venerdì, 23 Agosto, 2019

Storia del Caporalato, il patto tra mafia e camorra

0

Storia di Caporalato ed agromafie e del Patto per l’ortofrutta tra mafia e camorra a 30 anni dalla morte di Jerry Masslo

Di Francesco Brancaccio

La nostra storia inizia la notte del 25 agosto 1989 in una baracca tra le campagne di Villa Literno in provincia di Caserta. Jerry si era appena ritirato nel capannone di via Gallinelle, dove dormiva con altri 28 immigrati, sfruttati dai caporali della zona per la raccolta di pomodori. La giornata era stata dura per lui ed i suoi amici. Immaginate di lavorare nei campi per 14 ore sotto al sole per 1000 lire a cassetta di pomodori, una miseria, eppure Jerry non perdeva mai il sorriso sul volto e non faceva mai mancare una parola di conforto a qualche amico stanco e demoralizzato. Sembrava la solita giornata per Jerry una specie di zona del crepuscolo , stessi volti, stesse fatiche, stesse urla, invece nell’aria qualcosa stava per accadere . In piena notte mentre i giovani immigrati stavano recuperando le forze riposando un gruppo di quattro persone, con i volti coperti, fece irruzione con armi e spranghe chiedendo che venissero consegnati loro tutti i soldi che avevano addosso. Un ragazzo sudanese prova ad avvertire gli altri di scappare, gli spaccano la testa con il calcio della pistola e gli rubano un milione e mezzo di lire che teneva sotto il cuscino. Decine di ragazzi corrono verso le campagne. Anche Jerry corre, corre e inciampa ricordano i testimoni, cade quasi in ginocchio davanti ai rapinatori, alza le mani ma non consegna i soldi. Parla in inglese, una sola domanda: “Why?”, perché, e lo chiede ancora e ancora e ancora. Troppe volte. Quattro colpi lo colpiscono all’addome, i rapinatori feriscono anche un ragazzo keniota. Finiti i proiettili scappano sui motorini . Quella notte l’Italia scopre la storia di Jerry Essan Masslo, una storia che inizia con l’oro rosso dei pomodori della camorra e finisci con il rosso del sangue di un giovane immigrato morto per la libertà. Masslo era un rifugiato politico riconosciuto dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite. Era fuggito dal regime razzista di Pretoria e riparato in Italia grazie all’intervento di Amnesty International che in un comunicato alla sua morte scriverà: “Jerry Essan Masslo è stato ucciso da alcuni bianchi che riteneva più accoglienti di quelli che aveva imparato a conoscere in Sudafrica”. L’intera società civile prende posizione, preti sindacalisti amministratori ministri tutti si sentono chiamati in causa. La morte di Jerry Essan Masslo rappresentò per l’Italia la presa d’atto della necessità di garantire adeguati diritti e doveri agli immigrati, che nel corso degli anni ottanta erano cresciuti considerevolmente di numero fino a seicentomila nel 1990. Poco dopo la sua tragica scomparsa ebbe luogo a Roma la prima manifestazione antirazzista mai organizzata in Italia sino ad allora, con la partecipazione di oltre 200.000 persone, italiani e stranieri ,a questa manifestazione partecipò Tommie Smith, medaglia d’oro nel 1968 a Città del Messico, quello che assieme a Lee Evans era salito sul podio olimpico senza scarpe e alzato il pugno con il guanto nero al cielo. Era venuto apposta dagli Stati Uniti per sfilare in nome di Jerry Masslo, e su proposta della Cgil per Masslo furono tributati i funerali di Stato a cui partecipò il vicepresidente del consiglio Claudio Martelli e Gianni De Michelis . L’indignazione porta alla legge Martelli che per la prima volta regolamenterà l’immigrazione ridefinendo lo status di rifugiato. Masslo muore che aveva 29 anni. Prima di arrivare a Villa Literno era stato ospitato a Roma, nella casa di accoglienza “La tenda di Abramo”. Aveva partecipato alla sua inaugurazione alla presenza dell’arcivescovo Desmond Tutu. Aveva cantanto Cry Freedom, inno contro l’apartheid. In Sudafrica aveva perso il padre e un figlio, Jeremy, che aveva sette anni, uccisi a Soweto durante una manifestazione. Fu allora che, con suo fratello, decise di scappare. La moglie e gli altri figli fuggono in Zambia. Loro si imbarcano a Cape Town. Il fratello si ammala. Quando la nave fa una sosta in Nigeria, Jerry scende per procurarsi i medicinali. Non lo fanno più risalire, resta lì, vende tutto ciò che ha. Un orologio, un braccialetto d’oro, riesce a comprare un biglietto aereo per l’Italia. Quando atterra a Fiumicino la polizia lo trattiene in aeroporto, ci starà un mese, il tempo di riuscire a far valere la sua condizione di rifugiato politico. L’Italia doveva essere solo una tappa nel suo progetto di nuova vita. Il vero obiettivo è il Canada, certo che laggiù ci sarà pieno riconoscimento dei suoi diritti mentre l’Italia concede l’asilo politico solo ai richiedenti dell’Est europeo. Per questo motivo il rifugiato Jerry Essan Masslo non potrà cercare un lavoro regolare. Ma potrà andare a raccogliere pomodori a Villa Literno per quattordici ore al giorno. Ancora oggi dopo 30 anni dalla morte di Jerry in Italia vive una popolazione di “invisibili”. Stranieri che lavorano nelle campagne, lontano dagli occhi dei centri abitati, spesso alloggiati in tuguri fatiscenti, sfruttati e mal pagati da caporali e imprenditori nostrani. Da nord a sud, il loro impiego nelle campagne è capillare. È anche grazie alle loro braccia se certi prodotti arrivano sulle nostre tavole, eppure la loro vita resta confinata nel silenzio.
