“1938, vite spezzate”. A Roma una mostra a 80 anni dalle leggi razziali

ottaviaIl 14 luglio 1938 il quotidiano “Giornale d’Italia” pubblica “Il manifesto della razza” una pseudo ricerca firmata da dieci scienziati dove si afferma che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. La ricerca è commissionata dal ministero della cultura popolare ma il vero sponsor è Benito Mussolini che vuole adeguarsi alle teorie degli alleati nazisti.

Si replica il 5 agosto nel primo numero della rivista “La difesa della razza”, con tanto di firme degli illustri (per l’epoca) scienziati.

Questo “manifesto” darà il via a una campagna di persecuzioni contro gli ebrei, con l’appoggio di quasi tutta la stampa dell’epoca, che tra il 1938 e il 1939 produrrà 420 tra leggi e decreti (firmati da Benito Mussolini come capo del governo e promulgati dal re Vittorio Emanuele III), circolari di varia natura e 8mila decreti di confisca.

La persecuzione, inoltre, porterà al censimento degli ebrei, ad arresti, eccidi e deportazioni. Nei lager nazisti, infatti, verranno internati 8.569 ebrei italiani, e solo in mille riusciranno a sfuggire alla morte per fame o alle camere a gas.

Vediamo nel dettaglio alcune di queste leggi. Nel settembre 1938 gli ebrei vengono esclusi dall’insegnamento e non possono più iscriversi alle scuole pubbliche. Nelle librerie arriva il divieto di esporre libri israeliti

Ottobre 1938: gli ebrei non possono iscriversi al partito fascista, non possono essere proprietari di aziende con più di cento dipendenti, non possono più prestare servizio militare.

Nel novembre 1938 vengono licenziati tutti i dipendenti di razza ebraica dagli uffici pubblici statali e parastatali, scuole private, banche e imprese private di assicurazione.

Nell’agosto 1939 arriva il divieto di esercitare la professione di giornalista. Successivamente agli ebrei sarà proibito svolgere qualunque attività.

Abbiamo già parlato della mostra “1938 – 2018 Ottant’anni dalle leggi razziali in Italia. Il mondo del fumetto e dell’animazione ricorda l’orrore dell’antisemitismo” con 160 disegnatori che hanno partecipato con tavole e disegni inediti. Ma non è l’unica realizzata per l’occasione.

Un’altra mostra che racconta diffusamente una delle pagine più nere della storia italiana è “1938 Vite spezzate 80° Leggi razziali”, a cura di Marcello Pezzetti e Sara Berger, organizzazione generale C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, e allestita nella sede della Fondazione Museo della Shoah – Casina dei Vallati, in via del Portico d’Ottavia n. 29 a Roma.

“Vite spezzate” racconta un’ampia panoramica di storie di studenti e docenti espulsi dalle università italiane, di impiegati e di professionisti cacciati brutalmente da un giorno all’altro dal luogo di lavoro, di intellettuali e uomini di cultura emarginati.

Storie di persone comuni e di nomi eccellenti, tutti accomunati dall’appartenenza a una razza diventata per legge inferiore dal punto di vista “biologico”. Molti decisero di restare nella loro patria anche se “matrigna”, altri emigrarono e alcuni scelsero il suicidio come estrema via di fuga.

La mostra ricostruisce alcune di queste storie con fotografie, manifesti, documenti, giornali, oggetti e filmati in gran parte inediti e originali, raccolti in tutta la Penisola, provenienti da archivi e collezioni private.

La mostra è divisa in tre sezioni: Esempio di biografie di vittime, Esempi di biografie di persecutori e Destini collettivi.

Nei Destini collettivi vengono raccontate le espulsioni dalle scuole, dagli impieghi lavorativi e l’internamento.

Tra le biografie delle vittime delle persecuzioni vengono proposti nomi eccellenti e persone comuni, tipo Rita Levi Montalcini (scienziati/universitari) e i Salonicchio, una famiglia di rigattieri.

