sabato, 22 Febbraio, 2020

STRETTA SUL JOBS ACT

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Jobs-Act-Renzi

Dopo una febbrile mediazione il Partito Democratico ha raggiunto un’intesa sul Jobs Act che prevede il ritorno all’ordine del giorno approvato in Direzione e che apriva alle richieste di modifica chieste della minoranza, tra cui il “salvataggio” dagli interventi sull’articolo 18 dei licenziamenti disciplinari. In cambio, ovviamente, di un passo spedito verso l’approvazione della riforma del mercato del lavoro. Per il premier Renzi dal “1 gennaio entreranno in vigore le nuove regole sul lavoro. È un grandissimo passo in avanti. Bene così, andiamo avanti”.
Ma la coperta è corta e se da una parte si placano le proteste nel Pd, da un’altra arrivano quelle dell’Ncd  che con Sacconi dice che “se il testo è quello descritto dalle agenzie non è accettabile. Ribadisco urgente riunione di maggioranza. Altrimenti si rompe la coalizione”.  Per Sacconi “la riforma deve essere vera per essere utile a fare lavoro. E se non ci piace semplicemente non la votiamo con tutte le conseguenze del caso”. Una vera e propria minaccia di crisi. Richiesta però non accolta dal governo e respinta al mittente dal ministro Boschi: “Non servono nuovi vertici. È sufficiente – chiosa – il lavoro in Parlamento”.

In una nota congiunta  il vicesegretario del Pd  Lorenzo Guerini, il presidente dell’assemblea nazionale Matteo Orfini e il responsabile economico Filippo Taddei esprimono “grande soddisfazione per l’esito della riunione . È un impulso decisivo per giungere il più velocemente possibile all’approvazione definitiva del testo. Si tratta di una riforma di fondamentale importanza, prioritaria per il Paese. Il contributo dei parlamentari del Pd in Commissione Lavoro – proseguono  gli esponenti democratici –  è stato importante e lo sarà per la più rapida approvazione del provvedimento”. Orfini, sottolineando che “c’è un accordo larghissimo” ha aggiunto che ora “si stanno definendo i dettagli” ma “il punto politico è l’articolo 18″.

Ad annunciare lo sblocco dello stallo per evitare il voto di fiducia è stato il capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza. “Non ci sarà la fiducia sul testo uscito dal Senato ma ci sarà un lavoro in commissione. Si riprenderà l’ordine del giorno approvato in Direzione. Sono molto soddisfatto. Il Parlamento non è un passacarte e abbiamo dimostrato che incide”. Insomma una marcia indietro del governo che sulla riforma del lavoro aveva sostenuto la linea dura affermando che il testo non era modificabile.

Una sintesi che chiude una mattinata difficile in casa del Pd. Cominciata con le parole di Filippo Taddei che aveva confermato quanto Matteo Renzi aveva già lasciato intendere ossia che di avere pronta l’arma della fiducia.  Un segnale d’apertura che forse potrebbe nascondere una nuova strategia del governo che evidentemente non ritiene così scontato l’appoggio della minoranza interna al Partito democratico e vede concreta la possibilità di uno strappo.

Per il presidente dei socialisti alla Camera Marco Di Lello si tratta di un risultato importante che era però già nell’aria in quanto elemento di discussione già nell’ultimo vertice di maggioranza. I socialisti in quel vertice avevano avanzato delle proposte di modifica.  “Voglio sottolineare – ha detto Di Lello – che le nostre proposte sono state accolte e parlo della disciplina sui licenziamenti e delle garanzie sul demansionamento. Questa apertura faceva parte dell’accordo all’interno della maggioranza e questo consente di apporre interventi di merito che rafforzano la maggioranza con effetti che non possono non essere positivi”.

Non si lascia trasportare dall’entusiasmo Gianni Cuperlo per quale bisogna aspettare di “vedere il testo che verrà sottoposto al Parlamento e poi decidiamo: allo stato si usa la formula di contratto unico a tutele crescenti senza alcun riferimento all’articolo 18. Se ci fosse un riferimento valutiamo perché così continua a profilarsi il rischio di un eccesso di delega su un punto fondamentale che riguarda il destino lavorativo di migliaia di persone”. Per Cuperlo, ad esempio, resta il problema dei licenziamenti economici individuali manifestamente infondati: “È evidente che se si autorizza il reintegro per il disciplinare sarà questa la formula che verrebbe utilizzata per aggirare la possibilità di reintegro”.

Precedentemente Fassina era stato molto duro affermando che non avrebbe votato “la fiducia su una delega in bianco. Noi non vogliamo rallentare le riforme, però vogliamo migliorarle”. Per l’esponente della minoranza mettere una “fiducia in bianco” su una delega sarebbe stata “una forzatura”. “Siamo andati in direzione, qualcuno ha parlato, anche se ha avuto poco senso, ma abbiamo voluto dare ancora una volta il nostro contributo per cercare di fare le riforme, ma di farle bene. La direzione – ha detto Fassina – deve essere un luogo per discutere, per confrontarsi e non per fare degli show”.

L’ordine del giorno sul Jobs act, che era stato approvato con 130 voti favorevoli, 20 contrari e 11 astenuti, lo scorso 29 settembre, reintroduce il diritto al reintegro per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare. Inoltre l’odg impegnava il Governo a mettere immediatamente in campo strumenti per allargare la rete delle tutele per chi perde il lavoro. E, quindi, a mettere in campo una “rete più estesa di ammortizzatori sociali rivolta in particolare ai lavoratori precari, con una garanzia del reddito per i disoccupati proporzionale alla loro anzianità contributiva e con chiare regole di condizionalità attraverso un conferimento di risorse aggiuntive a partire dal 2015”. Un altro punto prevede la riduzione delle forme contrattuali: “A partire dall’unicum italiano dei co.co.pro., favorendo la centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti, nella salvaguardia dei veri rapporti di collaborazione dettati da esigenze dei lavoratori o dalla natura della loro attività professionale”.Infine si prevede una riforma dei servizi per l’impiego, la cui organizzazione dovrebbe favorire l’integrazione tra “operatori pubblici, privati e del terzo settore all’interno di regole chiare e incentivanti per tutti”.

Ora, con l’accordo fatto, i tempi si fanno brevi e la presidente della Camera Laura Boldrini propone di tenere il voto finale a Montecitorio entro il prossimo 26 novembre mentre il governo aveva inizialmente chiesto il voto finale sul testo il 22 novembre.

Redazione Avanti!

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