sabato, 19 Ottobre, 2019

Spaghetti thriller: 50 anni dal primo film di Dario Argento

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Cinquant’anni fa, un giovane di 29 anni, tra le altre cose ex critico cinematografico del quotidiano romano “Paese Sera”, con all’attivo una decina tra soggetti e sceneggiature (in primis “C’era una volta il West”, di Sergio Leone, scritto in tandem con Bernardo Bertolucci), butta giù un copione di cui si innamora perdutamente. Per scriverlo, ha tratto inizialmente ispirazione dal romanzo “La statua che urla” (The Screaming Mimi, 1953) di Fredric Brown, pubblicato ne I Classici del Giallo Mondadori, poi la storia ha preso una strada diversa, diventando la messa in scena dei suoi incubi, della sua personalissima idea di come deve essere raccontata una storia capace di far contorcere lo spettatore per la tensione.

Questo ragazzo, che risponde al nome di Dario Argento, piuttosto che affidare il suo copione ad altri, che sicuramente lo avrebbero modificato pesantemente, decide di dirigerlo da solo e di produrlo assieme al padre Salvatore, con il quale fonda la Seda Spettacoli, così da non avere interferenze e poter lavorare con tutta tranquillità a “L’uccello dalle piume di cristallo”, le cui riprese inizieranno il 25 agosto 1969.

Come direttore della fotografia chiama Vittorio Storaro (che in futuro vincerà tre Oscar) e per la colonna sonora Ennio Morricone, che aveva già al suo attivo quelle della Trilogia del dollaro di Sergio Leone. Due grandi professionisti che aiuteranno Argento a creare l’atmosfera, l’essenza del suo film d’esordio, che apre una nuova epoca a livello cinematografico, grazie alle sue qualità già fuori dal comune: l’uso della soggettiva come espediente narrativo per far vibrare lo spettatore come una corda di violino, un montaggio mozzafiato, i ritmi forsennati, i suoni come elemento di disturbo, più che di accompagnamento; e poi gli inganni, le trappole tese allo spettatore così come ai suoi personaggi. Con Argento non si passeggia in spiagge carezzate dalle onde, ma si viene sballottati sulle montagne russe, e le cose non sono mai come gli occhi sono convinti di averle viste.

“L’uccello dalle piume di cristallo” proietterà Argento nel gotha del cinema internazionale, prima come maestro degli “spaghetti thriller”, o del giallo all’italiana, e poi come grande cantore dell’horror, tanto grande da venire studiato in tutte le scuole di cinema del pianeta, e di essere ancora oggi proficua fonte di ispirazione per giovani cineasti che, da Oriente a Occidente, vogliono cimentarsi in un genere che non è né semplice né facile da trattare.

“L’uccello dalle piume di cristallo”, che in Italia incasserà 1 miliardo e 400 milioni, cifra ragguardevole per un esordiente, sarà seguito da “Il gatto a nove code” e da “Quattro mosche di velluto grigio”, entrambi del 1971. La Trilogia degli animali, che sarebbe dovuta continuare con “La tigre dai denti di sciabola”, provvidenzialmente cambiato in “Profondo rosso”, ispirerà i titoli di molti film successivi, che useranno un animale per attirare l’attenzione degli spettatori: tarantole, gatti, farfalle, iguane, un vero e proprio zoo cinematografico.

Argento toccherà il vertice del suo personale modo di scrivere e raccontare una storia per il grande schermo grazie a “Profondo Rosso” (1975); con il jazz di Giorgio Gaslini e il rock progressivo dei Goblin, che tanto contribuiranno al successo internazionale, per poi passare all’horror puro e duro, senza tanti fronzoli, di “Suspiria” (1977).

Due righe sul genere cinematografico chiamato giallo all’italiana e ribattezzato in America spaghetti thriller. Innanzitutto, la trama non percorre strade classiche dei mistery inglesi tipo Agatha Christie o Conan Doyle, e neanche la deriva noir che dalla Francia è arrivata negli Usa, e/o viceversa, ma ha caratteristiche particolari legate all’originalità delle trame.

Caratteristiche che sono il risultato di un cocktail di generi diversi, dal thriller, con un pizzico di hard-boiled, all’horror, senza dimenticare l’uso di coltellacci da parte dell’assassino che indossa impermeabile nero, cappello e guanti, e la relativa agonia della vittima di turno, con la cinepresa che si sofferma su ogni dettaglio raccapricciante con certosina attenzione, quasi con un approccio voyeuristico. Anticipando così quello che viene considerato il capostipite del genere slasher: “Halloween – La notte delle streghe” (1978) di John Carpenter.

Il padre del giallo all’italiana è Mario Bava con il suo “La ragazza che sapeva troppo” del 1963, cui seguirà l’anno dopo “Sei donne per l’assassino”. Entrambi raccontano di omicidi efferati, di serial killer spietati, di intrighi e finzioni, di bugie e inattese verità che saltano fuori all’ultimo momento.

In questi due film ci sono i modelli a cui attingerà tutto il cinema italiano successivo, Dario Argento compreso, per non parlare di quello americano, John Carpenter incluso. Tuttavia, il regista romano si è ispirato anche ai ritmi della suspense di Hitchcock (e chissà a quanti altri) per definire il suo inconfondibile stile, così personale da essere, sin dall’esordio, immediatamente riconoscibile da una singola inquadratura o da un movimento della cinepresa. Uno stile unico e irripetibile, da vero maestro del cinema, ineguagliato da cinquant’anni.

Antonio Salvatore Sassu

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