Per le diverse biografie dei persecutori citiamo solo Benito Mussolini, razzismo e antisemitismo di regime, e Telesio Interlandi, propaganda antisemita.

“Vite spezzate” ha il patrocinio della presidenza del consiglio dei ministri, dei ministeri degli affari esteri, dell’istruzione e dei beni culturali, della regione Lazio, di Roma capitale, della Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea, dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, e della Comunità ebraica di Roma con il sostegno di Acea.

La mostra, che resterà aperta sino al prossimo 18 novembre, è visitabile gratuitamente dalla domenica al giovedì dalle 10 del mattino alle 5 del pomeriggio, il venerdì dalle 10 all’1 del pomeriggio, escluse le festività ebraiche.

Antonio Salvatore Sassu

AFFAIRE DI STADIO

stadio romaL’affaire-stadio cresce. Così come si allunga la lista degli indagati. Anche Giovanni Malagò finisce sul taccuino della Procura di Roma. Il presidente del Coni avrebbe favorito la costruzione dell’impianto sportivo di Tor di Valle in cambio di “utilità” destinate al genero. A mettere nei guai il numero uno dello sport italiano è stata un’intercettazione. Nella conversazione con Luca Parnasi – l’imprenditore accusato di corruzione e finanziamento illecito – si evincerebbe la richiesta di Malagò di migliorare la situazione professionale del fidanzato della figlia Ludovica. Secondo gli inquirenti, la dimostrazione dell’accordo tra il costruttore e Malagò è rappresentata nel cambio di opinione del Coni, inizialmente scettico, sul progetto dello stadio. All’improvviso la struttura fu giudicata “conforme”. Nonostante i dubbi precedenti. Il presidente del Coni ha comunque smentito ogni coinvolgimento nella vicenda.

La caccia della pm Barbara Zuin e dell’aggiunto Paolo Ielo si allarga, dunque. E si fa sempre più grossa. Membri del Governo, come il sottosegretario Giorgetti, possono vantare una solida amicizia con Parnasi. Amicizia che sarebbe sfociata in finanziamenti alla fondazione vicina alla Lega. Circa 200 mila euro per la campagna elettorale delle politiche. Anche i rapporti con il Movimento 5 Stelle sarebbero strutturati. Soprattutto con Luca Lanzalone, il presidente grillino di Acea finito in manette. A leghisti e pentastellati Parnasi avrebbe garantito anche i biglietti per accedere alle partite della Roma. “I grillini sono miei sodali – si legge in un’intercettazione di Parnasi – qui il Governo lo sto facendo io. Se vincono loro è fatta”.

La posizione peggiore, per ora, è quella del Movimento 5 Stelle. Da sempre cavalieri senza macchia, da un paio di giorni l’esercito che fa capo a Di Maio ha scoperto il garantismo. Meglio tardi che mai. In compenso indagini, arresti e rinvii a giudizio andranno spiegati agli elettori, che hanno già iniziato a storcere il naso. In cima alla lista c’è naturalmente Virginia Raggi. La sindaca, che dovrà presentarsi davanti a un giudice la settimana prossima per rispondere alle accuse di falso, oggi si è recata in Procura. A piazzale Clodio è stata ascoltata dai magistrati come persona informata dei fatti. Raggi ieri sera ha voluto precisare di sentirsi “parte lesa” e di non essere coinvolta nella storia dello stadio. A essere messa in discussione dall’opinione pubblica, tuttavia, non è mai stata la sua onestà, ma la sua capacità amministrativa.

