Xenofobia e neoliberismo: presunti mali endemici della Germania

germania xenofobiaSi sostiene, non senza fondamento, che alcuni dei limiti che caratterizzano la società politica e quella civile contemporanee della Germania siano dovuti al fatto che molti, tra i protagonisti della ricostruzione della democrazia, provenivano dalle file delle organizzazioni naziste; pur tenuto conto che ciò che sopravviveva delle generazioni che hanno vissuto l’esperienza nazista è ora pressoché totalmente scomparso, resta tuttavia il fatto che, a differenza dell’Italia, la Germania non ha vissuto la “purificazione” della “guerra civile” tra le forze della reazione e quelle democratiche. Ciò giustifica perché è plausibile pensare che l’etos pubblico tedesco sia ancora parzialmente intriso di quei valori che, nella prima parte del secolo scorso, hanno legittimato l’ascesa al potere del nazismo.
In sostanza, a sostenere questa tesi è Alessandro Somma, in un articolo pubblicato sul n. 1/2017 de ”il Mulino”, col titolo “Neoliberalismo e xenofobia nella Germania unita”; Somma, docente di Scienza politica all’Università di Torino, osserva anche che l’influenza esercitata da molte personalità non estranee al nazismo nella ricostruzione della Germania del dopoguerra è stata resa possibile dal ruolo giocato “dal clima di Guerra fredda che nel nome dell’anticomunismo ha condotto a trascurare, se non a valorizzare, il passato nazista di molti cosiddetti servitori dello Stato”. In tal modo, molti di costoro avrebbero legittimato la formazione di gruppi politici schierati sul fronte della destra radicale e neonazista che, dopo la riunificazione, avrebbero contribuito “ad alimentare un terreno fertile per lo sviluppo e la diffusione di un clima di nostalgia per il regime hitleriano, e più in generale del nazionalismo e della xenofobia”.
I fattori scatenanti, sia del nazionalismo, che della xenofobia, sono stati – afferma Somma – diversi: innanzitutto, il flusso di migranti verso la Germania unificata, provocato dal crollo politico dei Paesi del “socialismo reale”; in secondo luogo, le conseguenze della riunificazion, sia quelle dirette, originate dal fatto che i nuovi arrivati hanno abbassato le opportunità occupazionali a danno dei cittadini tedeschi, sia quelle indirette, nate dalle riforme strutturali con le quali Berlino, cercando di fare fronte alla nuova situazione sociale, ha dovuto accollarsi un aumento dell’indebitamento pubblico. Il disagio sociale che ne è seguito ha influenzato le stesse forze politiche democratiche, orientandole a riformare “la disciplina costituzionale del diritto di asilo” che, all’origine, era stata “regolata, come reazione al passato nazista, dalla Legge fondamentale tedesca in modo decisamente più consono” a quanto sull’argomento richiedevano le “fonti internazionali”.
Tuttavia, a parere di Somma, la xenofobia non è stato l’unico movente a giustificare l’avanzata delle forze radicali di destra; oltre ad essa, vi sono state anche le modalità con cui la Germania ha voluto realizzare l’unificazione, risultate la causa “dei notevoli livelli di disoccupazione raggiunti sul finire degli anni Novanta”; tali livelli, espressi da quasi cinque milioni di disoccupati, sono all’origine dell’aumento del debito pubblico che – afferna Somma –, tra il 1990 e il 1997, è passato dal 41,3% al 58,9% del PIL. In questo clima, nel 1998, il cancelliere cristiano-democratico della riunificazione, Helmut Kohl, ha perso le elezioni per aver presentato un programma di stampo neoliberale, che prevedeva il superamento della crisi occupazionale e debitoria facendo appello ai principi dell’”economia dell’offerta”, ovvero attraverso il sostegno dell’offerta complessiva del sistema economico realizzato con la diminuzione del costo del lavoro e della pressione fiscale.
