Dl sicurezza e prescrizione incrinano il governo

PALAZZO CHIGI, CONFERENZA STAMPA SUL DEF

Il decreto Sicurezza e la riforma della prescrizione rischiano di incrinare seriamente i rapporti tra Lega e 5 Stelle. Due bandiere sventolate in campagna elettorale a cui i due partiti di maggioranza non hanno nessuna intenzione di rinunciare. Un braccio di ferro, quello in seno al governo pentaleghista, che mette a rischio la tenuta dell’Esecutivo. E anche se i parlamentari gialloverdi si affrettano a smorzare i toni, non si intravedono vie d’uscita celeri. L’impressione è che senza un passo indietro da parte di uno dei due la situazione non si possa sbloccare. Probabile un incontro tra Di Maio e Salvini, al ritorno dai rispettivi viaggi all’estero, per dirimere la questione.

Almeno per oggi, dunque, smentite le voci di un voto di fiducia per compattare la fronda grillina al Senato. Appare remota anche la possibilità di un maxi-emendamento per velocizzare l’approvazione della legge. La questione di fiducia dovrebbe essere posta in Senato solo una volta raggiunto l’accordo sulla prescrizione e sul ddl Anticorruzione. Confronto serrato, quindi. L’intesa è però alla portata. “Come spesso accade bisogna incontrarsi e discutere. Quando torna Salvini dal Ghana e Di Maio dalla Cina può darsi che si incontreranno e che troveranno una soluzione”, le parole del sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti.

Fiducia al Senato sul decreto Sicurezza di Salvini e riforma della prescrizione da inserire nel ddl Anticorruzione tanto caro a Bonafede e Di Maio alla Camera. Questo l’obiettivo tracciato dai due leader per stringere un patto che consenta al Governo di andare avanti. La soluzione potrebbe essere quella di distinguere i termini della prescrizione in base al tipo di reato. Così facendo il Carroccio accontenterebbe da una parte l’elettorato di centrodestra (da sempre contrario ad allungare i tempi della prescrizione per tutti i reati) e dall’altro incasserebbe la legge sulla sicurezza a cui Salvini tiene molto.

L’idea iniziale della Lega era quella di inserire la misura sulla prescrizione nella riforma penale attualmente in cantiere. I tempi, però, si andrebbero ad allungare eccessivamente, considerata la Legge di Bilancio. Va, dunque, trovato un accordo politico. Subito. La commissione Giustizia di Montecitorio ha sospeso l’esame degli emendamenti in attesa che Di Maio e Salvini si vedano. L’impasse è totale. La presidente della commissione Giustizia Giulia Sarti ha comunque garantito che il provvedimento sarà in Aula il 12 novembre. Da vedere, però, se arriverà modificato. Se così fosse la vittoria andrebbe a Salvini ancora una volta.

F.G.

Vaccini, ora inventano l’obbligo flessibile

vaccini-

La circolare Grillo non potrà valere all’inizio di quest’anno scolastico, ma a settembre sui banchi verrà applicata la legge Lorenzin. In attesa dell’eventuale varo definitivo del Milleproroghe. Lo affermano i presidi, che oggi, con una delegazione guidata dal presidente Antonio Giannelli, hanno avuto un incontro al Ministero della Salute.

Pressapochismo al governo. La norma sui vaccini è un esempio chiaro di quanto le idee siano confuse. Il ministro della Salute si trova in mezzo ai vortici causati dalla linea ondeggiate di Lega e 5 Stelle che negli ultimi mesi hanno sempre sparato contro i vaccini accarezzando il pelo ai no vax. Ma ora sono al governo. E non devono solo abbaiare alla luna ma anche produrre soluzioni razionali e non per farsi belli davanti a qualche elettore.

E sulla salute non si scherza. Per ora, incapaci di soluzioni razionali e concrete,  cercano di temporeggiare. Il decreto del Ministro Grillo ne è un esempio. “Abbiamo depositato ieri – ha detto – la proposta di legge della maggioranza in cui spingeremo per il metodo della raccomandazione che è quello che noi prediligiamo da un punto di vista politico, nel quale prevederemo delle misure flessibili di obbligo sui territori, e quindi anche nelle regioni e nei comuni dove ci sono tassi più bassi di copertura vaccinale o emergenze epidemiche. Sebbene mi prendano in giro su questo punto, l’idea di un obbligo flessibile a seconda dei territori è l’idea più sensata”.

Ma la critica dei presidi continua: “L’Associazione nazionale presidi – affermano in una nota – è totalmente apartitica, abbiamo criticato i governi di tutti i colori, noi ci orientiamo e diamo giudizi secondo la nostra coscienza e la conoscenza dell’organizzazione scolastica per tutelare la salute pubblica e il diritto all’istruzione”. Il presidente dell’Anp, Antonello Giannelli, replica così al ministro della Salute.

Per quanto riguarda la circolare congiunta Bussetti-Grillo che estende l’autocertificazione per i vaccini all’anno scolastico 2018-2019, Giannelli ha osservato: “Conveniamo sulle buone intenzioni di semplificare la vita dei genitori,  ma temiamo che si risolva in una complicazione. Nell’anno scolastico 2017-2018 l’autocertificazione era prevista dalla legge in via temporanea perché c’era un’enorme quantità di vaccini da somministrare, ma adesso il grosso è stato fatto, non ci saranno più lunghi tempi di attesa e non bisogna disperdere il lavoro fatto. L’autocertificazione in questa situazione ha l’unica ratio che un genitore non ci va proprio alla asl, e questo è fuori legge”.