Sulla vicenda, l’ex vice ministro dei Lavori Pubblici Riccardo Nencini, ha ricordato quanto potrebbe essere importante regolamentare il rapporto tra Istituzioni e portatori di interessi particolari. “Non dico – ha affermato il leader Psi – che una legge sulle lobby, quale quella che ho immediatamente ripresentato a inizio legislatura, avrebbe risolto il problema, ma almeno avrebbe messo in imbarazzo quei parlamentari protagonisti di cene e incontri segreti con quei portatori di interessi noti alle cronache di questi giorni”. Quanto alla questione politica, secondo Nencini la sindaca Raggi e il premier Conte sono “due capi senza testa benché rappresentino i grillini ai vertici delle Istituzioni più importanti. Il sindaco non sa chi sia Lanzalone, sostiene che le sia stato imposto; il secondo zoppica dietro i due vice delegando loro i dossier più significativi”.

Anche Enrico Buemi, responsabile Giustizia del Psi e senatore nella XVII Legislatura ha commentato la vicenda entrando nel merito di quanto detto da Di Maio. “Il premio ammesso da Di Maio nei confronti di Lanzalone – ha detto Buemi – al di là della vicenda giudiziaria riguardante la costruzione del nuovo stadio della Roma, sulla quale manteniamo un atteggiamento garantista di presunzione di non colpevolezza fino al passato in giudicato, mette in risalto un aspetto che non ha bisogno di conferme giudiziarie”. “Il fatto che Di Maio riconosca che l’incarico di Presidente dell’Acea sia stato un regalo fatto a un dirigente del M5s – ha continuato – pone una domanda a cui si deve dare risposta non solo da parte del M5s ma anche da parte della Procura di Roma”, ha aggiunto Buemi. “ È lecito che il sindaco di una città ammetta che la nomina le sia stata imposta da altri che non hanno responsabilità pubblica alcuna nella gestione della città di Roma?”, ha continuato Buemi. “Qui non si tratta di non riconoscere il tempo per il cambiamento ai nuovi governanti. Il cambiamento che c’è stato è nella sfrontatezza di assumere atteggiamenti di illegalità diffusa”, ha concluso Buemi.

F.G.

Stadio della Roma. Si allargano le indagini

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Dal penale alla politica. Dopo gli arresti e gli avvisi di garanzia piombati ieri sulla Capitale, oggi la vicenda corruttiva legata allo Stadio della Roma ha preso le sembianze di caso politico. Il presidente del consiglio di amministrazione di Acea, Luca Lanzalone, ha presentato le dimissioni. Il Movimento 5 Stelle, dopo averlo portato nei salotti  romani, lo ha scaricato. “Noi non proteggiamo chi sbaglia, non ci facciamo infettare”, le parole di Di Maio, impegnato a respingere gli assalti dei suoi sostenitori delusi.

Tenta di resistere anche Virginia Raggi. Dal giorno della sua elezione in poi la sindaca ha infilato una gaffe dopo l’altra. La poltrona scricchiola e l’elettorato grillino inizia a nutrire forti dubbi. La vicenda stadio, con il post entusiasta pubblicato poche ore prima della retata, è solo l’ultima di una serie infinita di brutte figure. Anzalone, dopo Marra, era diventato una specie di braccio destro per Virginia. E come Marra è finito in manette. Un boomerang tremendo per chi si è sempre dichiarato paladino dell’onestà. Raggi non è indagata per questo episodio. Ma proprio non ci voleva questa vicenda per la sindaca, che già la settimana prossima dovrà presentarsi in udienza perché imputata di falso.

Sembra, dunque, che anche esponenti di peso dei 5 Stelle siano coinvolti. Pure l’integerrimo Paolo Ferrara, capogruppo in Campidoglio, è finito in alcune intercettazioni scomode che hanno convinto la Procura a iscriverlo nel registro degli indagati. Anche lui giustizialista della prima ora, avrebbe agevolato il costruttore Parnasi (ora in carcere) in cambio di un restyling delle strade di Ostia. Si vedrà. Intanto Ferrara si è autosospeso.

