lunedì, 26 Ottobre, 2020

Sulla decriminalizzazione delle sostanze stupefacenti. Parte 13

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The cost of prohibition. Affermare che le politiche proibizioniste abbiano fallito in toto, non è veritiero. Esse hanno contribuito a limitare in modo significativo l’abuso delle sostanze psicoattive, riescono a scoraggiare molte persone dall’acquisto delle medesime e, riducendo la disponibilità del mercato, contribuiscono all’aumento del prezzo di vendita.

Questi risultati, che di primo acchito giustificano il mantenimento della legislazione proibizionista, non tengono conto che la stessa è responsabile, o quanto meno contribuisce, a generare le varie fattispecie criminose riconducibili al problema della droga. 

Per rendere più chiara questa affermazione diviene necessario porre in essere una analogia con il tabacco. Non vi è dubbio che se fosse criminalizzata la produzione, la vendita e il possesso di quest’ultimo, si ridurrebbero i morti e i costi sanitari associati. Ma da quando questa sostanza è entrata di diritto nel nostro costume, nessuno crede davvero possibile eliminarne il consumo. L’opposizione alla criminalizzazione del tabacco, suffragata anche dalla ricerca di Nadelmann, deriverebbe principalmente dalla convinzione che,i cittadini adulti hanno il diritto e la libertà di scegliere:

 

  1. quali sostanze consumare;

 

  1. quali rischi sopportare;

I costi per costringere i milioni di fumatori ad astenersi dall’uso del tabacco sarebbero elevati. L’odierna normalizzazione del prodotto non supporta l’idea di una criminalizzazione. Indubbiamente, come avviene oggi per le sostanze stupefacenti illecite, la “forbidden fruit syndrome” farebbe dimenticare a molti fumatori la paura delle sanzioni giudiziarie e si alimenterebbe il commercio sottobanco illegale.

Proseguendo con l’esempio immaginato da Nadelmann, la penalizzazione del tabacco, e dei suoi lavorati, farebbe nascere un mercato clandestino con miliardi di profitti per la criminalità organizzata. Molte migliaia di coltivatori di tabacco dell’odierna industria si scoprirebbero dei fuorilegge e dovrebbero continuare la loro attività in maniera illegale per sostenere la propria famiglia. L’ONU spronerebbe i paesi membri ad attivarsi incisivamente per sradicare le coltivazioni di tabacco, elicotteri governativi spargerebbero erbicidi sui campi coltivati. Un’improbabile TEA (Tobacco Enforcement Agency) utilizzerebbe agenti infiltrati, informatori ed azioni di monitoraggio ambientale per smascherare i trafficanti. Molti giovani fumerebbero le sigarette come forma di trasgressione o di ribellione al sistema. Le spese governative per la repressione salirebbero di molti milioni di euro e, la corruzione si infiltrerebbe anche all’interno delle istituzioni.

Afferma Nadelmann che “This seemingly far-fetched tobacco-prohibition scenario is little more than an extrapolation based on the current situation with respect to marijuana, cocaine, and heroin. In many ways, our predicament resembles what actually happened during Prohibition” [<<Questo scenario riguardo al divieto del tabacco, apparentemente inverosimile, è poco più di una estrapolazione sulla base della attuale situazione per quanto riguarda la marijuana, la cocaina, l’eroina. In molti modi, la nostra situazione, assomiglia a ciò che è effettivamente accaduto durante il proibizionismo>>].

Oggi, In Italia, i beneficiari della politica proibizionista sono le narcomafie; le vittime il 32%34 di Italiani che fa uso di droghe, rischiando il proprio lavoro, la prigione e gravi danni alla salute per l’assunzione di sostanze di pessima qualità.

Guardando la realtà dei fatti, anche attraverso l’analogia ipotizzata da Nadelmann, risulta condivisibile il pensiero che sottende la necessità della legalizzazione: “se gli sforzi delle forze dell’ordine fossero riusciti a ridurre in modo significativo la fornitura di droghe illecite o la loro domanda, probabilmente non ci sarebbe il bisogno di cercare politiche alternative al proibizionismo”(cit. E.A. Nadelmann, The Case for Legalization: The cost of prohibition); questi sforzi non sono riusciti a fare la differenza e, tendono a mostrare scarsi o marginali livelli di miglioramento.  A questo punto dobbiamo rivolgere maggiore attenzione sui costi della politica proibizionista. La domanda e l’offerta di droghe illecite è rimasta relativamente indifferente alle molteplici iniziative legislative di stampo repressivo che si sono succedute negli anni, ed oggi si riscontra un aumento dei consumatori di sostanze stupefacenti “leggere”. Sia le severe sanzioni penali, sia l’aumento del pattugliamento delle forze dell’ordine, non sono riusciti a realizzare ottimali risultati in termini di riduzione della violenza, della corruzione e del degrado sociale. In base ai dati raccolti dalla Sezione Statistiche del Ministero della Giustizia, situazione calcolata al 31 dicembre 2015, nelle patrie galere vi sono 6.887 esponenti di organizzazioni criminali di stampo mafioso. 17.676 i soggetti detenuti in applicazione delle leggi antidroga. La statistica della popolazione carceraria non tiene conto di coloro i quali hanno commesso reati prodromici all’acquisto di sostanze stupefacenti. E’ superfluo sottolineare come, anche a causa del sovraffollamento carcerario, venga meno la funzione “rieducativa” della condanna con effetti criminogeni su “innocenti” consumatori

I giovani socialisti sono stanchi del degrado socio economico generato dallo spaccio illegale e della inefficiente militarizzazione dei quartieri. Noi giovani pensiamo che la risposta al problema dello spaccio illegale sia il “Monopolio di Stato” sulle droghe. Lo stesso potrebbe,infatti, garantire il controllo sulla produzione, la commercializzazione e la qualità delle sostanze introdotte nel mercato. Sebbene sospinti da buone intenzioni, non sappiamo se la via da percorrere sia quella giusta. E’ per questo motivo che ti chiediamo di rispondere alle nostre brevi domande https://forms.gle/zYVPeP4kNpgsT4W87

Parte prima

Parte seconda

Parte terza

Parte quarta

Parte quinta

Parte  sesta
Parte settima

Parte ottava

Parte nona

Parte decima

Parte undicesima

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