Alla destabilizzazione dall’economia tedesca ha contribuito anche la politica del partito socialdemocratico, vincitore delle elezioni del 1998, la cui segreteria, guidata da Oskar Lafontaine, pur avendo presentato un programma che proponeva una politica di natura keynesiana incentrata sul sostegno della “domanda interna”, non è riuscita ad evitare che il cancelliere succeduto a Kohl, Gerhard Schröeder, ne attuasse una, sempre keynesiana, basata però sul sostegno delle esportazioni, assunte “come principale motore di crescita”. Nonostante tutto, sottolinea Somma, il debito pubblico ha continuato a crescere, raggiungendo nel 2005 il 67,1% del PIL, mentre il deficit corrente del settore pubblico è risultato pari al 3,3% dello stesso PIL, fuori perciò dai parametri di Maastricht, con il peggioramento della disoccupazione e dei dati sulla distribuzione della ricchezza; tali fatti “hanno rispecchiato il rovesciamento del compromesso keynesiano derivato dalle politiche neoliberali condotte dagli esecutivi a guida socialdemocratica”.
Dopo Schröeder, è iniziato il cancellierato di Angela Merkel nella più assoluta continuità dell’indirizzo della politica economica del passato, volta a supportare in termini sempre più efficaci l’orientamento dell’economia all’esportazione e con esso il contenimento del “compromesso keynesiano, reso ancor più rigido dall’adozione dell’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio; inoltre, anche con i governi della Merkel sono mancate le correzioni degli squilibri distributivi ereditati dal passato, con la conseguente formazione di una “sacca di persone” a rischio di povertà, mentre sono state riservate ingenti somme per l’istituzione di un fondo di stabilizzazione del mercato finanziario, per fronteggiare gli esiti della Grande Depressione iniziata nel 2007/2008.
Il quadro interno della Germania, compiutosi con l’avvento dei governi della Merkel, ha costituito, a parere di Somma, la base che consente di “valutare i sentimenti diffusi presso la popolazione tedesca, e con essi il successo della destra xenofoba, nazionalista, più o meno consapevolmente neonazista”, che stanno caratterizzando la vita politica della Germania degli ultimi anni. I sentimenti nazionalisti e xenofobi suscitati dalle politiche di accoglienza, attuate per fronteggiare i flussi migratori richiedenti asilo a vario titolo, hanno favorito la formazione di movimenti estremisti, come “Pegida” (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes: europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente) e come la formazione politica “Alternative für Deutschland” (AfD) che, in tutte le elezioni in cui si è presentata in molti Länder a partire dal 1914, ha conseguito risultati contenuti tra il 10 e il 25%.
Alle elezioni europee del 2014 AfD ha ottenuto il 7% dei consensi, sulla base di un programma che, oltre a rifarsi ai temi nazionalisti e xenofobi propri dei movimenti di estrema destra, è stato “incentrato sull’abbandono dell’euro e sulla conduzione di politiche economiche di matrice neoliberale”, ma anche sul mantenimento e rafforzamento del capitalismo “come ordine economico che la politica deve sostenere e sviluppare”. Il programma di AfD, a parere di Somma, ha subito, tuttavia, successivi adattamenti all’evoluzione della situazione politica ed economica, sia nazionale, che internazionale, proponendo la necessità per la Germania di una politica che sia volta, non tanto al ricupero del “compromesso keynesiano”, ma alla protezione del “mercato interno dalla competizione internazionale”, al fine di evitare che sia esposto alle conseguenze della “libera circolazione dei fattor produttivi”.
In tal modo, AfD ha enfatizzato la richiesta di “un ritorno alla sovranità statale contro la globalizzazione dei mercati”, con la reinterpretazione in termini nazionalistici del neoliberismo, implicante una rinuncia al ricupero pieno dei diritti sociali, in parte sacrificati dai governi di Kohl, Schröeder e Merkel; in altri termini, AfD, pur presentando la comune vocazione con le altre formazioni della destra radicale europea e ricorrendo al nazionalismo e alla xenofobia, si differenzia da queste ultime formazioni per il fatto che la sua azione politica non è volta a ricuperare alcuni valori propri della tradizione del comunitarismo, ma ad affermare una difesa degli interessi nazionali imperniata “intorno al funzionamento del mercato”. Il tutto pensato – afferma Somma – come espressione dello Stato nazionale e della sua potenza; motivo, questo, per cui, a parere dello stesso Somma, il sostegno dell’ordine capitalista si manifesterebbe “anche e soprattutto come supporto nell’arena dei mercati internazionali, come nazionalismo economico”.
