giovedì, 28 Maggio, 2020

Storia del meccanico e delle mani che si sporcano

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In queste giornate di Primavera così simili, in quanto a bellezza e tenue calore a quelle di tutte le primavere passate, eppure così evocative -nei nostri animi occlusi dall’ansia e dalla paura – delle più cupe giornate autunnali , siamo costretti a stare in casa e guardare il fuori con il timore che il virus maledetto possa colpire a tradimento. Nessuna certezza: in fondo, anche gli scienziati procedono per tentativi perché ancora poco si sa di quel mutevole e microscopico organismo in grado di sterminare in tempi troppo brevi migliaia di incolpevoli esseri umani.
Finora si è creduto che il distanziamento sociale fosse la misura in grado di battere la pandemia. Forse, invece, è soltanto in grado di contenerne gli effetti. Ancora lontana appare la conquista di un vaccino che ci protegga. Intanto perdiamo amici e parenti e, per salvarla, immobilizziamo la nostra vita al chiuso, impauriti.
Avviene che si estinguano giorno dopo giorno rapporti che credevamo essenziali, usurati dalla troppa distanza che ne mostra la loro – mai capita in precedenza -casuale quanto estemporanea natura, mentre, simmetricamente, può succedere ch si consumino per la vicinanza coatta dovuta al divieto di uscire dalle proprie case , rapporti in cui abbiamo investito per decenni e che credevamo che in crisi non ci sarebbero finiti mai. Ci sembra un incubo senza fine, un film di serie B, inverosimile e perciò inaccettabile.
Infatti non ci viene chiesto di accettarlo: possiamo soltanto subirlo, atterriti.
Facciamo il conto della persone care che, abbiamo saputo in un qualche modo, se ne sono andate via in solitudine. Che non abbiamo potuto salutare. Che non abbiamo potuto accompagnare alla loro dimora definitiva. “Era un po’ anziano, ma stava bene!” è la frase che rappresenta l’incredulità e lo sgomento. Oppure:”ma non dovevavo essere soltanto gli ultrasettantenni quelli davvero a rischio vita?” e allora scopri che sì, è così, ma il tuo amico che era nemmeno sessantenne aveva patologie pregresse sconosciute persino a lui, oppure che sì, all’inizio sembrava vero dovesse riguardare solo i più anziani, ma forse invece non è già più così.

O forse, ti dici, è semplicemente questo l’unico modo in cui funziona la Morte, che colpisce sempre a tradimento e indiscriminatamente e che quando arriva abbastanza vicina è in grado di instillarti dubbi su a che cosa sia servito vivere, e soprattutto, se poi davvero “debba servire” a qualcosa,vivere, o non sia più semplicemente, il vivere, una banalità assoluta, scaturita da un’improvvida scintilla di piacere, che debba paradossalmente, per prima cosa, emendarsi da qualsiasi speranza e sminuire l’importanza di qualsiasi progetto per raggiungere la cosapevolezza della propria vacuità ontologica e quindi approdare ad una disperata serenità di fondo. Come dire? tradotta male: “in fondo che cazzo me ne frega?”. E via felici e contenti, fin che dura.
Rispetto a molti altri sono un privilegiato, perché il mio giardino è grande e proprio sotto casa scorre il fiume. Mi sveglia lo starnazzare delle anatre in acqua alla mattina presto e allora mi alzo precipitosamente per spiare dalla finestra, nel semibuio dell’alba, le loro risse da poco . Il gracchiare di qualche uccello, durante il giorno, diluisce il suono delle sirene delle ambulanze che percorrono le strade più vicine. Nel mio giardino posso gironzolare e prendere aria, sperando che non sia mortale, che il virus davvero, come hanno sostenuto finora gli scienziati, non sia “nell’aria” come si diceva una volta quando si era più ignoranti e più umili, sperando di non doverlo scoprire a spese mie invece, che anche gli scienziati a volte, come tutti gli esseri umani, possono fallire, e che i virus possono anche “essere nell’aria”.

E’ un periodo così, questo, lungo settimane e doloroso per chissà quanto ancora , che sollecita riflessioni negative e cazzate a volontà. A differenza delle grandi epidemie dei tempi passati, ora ci sono tecnologie che ci permettono di fingere di essere vicini anche se lontani. La gente cerca di difendersi dall’angoscia e di distanziarsi anche dal terrore – obbligata a stare lontana dall’altro, mentre proprio abbracciarlo e carpirne il calore, una volta, era un modo fra i tanti per scacciare il feddo della paura – nei modi più disparati.
I social traboccano di sciocchezze dichiarate, di sciocchezze spacciate per verità, di verità che in questo preciso momento appaiono insopportabili sciocchezze. In televisione si susseguono i bollettini di guerra, anche se questa non è una guerra, e legioni di virologi improvvisati e di psicologi onniscienti, di opinionisti superficiali e sguaiati e capipopolo incoscienti, ci fanno compagnia, spesso irritandomi.

