lunedì, 9 Dicembre, 2019

Spagna, “Gobierno progresista” intralciato da destra e da sinistra

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Si avvita, sempre di più, la crisi politica in Spagna. I cittadini iberici saranno chiamati, domenica 10 novembre, nuovamente alle urne. Si tratta della quarta elezione, per il rinnovo del Parlamento, nel giro degli ultimi 4 anni.
Il re Felipe IV, martedì scorso, ha concluso l’ennesimo giro di consultazioni senza ottenere alcuna rassicurazione su una possibile maggioranza parlamentare.
Come prevede la Costituzione spagnola, lunedì 23 settembre, le Cortes saranno sciolte e si avvierà l’iter verso le nuove elezioni politiche.
Gli spagnoli erano già stati chiamati al voto nello scorso aprile, quando il Partito Socialista (Psoe), guidato da Pedro Sanchez, aveva ottenuto la maggioranza relativa dei consensi popolari (28,7%), ma non disponendo di una maggioranza parlamentare autonoma.
Da quel momento, per diversi mesi, si è assistito al tentativo da parte del leader socialista, in verità con scarsa convinzione, di costruire un’alleanza politica che potesse far partire il nuovo esecutivo e la legislatura.
Le trattative si sono arenate. Sanchez ha tentato un accordo programmatico con Unidos Podemos, la formazione della sinistra radicale guidata da Pablo Iglesias che godeva dell’11,97% dei consensi elettorali.
Tuttavia, l’alleanza che per diversi analisti politici sarebbe stata naturale, non è riuscita: inizialmente, Sanchez ha proposto alla sinistra radicale una vice – presidenza e tre ministeri (con l’esclusione dall’esecutivo di Iglesias). Podemos ha respinto la proposta, rilanciando l’idea di un vero governo di coalizione.
In seguito, Sanchez ha offerto a Iglesias un programma comune ma Podemos ha insistito per un esecutivo di coalizione, una proposta che i socialisti hanno continuato a rifiutare.
E’ probabile che se la somma dei seggi del Psoe e di Podemos fossero stati sufficienti per ottenere il voto di fiducia in Parlamento, le rigidità delle ultime settimane sarebbero state superate.
Infatti, il vero ostacolo sulla strada del Gobierno progresista era rappresentato dalla necessità di una intesa anche con le formazioni indipendentiste e nazionaliste basche e catalane.
Uno scenario identico a quello della scorsa legislatura, che avrebbe portato a un’ulteriore instabilità politica, in un paese dove la dinamica bipartitica e i governi monocolore di legislatura- la competizione tra il PP e il Psoe- hanno caratterizzato la storia recente della politica spagnola.
Il bipartitismo è entrato in crisi nel 2015, con l’irrompere di Podemos, nato cinque anni prima sull’onda delle proteste degli “Indignados” e dei liberal democratici di Ciudadanos.
Oggi, il quadro è ancora più frammentato dall’emergere dell’estrema destra di Vox nelle ultime elezioni.
Lo stallo politico vede il rimpallo delle responsabilità e le accuse reciproche da parte dei leader politici, tutti quarantenni e in perenne campagna elettorale.
Secondo i più recenti sondaggi elettorali, nelle prossime consultazioni di novembre, i socialisti si confermerebbero nuovamente il primo partito, ma non otterrebbero la maggioranza assoluta, seppure per pochi seggi.
Da qui, l’invito di Pedro Sanchez ai cittadini: “gli spagnoli si sono già espressi chiaramente per quattro volte. Hanno scelto di andare avanti con un governo progressista guidato dal Psoe. Vi chiederemo di dirlo ancora più chiaramente nelle elezioni del 10 novembre, in modo che non ci siano più ostacoli alla formazione di un esecutivo e la Spagna entri in un percorso di stabilità e serenità”.
Il Primo ministro uscente rivolgendosi ai suoi avversari ha aggiunto: “Spero che gli spagnoli daranno una maggioranza più ampia al Partito socialista in modo che non sarete più in grado di bloccare la formazione di un governo, che è ciò di cui la Spagna ha bisogno”.
Sanchez ha poi puntato il dito contro l’atteggiamento “contraddittorio” dei conservatori del PP e, in particolare, dei liberal-democratici di Ciudadanos che da subito hanno messo in guardia dall’appoggio esterno degli indipendentisti. Nello stesso tempo hanno rifiutato la proposta del Psoe di un’astensione “benevola”, che avrebbe garantito l’avvio dell’esecutivo.
Il leader socialista ha accusato Ciudadanos e il leader Albert Rivera, di aver abbandonato il proprio ruolo di forza liberale e di centro, garante di stabilità, preferendo “porre un cordone sanitario contro la socialdemocrazia”.
Al netto delle responsabilità di ciascun leader politico, rimane il fatto che la Spagna non ha mai avuto un governo di coalizione da quando è tornata alla democrazia, dopo la morte del dittatore Francisco Franco nel 1975.
Se alle elezioni del novembre prossimo dovesse mancare, nuovamente, un vincitore certo e numericamente autosufficiente, si dovrà arrivare ad un esecutivo di coalizione che permetta alla Spagna di uscire dalla situazione d’incertezza che pesa sulle condizioni del Paese e rischia di bruciare una giovane classe dirigente.

Paolo D’Aleo

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