venerdì, 3 Aprile, 2020

Sulle Foibe la classica fiera delle banalità

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Ogni anno per il giorno del ricordo assistiamo a una ormai classica fiera di banalità che rischia di trascendere anche quel po’ di buono che ci può essere nel perpetrare, seppur ciò avvenga per legge, la conoscenza dei tragici eventi della seconda guerra mondiale al confine orientale.
Lo scorso anno ci avevano pensato Salvini e Taiani a tirar fuori dal cilindro alcuni passaggi “memorabili”. L’allora vicepremier aveva detto che i bambini morti ad Austwitz e quelli morti nelle foibe sono uguali, ma che non esiste un però per Auschwitz e un però a Basovizza, essendo criminali i primi e i secondi.
Pare, a chi scrive, un intervento storicamente fuori luogo, frutto dei luoghi comuni prodotti da una retrograda retorica che vuole equiparare i morti di Auschwitz e quelli delle foibe. È un po’ la logica che ha portato all’istituzione della giornata del ricordo, come se ci dovesse essere un contraltare per quella della memoria. Una banalizzazione che andrà bene per qualche leone da tastiera, ma che non può soddisfare neanche l’esigenza del meno curioso degli studenti. Se c’è un filo che può legare i morti chiamati in causa da Salvini, quello non può che essere la violenza della seconda guerra mondiale, una violenza prodotta in una scala immensamente più vasta che nel passato.
Ancora peggio, se possibile, fu l’intervento del presidente Taiani che ha avuto addirittura l’ardire (o il coraggio, o meglio ancora, l’incoscienza), di legare quei fatti alla contemporaneità. Il politico forzista, addirittura, era riuscito, da presidente del parlamento europeo, quasi a far scoppiare una guerra con la Croazia, lanciandosi in un ardito parallelo tra la dittatura di Tito e quella di Maduro in Venezuela, dicendo che non si poteva permettere che una dittatura efferata, che una dittatura comunista come quella di Tito, ripetesse in Venezuela quello che era accaduto nelle foibe. Un parallelismo fuori luogo.

Quest’anno le celebrazioni a Basovizza, monumento nazionale italiano, ma località che, nel 1930, vide giustiziati dai fascisti alcuni patrioti sloveni, e che quindi è, per stessa natura, luogo “divisivo”, è toccato alla presidente del Senato iscriversi alla lista degli aspiranti “politistorici”. Elisabetta Casellati dicendo che quelle morti possono essere “considerate le più gravi stragi di italiani compiute in tempo di pace ha affermato che la storiografia è ormai concorde nel giudicare tali fatti parte integrante di una strategia pianificata, che aveva come elemento principale l’eliminazione degli italiani”. Quale storiografia abbia consultato la seconda istituzione dello stato, non è dato sapere.

Le celebrazioni si sono “arricchite” anche dell’intervento del presidente della Camera Roberto Fico che ha aggiunto che sono da rigettare senza esitazioni le tesi negazioniste o giustificatorie, purtroppo ancora presenti.  Secondo il presidente grillino di Montecitorio, “la deprecabile politica di italianizzazione forzata delle popolazioni slave condotta dal fascismo, la dura repressione e gli atti criminali compiuti dalle forze nazifasciste nella Jugoslavia non possono essere in alcun modo considerate quale giustificazione delle atrocità commesse contro gli italiani inermi”. In sostanza, secondo Fico, la reazione non ci fu. Uomini e donne massacrati, villaggi incendiati senza pietà in base alla tristemente famosa circolare di Roatta, non dovevano provocare reazione. Fico legge l’occupazione italiana dei Balcani come quella di un esercito di mandolinari recatisi in Jugoslavia a distribuire fiori e cibo e a scrivere poesie. Allucinante.

Dispiace che quest’anno anche il presidente Mattarella, che aveva saputo con equilibrio interpretare, istituzionalmente, alcuni passaggi importanti della nostra storia, si sia lasciato andare a una leggerezza “pericolosa”, forzando la mano sul concetto di “pulizia etnica”. L’intervento di Mattarella ha provocato la lettera aperta dello storico Angelo d’Orsi, da sempre attento ai temi del negazionismo, che, sul Manifesto, ha scritto per esprimere la sua amarezza.

“Ella, signor Presidente, è caduto nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con gli avvenimenti al Confine Orientale, tra Italia e Jugoslavia, fra il 1941 e il 1948, grosso modo. […] Nel Suo discorso Ella ha precisamente ribaltato il mio argomentare, che poneva in guardia dall’uso scorretto del termine «negazionismo», che si riferisce, propriamente, alle ideologie che negano Auschwitz, ossia sostengono che mai è esistita una volontà sterminazionista e genocidaria nel nazismo”.

La sostanza è che la politica ha provato a impossessarsi delle memorie in modo distorto, forzando sulla politicizzazione della storia, ma producendo confusione e una banalizzazione che non rende merito a un popolo che voglia mettere punti fermi nella ricostruzione della propria storia. Troppa gente sa troppe poche cose per potersi esprimere con rigore su una vicenda tanto dolorosa. Se i politici si limitassero a far politica, e lasciassero agli storici il compito di scrivere la storia forse, anziché arrivare alla tanto declamata memoria condivisa, potremmo arrivare a una tanto agognata ricostruzione storica accettata. Ne guadagneremmo tutti in cultura e fegato.

Leonardo Raito

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