sabato, 24 Ottobre, 2020

Storie pazzesche di un’imminente elezione

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Ho partecipato a due elezioni di presidente della Repubblica. Una nel 1992, quando si tentò di eleggere Forlani, poi, dopo la strage di Capaci, si scelse Scalfaro. Giuro che non ricordo nemmeno se lo votai nel segreto dell’urna, come mi aveva raccomandato Craxi che lo preferì a Spadolini. Ma se la dimenticanza è la rimozione di una colpa, allora credo proprio di averlo fatto. La seconda subito dopo le elezioni del 2006, quando i socialisti del Nuovo Psi appoggiarono D’Alema. Si preferì Napolitano, un vecchio riformista, storicamente amico dei socialisti. E ci andò bene. Le elezioni presidenziali, sarebbe meglio dire del presidente perché in Italia vige un sistema parlamentare, sono generalmente le più consone ai tranelli. Nel passato remoto erano terreno di battaglia per le correnti della Dc, che si fronteggiavano nel voto segreto più per colpire candidati che per promuoverne.

Ho scritto un libello sull’elezione di Scalfaro, che si intitola “Diario di un grande elettore” ed è a disposizione, essendone rimaste molte copie a casa mia. Ci vollero quindici giorni di votazioni a getto continuo e alla fine solo l’efferato omicidio di Falcone, di sua moglie e della sua scorta, impose di chiudere. Fu Craxi a preferire Scalfaro, suo ex ministro degli Interni, a Spadolini, presidente del Senato, sopratutto per tenere aperta la porta alla presidenza del Consiglio socialista. Fu una scelta sbagliata. Napolitano venne poi rieletto, caso unico nella storia repubblicana, perché il Parlamento, soprattuto per le divisioni tra le correnti del Pd (in questo vero erede della Dc), non era in grado di eleggere nessuno. Oltretutto solo una mente turbata poteva candidare Marini alla prima votazione, quando servono i due terzi, e non alla quarta, quando con gli stessi voti Marini sarebbe stato eletto.

Questa sorta di Conclave si aprirà senza un accordo esplicito tra Renzi e Berlusconi, e se non sono fessi è meglio così per loro. Probabilmente le prime tre votazioni vedranno fronteggiarsi candidati cosiddetti di bandiera. La vera votazione sarà la quarta, dove potrebbero verificarsi tre eventualità. La prima è che il Pd, con l’appoggio di Sel, tenti la carta Prodi. Sarebbe un deja vu. Difficile che nell’urna, se questa fosse la scelta di Renzi, i suoi oppositori la sostengano e difficile che, senza adeguate garanzie, il professore si faccia bruciare per la seconda volta. Escludo che Prodi possa essere votato anche dai Cinque stelle. La seconda opzione è quella di un accordo tra Pd e Berlusconi, magari benedetto dal Nuovo centrodestra. Amato sarebbe il nome più gettonato, ma potrebbe spuntare lo stesso Padoan. Ma dubito che l’opposizione interna al Pd voterebbe qualsiasi candidato concordato nazarenianamente.

Terza ipotesi: cercare un candidato di unità nazionale, che coinvolga almeno una parte, se non tutti, i Cinque stelle. A questo punto ben poco rilevanti potrebbero risultare i dissensi nel Pd. Penso che Emma Bonino potrebbe davvero essere la candidata naturale. Ma siccome non è funzionale agli equilibri di potere, troppo autonoma, troppo brava, potrebbero spuntare come funghi candidati imprevisti, tecnici, scienziati, musicisti, letterati, altri imprevedibili potenziali presidenti. Ci sarebbe anche un quarta eventualità. Il redde rationem anti renziano. È possibile numericamente eleggere un presidente contro Renzi. Uno che nel segreto dell’urna possa mettere insieme Cinque stelle, un terzo di Pd, Forza Italia e Lega, più altri dispersi. L’unica garanzia che non avvenga per Renzi è il patto con Berlusconi. Renzi lo sa e se lo tiene buono. Anche perché in un sistema impazzito si possono anche sviluppare, per dirla col titolo dell’ultimo film di Almodovar, storie pazzesche..

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