lunedì, 1 Giugno, 2020

Stato-mafia. Andò: la maggioranza nel mirino

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Quirinale-mirino-NapolitanoIn uno dei momenti più complessi della politica italiana, la più alta carica dello Stato, Giorgio Napolitano, è stata chiamata a testimoniare al processo sulla cosiddetta presunta ‘trattativa Stato-Mafia’ trovandosi di fronte l’avvocato difensore di Totò Riina. L’udienza si è svolta a porte chiuse; unici ammessi, a parte i giudici, i pm, gli avvocati e le parti civili, e dunque chiusa alla stampa, anche se il contenuto dei verbali non sarà secretato.
Il Presidente della Repubblica è stato chiamato a testimoniare sulla lettera che Loris D’Ambrosio, ex consigliere giuridico di Napolitano, a giugno del 2012, inviò al Capo dello Stato presentando le sue dimissioni dopo la pubblicazione delle intercettazioni delle sue telefonate con Nicola Mancino. Ma la lettera conteneva riferimenti agli anni tra l’89 e il ’93, quando D’Ambrosio era all’alto commissariato per la lotta alla mafia e poi al ministero della Giustizia con Falcone. Nella lettera l’ex consigliere confida il suo timore “di essere stato considerato l’utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”.

Per molti gli “indicibili accordi” tratterebbero di quella famigerata trattativa tra la mafia e lo Stato. Ad aggiungere nuovi particolari a una storia che finora non ha trovato riscontri, ma solo sospetti, è comparso anche un documento del comandante generale dell’Arma dei carabinieri Antonio Viesti – agli atti del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia -, indirizzato al Servizio segreto militare, con la data del 20 giugno ‘92. Nel documento si segnalava che dopo Falcone nel mirino della mafia erano entrati anche altri: il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino, ma anche i politici siciliani Salvo Andò (Psi) e Calogero Mannino (Dc). Non una rivelazione, ma piuttosto la conferma che questi due esponenti di primo piano della vita politica nazionale correvano rischi seri, come era stato segnalato già dopo l’omicidio di Salvo Lima, esponente di punta della Dc siciliana, avvenuto il 12 marzo ‘92.

Abbiamo chiesto di questa “trattativa” proprio a uno dei bersagli della mafia, Salvo Andò, ministro della Difesa negli anni dello stragismo mafioso (dal giugno 1992 all’aprile 1993).

Professore, partiamo subito dalla testimonianza di Napolitano, perché si è scelto e si insiste molto sulla sua testimonianza nel processo, nonostante egli avesse più volte ribadito di non sapere nulla al riguardo?
Si tratta di attacchi strumentali sulla figura del Capo dello Stato, la vicenda viene utilizzata per un attacco concentrico nei confronti del Presidente che rappresenta la più alta figura nelle Istituzioni.

Questi attacchi hanno un senso politico, quindi?
Si tenta di utilizzare la vicenda per un disfacimento della maggioranza.

E per quanto riguarda l’inchiesta giudiziaria?
Gli inquirenti sono tenuti a procedere, ma doveva prevalere un certo riserbo al riguardo, è il solito e antico problema. Personalmente posso dire che noi all’epoca, come governo, non abbiamo di certo agevolato la “trattativa”. Con l’operazione “vespri siciliani” (operazione di ordine pubblico da parte delle forze armate italiane dal 25 luglio 1992 all’8 luglio 1998 per contrastare la mafia in Sicilia, ndr), siamo riusciti a catturare latitanti in zone apparentemente incontaminate dalla mafia. Il nostro provvedimento non è stato certo da clima di resa.

Tornando a Napolitano, secondo lei ha fatto bene a deporre? In questo modo non si alimenta la strumentalizzazione ai suoi danni?
Ha fatto bene a deporre anche perché in caso contrario si sarebbe sollevato un enorme polverone.

Quanto giocano i media in questo “polverone” ?
I media quando hanno una notizia naturalmente devono darne conto ai loro lettori, il problema è che si sono prestati a queste strumentalizzazioni a fini politici. Per i giornali resta sempre la questione di avere senso della misura.

Maria Teresa Olivieri

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