martedì, 12 Novembre, 2019

Svastica, da simbolo cosmico a negazione della vita

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“Il simbolo come forma più alta e nobile del linguaggio, la stratificazione ultima, frutto della capacità creatrice dell’umo, paradossalmente attinge ad una realtà primigenia, ancestrale, forse preumana. Al livello più alto e universale della comunicazione, in definitiva, il linguaggio umano così carente, fa capo ad una dimensione più antica e nobile, quella del simbolo. E quei simboli, che si trovano in ogni civiltà in forme quasi simili, sanno parlare a chi sa interrogarli, a chi ne coglie le valenze universali!”, con queste parole Donato Loscalzo, docente di lingua e letteratura greca, introduce l’originale libro SVASTICA simbolo sacro universale, di Costanza Bondi (poetessa e ricercatrice) e Marco Morucci (ricercatore), edito da Publishing. Protagonista del volume proprio la SVASTICA, in quanto simbolo universale di prosperità e vita legato ai cicli solari, rappresentante l’energia che perennemente scorre, il flusso del pensiero che informa l’azione, il principio della collaborazione, che accompagna la civiltà dell’uomo, a partire dal Neolitico.

La svastica (da cui deriverà anche la croce cristiana) si trova sul vasellame e sulle raffigurazioni della Grande Madre del periodo Neolitico, sulle monete corinzie, tra gli egiziani, i fenici e gli etruschi, a Susa (4000 a.C.). Uno degli esempi più antichi è stato rinvenuto in una tomba etrusca del III secolo a.C. a Sovena, in particolare tra gli etruschi è nota col nome di “nodo infinito” ed è la rappresentazione del sole in movimento, del Dio sole. Ma lo ritroviamo tra i celti, I giapponesi (per i quali vuol dire ugualmente creazione compiuta, infinito), tra i pellerossa e i buddisti, in Messico.
Insomma, un simbolo primordiale che attraversa la storia dell’uomo dalle prime civiltà fino all’esoterismo moderno e, in quanto tale, espressione di un mondo interiore universale.
Il suo nome deriverebbe dall’etimo indeuropeo su, traduzione di “ciò che è bene”, inteso come cosmos tutto e totale, la svastica schiuderebbe dunque le porte della percezione del buono e del divenire, dell’uno a cui riconduce il molteplice. Ha in sé (spiega sempre Loscalzo) il movimento cosmico dei cambiamenti (nella simultaneità di passato, presente e futuro), il procedere verso l’unità, la collaborazione, la vita.

La nostra civiltà lo ha invece associato ad una fase di negazione della vita stessa, alla storia tragica della Germania e dell’Europa del secolo scorso, questo volume dunque, attraverso una minuziosa ricostruzione storica accompagnata da immagini, ci dà la possibilità di comprenderne il vero significato e di recuperare una dimensione spirituale ancestrale, dal momento che i simboli, come ben spiega la Bondi, sono strumenti per meglio esprimere gli aspetti arcani della società e far parlare il trascendente.

Ma ha un senso discutere di svastica e simboli ancestrali in questo momento storico?
“I simboli hanno molto a che fare con il sentimento religioso e con il mondo della speranza: in ogni epoca hanno svelato all’uomo i principi e i presupposti della salvezza, soprattutto quando la consapevolezza dei limiti e della morte è diventata una realtà imperiosa, con cui fare i conti. Proprio nei simboli si riconosce l’appartenenza ad un gruppo che professa determinati valori”, spiega Donato Loscalzo, ed è un po’ come dire “recuperare dal materiale i valori dell’immateriale può essere la sola via per una sopravvivenza futura”.
Ad una analisi di tipo simbolico, si affiancano gli interventi di Marco Morucci e di Andrea Baffoni, storico e critico dell’arte.

Morucci parla di “etruschi dal suo punto di vista”, del Fanum Voltumnae ed in particolare dell’eccezionale ritrovamento sul Monte Landro, a San Lorenzo Nuovo (sul lago di Bolsena), di una epigrafe, incisa su una piccola parte di un donario, riconducibile al nome Velch (VEL-cha-n (s) – Dio del Fuoco /Sole da VEL luce da traduzione a.dimario), al cui centro c’è il simbolo della svastica (sole), un ritrovamento che potrebbe rappresentare un tassello importante per la identificazione di Velzna nell’area di Bolsena (e non a Orvieto). Ma Morucci ci racconta anche di insediamenti scomparsi, come Salpinium, per arrivare a parlare di Arkaim, città della svastica trovata in Russia e riconducibile all’Età del Bronzo. La svastica e l’arte nella cultura artistica contemporanea è invece oggetto dell’interessante capitolo curato da Baffoni.
“Cerchio, divenire, eternità, tante sono le implicazioni che questo simbolo si è portate dietro e le ricadute sul sistema culturale occidentale; grazie a questo volume possono aprirsi ulteriori importanti analisi” conclude Baffoni, esaminando il Dio Ra/Sole/Svastica nelle opere di grandi artisti come Monet, Van Gogh, Delunay, Prampolini, Dottori.

Maria Grazia Di Mario

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