I presidi ricordano che al momento resta in vigore il decreto Lorenzin con stabilisce che da 0 a 6 anni non si entra in classe senza le vaccinazioni obbligatorie. “Invito genitori ad andare alla asl, a fare vaccinare i loro figli perché lo dice la legge e l’ha ripetuto ieri anche il presidente del Consiglio Conte e a consegnare alla scuola il certificato rilasciato dalla struttura sanitaria”. Ma che succede se un genitore di un bambino sotto i 6 anni arriva a scuola a settembre portando soltanto un’autocertificazione? “Il preside farà i suoi controlli contattando la asl – conferma Giannelli – e se qualcosa non va non ammetteremo il bambino in classe”. Giannelli, comunque, da’ atto al ministro Grillo che l’incontro avvenuto ieri al dicastero è stato “cordiale e proficuo”: “c’è stata una grande disponibilità dell’amministrazione sanitaria ad ascoltarci e a trovare insieme soluzioni”.  Autocertificazione non utilizzabile in sanità La circolare Grillo-Bussetti, che prevede l’autocertificazione per i vaccini, “non solo confligge con la vigente normativa sulla certificazione delle vaccinazioni obbligatorie, ma contrasta con il DPR 445/2000 che recita ‘I certificati medici, sanitari … non possono essere sostituiti da altro documento”. Lo afferma il Collegio dei professori universitari di pediatria. Posizione sostenuta anche dai presidi: l’autocertificazione non è “utilizzabile in campo sanitario se non a seguito di espressa previsione legislativa”.

Edoardo Gianelli

Commissioni parlamentari. La maggioranza fa il pieno

parlamento_camera

Così diversi che hanno fatto il pieno. Lega e 5 Stelle hanno incassato tutto quello che potevano e, come previsto, hanno fatto man bassa delle presidenze delle 28 commissioni permanenti di Camera e Senato. Restano da assegnare le presidenze delle commissioni di garanzia, ossia la commissione sui servizi segreti (Copasir) e quella sulla Vigilanza Rai che solitamente sono destinate alle opposizioni. Un accordo tra Pd e Fi, prevede la presidenza del Copasir per i democratici con Lorenzo Guerini e quella della Vigilanza Rai per gli azzurri (i candidati sono Paolo Romani o Maurizio Gasparri). Tuttavia da parte della maggioranza giallo-verde si era ventilata nei giorni scorsi l’ipotesi di affidare la presidenza del Copasir al piccolo alleato del centrodestra Fratelli d’Italia, che non fa parte del governo ma che nel voto di fiducia si è astenuto, lasciando così il Pd fuori da tutti i vertici delle commissioni.

La tensione è dunque altissima in vista dell’elezione prevista per la prossima settimana, tanto che nel Pd minacciano fuoco e fiamme se il Copasir dovesse andare a Fratelli d’Italia. Sarebbe per altro un precedente assoluto, dal momento che la presidenza della commissione sui servizi segreti è sempre stata attribuita all’opposizione non per prassi ma per legge: lo prevede infatti la legge istitutiva del Copasir stesso.

La carica dei nuovi e quella dei leghisti anti-euro nelle commissioni che si occuperanno della manovra finanziaria, il primo banco di prova del governo. Dunque le presidenze delle commissioni parlamentari rispecchiano l’andamento del nuovo esecutivo gialloverde. Su 28 neopresidenti ben dieci sono alla loro prima esperienza in Parlamento. Alcuni erano stati indicati come possibili ministri da Luigi Di Maio e poi non essendoci riusciti sono stati ricompensati con la poltrona più alta dalla commissione in cui siedono. Altri parlamentari sarebbero dovuti diventare viceministri o sottosegretari, ma anche in questo caso, non avendola spuntata, ecco il dirottamento sulle presidenze. Ed è il caso dei leghisti Claudio Borghi (Bilancio) e Alberto Bagnai (Finanze), troppo estremisti per stare nella squadra dell’esecutivo ma funzionali per questo incarico.

La suddivisione tra le due forze di maggioranza è stata quasi scientifica sulla base del ‘peso’ numerico dei gruppi parlamentari. Altro che Cencelli. Alla Camera nove presidenze sono andate ai 5Stelle e cinque alla Lega. Stesso discorso al Senato: otto per i grillini e sei per la Lega. Di conseguenza alcune commissioni vedono la presidenza M5s sia per Montecitorio sia per palazzo Madama. È il caso di due commissioni di peso, soprattutto in questa particolare fase politica in cui i grillini soffrono l’esuberanza di Matteo Salvini sul tema immigrazione, e si tratta della commissione Affari esteri che ha come presidenti Marta Grande e Vito Petrocelli, rispettivamente alla Camera e al Senato, e Politiche Ue con Sergio Battelli ed Ettore Antonio Licheri. Quest’ultimo è alla sua prima legislatura, vincitore in un collegio uninominale in Sardegna.

Negli organi che si occupano dei temi economici c’è stata un’equa suddivisione degli incarichi, ma la Lega ha schierato due fedelissimi del segretario che non hanno mai nascosto le loro idee in contrasto con la moneta unica. Alla Bilancio della Camera è stato eletto presidente il leghista Claudio Borghi, alla sua prima legislatura ma molto vicino ai vertici. Il suo nome circolava per un incarico nel sottogoverno. Il suo corrispettivo al Senato è il grillino Daniele Pesco che lo scorso anno con l’attuale sottosegretario Alessio Villarosa ha lavorato sul dossier banche. In commissione Finanze della Camera ce l’ha fatta Carla Ruocco, anima critica M5s che sarebbe dovuta diventare viceministro all’Economia. Alberto Bagnai, alla sua prima legislatura, ma da molto tempo vicino alle idee della Lega, è invece il numero uno in commissione Finanze a Palazzo Madama.

Per quanto riguarda le commissioni Affari costituzionali e Giustizia si è scelto di affidare nello stesso ramo del Parlamento le presidenze allo stesso colore politico. Ai grillini sono andate quelle della Camera con Giuseppe Brescia e Giulia Sarti, mentre ai leghisti quelle del Senato con Stefano Borghesi e Andrea Ostellari, quest’ultimo alla sua prima esperienza in Parlamento.