Gli altri partiti non sono, comunque, esenti da colpe. Il vice presidente del Consiglio Regionale del Lazio, Adriano Palozzi di Forza Italia, è ai domiciliari. L’ex assessore Civita del Pd anche. Entrambi avrebbero ricevuto favori personali da Parnasi. Il segretario romano del Pd, Andrea Casu, rivendica lo spirito garantista dei dem, ricordando però quanto detto dalla Raggi in occasione di Mafia Capitale. A quel tempo l’allora consigliera grillina chiese subito le dimissioni del sindaco Marino. Oggi, invece, con le medesime responsabilità politiche, resta incollata alla poltrona. Tempi che cambiano.

Continua intanto ad allungarsi la lista degli indagati. Anche il direttore della Soprintendenza Paesaggio di Roma, Francesco Prosperetti, ha ricevuto una informazione di garanzia. Prova di quanto sia ormai incancrenita la macchina amministrativa capitolina. E mentre il ministero dei Beni Culturali dispone un’ispezione sugli atti dello stadio, potrebbero presto partire nuovi provvedimenti giudiziari. Da più parti emerge la sensazione di essere solo all’inizio.

F.G.

Rubinetti a secco. Manca l’acqua ma Roma la butta

nasoneIncubo rubinetti a secco. I romani guardano con apprensione ai rubinetti di casa: tra una settimana l’acqua potabile potrebbe arrivare ad intermittenza o addirittura mancare. Tanto fuoco e niente acqua. Sono tempi bui per la capitale. Per la grave siccità e l’azione criminale di piromani, Roma già da settimane deve fare i conti con spaventosi incendi che hanno addirittura causato la chiusura dell’Autostrada del Sole e la distruzione di buona parte della pineta di Castel Fusano. Ora alle fiamme si aggiunge anche il pericolo di restare all’asciutto per la sparizione dell’acqua.

Il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, Pd, ieri ha annunciato allarmato: «Purtroppo è una tragedia. Sta finendo l’acqua a Roma». Il lago di Bracciano, una delle riserve idriche della metropoli, è ridotto ai minimi termini. Così una direttiva della regione Lazio ha vietato l’altro ieri all’Acea (l’azienda comunale per l’acqua, la luce e il gas) di prelevare l’acqua dal lago di Bracciano a partire dal 28 luglio. Zingaretti vuole evitare il rischio di “catastrofe ambientale” perché il livello del bacino è calato paurosamente negli ultimi mesi.

Il governatore del Lazio ha fornito dati da brividi: il lago già un mese e mezzo fa «era sotto la soglia minima di un metro e mezzo. Nel frattempo con la pioggia che non arriva, il livello è continuato a scendere di un centimetro al giorno». Il problema è grave, ma è possibile trovare una soluzione che assicuri l’acqua alle case e riduca i disagi anche perché, è il ragionamento, l’apporto di Bracciano rappresenta «solo l’8%» del flusso complessivo.

Lo scontro esplode con l’Acea e con il Campidoglio. L’azienda comunale multi utility paventa il peggio. Lo stop ai prelievi avrà gravi conseguenze: «Ci costringerà a mettere in atto una rigida turnazione della fornitura che riguarderà circa 1.500.000 romani». Paolo Saccani ha attaccato «l’atto abnorme e illegittimo». Secondo il presidente dell’Acea si tratta di «un atto irresponsabile» che comporterà il razionamento dell’acqua «alle attività produttive, turistiche, ai palazzi delle istituzioni, al Vaticano». Praticamente a tutti o quasi: acqua col contagocce o per niente.

La situazione se non fosse drammatica sarebbe ridicola. La crisi era cominciata a metà giugno alla chetichella con la soluzione di togliere l’acqua temporaneamente e progressivamente alle 2.800 Nasone, le storiche fontanelle pubbliche in ghisa della città. Adesso siamo arrivati all’ipotesi del razionamento di massa, un paradosso. Manca l’acqua, ma Roma la butta. I circa 5.400 chilometri di tubature per la distribuzione dell’acqua nella capitale (in gran parte risalenti a dopo la Seconda guerra mondiale) sono un colabrodo: addirittura il 45% del prezioso liquido va perso per i guasti, le perdite e le cento cause di dispersione. Quasi la metà dei 18 mila litri al secondo, che scorrono nelle condutture dell’Acea, va perso. Se la rete idrica funzionasse bene, non ci sarebbero problemi di carenza di acqua anche in un periodo, come questo, di forte siccità.

