martedì, 12 Novembre, 2019

Sudan: spiragli di pace tra militari e opposizione

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Si apre uno spiraglio di pace in Sudan. Il popoloso paese a maggioranza islamica, situato nella parte nord-orientale dell’Africa, è scosso da terribili violenze perpetuate dalla giunta militare al potere contro la cittadinanza e le opposizioni scese nelle piazze per reclamare giustizia e democrazia.
E’ di queste ore la notizia che la coalizione delle Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc) e il Consiglio militare di transizione (Tmc) presto siederanno attorno ad un tavolo, con l’obiettivo di individuare un accordo complessivo tra le richieste dei manifestanti (che reclamano un ruolo centrale nella guida del governo di transizione) e il potere assunto dalla giunta militare.
La riapertura di un canale di comunicazione, tra le parti in conflitto, è stata fortemente voluta dal Primo ministro etiope, Abiy Ahmed che negli scorsi giorni aveva incontrato i rappresentanti dei militari e dell’opposizione.

L’Ffc ha consegnato nelle mani del Premier etiope una serie di proposte, mirate ad ottenere una gestione condivisa della transizione dal regime dispotico di Omar al Bashir sino all’indizione di nuove e competitive elezioni, passando per l’adozione di una nuova Carta Costituzionale (l’attuale è stata sospesa con l’arrivo dei militari a seguito della deposizione dell’anziano dittatore). Dopo la dichiarazione ufficiale del portavoce del governo etiope, Mahmoud Dirir, i manifestanti hanno annunciato la temporanea sospensione delle proteste e nelle principali città del Sudan, a partire dalla capitale Khartoum, si è posto fine allo sciopero generale prolungato e ad oltranza indetto lo scorso sabato.

La mobilitazione ha avuto inizio dopo il massacro di lunedì 3 giugno, in cui hanno perso la vita più di cento cittadini uccisi dall’esercito e dai gruppi paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf), tristemente noti per essere i principali responsabili del genocidio in Darfur (ai tempi si chiamavano Janjaweed). Proprio in Darfur, una delle province del Sudan situata nella parte occidentale del Paese, nel deserto del Sahara, ventiquattro ore prima dell’annuncio della tregua, le milizie Rsf hanno attaccato il villaggio di Dilig, uccidendo, secondo l’Fcc, nove persone e appiccando il fuoco alle case e ai negozi.

Una rappresaglia, in stile Janjaweed, per l’adesione della comunità locale allo sciopero generale. La disobbedienza civile che ha investito l’intero Paese sta dimostrando la capacità dei manifestanti di far sentire la propria voce e di piegare la giunta militare.
A fronte della disponibilità manifestata dalle opposizioni, l’esercito ha liberato alcuni capi della rivolta, arrestati nei giorni scorsi durante la dura repressione.
Tuttavia, non ci sono ancora date ufficiali per la ripresa del dialogo né si conoscono i temi sui quali dovrebbe vertere la trattativa, nonostante la richiesta dei manifestanti sia chiara e dettagliata: un esecutivo di transizione a guida civile in carica per tre anni e una composizione del parlamento che veda il controllo delle opposizioni.

A contrastare la volontà democratica dei cittadini vi è la giunta militare, guidata dall’“uomo forte” Muhammad Hamdan Dalgo, noto come “Hemedti”, un beduino di origine chadiana già al servizio di Al Bashir, che per anni ha seminato il terrore in Darfur guidando le milizie Janjawit.
Non è un caso che proprio queste milizie paramilitari, al servizio di Hamdan Dalgo, siano responsabili delle atrocità commesse in questi giorni, nel tentativo di sedare le rivolte nonviolente dei cittadini disarmati.
Come reso noto dall’Unicef, dal 3 giugno in Sudan, almeno diciannove bambini sarebbero stati uccisi e altri quarantanove feriti. A questo proposito, Henrietta Fore, direttore generale del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, con il mandato di tutelare i diritti di bambine, bambini e adolescenti dichiara: «abbiamo ricevuto notizie di bambini detenuti, reclutati per partecipare ai combattimenti e vittime di abusi sessuali. Le scuole, gli ospedali e i centri sanitari sono stati utilizzati come obiettivi, saccheggiati e distrutti. Gli operatori sanitari sono stati attaccati solo perché facevano il proprio lavoro».

Dunque, nelle città sudanesi si vive nel caos e nella violenza, una situazione che spinge diversi genitori a tenere in casa i propri figli perché angosciati da quello che potrebbe succedere nelle strade. A tutto ciò, si aggiunge una situazione economica al collasso accompagnata da sistematiche carenze di acqua, cibo e medicine di base.
La “primavera sudanese”, dopo aver ottenuto lo scorso aprile, dopo ventisei anni di incontrastato potere, la deposizione del presidente Omar al-Bashir (primo capo di Stato condannato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel Darfur) ha vissuto una preoccupante violenta involuzione.
Alle richieste delle opposizioni, vere protagoniste del cambiamento, di lasciare che il governo del Paese sia interamente affidato ai civili per un periodo di almeno tre anni, prima di nuove elezioni, il Consiglio Militare Transitorio ha risposto duramente. Dopo le iniziali ambigue aperture, ha scatenato una capillare campagna di violenza che ha già mietuto più di 100 vittime civili.

In prima linea, a far pressione verso il Consiglio Militare, in favore di un’immediata cessazione delle violenze sui cittadini e l’apertura di un canale di dialogo, troviamo: la Santa Sede con Papa Francesco, le Organizzazioni Internazionali a tutela dei diritti dell’uomo e, non ultima, l’Unione Africana che ha dapprima sospeso il Sudan dalla partecipazione all’organismo continentale fino alla formazione di un governo civile e, in seguito, ha dato il via a una serie pressioni affinché la giunta militare si faccia da parte.
Un primo passo sembra compiuto con il rilascio dei prigionieri politici, la fine temporanea delle violenze e l’apertura di una trattativa guidata dall’Etiopia.
Tuttavia, nelle strade sudanesi rimane minacciosa la presenza dei gruppi paramilitari, mentre l’opposizione democratica invita tutti i cittadini e i comitati di quartieri a rimanere vigili pronti, se necessario, a ricominciare lo sciopero generale e la disobbedienza civile per ottenere una stabile e durata pace, nella libertà e nel rispetto dei diritti umani.

Paolo D’Aleo

 

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