martedì, 25 Giugno, 2019

Svizzera, Europa e democrazia

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Domenica 19 maggio i cittadini svizzeri si sono espressi in due referendum federali. Il primo ha riguardato interventi in materia di fisco per le imprese e fondi per le pensioni, il secondo l’adeguamento delle regole sul possesso delle armi da parte di privati alle vigenti norme europee.
Appare subito chiaro come le due materie accorpate all’interno del primo referendum abbiano poco a che vedere l’una con l’altra. Data però l’urgenza di entrambe le misure per la Confederazione, Parlamento e Consiglio Federale hanno elaborato dunque una nuova legge così strutturata. Nella prima parte, essa abolisce gli attuali privilegi fiscali (non più corrispondenti ai requisiti internazionali) accordati alle imprese che operano prevalentemente a livello internazionale. A tutte le imprese in Svizzera verranno dunque applicate le stesse regole. Affinché la piazza economica svizzera resti attrattiva, verranno introdotte nuove agevolazioni fiscali accettate a livello internazionale per le imprese che investono nelle attività di ricerca e sviluppo. Infine la riforma prevede un maggiore onere fiscale sui dividendi per gli azionisti. A breve termine la riforma fiscale comporterà minori entrate per Confederazione e Cantoni, stimate a 2 miliardi di franchi l’anno. Le ripercussioni esatte dipendono tuttavia da diversi fattori, ad esempio da come i Cantoni attueranno la riforma o da come le imprese reagiranno. A lungo termine, infatti, potrebbero addirittura risultare maggiori entrate rispetto a oggi. La seconda parte della legge prevede un ulteriore finanziamento (il primo in 40 anni) all’AVS, il fondo pensionistico. La proposizione di queste materie per saturam ha fatto sì che la legge venisse approvata senza troppi ostacoli (66,4% a favore).

Di tutt’altra rilevanza politica si è invece mostrato il secondo referendum. Com’è noto, nel 2017 l’UE ha partorito una direttiva per gli Stati aderenti a Schengen (cui anche la Svizzera, si sa, partecipa) che restringe l’acquisto e le modalità di detenzione di armi. Anche la Svizzera ha potuto partecipare alle modifiche della direttiva UE sulle armi. La materia referendaria era dunque molto chiara per i cittadini: aderire a questa direttiva oppure continuare a regolare autonomamente il possesso delle armi nel proprio paese, minando seriamente la partecipazione della Svizzera all’aerea Schengen, ciò che avrebbe portato a inevitabili ripercussioni sul piano economico, infrastrutturale, ma anche culturale. È dunque evidente – e in una certa misura scontato – quale sia stata la risposta degli Svizzeri: il 63,73% ha scelto di accettare la direttiva UE (solo nel canton Ticino, da dove è partita la proposta di referendum, la maggioranza dei cittadini si è espressa contro).
Eppur tuttavia, la campagna elettorale per questa votazione ha mostrato la sua maggiore vivacità, fornendo libero sfogo alle manifestazioni più spinte di sovranismo svizzero. Girando infatti per le strade, si potevano leggere manifesti in cui il territorio svizzero era rappresentato in via di sgretolamento, accompagnato da frasi come questa: «Ieri il segreto bancario, oggi le armi… e domani? Fermiamo l’ingranaggio!». Considerando poi che il fronte contrario alla direttiva UE era rappresentato solamente da associazioni di detentori d’armi e dal partito di destra populista UDC (Unione Democratica di Centro, sic!), non si può non raccogliere un segnale da questa votazione. Già a novembre dello scorso anno si assisté in Svizzera a espressioni sovraniste, in occasione del cosiddetto “referendum per l’autodeterminazione”. Quello che è accaduto, però, è che i cittadini elvetici, di fronte alla possibilità di ripercussioni forti sulla circolazione di merci e persone sul loro territorio, hanno scelto la continuità nella piena collaborazione con l’Unione Europea. Ora, c’è da chiedersi cosa farebbero gli italiani in situazioni analoghe. Finora il dibattito politico nel Bel Paese sull’Europa ha visto sempre più crescere il fronte euroscettico a fianco di uno addirittura antieuropeista. Ma, al netto di tutto, non è veramente chiaro da parte delle forze sovraniste (che in questa campagna elettorale si sono nutrite anche del consenso antieuropeista) quale sia il loro progetto per l’Europa. Qual è dunque la reale coscienza dell’elettorato italiano circa le ripercussioni di una politica che metta completamente in discussione l’esistenza stessa dell’UE? Fino a che punto porterebbe avanti la sua polemica antieuropeista?

Un’ulteriore riflessione merita la questione dell’affluenza. In questa chiamata referendaria hanno partecipato il 43,2% dei cittadini aventi diritto di voto. Un numero che, se a noi può sembrare scarso, sta invece perfettamente nella media per la Svizzera. E anche in questo caso il pensiero vola all’Italia. Sì, perché, proprio in queste settimane, le camere sono impegnate nell’approvazione della riforma costituzionale che, insieme alla riduzione del numero dei parlamentari, prevede l’introduzione del referendum propositivo, un cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle. Proprio in riferimento all’affluenza, così diceva il ministro Fraccaro (ministro per i rapporti con il Parlamento e – non a caso – per la democrazia diretta) nel rispondere alle perplessità di Salvini circa l’assenza di un quorum nella proposta dei 5 Stelle: «Condivido con Salvini l’idea che la Svizzera sia un modello e che i cittadini vadano coinvolti sempre di più nei processi decisionali. A tal propositivo va ricordato che in Svizzera c’è il quorum zero e che anche il contratto di Governo prevede espressamente di cancellare il quorum, proprio per incentivare la partecipazione attiva». Nell’arco dello stesso mese i 5 stelle hanno dovuto accettare l’introduzione del quorum all’interno del progetto di riforma. La sfida del Governo sarà proprio quella di riuscire a far convivere una democrazia squisitamente rappresentativa, quale è la nostra, con questi istituti di democrazia diretta. L’assenza di un quorum, ad esempio, avrebbe significato lo svilimento del ruolo del Parlamento e, indirettamente dell’esecutivo, che in Svizzera hanno una configurazione diversa dall’Italia.

Va ricordato infine che in Svizzera i cittadini vengono sottoposti in media a dieci referendum federali all’anno, cui vanno poi aggiunti i referendum cantonali (oltre che, ovviamente, tutte le elezioni di diverso livello). Questa continua chiamata alle urne del popolo elvetico ha causato negli anni una progressiva diminuzione dell’affluenza (la forbice è ormai tra il 42% e il 46%), al punto che negli ultimi referendum – per i quali, rammentiamo, non è richiesto un quorum – ciò che ha fatto notizia sui giornali è proprio l’inesorabile crollo della partecipazione. Insomma, nella Confederazione a decidere gli esiti di elezioni e votazioni popolari è ormai sempre una minoranza della minoranza. Anche di questo dovrebbero tenere conto la politica e l’opinione pubblica in Italia, perché si tratterebbe di modifiche di non poco conto, riguardanti la fisionomia che si intenderebbe conferire alla democrazia italiana. Ma finora, l’attenzione sembra sempre essere rimasta incentrata (o deviata) su tutti altri temi.

Andrea Frizzera
Dipartimento esteri FGS

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