Il problema delle tubature colabrodo c’è, lo riconoscono sia l’Acea sia Virginia Raggi. Saccani, però, giustifica la società: «L’azienda su mandato dei sindaci ha investito negli anni scorsi in fognature e depurazione, perché era lì l’emergenza, non è una responsabilità dell’Acea».

La sindaca grillina di Roma è allarmatissima. Ha ricordato di aver denunciato per prima la situazione drammatica del lago di Bracciano e ha rinviato la palla ai due contendenti: «Spero che soluzioni siano trovate quanto prima da Regione e Acea». La Raggi, però, riconosce l’esistenza del problema annoso delle condutture fatiscenti e dà man forte all’Acea: la società «sta monitorando e riparando la rete idrica per mettere fine alle dispersioni. Insomma un bel cambiamento rispetto al passato».

Il passato, il riferimento è ancora una volta alle responsabilità delle precedenti giunte di centro-sinistra e di centro-destra. Certo le condutture colabrodo sono un male antico, come il disastroso funzionamento dei trasporti pubblici e della raccolta dei rifiuti. Adesso Roma però, per la prima volta nella sua lunga storia, soffre anche per la penuria d’acqua. Un fatto mai successo. Il Campidoglio per salvaguardare questo bene pubblico primario forse si sarebbe dovuto muovere immediatamente. Non ci si può muovere solo all’ultimo momento. Se i lavori di riparazione, ammodernamento e potenziamento della rete idrica fossero partiti un anno fa, forse non saremmo a questo livello di emergenza.

Il governo è pronto a formalizzare lo stato di calamità naturale nazionale per la siccità. Il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina ha annunciato: «Siamo pronti a collaborare con le Regioni nel censimento dei danni e nella verifica delle condizioni per dichiarare lo stato di eccezionale avversità atmosferica».

È una corsa all’ultimo minuto per l’acqua. Ma adesso solo l’arrivo di forti piogge ci può salvare. Il tifo per i temporali estivi è corale ed appassionato: per avere l’acqua e per combattere la soffocante afa con temperature sahariane attorno ai 40 gradi. Al posto di Caronte (come i meteorologi chiamano, scomodando la mitologia greca, lo stato di sole accecante e di alta pressione atmosferica) ci vorrebbe Zeus pluvio. Scrutiamo il cielo, come facevano i popoli antichi, nella speranza di provvidenziali nubi nere cariche di pioggia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Comunali. A Roma scoppia il caso Acea

acea

La campagna elettorale per le comunali romane cammina sull’acqua. Scoppia infatti il caso Acea originato dalle parole pronunciate dal candidato M5s al Campidoglio Virginia Raggi a Skytg24: “Dobbiamo valutare, di sicuro cambieremo il management e inizieremo a fare investimenti sulle reti. Vedremo come agire per tutelare la volontà dei cittadini”, aveva spiegato. Il tutto è stato riportato dai quotidiani e in particolare dal Messaggero per il quel ciò che ha della la Raggi è stato abbastanza per far calare soltanto nella seduta di ieri il titolo del 4,73%, “bruciando” 142 milioni. Una perdita secca per i romani, azionisti al 51%, di 71 milioni.