I 5Stelle hanno puntato, quasi per dovere, su coloro che erano stati annunciati in pompa magna ministri prima del voto del 4 marzo. Quindi il senatore Mauro Coltorti è diventato presidente della commissione Trasporti e Pierpaolo Sileri, che doveva diventare ministro della Salute, è ora presidente della commissione Igiene e sanità. La Lega invece in commissione Ambiente ha scelto il deputato 31enne Alessandro Benvenuto, tra i più giovani eletti in questa legislatura. Anche lui alla sua prima esperienza alla Camera e già, come tanti altri, nel rispetto del nuovo mood, ricopre un ruolo tra i più importanti nella vita parlamentare.

STAND BY

salvini dimaio

“Da almeno un mese chiediamo a democratici e riformisti di unirsi in una ‘concentrazione repubblicana’ a difesa delle istituzioni e dell’euro da chi vorrebbe gettare il Paese nel caos”. Lo ha detto il segretario del Psi, Riccardo Nencini, riferendosi alla lettera che i primi di maggio aveva mandato ai leader di centrosinistra con l’obiettivo di “abbandonare egoismi e litigiosità”. Nencini aggiunge: “Ciascuno di noi deve conferire parte della sua sovranità a un disegno politico nuovo e responsabile, proprio quando Salvini minaccia i risparmi degli italiani”- ha aggiunto Nencini ricordando che l’appello era rivolto anche a Leu e ai movimenti civici democratici. Intanto il Partito Socialista Italiano annuncia l’adesione alla manifestazione organizzata dal Partito Democratico ‘in difesa delle istituzioni democratiche, della Costituzione e del Presidente della Repubblica”, prevista per venerdì 1 giugno alle ore 17, in Piazza Santi Apostoli a Roma.  Alla manifestazione interverrà il Segretario del Psi, Riccardo Nencini.

Che il centrosinistra debba riorganizzarsi dopo la batosta del 4 marzo è fuori dubbio. L’unica cosa sicura è non si può far finta di nulla. Il rischio è quello di un centrosinistra destinato alla testimonianza, fermo a guardare al proprio interno in una sorta di immobilismo autolesionista. I sondaggi degli ultimi giorni su un ipotetico voto a breve sono allarmanti e disegnano un paese potenzialmente in mano a forze populiste e antisistema che potrebbero nel giro di poco, non solo annullare i sacrifici degli ultimi anni, ma portare l’Italia in un serio stato di dissesto oltre che in un conflitto permanente con la parte più avanzata dell’Europa.

Oggi i 5 Stelle si sono svegliati con una nova posizione ufficiale: “Governo politico o voto”. La ha espressa Luigi Di Maio, circa la possibilità di non votare contro un esecutivo tecnico guidato da Carlo Cottarelli.

“Come Lega le abbiamo provate tutte per dare un Governo a questo Paese – ha detto il segretario della Lega Matteo Salvini -. Con il centrodestra non andava bene, con i Cinque Stelle non andava bene. Noi ci siamo. Basta che non perdano più tempo e non prendano più in giro le persone. O si beccano il programma e la squadra che abbiamo presentato oppure facciano altro e ci facciano votare”. “Tutti sanno come la penso dal 4 marzo – ha detto ancora Salvini -. Abbiamo coerenza e lealtà. Se si vuole c’è un contratto di governo con una squadra pronta. Eravamo pronti a partire la settimana scorsa e non ce lo hanno permesso. Basta che nessuno metta veti al programma o alla squadra”. I giochi sono ancora aperti, dunque? “Sì ma gli italiani si stanno stufando. Si tratta di un momento estremamente delicato. Noi attendiamo”, aggiunge. Insomma uno stop all’idea di un governo politico con Luigi Di Maio. Salvini, lanciato dai sondaggi, vuole massimizzare e spera in elezioni a breve ma ormai dopo l’estate. (Si sono accorti che gli italiani sono in ferie).

La Lega non è quindi favorevole ad una nuova edizione del Governo M5S-Lega in realtà mai partita ma non ostacolerebbe “soluzioni rapide” promosse dal Colle per affrontare le emergenze a condizione che il prima possibile sia dato modo agli italiani di tornare al voto. Una sorta di ‘non sfiducia tecnica’ al governo che Sergio Mattarella ha chiesto a Carlo Cottarelli di formare. Come questo possa realizzarsi (astensionismo, uscita dall’Aula o altro) non è ancora chiaro. Ma di certo Salvini permetterebbe ad un nuovo governo tecnico di presentarsi al G7 in Canada, al Consiglio Europeo di Bruxelles a giugno, al vertice Nato a luglio, e soprattutto di fare la legge di bilancio prima di andare al voto ai primi di ottobre. Un governo che non ha la fiducia ma neanche la sfiducia.

Ma è proprio il premier incaricato Carlo Cottarelli – secondo fonti a lui vicine – a tenere ancora alta l’ipotesi. “Durante l’attività del Presidente del Consiglio incaricato per la formazione del nuovo Governo sono emerse nuove possibilità per la nascita di un Governo politico. Questa circostanza, anche di fronte alle tensioni sui mercati, lo ha indotto – d’intesa con il Presidente della Repubblica – ad attendere gli eventuali sviluppi”, spiegano. In tutto ciò Luigi Di Maio si mette di traverso, pronto a votare contro al governo Cottarelli. “È un governo che non ha un voto nel popolo né un voto in Parlamento.

Non solo non c’è una maggioranza, ma rischia di trasformarsi nell’unico governo della storia senza un singolo voto di fiducia”, attacca chiedendo di andare alle elezioni. Passaggi che il Quirinale segue di ora in ora con attenzione estrema, mentre Carlo Cottarelli è alla ricerca di voti che sostengano il suo esecutivo.

LO SCOGLIO

contratto

Raggiunto l’accordo sul programma, resta da risolvere il problema più grande: il nome del premier. Al di là delle dichiarazioni di facciata sembra questo il vero scoglio che Lega e 5 stelle dovranno superare per dar vita ad un governo giallo-verde. La soluzione appare più complicata del previsto. Le parti non indicano scadenze né sull’annuncio del Presidente del Consiglio né sulla data della prossima visita a Mattarella. “Non vi do scadenze” ha detto il capo politico campano ai giornalisti che lo incalzavano.