Ma prendo atto che è un po’ come sui treni di una volta, quando costavan poco e non c’erano le prenotazioni nei vagoni popolari : mica te la potevi scegliere la compagnia, prendevi quel che c’era pur di sederti un po’, e peccato se invece di una bella signora bionda il tuo vicino era un puzzolente mentecatto che magari per passare il tempo si sarebbe scaccolato il naso alla ricerca di un suo proprio paradiso perduto oppure, forse un caso addirittura peggiore, una sformata matrona finta bionda con due o tre pargoli incontenibili al seguito,e una ricrescita grigiasta insopportabile sul cranio.
Ricorro allora ai miei libri e mai come ora ho la consapevolezza che la lettura non è mai “distrazione”, anzi, richiede sforzo e concentrazione e talvolta è pure faticosa , ma oggi viene inquinata ed è discontinua perché il pensiero se ne va a zonzo dove vuole lui e i segni sulla pagina si annebbiano, annullano il proprio significato e diventano geroglifici incomprensibili che ti portano sulle peste del virus: hai difficoltà a concentrarti se pensi a chi se n’è andato, perché ormai ciascuno di noi ha conosciuto qualcuno che s’è spento.

E in questo marasma di ricordi sollecitati dall’emozione affiorano episodi legati a quelle persone che non ci sono più, anche se magari negli ultimi anni, in fondo, chè sono le vite che si dividono in crocevia casuali, ci era sembrato non ci fossero mai state. E invece ti accorgi che non è così e sorridi all’idea che ogni persona lascia un segno, magari piccolo, ma “c’è stata” anche per te.
Al mio paese per colpa del virus se ne sono andati, uno dopo l’altro, due fratelli che riparavano le biciclette quando io ero un ragazzino e gli oggetti rotti ancora conveniva ripararli. Me la ricordo la loro officina: piccola, buia, maleodorante. Questi lavoravano svelti di mano e d’ingegno: d’estate sudavano copiosamente, e il grasso gli scivolava giù lungo la parte di braccia lasciate scoperte dalla tuta di lavoro ( che non so perché in dialetto veniva chiamato “ il toni”) e le mani si sporcavano in maniera duratura da sembrare indelebile.

Avevano prezzi buoni e sorrisi per chiunque. Talvolta rimbrottavano noi piccoli “clienti” – in realtà il commiato finale era sempre “passa la mia mamma, a pagare” – perché spesso le riparazioni si erano rese indispensabili per la nostra negligenza nell’utilizzo dei mezzi : ci raccomandavano, allora, che anche le cose vanno rispettate e, quasi fossero persone, vanno “trattate bene” per essere conservate più a lungo. Ed in effetti, una bicicletta poteva tranquillamente sopravvivere a qualsiasi essere umano ed essere usata da più generazioni ed è solo perché i materiali impiegati nei modelli più alla portata di tutti sono ormai sempre più scadenti e, soprattutto, il fittizio benessere economico è sempre più diffuso, che ci permettiamo il lusso di buttare via le cose accidentate, fra cui le bici. Non ci sono più molti meccanici di biciclette in giro, infatti. E quei pochi che ci sono non cercano più al contempo il giusto guadagno per sé ed il risparmio per te, ma, al contrario, tentano di approfittarne.

E, insomma, ad un certo punto per raggiunti limiti di età o di mercato l’officina l’hanno chiusa. Io ovviamente nel frattempo ero diventato un adulto che se n’era andato via dal paese. Mi sono sposato. Molto tempo dopo, in un’occasione in cui andai a trovare la mia anziana madre ( e parlo di pochi anni fa) che stava trascorrendo la sua ultima parte di vita dentro alla Casa per Anziani del paese, lo reincontrai il minore dei due fratelli. Ma non era lì come degente. Era lì a fare volontariato. Precisamente aiutava le inservienti a seguire durante il pranzo quei pazienti non più del tutto autosufficienti: l’ex-meccanico di biciclette che imboccava la nonnina. Non la propria. Una a caso, che magari nemmeno conosceva o che magari era ignara del fatto, se mai fosse avvenuto, che proprio lui, in anni lontani, era il gentile signore che le aveva sostituito la camera d’aria della bici. Mi parve subito una cosa bellissima. E di colpo mi ritrovai ad avere ancora dieci anni, nonostante la barba grigia e la mamma ultranovantenne; mi sentii come cinquant’anni prima e provai un po’ di soggezione verso l’anziano meccanico che i suoi anni li portava davvero bene e al quale tuttora davo rispettosamente del lei, mentre lui, dandomi del tu, aggiungeva:”Ma che fai? Ma mi dai ancora del lei?”.

E così chiacchierammo un poco, a fine pasto, prima di andarcene di nuovo ognuno per la propria strada. E mi raccontò, con parole semplici e fin troppo ordinate per un meccanico di biciclette, della magia del fare qualcosa per gli altri come di una forma sublime di egoismo perché appagante e che può far star bene, durevolmente, forse più di ogni altra cosa. E che fa star meglio chi dà, di chi riceve.

Me ne andai rinfrancato da quell’incontro, perché mi resi conto che ai più fortunati può capitare la magia di permanere, nascosti nelle pieghe più sconosciute della memoria, nella vita di altri . E nel loro ricordo. E allora, guardandola così, forse non è nemmeno vero che la vita sia un’accidente fortuito quanto privo di senso. Un senso può averlo, dipende soltanto da noi, che dobbiamo decidere se darglielo o no. Sporandocele quelle nostre belle manine del giorno d’oggi. E come i bravi meccanici di una volta non temiamo il grasso lungo la parte di braccio lasciata scoperta dalla tuta da lavoro, che non riesco proprio a spiegarmelo il perché , una volta, nel dialetto del mio paese chiamavano “el toni” .

Roberto Bianchi
scrittore

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