Un assist per il Partito democratico che da Twitter attacca a raffica. “Si candidano a governare Roma ma pensano di giocare a Monopoli”, dice il candidato Roberto Giachetti. “71 milioni persi per una frase di Raggi su Acea. Il presidente del Pd Matteo Orfini parla di “dilettanti allo sbaraglio”. “Frasi a caso e incompetenza: la Raggi parla di Acea e fa perdere ai romani 70 milioni di euro. Un pericolo pubblico a 5 stelle”. Il senatore del Pd Raffaele Ranucci chiede di andare a fondo sulla storia: “Perché la Raggi ha fatto tanto male a Roma? – si chiede in una nota – Le sue parole nascondono qualche interesse di Casaleggio volto a penalizzare Acea o solo mera ingenuità? Servono risposte. Chiederò al governo di riferire in Aula e interesserò l’Authority per la concorrenza per indagare su questa evidente e sfacciata turbativa di mercato “. Il senatore del Pd Andrea Marcucci aggiunge: “Dilettanti allo sbaraglio ed i romani pagano.

Accuse che la Raggi respinge sdegnata: definisce l’articolo del quotidiano “un farneticante resoconto, senza capo né coda, commissionato sappiamo benissimo da chi, ovvero da Caltagirone, primo socio privato della multiutility (dove, guarda il caso, siede in cda il figlio Francesco) ed editore dello stesso quotidiano di Roma”. Definisce l’attacco “il primo assaggio di quel che ci aspetterà semmai dovessimo salire al governo della Capitale, ma noi non arretriamo di un centimetro. Del resto, quando pesti i piedi ai poteri forti loro si ribellano e il caso Acea è emblematico”. Verità, secondo Raggi “è che finora il management di Acea guidato da Caltagirone con la compiacenza della vecchia politica (primo su tutti il Pd) a noi romani ci ha usato come un gigantesco bancomat su cui mettere a punto i suoi profitti. Per questi signori non siamo esseri umani ma solo numeri e matrici e se pensano di intimorirci con una paginetta su un giornale si sbagliano di grosso”. Il problema delle privatizzazioni dei beni comuni, conclude la candidato sindaco “riguarda tutta l’Italia”. “Per rilanciare le nostre aziende pubbliche (come anche Ama e Atac, ad esempio) bisogna innanzitutto ripartire dai loro dipendenti e da un miglioramento dei servizi, non dai privati. Chi in queste ore mi attacca in modo pretestuoso ha evidentemente deciso da che parte stare”.

Non è solo il Pd ad attaccare Raggi: “Acea è una grande azienda, ne svilupperemo tutte le potenzialità collaborando con gli azionisti, nel comune interesse – dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli, che a sindaco di Roma sostiene Giorgia Meloni -. Se Acea sarà forte ed espansiva saranno forti i cittadini e forte sarà Roma Capitale. Se vinceremo il Campidoglio farà di tutto per aumentare i dividendi dell’azienda e consolidare un’eccellenza romana. Qualsiasi tipo di dichiarazione improvvida rischia di danneggiare non solo l’azienda ma la città”.

Intanto continua la guerra dei sondaggi. Naturalmente tutti da prendere con le dovute cautele. Ma quello sui cui più o meno tutti i sondaggisti sono d’accordo è che se la giocheranno al ballottaggio il candidato del Pd e quello dei 5 Stelle. Secondo i dati di Emg Guido Bertolaso viaggerebbe intorno all’8-9 per cento, sotto l’indipendente Alfio Marchini, tra il 9 e il 10 per cento. I due insieme non raggiungerebbero Giorgia Meloni ( Fdi), attestata al 20-21. Secondo un altro sondaggio di Index Research, Virginia raggi arriverebbe al 28,0%, Roberto Giacetti al 25,0%, Giorgia Meloni al 15,0% e Guido Bertolaso 12,0%. Poi gli altri: Marchini 8,0%, Fassina 7,0% e Francesco Storace 4,0%.

Redazione Avanti!