Questa visione, pur non invocando l’azzeramento delle libertà politiche, per un più facile controllo di quelle economiche, a giudizio di Somma, possiede in sé alcune implicazioni che hanno preparato l’”avvento del fascismo”, quali la denigrazione della democrazia parlamentare, da sostituire con “una concezione cesaristica e plebiscitaria del potere che, se non azzera le libertà politiche, di certo favorisce una loro decisa compressione”. Tuttavia, Somma conclude la sua analisi osservando che non occorre certo considerare i valori reazionari dei quali è portatrice AfD, per evocare il fantasma del fascismo o di un passato della Germania che ritorna; è sufficiente, sempre secondo Somma, riflettere sulle modalità scelte da AfD per rimediare alla perdita di un futuro fortemente compromesso, per via del fatto che, al presente, “le persone sono ridotte a mere appendiciti di un ordine economico che è incapace di produrre uguaglianza, ma che l’ordine politico ha reso in condizionabile e indiscutibile”.
Ciò che ha compromesso il futuro della società tedesca, come pure di tutte le società dei Paesi membri dell’Unione Europea sarebbero, secondo Somma, le istituzioni internazionali che, nel governo della globalizzazione, si sono mostrate inefficaci e dannose; non resterebbe, perciò, che accettare l’idea che il ricupero del ruolo dello Stato-nazione, indebolito dal processo di internazionalizzazione delle economie nazionali, ridiventi lo strumento per il rilancio del “compromesso keynesiano”, ricollocando “la persona al centro delle politiche locali e globali”, come unico e valido baluardo contro il possibile ritorno della “parte peggiore” del secolo scorso.
D’accordo, ma la prospettiva del ricupero dello Stato-nazione per il rilancio del “compromesso keynesiano” continuerebbe pur sempre a contenere in sé “residui” nazionalistici (non va dimenticato che le politiche keynesiane, attuate all’interno di economie integrate nel mercato mondiale, sono sempre state accusate di “pretese” mercantlistiche e, perciò, nazionalistiche), né consentirebbe di evitare, di fronte ad una mancata regolazione della globalizzazione, l’avanzare delle formazioni dell’estrema destra. La causa reale del diffondersi dei movimenti della destra nazionalista e xenofoba, è quindi l’incapacità di riformare secondo modalità diverse da quelle sinora seguite, le regole del mercato mondiale; sin tanto che tali regole non saranno cambiate, il riflusso all’interno dei singoli Stati degli effetti negativi del “libero mercato globale” continuerà a rafforzare la prospettiva di una continua espansione dei movimenti nazionalisti e xenofobi.
E’ su questo punto che la Germania sta assumendo una responsabilità di dimensioni preoccupanti; la sua reiterata volontà a non volersi piegare all’urgenza di condividere un’azione unitaria con gli altri Paesi dell’Unione, per un contenimento degli “animal spirit” del mercato mondiale, è paradigmatica; anziché approfondire la cooperazione europea, ai fini di una più efficace regolazione delle prevalenti modalità in presenza delle quali si sono svolti sinora i rapporti commerciali internazionali, la Germania, con in testa la sua Cancelliera, ha mostrato d’essere propensa a schierarsi in difesa della globalizzazione, così come essa si è affermata; lo dimostrano le minacce ritorsive che la Merkel non manca mai di rivolgere al nuovo presidente degli Stati Uniti, al solo fine di scongiurare l’attuazione, da parte del neoletto, di alcune delle sue promesse elettorali, riguardanti possibili restrizioni del mercato globale senza regole, verso il quale, invece, la Germania ha orientato strutturalmente con successo la propria economia.

Gianfranco Sabattini

Rusconi. Egemonia tedesca e destino dell’Unione Europea

Bandiera_ue_germania_BerlinoIn questi ultimi anni si sta molto discutendo sul problema dell’egemonia tedesca in Europa; lo sostiene Gian Enrico Rusconi, nell’articolo “Berlino, Europa”, pubblicato sul n. 1/2017 de “il Mulino”. I prossimi mesi varranno ad evidenziare “come si confermerà e si esprimerà questa egemonia […]. Si constaterà quanto sia logorato il dilemma sempre ripetuto ‘Germania europea o Europa germanica’ dietro al quale si sono fatti tanti discorsi nominalistici e retorici”.
