venerdì, 17 Gennaio, 2020

Iacovissi. “Reddito cittadinanza allontana dal lavoro”

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«Il reddito di cittadinanza va trasformato in lavoro di cittadinanza, cioè in un meccanismo che colleghi la percezione del sussidio allo svolgimento di lavori di pubblica utilità. Il governo intervenga per evitare che questo reddito allontani le persone dal lavoro. Un fenomeno evidenziato oggi dal Rapporto Svimez, in cui si legge che ‘l’impatto del Reddito sul mercato del lavoro è nullo, in quanto la misura, invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro'”.

Così Vincenzo Iacovissi, vice segretario nazionale PSI, commenta i dati del Rapporto Svimez presentato questa mattina alla Camera. “ A nove mesi dalla sua entrata in vigore – continua Iacovissi – questo strumento si mostra utile solo come indennità di disoccupazione ma non come mezzo per la ricollocazione professionale. Molto probabile che la fretta nel varare questa misura sia stata cattiva consigliera, perché un meccanismo capace di coniugare flessibilità e sicurezza avrebbe richiesto almeno una sperimentazione”. 

“Il governo – conclude il vice segretario PSI – prenda spunto dalle democrazie scandinave dove, grazie alla socialdemocrazia, la flex-security è già realtà da decenni e funziona sia sul lato della protezione sociale che su quello dell’occupazione”.

Stretto tra “il timore di una nuova recessione” e una sostenuta emigrazione divenuta, questa sì, una “vera emergenza”. È questa la fotografia del Sud che emerge dalle anticipazioni del Rapporto 2019 della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, l’organismo che dal 1946 è il pensatoio e il punto di osservazione privilegiato sulle regioni meridionali del nostro Paese.
Le previsioni per l’anno in corso misurano in negativo il prodotto interno lordo delle regioni meridionali: -0,3%, a fronte di un +0,3% del Centro-Nord. Crescita sotto zero, insomma. E torna ad allargarsi la forbice con le altre regioni, che pure procedono con fatica rispetto al tasso di sviluppo dell’Unione europea. Così il Mezzogiorno si trova a subire un “doppio divario”, quello dell’Italia rispetto al complesso della Ue e quello del Sud rispetto al Centro-Nord. Qualche segnale più incoraggiante – sempre in termini assai tenui – lo riservano le previsioni per il 2020, ma bisognerà vedere che cosa accadrà di qui ad allora.

La mancata crescita è espressamente collegata – secondo il documento – a un ristagno dei consumi – che nel Centro-Nord hanno recuperato i livelli pre-crisi mentre nel Sud sono ancora sotto del 9% – e a una dinamica molto problematica e fragile degli investimenti.
Quelli privati sostanzialmente tengono, ma a tirare sono le costruzioni (+5,3%) mentre gli investimenti per macchinari e attrezzature restano al palo (+0,1% contro il 4,8% del Centro-Nord) e sono questi ultimi a dare il segno della fiducia e della volontà di investire da parte delle imprese. Se non fosse per gli investimenti privati, tuttavia, la situazione sarebbe ancora più negativa: nel 2018 sono stati investiti in opere pubbliche nel Mezzogiorno 102 euro pro-capite in confronto ai 278 del Centro-Nord. Dati, quest’ultimi, da tenere comunque ben presenti nel dibattito sulle cosiddette “autonomie rafforzate” delle regioni settentrionali più ricche.

Si riallarga anche il divario occupazionale. Negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo di quest’anno, gli occupati al Sud sono risultati in flessione di 107 unità, nel Centro-Nord sono lievitati di 48 mila. La Svimez ha inoltre stimato che lo scorso anno il “gap” occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord ha sfiorato i 3 milioni di unità. Non è un caso che tra il 2002 e il 2017 siano emigrate dalla regioni meridionali oltre 2 milioni di persone. Altro che emergenza immigrazione: la “vera emergenza meridionale” è la ripresa dei flussi migratori verso il Centro-Nord e verso l’estero. I cittadini stranieri iscritti nei registri anagrafici del Mezzogiorno e provenienti dall’estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dai registri del Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati rispettivamente 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017. “Questi numeri – osserva la Svimez – dimostrano che l’emergenza emigrazione del Sud produce una perdita di popolazione, soprattutto giovanile e qualificata, solo parzialmente compensata da flussi di immigrati, modesti nel numero e caratterizzati da basse competenze. Tale dinamica determina principalmente per il Mezzogiorno una prospettiva demografica assai preoccupante di spopolamento, che riguarda in particolare i piccoli centri sotto i 5 mila abitanti”.

L’indebolimento della spesa pubblica nel Sud, di cui si è già accennato, non ha soltanto un impatto negativo sullo sviluppo economico, ma influisce direttamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini e allarga un fossato dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali. In gioco, a ben vedere, ci sono diritti fondamentali di cittadinanza, declinati in termini di sicurezza, di livelli di istruzione, di accesso ai servizi sanitari e di cura. “Le carenze strutturali del sistema scolastico meridionale insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, in un contesto economico più sfavorevole – rileva la Svimez – causano dal 2016, per la prima volta nella storia repubblicana, un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico”. Il numero di giovani che, conseguita la licenza media, resta fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale raggiunge nel Sud il 18,8%, con punte di oltre il 20% in Calabria, Sicilia e Sardegna.

Nel comparto della sanità il differenziale emerge già nell’offerta di posti letto ospedalieri: 28,2 unità di degenza ordinaria ogni 10mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Tale divario aumenta in modo macroscopico nel settore socio-assistenziale, e segnatamente nei servizi per gli anziani: ogni 10mila utenti con più di 65 anni, al Nord sono 88 quelli che usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari, 42 al Centro, appena 18 nel Sud. Per questi motivi la Svimez ritiene urgente “un piano straordinario di investimenti sulle infrastrutture sociali del Mezzogiorno”. Nel dibattito politico attuale, questa urgenza sembra ancora trattata purtroppo, in misura del tutto marginale e retorica.

Carlo Pareto

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