Per Palazzo Chigi resta comunque probabile l’ipotesi di un politico. Un politico del Movimento 5 Stelle. Di Maio potrebbe essere costretto a fare un passo indietro in virtù dell’accordo con la Lega, anche se la sua candidatura resta forte. Alfonso Bonafede, però, potrebbe spuntarla. In corsa pure Emilio Carelli, giornalista ex direttore di Sky Tg24 e neoparlamentare grillino. Il diretto interessato non ha smentito la possibilità di una sua nomina, ma ha tenuto a precisare che “il candidato premier del Movimento è e resta Luigi Di Maio e tutta la mia disponibilità all’interno del Movimento è determinata a sostenere la sua candidatura”.

Intanto nell’incontro di oggi alla Camera sono stati definiti i punti programmatici del contratto di governo. Sia Salvini che Di Maio avrebbero espresso “reciproca soddisfazione”. Inserito nel documento anche il conflitto di interessi, tema inviso a Forza Italia, principale alleato della Lega. Così come lo stop alle sanzioni europee alla Russia e la chiusura di tutti i campi rom.

Nel documento sono riportati i temi principali delle battaglie di Lega e Movimento: dalla Flat Tax per famiglie e imprese, al reddito di cittadinanza per i nuclei familiari in difficoltà, fino al superamento della legge Fornero. La legittima difesa, uno dei cavalli di battaglia del Carroccio, viene ridisegnata dal documento e definita come “domiciliare”. Ci sono anche l’inasprimento delle pene per i reati di corruzione e la stretta sugli sbarchi clandestini ed i rimpatri. In tema di Europa spiccano il ricorso al deficit per attuare nuovi investimenti e la messa in discussione dei trattati continentali. L’istituzione di un ministero della Disabilità è l’idea per il sociale.

Il programma di Governo è pronto, dunque. Mancano solo le ultime limature e le firme in calce dei due leader. Entrambi si confronteranno a breve con i rappresentanti dei rispettivi partiti. Il primo sarà Salvini, che per domani alle 14:00 ha convocato il Consiglio Federale per comunicare gli ultimi sviluppi sulla trattativa con Di Maio. Una pura formalità che sancirà il via libera all’Esecutivo Lega-5 Stelle. Premier permettendo…

F.G.

Governo. Lega e Cinque Stelle ci provano ancora

salvini di maio

Lega e 5 Stelle continuano a provarci. L’obiettivo è chiudere entro giovedì prossimo. Poi si passerà alle consultazioni con i cittadini: gazebo in piazza da una parte, piattaforma Rousseau dall’altra. Restano alcuni (pesanti) nodi da sciogliere per far partire il nuovo Governo. Arrivati a questo punto i due partiti vogliono sentire il parere della gente, gli umori dei cittadini, prima di formare un esecutivo. Il Capo dello Stato aspetta novità per l’inizio della prossima settimana.

Certo è che l’ottimismo iniziale sta svanendo giorno dopo giorno. Le distanze tra le parti sembrano consistenti, sia sul nome del presidente del Consiglio che sui programmi. Nessuno dei due movimenti vuole un premier tecnico, ma qualora si scegliesse un politico, i grillini chiedono a gran voce che sia Di Maio. Impossibile per la Lega che, dopo aver abbandonato Berlusconi, sarebbe politicamente schiacciata dall’iniziativa dei 5 Stelle e oggetto di critiche da parte del centrodestra.

Fratelli d’Italia è già sul piede di guerra, con Meloni infuriata per i ripetuti tentativi di Salvini di voler cercare per forza l’intesa con Di Maio a scapito degli alleati. Berlusconi, dopo la riabilitazione ricevuta dal tribunale di Milano, vuole a tutti i costi tornare in Parlamento. Il Cavaliere è convinto che con lui in campo il centrodestra possa raggiungere il 40% e quindi governare da solo. Lo ha ribadito a Salvini anche nella giornata di ieri.

Il leader del Carroccio è perplesso. Dopo le bordate contro l’Europa, oggi ha dovuto incassare la replica del commissario europeo alle Politiche Migratorie, Dimitris Avramopoulos, che non intende accettare cambiamenti di strategia sull’immigrazione. “Dall’Europa ennesima inaccettabile interferenza di non eletti. Noi abbiamo accolto e mantenuto anche troppo, ora è il momento della legalità, della sicurezza e dei respingimenti”, la controrisposta di Salvini, che alla sua maniera manda a Mattarella l’ennesimo messaggio: il Governo è ancora lontano.

In realtà Salvini conosce bene la posizione di Bruxelles. Si aspettava la replica della Commissione, così come la presa di posizione del Financial Times, che ha definito Lega e 5 Stelle “i nuovi barbari”. Piuttosto sembra che il segretario federale sia alla ricerca di un pretesto per uscire dal tunnel nel quale si è infilato per andare a votare il prima possibile. Appare improbabile, infatti, che gli sherpa giallo-verdi riescano a mettersi d’accordo su temi dirimenti per i rispettivi elettorati. Difficile che i leghisti accettino il carcere per gli evasori fiscali e il conflitto di interessi, mantenendo allo stesso tempo l’alleanza con Forza Italia. Stesso discorso vale per i pentastellati sulla legittima difesa in salsa leghista. Impossibile, poi, che l’Italia adotti nello stesso momento flat-tax e reddito di cittadinanza. Qualcuno, dunque, dovrà rivedere le proprie posizioni entro breve. Altrimenti si andrà dritti al voto.

F.G.