La “prima variabile decisiva” che varrà a confermare o a sfatare il dilemma saranno le elezioni che si svolgeranno in alcuni importanti Paesi europei, come la Francia e la stessa Germania; molti nutrono fiducia sul fatto che in Olanda, dove la consultazione elettorale si è già svolta e dove il populista e xenofobo Gert Wilders, essendo stato sconfitto, risultando tuttavia il suo partito la seconda forza politica del Paese, il populismo antieuropeo possa essere contenuto, mancando però di considerare che il risultato elettorale olandese non è poi stato “così buono”, come vorrebbero far credere coloro che sperano che la “sconfitta” di Wilders possa fugare la paura di un’implosione dell’Unione da tempo in crisi di identità.
Quel che resta dell’Europa – afferma Rusconi – è un progetto in piena crisi esistenziale ed è facile prevedere che nel corso del 2017 si vada incontro a “un ulteriore approfondimento delle differenze tra gli Stati membri dell’Unione”. Ciò non ostante, tuttavia, la Germania di Angela Merkel sarà tutta presa dal compito di tenere insieme ciò che resta del vecchio progetto di Unione politica del vecchio Continente, “cercando di mantenere i principi e i patti originali sottoscritti da Maastricht in poi”. L’interesse di Berlino, a parere di Rusconi, è “quello di mantenere lo status quo o eventualmente di modificarlo sotto il suo rigoroso controllo”, sebbene questo intento non goda di largo consenso tra le forze politiche al governo del Paese.
Davanti alla crisi di identità dell’Unione, a parere dello stesso Rusconi, queste forze, non del tutto allineate sulle posizioni della Merkel, potrebbero indurre il governo a ritenere conveniente “una morbida forma di disimpegno. Naturalmente con conseguenze ineludibili e costrittive per il resto d’Europa”. Paradossalmente, però, questa forma di disimpegno sarebbe una prosecuzione dell’egemonia della Germania, esprimente la sua capacità di condizionare, più che una sua capacità di “saper guidare”. Ciò perché sarebbe “una risposta o un tentativo di contenimento delle pulsioni anti-europeiste di quel tipo di “populismo” che si esprime in Germania attraverso Alternative für Deutschland (AfD)”, una formazione politica portatrice di valori antieuropei molto diversi da quelli dei quali sono portatrici le formazioni politiche populiste degli altri Paesi: anziché un exit sarebbe la scelta di una “via speciale”, attraverso la quale realizzare una “disarticolazione guidata dell’Eurozona”.
Questa forma di disimpegno, però, sempre a parere di Rusconi, implicherebbe un percorso molto accidentato, dai risultati imprevedibili; ciò perché, come starebbe a dimostrare l’incontro a Coblenza dei rappresentanti dei movimenti populisti europei, in occasione del quale, i vari convegnisti, pur avendo evidenziato a parole una loro convergenza sull’obiettivo di portare fuori dall’Europa i loro Paesi, hanno però fatto emergere anche un’altra “convergenza”: quella di essere portatori di differenti posizioni nazionali. Il che varrebbe a confermare la previsione di Rusconi circa le difficoltà con le quali dovrebbe confrontarsi la Germania nell’ipotesi dovesse prevalere l’idea di percorrere la “via speciale” del suo disimpegno rispetto all’Unione; la sua percorribilità avrebbe a che fare con una “’nuova Europa’ di nazionalismi riabilitati”, che sarebbero sicuramente d’ostacolo al perseguimento dell’obiettivo di una disarticolazione guidata dell’Eurozona.
Inoltre, il possibile disimpegno della Germania dall’Europa non terrebbe conto del fatto che la critica del disegno europeo non è più soltanto retaggio delle sole formazioni politiche populiste, in quanto è diventata un atteggiamento “della gente comune e degli uomini politici altrimenti prudenti e stimati per prudenza e moderazione”; ciò è conseguenza non di una semplice disaffezione, ma di “un crescente risentimento contro ‘l’Europa’ genericamente intesa”, senza alcuna distinzione tra l’Unione politica ed il modo in cui hanno sinora funzionato le istituzioni esistenti e le modalità con cui sinora ha operato la moneta comune.
