venerdì, 7 Agosto, 2020

Sulla decriminalizzazione delle sostanze stupefacenti. Parte 7

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Money Laundering. La correlazione simbiotica esistente tra economia legale ed illegale costituisce il centro nevralgico della inefficacia del proibizionismo.

La money laundering (riciclaggio) è tappa fondamentale nel circuito dei capitali sporchi e compete ad ogni attività illecita in grado di produrre profitto, non ultima il narcotraffico.

La money laundering costituisce un fenomeno complesso, attuale e criminogeno; nessuno stato nazionale può vantarsi di essere al riparo da questo tipo di contaminazione che affligge l’economia legale.

Attraverso sofisticate tecniche di riciclaggio si mira a re-investire i capitali sporchi all’interno dell’economia legale al fine di ripulire il frutto della vendita delle sostanze psicoattive.

Questa attività mira a consolidare i cespiti patrimoniali delle organizzazioni criminali e genera, per i loro investimenti, un ciclo virtuoso: Il riciclaggio permette la creazione di ingenti accantonamenti, questi fungono da “fondo cassa” per futuri “investimenti” senza dimenticare di alimentare la soggezione alla corruzione nei più alti livelli delle istituzioni nazionali o internazionali.

Le modalità in cui si attua la money laundering possono essere molteplici, ci limiteremo qui ad indicare quattro tecniche che consentono una gestione dei fondi neri tale da renderli legali:

  • smurfing: attività che consiste nel frammentare una quantità di denaro contante in piccole somme, procedendo a piccole transazioni non documentate;

 

  • attività di facciata: i proventi illeciti vengono investiti in attività nelle quali sono impiegati prevalentemente contanti ad esempio ristoranti, alberghi, società di costruzioni e eccetera;

 

  • tecniche contabili: i narcodollari, immessi nel capitale di società di comodo, vengono “puliti” attraverso attività ed operazioni contabili;

 

  • Acquisto di preziosi, metalli o oro;

 

Ruolo predominante nello svolgimento di queste operazioni di comodo è assunto dagli istituti di credito. In primo luogo le banche con sede in “paradisi fiscali” o, in paesi con tassi di crescita superiori alla media.

L’Italia ha cercato di arginare il fenomeno con l’individuazione di stati e territori aventi un regime fiscale privilegiato. Questa azione è resa possibile grazie al decreto ministeriale del 4 maggio 1999, redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, il quale ha identificato una lista di 58 stati nazionali che, attraverso i loro sistemi bancari, sono in grado di fungere da schermo e copertura delle associazioni criminali.

Dietro consistente deposito bancario e, in barba alle convenzioni Internazionali, alcuni stati garantiscono al “fortunato correntista” l’immunità giudiziaria.

Non è possibile accertare l’effettiva efficacia del provvedimento legislativo, in primo luogo perché in un mercato globale i capitali non conoscono confini, in secondo luogo questa misura non tiene conto delle connivenze delle banche, o dei loro funzionari.

I cripto-dollari che evadono il fisco, sfuggendo i controlli valutari, inquinano in maniera irreversibile il mercato legale ed inficiano la “neutralità del sistema economico”.

I giovani socialisti sono stanchi del degrado socio economico generato dallo spaccio illegale e della inefficiente militarizzazione dei quartieri. Noi giovani pensiamo che la risposta al problema dello spaccio illegale sia il “Monopolio di Stato” sulle droghe. Lo stesso potrebbe,infatti, garantire il controllo sulla produzione, la commercializzazione e la qualità delle sostanze introdotte nel mercato. Sebbene sospinti da buone intenzioni, non sappiamo se la via da percorrere sia quella giusta. E’ per questo motivo che ti chiediamo di rispondere alle nostre brevi domande https://forms.gle/zYVPeP4kNpgsT4W87

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