TUTTO È POSSIBILE

salvini berlusconi dimaioI presidenti delle Camere sono stati eletti con una prima convergenza che ha unito il centro destra ai 5 Stelle. Ora l’intesa sembra continuare. Bisogna aspettare che le consultazioni entreranno nel vivo per capire su quale strada continuerà la partita per il governo. Dopo l’intervista al Corriere nella quale Silvio Berlusconi apre a un governo Salvini escludendo l’ipotesi di una alleanza solo Lega-M5s, a parlare è il leader del Carroccio che come suo solito si scaglia contro i soliti bersagli: Europa e legge Fornero la cui demonizzazione ha fatto le fortune della sua campagna elettorale. Lo spunto questa volta viene dalla Catalogna: “I problemi fra Madrid e Barcellona – ha detto a Telelombardia – si risolvono dialogando, non con le manette”. “L’Unione Europea – ha aggiunto – ha dimostrato il suo nulla”. Dimenticando, o facendo finta di dimenticare visto che fino a ieri era parlamentare europeo, che l’Europa non può intervenire nelle vicende interne a un paese.

“Non è o Salvini o la morte” ha detto inoltre parlando della possibilità che invece di premier lui diventi ‘solo’ ministro. “A me – ha spiegato – interessa che l’Italia cambi. Sono pronto a metterci la faccia in prima persona e lavorare 24 ore su 24. Ma siccome voglio il cambiamento non è o Salvini o la morte”. “La coalizione che ha vinto è quella di centrodestra. Anche se non ha i numeri sufficienti per governare da sola ha vinto, quindi si parte dal programma di centrodestra”, ha sottolineato Salvini. E all’interno del centrodestra, ha ricordato, l’accordo era che chi prendeva un voto in più esprimeva il premier. “Sono pronto ma – ha aggiunto – non voglio fare il presidente del Consiglio a tutti i costi, con tutti perché altrimenti mi ammalo. Lo faccio se c’è la possibilità di approvare le leggi per cui gli italiani mi hanno dato il voto. Altrimenti se mi dicono va a fare il presidente di un governo dove ci son dentro tutti quanti e poi vediamo che cosa si riesce a fare in un anno no”.

“Per ora i 5 Stelle si sono dimostrati affidabili”, ha detto ancora. “Io le persone le giudico dai fatti, non dalle parole. Poi nei fatti, nei numeri uno si dimostra affidabile o non affidabile” ha spiegato aggiungendo che “quello che hanno detto, hanno fatto. Come Di Maio e Grillo hanno detto Salvini ha dato una parola e l’ha mantenuta, io apprezzo la gente che dice una cosa e poi la fa” e questo “vale anche per Berlusconi: alla fine abbiamo chiuso con il centrodestra compatto”. Sembrano passati anni luce, eppure era solo ieri, quando Salvini assicurava che con i 5 Stelle non avrebbe mai fatto nessuna alleanza. Comunque mettere insieme un governo non sarà facile, né, allo stato attuale, si intravede ancora la figura idonea a incarnare un patto che in teoria smentisce le solenni promesse politiche fatte agli elettori (gli uni hanno giurato mai con i cinquestelle, gli atri mai con Berlusconi).

Salvini ha detto, incassando un indubbio successo tattico, che adesso dovrà nascere un governo che dia agli italiani meno tasse e più pensioni. Fico vuole tagli ai costi della politica e reddito di cittadinanza, insomma i cavalli di battaglia grillini. Secondo i calcoli di Tito Boeri, il reddito di cittadinanza dovrebbe costare 30 miliardi di euro, mentre “stracciare” la riforma Fornero, come ha platealmente detto Salvini in campagna elettorale, costerebbe almeno 90 miliardi. Intanto, il conto della spesa parte già da 30 miliardi che bisogna trovare quest’anno: 12,4 per impedire che scatti l’aumento dell’Iva previsto dalla clausola di salvaguardia, 12 per rispettare gli impegni presi con la Ue facendo scendere il deficit pubblico allo 0,9%, il resto per i contratti del pubblico impiego e le spese incomprimibili. A qualcosa bisognerà rinunciare.

SINTESI POSITIVA

prodi gentiloni

“La prima considerazione da fare è che la frammentazione della sinistra italiana rappresenta un problema. Non solo di oggi, ma storico. Una sinistra che fa minoritaria del Paese e nel Parlamento. Invece serve una sinistra responsabile che vuole governare e che non si vuole relegare a una opposizione duratura nel tempo e improduttiva”.

Lo afferma il sentore socialista Enrico Buemi, responsabile giustizia del PSI e candidato della Lista Insieme, nel collegio Piemonte 02 – Moncalieri (To). “Sappiamo – continua Buemi – che le opposizioni, come regola, non producono cambiamento, casomai lo frenano. Perché le opposizioni vogliono impedire che le maggioranze realizzino il loro programma. Ma nei programmi della maggioranza di segno opposto vi possono essere contenuti evolutivi delle condizioni generali. Il che deve essere il fine ultimo di ogni attività politica”.

E la Lista Insieme?
La Lista Insieme cerca di affrontare questo problema di una sinistra divisa. Tentando di sintetizzare esperienze positive che hanno cercato di interpretare il cambiamento ma mantenendo anche la sensibilità verso i grandi problemi. A partire da quello della giustizia sociali, della tutela dell’ambiente e delle politiche economiche che devono creare le condizioni per ridistribuire le risorse.

E proprio su questo punto l’appoggio dato da Prodi è fondamentale.
Prodi interpreta quello spirito che mette in campo esperienze e culture diverse che sono una caratteristica positiva dell’Italia. Noi non siamo un monoblocco. Nel nostro Paese storicamente vi è stata vivacità. A volte ha creato situazioni negative, ma nella maggior parte dei casi ha prodotto una forte evoluzione. Il fatto che gli italiani e lo Stato italiano nel mondo, sono percepiti come peculiarità positiva, deriva anche da questo. Le nostre forze armate sono percepite nel mondo come più attente e capaci di altre a interagire nei territori, i nostri prodotti sono tra i più apprezzati. Tutte queste caratteristiche producono anche diversità politiche. E la diversità è che l’Italia è un paese con tre-quattro storie di cultura politica di grande spessore che hanno rappresentato anche dei punti di riferimento per altre storie. Prodi rappresenta questo. Lo ha detto lui stesso. Prodi rappresenta una politica plurale che però è capace di trovare le sintesi.