Secondo il primo Rapporto su caporalato e agromafie realizzato da Flai Cgil, si tratta di circa 700mila lavoratori tra regolari e irregolari, di cui circa 400mila coinvolti in forme di caporalato. Diversamente da quel che si può credere però lo sfruttamento non riguarda solo il mezzogiorno, ma anche le zone più floride del nord, come Piemonte, Lombardia, provincia di Bolzano, Emilia-Romagna e Toscana (guarda la mappa completa). In tutti questi territori, come in Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia, i ricercatori della Flai Cgil hanno scovato datori di lavoro e imprenditori che truffano o ingannano i lavoratori stranieri, non corrispondendo loro i salari maturati, o facendoli lavorare in nero, accompagnando il trattamento con minacce più o meno velate e forme di violenza fisica. Un bracciante agricolo che lavora nelle campagne di Foggia in Puglia, a Palazzo San Gervasio in Basilicata o a Cassibile in Sicilia viene pagato a cottimo, ovvero 3,5 euro il cassone (per la raccolta dei pomodori), mentre 4 euro l’ora nelle campagne di Saluzzo nel Piemonte, di Padova, nel Veneto o a Sibari in Calabria per la raccolta degli agrumi. Il tutto in nero, su intere giornate comprese tra 12 e 16 ore di lavoro consecutive a cui vengono sottratti: i 5 euro di tasse di trasporto, 3,5 euro di panino e 1,5 euro di acqua quote spettanti al caporale. A questa situazione di sfruttamento si somma la voracità dei gruppi mafiosi. Il caporalato, che è entrato nel codice penale solo nel 2011, è infatti un “reato spia” di infiltrazioni criminali nel settore. Una presenza significativa, ma ancora quasi del tutto inesplorata a livello giudiziario. Si stima che il giro d’affari connesso alle agromafie sia compreso tra i 12 e i 17 miliardi di euro, il 5-10% di tutta l’economia mafiosa. Quasi tutto giocato tra la contraffazione dei prodotti alimentari  e il caporalato. Solo la contraffazione è cresciuta negli ultimi dieci anni del 128%, per un valore di 60 miliardi di prodotti che ogni anno vengono commercializzati nel mondo come falso Made in Italy.
L’agricoltura è anche uno dei settori prediletti per il riciclaggio dei soldi dalle organizzazioni criminali tradizionali . Ad esempio l’agricoltura foggiana subisce forti condizionamenti da parte della camorra. Durante la stagione agricola centinaia di camionisti partono quotidianamente dalla Campania verso le campagne foggiane, affittano le terre ai contadini con il cosiddetto fenomeno del “prestanome”, e trasportano la merce verso le imprese del salernitano. Le mafie si occupano anche dei mercati dell’ortofrutta, infiltrando la grande distribuzione. “Le inchieste analizzate in quest’ultimo anno, svolte in particolare dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, hanno visto implicate imprese di tutto il sud Italia con ramificazioni anche nel nord del Paese e hanno disvelato l’esistenza di un sistema di gestione dei grandi mercati agricoli nazionali pesantemente influenzati dalle organizzazioni mafiose”, scrive nel rapporto Maurizio De Lucia, magistrato della Direzione nazionale antimafia che scoprì l’asse tra clan dei casalesi fazione Schiavone e la mafia corleonese che portarono all’arresto di Luigi Schiavone figlio di Francesco detto “cicciariello”ed il fratello del capo dei capi di cosa nostra Gaetano Riina nell’operazione “la Paganese” del 2010. Un vero e proprio Patto tra camorra e mafia che vide coinvolti il clan dei Casalesi’, i Mallardo di Giugliano, i Licciardi di Secondigliano e delle famiglie mafiose siciliane dei Santapaola-Ercolano di Catania ed i Corleonesi . L’organizzazione criminale imponeva il monopolio dei trasporti su gomma ai commercianti e agli autotrasportatori di prodotti ortofrutticoli in tutto il Centro Sud, con la conseguente lievitazione dei prezzi della frutta. I capi delle organizzazioni camorriste e mafiose si riunivano in un’azienda di trasporti del Casertano per decidere le strategie e le alleanze ed i prezzi da imporre.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply