martedì, 29 Settembre, 2020

Su Salvini avrei votato così (con due dubbi)

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Se avessi dovuto votare oggi al Senato sull’autorizzazione a processare Salvini avrei avuto due dubbi e una certezza. Il primo dubbio si riferisce all’intervento a gamba tesa dei magistrati su una scelta, sbagliata a mio parere, di ordine politico. Per battere Salvini sul piano politico non c’é affatto bisogno dell’azione della magistratura, peraltro mai come oggi in uno stato di scarsa credibilità come potere autonomo. Anzi, penso che fare diventare Salvini una sorta di vittima possa fare solo il suo gioco. L’eventuale condanna al processo e la successiva applicazione della Legge Severino potrebbero perfino portarlo fuori dal Parlamento e in una condizione di ineleggibilità, che potrebbe essere abilmente sfruttata dalla destra come un attentato alla democrazia, mentre una sua assoluzione ne farebbe un vincitore politico. La seconda è relativa al coinvolgimento dell’intero governo gialloverde che sapeva e approvava e se non approvava lasciava fare, compreso il presidente Conte. Non si può pensare che un provvedimento del genere sia stato preso all’insaputa del presidente del Consiglio e dell’intero governo. E se anche Salvini avesse agito da solo sul caso Open Arms, non abbiamo certo assistito ad un’immediata sua sconfessione da parte degli esponenti a Cinque stelle o del presidente del Consiglio. La certezza, come ha sostenuto Emma Bonino, é relativa alla questione che veniva posta di fronte al Senato, e cioè non tanto se Salvini fosse o non fosse colpevole o se la magistratura abbia o meno agito con equilibrio e responsabilità, ma se il suo comportamento sia stato o meno ispirato da preminenti motivi di interesse pubblico. Questa motivazione, che il senatore Gasparri ha portato di fronte al Senato, non era credibile. Lasciare in mare per giorni 150 persone per difendere l’interesse nazionale é motivazione che non sta in piedi. Dunque avrei votato no alla relazione Gasparri e per l’autorizzazione. O sarei più probabilmente uscito dall’Aula come ha fatto Nencini.

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Mauro Del Bue

2 commenti

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    Paolo Bolognesi on

    Stando a notizie di stampa, voci levatasi all’interno dalla stessa maggioranza avrebbero espresso la tesi che, se responsabilità vi fosse stata, avrebbe comunque carattere collegiale, riguarderebbe cioè l’intera compagine governativa dell’epoca, e se così effettivamente fosse verrebbe da chiedersi perché mai l’Aula del Senato abbia poi lasciato che “vada a processo” un solo componente dell’Esecutivo di allora.

    Allargando ulteriormente il ragionamento, se vi fossero eventualmente le ragioni per chiamare in causa l’Esecutivo, secondo la tesi di cui sopra, verrebbe da porsi una seconda domanda, se cioè la politica abbia o meno un ambito di “insindacabilità” – nel proprio agire e decidere – e come lo si possa identificare, e quale sia il suo perimetro o limite (discorso che potrebbe semmai valere anche per il titolare di un Dicastero, ossia per un Ministro).

    Per chi segue da fuori la vicenda, i casi della Diciotti, Gregoretti ed Open Arms sembrano piuttosto simili, se non sovrapponibili, e riesce pertanto abbastanza difficile comprendere perché mai la politica li valuti e tratti in maniera differente; posso naturalmente sbagliarmi, ma non vorrei che ancora una volta una certa politica ceda alla tentazione di “neutralizzare” l’avversario in modo “non politico” (del resto, come dice il proverbio, “non c’è due senza tre”).

    Paolo B. 31.07.2020

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    Paolo Bolognesi on

    Ritorno sull’argomento, sembrandomi affatto secondario giacché attiene alla sfera del garantismo, materia che dovrebbe essere a sua volta molto cara ai socialisti – di qualsivoglia collocazione nella attuale geografia politica – che in questo campo hanno sempre saputo “tener alta la bandiera”, come si usa dire, e proprio questa loro coerenza potrebbe esserne o diventarne un segno distintivo (apprezzato fors’anche dagli elettori).

    Sulla base di tale premessa, mi sarei aspettato di vedere incluso, tra i dubbi espressi dal Direttore, o quantomeno come interrogativo, quello del “fumus persecutionis”, una locuzione che in passato mi pare di aver più volte sentito evocare in tema di immunità parlamentare, e mi chiedo giustappunto perché il Direttore non ne abbia qui fatto cenno, anche alla luce delle “chat” a suo tempo pubblicate, divenute oggetto di un forte dibattito.

    Se, come abbiamo letto nei giorni scorsi, il leader leghista andava comunque “attaccato”, indipendentemente dal poter avere ragione, un qualche dubbio potrebbe sorgere riguardo al “fumus persecutionis”, e mi sarei pertanto aspettato che la cosa venisse presa in considerazione sulle pagine di questo giornale, al di là della simpatia o meno che si può avere verso l’interessato, e anche per poter semmai ritenere che non esistesse tale fumus.

    Paolo B. 01.08.2020

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