L’opposto della vocazione maggioritaria.
La vocazione maggioritaria la aveva anche la Democrazia Cristiana per una certa fase ma la ha subito superata. Nel ‘48 vinse le elezioni ma capì dopo il ‘53 che anche i pariti minori socialdemocratici, repubblicani liberali e socialisti negli sessanta, erano necessari per governare il paese. Ma era in qualche modo d’accordo anche con il partito comunista. Il dibattito è stato riempito di dialettica positiva dando contenuto alle esperienze. Vi è stata la dimostrazione che vi era la capacità di interagire in maniera plurale.

E l’operazione portata avanti da LeU? Che ne pensi?
Mi interrogo come sia possibile che Bersani, D’Alema ed altri si trovino ad essere solidali con i radicali di una sinistra inconcludente invece di essere interlocutori di una sinistra riformista anche se con tutte le sue differenze e i suoi errori. Renzi ne ha commessi sicuramente tanti, ma non può essere perso di vista quello che è l’elemento essenziale di mantenere un’unità strategica. Vi è una sinistra, quella responsabile, quella riformista, quella gradualista, quella che ha i piedi piantati per terra nei bisogni della gente, delle imprese e nell’economia nel suo insieme. È questo il nostro terreno. Altrimenti è evidente che poi vince la destra.

Ma il loro obiettivo potrebbe essere proprio quello del tanto peggio tanto meglio
E io questo lo ho anche scritto. Era una logica della sinistra radicale, addirittura della sinistra extraparlamentare e brigatista. Quella di una strategia pseudo-rivoluzionaria dove però le rivoluzioni portano ai fascismi e non ai cambiamenti positivi.

A proposito di fascismi le cronache delle ultime settimane non sono tranquillizzanti…
Vero. Ma in parte. Questo è anche frutto di errori e sottovalutazioni di una emarginazione sociale che sta diventando di grandi dimensioni. Dovuta anche ai fenomeni economici legati alla globalizzazione. Si è creato uno sviluppo economico non ordinato, ovvero dove la politica ha rinunciato a dare parametri e regole fondamentali per creare le condizioni affinché esso avvenisse dentro determinare coordinate, sia di Stati che si aree geografiche. È evidente che in questo modo si sono create sacche di emarginazione. Quando la povertà dilaga e le sinistre diventano inconcludenti per varie ragioni, perché da un lato hanno proposte utopistiche o dall’altra abbandonano i loro riferimenti fondamentali e scimmiottano i sistemi liberistici, allora si crea questo disagio. E questo disagio produce destra, non produce più sinistra.

Un disagio dove pescano anche i 5 Stelle e Lega…
È questo il punto. Una sinistra che vuole tutelare effettivamente è una sinistra che deve essere gradualista.

Diamo un giudizio su questi cinque anni.
Questa legislatura è stata problematica ma di grande capacità di produzione di atti e di politiche. In tanti settori. Come in quello dei nuovi diritti. Dall’altra parte però le politiche economiche hanno più difficoltà ad affermarsi. Per l’affermazione dei diritti bastano atti parlamentari. Per le politiche economiche invece serve anche il tempo. Per realizzare sviluppo, ricchezza e poi distribuirla serve tempo e contingenze internazionali favorevoli. Quindi il processo è più lento, il cammino è iniziato, ma dobbiamo mettere a punto ulteriormente meccanismi e strumenti.

Gentiloni ha detto che lui non sbatte i pugni sul tavolo perché l’Italia, per il ruolo centrale che ha nell’Unione, non ne ha bisogno. Che ne pensi?
Condivido l’atteggiamento di Gentiloni. Fa parte della consapevolezza dei rapporti di forza. L’Europa dei governi, perché non esiste ancora l’Europa dei popoli, è un contesto molto concreto. E qui contano i rapporti di forza. Inutile andare a un tavolo a gridare quando i rapporti di forza non sono stati costruiti in maniera adeguata. Allora Gentiloni fa bene a muoversi in questo modo. Sono le politiche che tendono a modificare quei rapporti e non l’atteggiamento. Il resto va bene per i media. Abbiamo una subalternità rispetto alla Germania. Essa ha una sua economia più forte della nostra, i suoi conti più in ordine dei nostri la sua capacità di visione è più lunga della nostra. Noi per varie ragioni invece siamo più portati a guadare al domani piuttosto che al futuro.

In chiusura i 5 Stelle. Parlano della loro diversità. Ma le cronache non sono molto tenere con loro…
La notizia di un’indagine a carico del Presidente del Potenza calcio per riciclaggio fa smarrire completamente al cosiddetto candidato premier Luigi Di Maio qualsiasi nozione di diritto costituzionale. Capisco che di fronte alla vera notizia del candidato indagato per riciclaggio se ne debba creare una finta, in cui il candidato premier si reca con qualche settimana di anticipo dal presidente Mattarella, il quale giustamente non ha trovato il tempo di riceverlo perché occupato in altri impegni più seri e l’ha fatto ricevere dal suo segretario generale. La notizia vera, invece, è ancora un’altra, cioè che il movimento di cui Di Maio è il capo dice: “Se confermate le accuse non faremo sconti”, quindi linea garantista. Il problema, però, è sapere quando la ghigliottina, che loro hanno ripetutamente rivendicato dovesse essere applicata agli altri, scatterà: con rinvio a giudizio, condanna in primo grado o sentenza passata in giudicato? Noi siamo sempre stati garantisti e rimaniamo tali, però ci fa un po’ specie che il rigore annunciato in tutte le vicende degli anni scorsi riguardanti esponenti politici indagati e le gazzarre organizzate all’interno di Senato e Camera, con Di Maio protagonista, oggi si siano trasformate in un atteggiamento, da noi ritenuto giustamente garantista, in attesa di verifica sulle responsabilità del Presidente del Potenza calcio. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un metro e due misure a seconda se la misura riguardi gli avversari oppure gli amici.