Quest’ultima, in particolare, cioè l’euro, è sempre più vista con sospetto, per cui tutti gli effetti negativi ad essa imputati dall’immaginario collettivo stanno legittimando e radicando l’idea che sia giunto il momento di “uscire dall’Euro”. A parere di Rusconi, quest’idea si sta diffondendo, nonostante non manchino “contributi ragionati” sul problema dei limiti dell’euro. Questi contributi, però, “non riescono a trasformarsi in ‘cultura politica’ in quel senso classico del termine che sembra essere diventato obsoleto”; è sempre più largo infatti il convincimento dell’opinione pubblica dei Paesi europei che i sacrifici fatti per salvare l’euro nei momenti di maggior pericolo dopo l’inizio della crisi del 2007/2008, non abbiano portato benessere per tutti, ma solo per i tedeschi. La politica del rigore e delle riforme strutturali imposte dalla Germania egemonica, per un numero crescente di cittadini e di politici europei – afferma Rusconi – “non ha funzionato. Ma al momento non si vede una politica operativa alternativa condivisa – al di là del vano lessico della crescita, della flessibilità, ecc.”.
La situazione di crisi persistente ha creato così le condizioni perché crescessero in termini di consenso le formazioni politiche populiste, che tanto spaventano gli establishment europei; il populismo, però, afferma Rusconi, “non è soltanto un hunus culturale generato dalla congiuntura: è anche un modo di immaginare o fantasticare il suo superamento”. Ma proprio a questo proposito, come sta a dimostrare l’incontro dei partiti populisti a Coblenza, per il superamento della congiuntura si propongono “approcci molto diversi”, che in Germania e Francia sono stati plasmati anche dalla xenofobia, radicalizzatasi soprattutto dopo gli episodi terroristici.
In generale, rispetto all’euro, tutte le formazioni populiste vorrebbero “disfarsi della moneta comune”, senza preoccuparsi – afferma Rusconi – “di quello che può accadere a chi non la pensa come loro nel modo e nel metodo di disfarsene”; in altri termini, senza preoccuparsi del fatto che, se i populisti dovessero, ad esempio, prevalere in Germania, in Francia e in Italia, “il risultato sarebbe una crescita esponenziale delle reciproche differenze e ostilità nazionali”, con tutte le conseguenze negative che possono essere facilmente immaginate.
La Cancelliera Angela Merkel, a parere di Rusconi, avrebbe perciò validi motivi di preoccuparsi che ciò possa avvenire; ma dovrebbe anche preoccuparsi che nelle prossime elezioni, che si svolgeranno nel settembre del 2017, il populismo germanico possa uscire vincitore, o quanto meno acquisire una posizione condizionante all’interno dell’intero schieramento delle forze politiche tedesche; tale cioè da rendere impossibile la formazione di una maggioranza governativa che ancora creda nella validità dell’Unione, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico interno. In particolare, sotto questo aspetto, un successo elettorale di AfD potrebbe alterare “l’”intero sistema politico”, in quanto farebbe venir meno quello che Rusconi chiama l’”equilibrio politico tradizionale”, basato sulle due formazioni partitiche popolari CDU/CSU e SPD: da un lato, l’Unione Cristiano-Democratica di Germania (Christlich Demokratische Union Deutschlands) alleata con l’Unione Cristiano-Sociale di Baviera (Christlich-Soziale Union in Bayern); dall’altro, il Partito Socialdemocratico di Germania o Partito Socialdemocratico Tedesco (Zozialdemokratische Partei Deutschlands).
