martedì, 1 Dicembre, 2020

Sulla decriminalizzazione delle sostanze stupefacenti. Parte 4

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Breve storia del proibizionismo. Il Proibizionismo è stato per più di un secolo il solo mezzo usato dai paesi liberali per antonomasia. Nella sua connotazione storica si caratterizza come mezzo di controllo, sociale e morale, in grado di limitare la libertà dei singoli al fine di redimere e reprimere comportamenti in antitesi con i valori tipici della middle-class. Ripercorrere la lunga e variegata storia del proibizionismo serve per meglio comprendere oggi la realtà coercitiva e minatoria che attiene alle sostanze stupefacenti.

La cultura proibizionista, scaturente dal protestantesimo più intransigente, è figlia della società occidentale, infatti, in una ideale linea temporale, le molteplici sostanze “illecite” che il mondo occidentale ha proibito sono state tante, non solo l’alcool ma anche la carne di certi animali, cereali, e perfino alcune erbe, proibizioni tutte strumentali a difendere posizioni dominanti religiose e politiche.

Solleva più di qualche perplessità rammentare che, dal 1893 al 1911 la fabbricazione, la detenzione e la compravendita di sigarette nello Stato di Washington erano proibite. Il “piccolo schiavista bianco” – così si denominava la sigaretta – era, a detta dei proibizionisti, la causa diretta del malcostume morale della società dell’epoca; anche se poi l’ipocrisia del tempo, escludeva dall anatema i surrogati quali pipe, sigari e tabacco da fiuto e negli stessi anni, la casa farmaceutica Bayer, vendeva come rimedio per coliche infantili e tosse, il diacetato di morfina, oggi noto ai più col nome di Eroina. E non si può non ricordare il proibizionismo degli alcolici negli anni 20 del secolo scorso.

Questa politica, fautrice di una efferata azione repressiva, era caratterizzata sì da una forte impronta moralista, non è un caso infatti, che promotrici di questo tipo di politica, fossero proprio le società di temperanza, ossia gruppi politici di matrice religiosa, ma anche da posizioni politiche difensive di uno status.

L’opinione pubblica del tempo, che aveva iniziato a domandarsi se la “proibizione” fosse il modo più adeguato di arginare i problemi collegati all’abuso di sostanze alcoliche, ebbe la meglio soltanto nel 1933, anno in cui l’America abolì il proibizionismo.

Gli effetti di quella politica, durata ben 14 anni, furono devastanti e fallimentari perché il proibizionismo aveva generato il consolidamento della criminalità organizzata, una dilagante corruzione negli ambienti delle forze dell’ordine e dei funzionari pubblici, e la connivenza di quella parte della società civile svincolata dai preconcetti puritani. A causa del proibizionismo, la salute di

molti individui rimase compromessa dalle produzioni illegali di alcool di pessima qualità immesse nel mercato nero; l’agricoltura e la filiera industriale legata alla produzione di alcolici fu messa in crisi dalla foga repressiva. E’ opinione ormai diffusa che il proibizionismo fu il frutto di una “ossessione moralistica dei protestanti” che, sposandosi con il concetto illuminista della perfezione del dato normativo, aspirava a costituire una società utopica e morale, avulsa da ogni vizio!.

Questa esasperata ricerca di una società moralmente etero determinata conferma la vichiana asserzione dell’eterogenesi dei fini e, ancora oggi, per effetto della sua perdurante influenza, avviene infatti che “le buone intenzioni si rovesciano nel loro contrario”.

Nel 1993 Peter Cohen, già responsabile del Centre for Drug Research dell’Università di Amsterdam, nel suo intervento scritto al United Nations Institute for Social Development (UNRISD) affermava che: <<il proibizionismo […] in materia di droghe […] deve essere considerato un fossile, un anacronismo che sopravvive nella nostra epoca per ragioni politiche o simboliche; uno dei prodotti ormai fossilizzati della rivoluzione industriale britannica, della morale cristiana del 18° secolo, e delle idee dell’Illuminismo del XVIII secolo>>(P.Choen, Re-thinking Drug Contyrol Poliy: Historical Perspective and Conceptual Tools, in occasione del Simposio << The Crisis of Social Development in 1990’s>>, 1993), tuttavia ancora oggi questa metodologia repressiva, stenta ad essere abbandonata.

I giovani socialisti sono stanchi del degrado socio economico generato dallo spaccio illegale e della inefficiente militarizzazione dei quartieri. Noi giovani pensiamo che la risposta al problema dello spaccio illegale sia il “Monopolio di Stato” sulle droghe. Lo stesso potrebbe,infatti, garantire il controllo sulla produzione, la commercializzazione e la qualità delle sostanze introdotte nel mercato. Sebbene sospinti da buone intenzioni, non sappiamo se la via da percorrere sia quella giusta. E’ per questo motivo che ti chiediamo di rispondere alle nostre brevi domande https://forms.gle/zYVPeP4kNpgsT4W87

 

Parte prima

Parte seconda

Parte terza

 

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