Daniele Unfer

Bonelli: “Ecologia, lavoro, innovazione le priorità”

bonelli insieme

Angelo Bonelli, Verdi, assieme a Riccardo Nencini, Psi, e Giulio Santagata, Area Civica, è uno dei tre promotori della Lista Insieme, che fa parte dell’alleanza di centrosinistra per le elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Bonelli è candidato al Senato nel collegio uninominale Pesaro-Fano-Senigallia.

Può sembrare inutile ricordare questi particolari, ma non è così visto l’esilio forzato cui siamo costretti da stampa e televisioni che raramente parlano di noi, anzi che normalmente non parlano di noi. A questo proposito ricordiamo che il 14 febbraio scorso Bonelli ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro questa esclusione. “In questa campagna elettorale – ha dichiarato – noi della Lista Insieme siamo stati espulsi dai contenitori di informazione e con noi i temi dell’ambiente, del lavoro, dell’innovazione e tutte le tematiche sociali”. Non è una lamentela infondata, questa, perché i dati dell’Osservatorio di Pavia parlano chiaro: la Lista Insieme ha zero presenze tra i grandi contenitori di informazione tipo “Carta bianca”, “Che tempo che fa”; mentre Meloni e Bonino hanno molti passaggi in televisione così come i grandi partiti. Giovedì sera il segretario Nencini ha partecipato a Porta a porta di Bruno Vespa, accompagnato da Angela, una testimonial sorda in rappresentanza di quell’Italia migliore ma ignorata. E proprio “Diamo voce all’Italia senza voce” è lo slogan della nostra campagna elettorale. Ma chi dà voce a noi? Due esempi dell’oblio in cui sembra sia stata condannata la nostra lista. Avantieri il segretario Nencini ha postato su facebook una riflessione che riportiamo integralmente. “Gli elettori, per decidere, devono conoscere i programmi dei partiti. Se vai su Repubblica online scopri che INSIEME è stata cancellata, che la coalizione di centro-sinistra è composta da due partiti benché i partiti siano quattro. C’e’ chi taroccava le foto per eliminare personaggi scomodi e chi addirittura tarocca la scheda elettorale procurando un danno alla coalizione riformista. Morale: in Italia il voto è libero e segreto. E compromesso dalla disinformazione”.

Mentre Giorgio Burdese, sempre su facebook, ha postato ieri: “La Nazione si accoda a Repubblica per non dare informazione su Insieme? Spero che il silenzio renda compatti i socialisti per orgoglio”.

Questi fatti dovrebbero spingerci a fare una campagna elettorale più capillare possibile. Noi, anche per contrastare questa carenza di informazione, abbiamo intervistato Angelo Bonelli proprio sul tanto ignorato (dagli altri) programma elettorale della Lista Insieme.

Bonelli, Insieme è solo un’alleanza elettorale o un progetto politico per la prossima legislatura?
Noi vorremmo che diventasse un progetto a lungo termine. Ma questo dipende dal risultato elettorale, dal consenso e dal sostegno che ci daranno gli elettori.

Dopo tanto nicchiare, Romano Prodi è sceso in campo qualche giorno fa. “Sono qui a Bologna per sostenere la coalizione di centrosinistra, ma soprattutto la Lista Insieme. È il mio sogno, quello di vedere unito il centrosinistra”. Lo giudicate un fatto positivo?
Questo è un passaggio fondamentale. Romano Prodi ha compiuto un atto di grande generosità riconoscendo che noi di Insieme vogliamo costruire un nuovo centrosinistra, perché noi siamo un’alleanza che è nata per unire e non per emarginare. Nonostante il blocco mediatico attuato contro di noi dai grandi contenitori politici televisivi, Insieme rappresenta un’alternativa importante, un punto di riferimento per quell’elettorato che non vuole votare il centrodestra e, contemporaneamente, una scelta di discontinuità con il passato che si rivolge a quegli elettori che hanno smesso di votare il centrosinistra, in particolar modo il Pd.

Quali sono i punti del programma che contraddistinguono Insieme, in alternativa alle proposte del Pd?
Ecologia, lavoro, innovazione, sicurezza sociale, agricoltura con la difesa delle produzioni tipiche: questi sono i cinque pilastri del nostro programma.

Mi sembra che l’ecologia, ultimamente, sia stato un argomento un po’ messo da parte dalla politica…
Sicuramente. Il tema dell’ecologia è uno dei nostri cavalli di battaglia anche perché nell’ultima legislatura il centrosinistra non ha brillato su questo argomento. Senza dimenticare i sei milioni di italiani che vivono in zone contaminate da vari tipi di inquinamento. Ma di ecologia in questa campagna elettorale non si è mai parlato, nel senso che ne parliamo solo noi. Grandi protagonisti, invece, sono i predicatori di odio e di paura, veri professionisti come la Lega. Poi ci sono quelli che vorrebbero legalizzare l’illegalità, tipo Forza Italia e 5Stelle che parlano di abusivismo di necessità. Una cosa che non esiste perché lo Stato deve difendere i cittadini onesti, quelli che fanno le cose in regola e che non possono né devono pagare per gli abusivi.

Altre proposte su ecologia e ambiente?
Incentivare l’auto elettrica per arrivare a rottamare il motore a scoppio. Interventi per l’agricoltura e la sicurezza alimentare, così da difendere le produzioni tipiche e garantire la biodiversità. E da creare nuovi posti di lavoro. Puntare maggiormente sulle energie rinnovabili e rompere il monopolio Enel facendo diventare auto-produttrici di energia elettrica le famiglie. Questa potrebbe essere la grande rivoluzione del futuro: trasformare le famiglie da consumatori a produttori di energia elettrica, con tutti i vantaggi anche economici che ne conseguono.