 

 

 

Acea, continua
l’odissea
delle bollette pazze

Acea-cartelle pazzeAlle 10 di mattina sono più di cinquecento le persone che affollano piazzale Ostiense numero due, a Roma. È la sede di ACEA, l’azienda multiservizi, secondo gruppo nel settore dell’energia dopo Enel, le cui azioni sono detenute al 51 per cento dal comune di Roma.

A trentaquattro sportelli, di cui 7 chiusi, è affidato il gravoso compito di gestire le problematiche degli utenti, tante. È da tempo, infatti, che la società è al centro della bufera rispetto all’area metropolitana della Capitale della quale gestisce la distribuzione di energia elettrica e acqua. La gente ne parla come la storia delle “bollette pazze”.

L’attesa è estenuante, il display avanza lentissimo. Chi arriva e ritira il biglietto si accorge rapidamente che, davanti a lui, ci sono, in media, 250 persone in coda. Molti rinunciano, forse chi può permetterselo o chi non ha alternativa se non quella di tornare a lavoro o agli obblighi domestici. Tanti rimangono; i volti tesi.

«Stamattina hanno già chiamato i carabinieri», dice una signora anziana alla quale hanno recapitato una bolletta di 400 euro. «Sì», le risponde una ragazza giovane con un bambino in braccio, «era un vecchietto che li voleva ammazzà tutti. Per pagare ‘a bolletta se doveva venne casa, gli avevano pure tolto er contatore che gl’avevano fatto pagà».

Il gruppo “T”, indicato in rosso sul tabellone, riguarda, nella maggior parte dei casi, lo stesso problema: sovrafatturazione stimata delle bollette. Cifre astronomiche che arrivano fino a 1500 euro, come nel caso di un signore sulla settantina, portantino in pensione. Ritardi su ritardi, bollette che continuano a salire, mancata consegna di notifiche, taglio della luce sono solo alcuni dei problemi che lamenta l’utenza variegata che affolla l’androne del palazzo Acea.

Man mano il numero dei presenti continua a salire: «Quasi ogni giorno arrivano più di mille persone» dice un vigilante, il volto rassegnato di chi sa che si trova sulla linea del fronte a combattere una guerra non dichiarata da lui, assorbendo i malumori degli utenti con i quali, sospettiamo, simpatizza.

Secondo la versione ufficiale fornita dall’azienda, il problema riguarda il passaggio dal vecchio sistema di contatori a quello nuovo, elettronico. Avrebbe dovuto migliorare la situazione, ma a guardare la massa di persone che affolla piazzale Ostiense 2 ci si rende conto che la realtà è diametralmente opposta. La situazione è surreale, in alcuni casi, al limite della civiltà. Ogni tanto si sentono delle urla: persone anziane, giovani, cittadini italiani e stranieri che, di fronte all’ennesimo diniego di prendere il caso in considerazione dagli operatori, esplodono in urla di rabbia.

A peggiorare la situazione, infatti, sono soprattutto due elementi: il primo, il continuo scaricare sull’utenza i costi e i disservizi di errori derivanti dall’azienda. Il secondo, la colpevole impossibilità di gestire le problematiche attraverso il call center, organizzato in maniera tale da non poter intervenire in caso di sovrafatturazione stimata.

A questo bisogna sommare che le procedure da seguire per la contestazione sembrano pensate in un’ottica di dissuasione più che di riparazione: invece di farsi carico dei disguidi e prodigarsi per la risoluzione di problemi causati dall’azienda, infatti, ACEA sembra aver messo a punto un vero percorso a ostacoli per impedire che i reclami possano essere presentati. Il cittadino a cui vengono richieste cifre sovrastimate, infatti, non solo non viene assistito direttamente, ma non ha alternativa se non quella di recarsi direttamente in sede oppure inviare una raccomandata. In entrambi i casi, si verifica la paradossale situazione per cui è chi subisce il disservizio a dover impiegare tempo, energie e danaro per poter risolvere un problema di cui è vittima.

