sabato, 24 Ottobre, 2020

“Sulle tracce del crimine”, in mostra settant’anni di Rai

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Uno dei generi letterari di maggior successo in tutto il mondo è, ancora oggi, il mistery, la crime story, il romanzo poliziesco, la detective fiction. Chiamatelo come vi pare, in pratica si tratta della storia di uno o più delitti efferati e del castigo del colpevole, con in mezzo, ovviamente, le debite indagini. In Italia, dopo il successo dei primi “Libri Gialli”, che Mondadori pubblica nel 1929, non ci si è persi in troppe definizioni riunendole tutte sotto la bandiera del Giallo (anche dal colore delle copertine). Termine che ha tracimato i confini delle librerie e delle edicole per conquistarsi un autorevole spazio anche nella cronaca, quasi sempre nera, ma anche politica ed economico-finanziaria.

Pur con illustri pretendenti, e tra i tanti citiamo solo “Le avventure di Caleb Williams” (1794) di William Godwin, padre di Mary Wollstonecraft Godwin Shelley, autrice di Frankenstein, e “Delitto e castigo” di Fëdor Dostoevskij (1866). il padre del racconto poliziesco è Edgar Allan Poe che nel 1841 pubblica “I delitti della via Morgue”, dove esordisce l’investigatore privato Auguste Dupin, un giovanotto che risolve omicidi e casi misteriosi grazie alle sue capacità deduttive. Come, in seguito, faranno Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle e Hercule Poirot di Agatha Christie, tanto per fare un esempio.
Qualche anno dopo, il 13 dicembre 1851, “L’Omnibus”, periodico napoletano di politica e cultura, pubblica la prima puntata del primo giallo made in Italy: “Il mio cadavere”, scritto da Francesco Mastriani, che sarà edito in volume l’anno dopo dall’editore Rossi di Genova. Che Napoli sia stata la prima capitale italiana del Giallo, anticipando quindi anche le corazzate editoriali milanesi, è frutto delle ricerche di Massimo Siviero, giornalista romano e anche lui autore (guarda caso) di romanzi gialli e noir.

Anche se Mondadori può vantare l’imprinting del “Giallo”, ripreso da centinaia e centinaia di editori nel corso di quasi un secolo, il genere godeva già di una notevole popolarità, con la quale ha dovuto fare i conti nel Dopoguerra anche la Rai degli esordi che, nel 1959, manda in onda le avventure del tenente Sheridan, interpretato da Ubaldo Lay, all’interno del programma “Giallo Club. Invito al poliziesco”. Dopo i primi episodi pilota, la serie continuerà a furor di popolo. Primo esempio di sceneggiatura originale realizzata per la Rai e primo capitolo di una storia d’amore che continua ancora oggi e che è stata raccontata nella grande mostra multimediale “Sulle tracce del crimine. Viaggio nel giallo e nero Rai”, allestita nel Museo di Roma in Trastevere, e che resterà aperta sino al prossimo 6 gennaio, per poi trasferirsi a Palazzo Morando – Costume Moda Immagine, in collaborazione con le Civiche Raccolte Storiche – Comune di Milano/Cultura.
Con “Sulle tracce del crimine”, Rai Teche ripercorre, pescando a piene mani dall’archivio Rai, la storia un genere che è sempre riuscito a parlare a tutti senza se e senza ma: il giallo e il noir investigativo. Una storia lunga quasi settant’anni, cominciata con i grandi sceneggiati per arrivare allo streaming video delle più avvincenti serie crime di oggi.

Nell’arco di oltre sei decenni il pubblico si è appassionato agli enigmi che venivano via via risolti dagli investigatori degli sceneggiati e delle serie Rai: a volte ispirati a figure letterarie, come Maigret, o l’Ingravallo di Gadda, o il commissario Montalbano, altre volte frutto di un’invenzione originale, a cominciare, appunto, dal tenente Sheridan. Col passare del tempo al giallo classico si sono affiancati nuovi sotto-generi tipo le storie gotiche e le atmosfere ambigue del noir; mentre il bianco & nero è stato surclassato dal colore.
Per arrivare a raccontare le storie dei grandi commissari come Montalbano e Schiavone, la Rai è partita da lontano. Con gli indimenticabili sceneggiati degli anni Cinquanta che hanno fondato e fatto crescere il genere giallo e introdotto il noir, attraverso commissari, poliziotti, marescialli e questurini diventati famosi. Già nel 1954 la Rai, infatti, manda in onda “Il processo di Mary Dugan”, adattamento da un giallo dell’americano Bayard Veiller. Ancora, la domenica sera l’Italia si fermava estasiata ad ascoltare le melanconiche note di Luigi Tenco che introducevano quel gigante di Gino Cervi, il Maigret preferito dallo stesso Simenon. E poi il ghigno ferale di Ubaldo Lay nei panni di quel tenente Sheridan che ha inaugurato l’hard-boiled all’italiana; possiamo continuare con Lauretta Masiero-Laura Storm, col gigionesco Tino Buazzelli e la sua magistrale rappresentazione di Nero Wolfe, sino ai più contemporanei Gigi Proietti nel ruolo del maresciallo Rocca, Luca Zingaretti che ha dato al commissario Montalbano un successo internazionale, e – ultimo ma non ultimo – Marco Giallini che ha dato volto e anima al vicequestore Rocco Schiavone.

Una carrellata di immagini e personaggi, una vera e propria indagine sul genere giallo in tv, il cui enorme successo ha reso a suo tempo necessaria l’invenzione di nuove formule, soprattutto nel settore degli sceneggiati originali, cioè quelli scritti apposta per il video. Così emergono autori quali Biagio Proietti, autore di “Ho incontrato un’ombra” e di “Dov’è Anna?”, e ancora il duo D’Agata-Bollini che con “Il segno del comando” ha turbato per mesi e mesi le notti di molti telespettatori.
La mostra multimediale propone 200 fotografie, tra bianco & nero e colori, tratte da circa 80 programmi televisivi, cinque installazioni video e alcune postazioni sonore, ed è organizzata secondo un percorso tematico-cronologico. L’allestimento grafico è caratterizzato da una serie di pannelli che raccontano lo “spirito del tempo” con schede storico-critiche sui programmi, riproduzioni tratte dal Radiocorriere, articoli di quotidiani e riviste dell’epoca.

Per far rivivere i grandi fasti dei generi giallo e noir, accanto a immagini, filmati e contributi cinematografici, troviamo anche curiosità e memorabilia, reperti storici ed elementi scenografici realizzati ad hoc, mentre una stanza è stata dedicata alla visione delle sigle dei programmi tv più popolari.
Promossa e coprodotta da Roma Capitale, assessorato alla crescita culturale – Sovrintendenza capitolina ai beni culturali e da Rai Teche, la mostra fa parte di Romarama, il programma culturale di Roma Capitale, con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività Culturali e del turismo, la mostra nasce da un’idea di Stefano Nespolesi ed è curata da Maria Pia Ammirati e Peppino Ortoleva. Ed è realizzata in collaborazione con Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e INA, Institut National de l’Audiovisuel; progetto grafico a cura di Rai Direzione Creativa; progetto scenografico a cura di Carlo Canè, e supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura.

 

Antonio Salvatore Sassu

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