Nel programma ci sono anche la sicurezza sociale e il lavoro. Quali sono i punti più importanti?
Per quanto riguarda la sicurezza sociale pensiamo soprattutto alla carenza di assistenza alle persone non autosufficienti, giovani e anziani, e ai loro famigliari. Soprattutto per alcune patologie degenerative, che non godono di sufficiente attenzione anche se sono in costante aumento tra gli anziani. Inoltre, noi non condividiamo il blocco degli investimenti pubblici per cinque anni proposto da +Europa. Sarebbe un massacro sociale, soprattutto per la sanità e la scuola. Al contrario, bisogna verificare con l’Unione europea la possibilità di stare nel rapporto deficit/Pil senza rinunciare a questo tipo di investimenti.

La legge elettorale non piace a nessuno. Ce la dobbiamo tenere per forza?
Andiamo al voto con una brutta legge. Ritengo che il prossimo Parlamento debba occuparsi di una nuova legge elettorale che garantisca con maggior precisione di questa la formazione di una maggioranza stabile e di un governo duraturo.

Antonio Salvatore Sassu

Legge elettorale, voti segreti verso quota 50

urna-elettorale

Mentre i 5 Stelle chiedono l’intervento di Mattarella sulla legge elettorale, continuano i voti in commissione e alcune fonti affermano che potrebbero essere fino a 48 i voti segreti richiesti sulla legge elettorale. Sono 179 gli emendamenti che al Rosatellum. È prevista una seduta ad oltranza per esaminare tutte le proposte di modifica, dato che il testo deve andare in aula domani alle 11. Le valutazioni sono ancora in corso ma i quasi cinquanta voti segreti possibili sugli emendamenti in materia di minoranze linguistiche potrebbero rendere necessari più voti di fiducia di quelli posti alla Camera, per garantire di approvare in via definitiva la legge senza modifiche questa settimana. “È impensabile che affrontiamo l’Aula senza ricorrere alla fiducia quando ci sono decine di voto segreti” ha detto il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Luciano Pizzetti.

Ma alla vigila dell’arrivo in aula del Rosaltellum, si fanno già i conti. Tutto si giocherà sul numero legale in Aula. Al Senato, infatti, ormai le forze che si oppongono al Rosatellum bis danno per scontato che il governo porrà 5 fiducie, una su ogni articolo della legge elettorale.

La maggioranza di governo, da parte sua, sta lavorando affinché in tutte le votazioni sulla fiducia risulti autosufficiente, senza dover ricorrere al ‘soccorso’ di Forza Italia e Ala. E Pd, Ap, Autonomie e i tre sentori di Idv, che finora hanno votato le fiducie al governo, contano di farcela da soli. Ma si deve tener presente il rischio assenze, quelle ‘senza giustificazione’, a cui potrebbero ricorrere alcuni senatori ‘dissidenti’ dei partiti che sostengono la riforma. È soprattutto sulle assenze dall’Aula al momento del voto, infatti, che si gioca gran parte della partita al Senato. Questo perché Forza Italia e Lega, come hanno già fatto alla Camera, non intendono votare la fiducia, seppure ‘tecnica’.

Ma a palazzo Madama il voto di astensione equivale a voto contrario, per cui l’unica strada sarebbe quella di non partecipare al voto. Ed è proprio delle ‘assenze’ dei due partiti di centrodestra che gli oppositori del Rosatellum bis potrebbero approfittare per tentare il blitz facendo mancare il numero legale. Discorso a parte va fatto per Ala: il gruppo alla Camera non ha votato la fiducia ma ha detto sì in occasione del voto finale. L’intenzione è quella di bissare al Senato. Ma i voti dei verdiniani potrebbero ‘servire’ alla maggioranza qualora i numeri fossero a rischio. Pd e Forza Italia, quindi, stanno facendo di conto per verificare tutte le strade: “Si farà tutto quello che deve essere fatto per far passare la legge”, osserva un esponente di centrodestra. Fonti azzurre, del resto, ricordano che “esistono tantissimi escamotage tecnici per garantire il numero legale”, anche a fronte della possibile scelta delle opposizioni di lasciare l’emiciclo così da mettere a rischio la votazione.

Al Senato il numero legale richiesto è pari alla metà più uno degli aventi diritto al voto. Non entrano nel computo, recita il Regolamento, i senatori assenti per incarico avuto dal Senato o in ragione della loro carica di ministri, così come i sentori in congedo che non possono però essere più di 1/10 del totale dei componenti dell’Assemblea, quindi non più di 32 senatori su 320 (315 eletti più i 5 senatori a vita). Da qui, viene spiegato, la scelta di utilizzare le ‘assenze giustificate’ per abbassare il quorum richiesto per avere il numero legale di presenze in Aula. Inoltre, sempre nel Pd e in Forza Italia si sta anche ragionando su un possibile ‘piano B’, da utilizzare come extrema ratio: qualora la situazione numeri dovesse diventare critica, viene spiegato, alcuni senatori azzurri – insieme ai verdiniani – potrebbero rimanere in Aula e votare contro la fiducia, garantendo così il numero legale ma senza mettere a rischio l’esito favorevole del voto.

Sulla carta, ed escluse le assenze, la legge elettorale con voto di fiducia può contare su 143 voti sicuri della sola maggioranza. Anche se potrebbe venire a mancare il sì di alcuni singoli senatori. È ad esempio da vedere come si comporteranno i 4 ‘critici’ del Pd (Tocci, Chiti, Mucchetti, Micheloni) che hanno presentato emendamenti al Rosatellum bis. Alcuni malumori ci sono anche dentro Ap, così come tra le fila azzurre. Nessun problema di numeri sul voto finale, dove si procederà senza fiducia e a scrutinio palese. Sulla carta il via libera definitivo potrebbe superare i 230: 24 voti di Ap, 98 del Pd, 18 delle Autonomie, 3 dell’Idv, 14 di Ala, 42 di Forza Italia, una 15na di Gal, 12 della Lega, a cui si potrebbero aggiungere alcuni voti dal gruppo Misto e da altre forze come Federazione della Libertà e Udc.