio per chi di dovere è questo: consultate esperti e sondaggisti, fate un profondo respiro e regolatevi di conseguenza.

Alberto Benzoni

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