Tutto questo, nonostante gli impegni presi con l’Autorità Garante per l’Energia in merito ai problemi di fatturazione che vanno avanti ormai da tempo. Per evitare una sanzione, infatti, la partecipata del Comune di Roma si era impegnata ad abolire il sistema di fatturazione “presunta” che aveva determinato “l’ingolfamento”.

Difficile fare una stima degli utenti interessati dal disservizio, ma la cifra sembra molto alta, circa 65 mila secondo la stima fatta dall’associazione consumatori CODICI che reclama indennizzi per le vittime della mala gestione.

L’azienda minimizza e, ufficiosamente, fa sapere che «siamo di fronte alla “scia”, alla coda di fatturazione dopo i problemi con il passaggio dei contatori dal vecchio sistema a quello elettronico». Una coda avvelenata visto che, per la seconda volta, intorno alle 13 arriva la polizia, un gruppo di 7 agenti del vicino commissariato Ostiense chiamati dai cittadini disperati e impotenti di fronte al muro di gomma.  «Mica è la prima volta», sussurra a mezza bocca un’hostess. Il gruppo di cittadini inferociti è salito e ora ci sono una trentina di persone a cui non è stata data una soluzione agli sportelli dopo ore di attesa. Chiedono di parlare con un dirigente che non arriva. Le radio dei vigilantes gracchiano e la situazione sembra sfuggire dal controllo. Poi prevale la stanchezza. I casi più clamorosi vengono presi in considerazione, come si trattasse di un favore, per far sbollentare gli animi. Il resto sono anziani e cittadini stranieri, i più indifesi. Probabilmente ad alcuni viene detto di tornare il giorno dopo.

Domani è un altro giorno e si tira a campare, ma per ACEA è tutto normale, un piccolo disguido. Questo è un giorno di ordinaria follia, uno dei tanti che vivono gli utenti di un’azienda che vorrebbe presentarsi come esempio, all’avanguardia, un’azienda che l’ex sindaco di Roma, quello stesso Alemanno della “Parentopoli”, indicava come fiore all’occhiello dell’orgoglio capitolino. Il futuro dell’Italia sembra davvero … al buio.

Roberto Capocelli

 

Acea: il Consiglio di Stato ne blocca la svendita. Guidi (Psi): «L’acqua deve rimanere un bene pubblico»

L’acqua resta un bene pubblico, almeno per il momento. La V sezione del Consiglio di Stato infatti ha accolto il ricorso presentato da alcuni consiglieri capitolini bloccando l’approvazione della famigerata delibera 32. Se fosse andata in porto, la delibera avrebbe disposto la vendita del 21% delle quote di Acea (la società deputata alla gestione dei servizi idrici) ad una holding privata costituita ad hoc, il tutto bypassando i 23.000 ordini del giorno presentati da tre consiglieri comunali dell’opposizione. Secondo la sentenza del Consiglio di Stato «la lesione dell’interesse dei Consiglieri ad esplicare appieno le proprie funzioni, comprensive del diritto a discutere gli ordini del giorno e del successivo diritto ad esercitare il diritto di voto, è immediatamente rilevante». Alemanno: «Chi ha vinto? Non i cittadini romani». Di parere opposto il responsabile delle acque pubbliche del Psi, Domenico Guidi: «Ha vinto il popolo di Roma». Continua a leggere

Quote Acea ai privati: rissa e spintoni in Campidoglio

Discussione “movimentata” ieri a Roma nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio: giusto un anno fa gli italiani si esprimevano contro la privatizzazione dell’acqua e proprio in questi giorni, in concomitanza con l’anniversario del Referendum, nella Capitale si discute in merito alla famigerata delibera 32 che stabilisce la possibilità di cessione del 21% delle quote di Acea ad una holding privata costituita ad hoc. “Discussione” per modo di dire perché il dibattito è degenerato in una vera e propria colluttazione durante la quale alcuni esponenti dell’opposizione sarebbero stati aggrediti fisicamente. Continua a leggere