Entrambe queste formazioni politiche hanno retto la Bundesrepublik, concorrendo al riaccreditamento della Germania nel mondo, dopo la sconfitta del nazismo; riaccreditamento che il possibile successo di AfD potrebbe compromettere, con la rievocazione del fantasmi del passato: sia perché AfD, con la sua xenofobia, sta attirando le preferenze di molti elettori dei partiti tradizionali, sia perché, sul piano economico, sta proponendo idee non “lontane” da quelle di alcuni esponenti di rilievo del governo della Merkel, come il rigido ministro delle finanze Wolfang Schäuble. Pur escludendo un’uscita radicale dall’euro, AfD propone la divisione dell’Eurozona tra Nord e Sud, lasciando pensare che gli Stati membri dell’Unione più deboli, come la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo debbano essere estromessi dall’euro.
Il clima di incertezza ora prevalente in Germania giustificherebbe, così, il dibattito corrente all’interno della società tedesca; dibattito che si svolge tra chi è convinto che “i trattati e le procedure messe a punto nei decenni e anni scorsi siano ancora in grado di fare uscire dalla brutta crisi che attanaglia molti Paesi europei (ad eccezione della Germania) e chi invece è convinto che occorra introdurre correttivi e modifiche significativi prima che sia troppo tardi di fronte alla caduta verticale di fiducia dei cittadini”. Ma la classe politica tedesca – si chiede Rusconi – “si rende conto delle sue responsabilità specifiche?” O sarà tentata di percorrere in solitario la sua integrazione nell’economia-mondo? Se si considerano i comportamenti assunti negli ultimi tempi dalla Merkel sul piano internazionale, si direbbe che la politica tedesca è “preda” di una forte contraddizione.
Sul piano interno, fortemente preoccupata del possibile successo elettorale di AfD, la Germania si rende conto di aver bisogno dell’Europa, per non compromettere al cospetto del mondo la propria credibilità politica; mentre sul piano dei rapporti con gli altri Paesi dell’Unione, essa esercita in modo poco responsabile, l’egemonia che le deriva dalla sua forza economica. Da un lato, la Germania “predica” per gli altri la necessità del rigore nella gestione dei conti pubblici, con la giustificazione che ciò sarebbe necessario per il superamento della crisi, al fine di riprendere il processo di unificazione europea; da un altro lato, però, sembra interessata all’Unione unicamente per motivi strumentali, ovvero per salvaguardare da presunte posizioni di forza la non modificabilità delle regole che sinora hanno concorso a rendere forte la sua economia e ad imporre la propria egemonia agli altri Paesi europei.
In presenza di questa incerta situazione, è proprio il caso di dire che, attualmente, la Germania è fortemente condizionata dalla geopolitica globale condivisa, mentre l’esercizio irresponsabile della sua limitata egemonia all’interno dell’area europea la espone al pericolo della perdita della sua identità politica interna, con possibili riflessi negativi sul piano economico a livello internazionale. Per uscire dall’empasse in cui si sta dibattendo, la classe politica tedesca dovrebbe seriamente prendere coscienza delle responsabilità specifiche che si sta assumendo rispetto al progetto europeo; inoltre, evitando ogni possibile tentazione di fuga dall’Europa, dovrebbe, come qualcuno suggerisce, esercitare la sua egemonia, facendo ripartire il processo di unificazione dell’Europa, col coinvolgimento dei principali Paesi membri dell’Unione (possibilmente i sei fondatori, più pochissimi altri), al fine di riproporre su basi nuove l’idea unitaria del vecchio Continente, prima che la vittoria dei populismi faccia suonare le “campane a morto” per l’Europa dei Padri fondatori.

Gianfranco Sabattini

I Socialisti rinascono con Schulz e spaventano la CDU

Anche se mancano ancora sette mesi alla elezioni, fissate per il 24 settembre, la CDU di Angela Merkel cerca di contrastare la rapida scalata della SPD nei sondaggi gettando ombre sull’onestà del candidato socialdemocratico Martin Schulz. Il sospetto, l’aver agevolato la carriera dei suoi collaboratori a Bruxelles nelle vesti di Presidente del Parlamento Europeo.

shulz merkelGermania: Martin Schulz incalza Angela Merkel nei sondaggi, la CDU passa al contrattacco

La rinascita dei socialdemocratici. La corsa alla Cancelliera tedesca, che finora vedeva Angela Merkel in fuga solitaria verso il quarto mandato consecutivo, è diventato uno scontro a due. A gennaio, infatti, il distacco fra la CDU dell’attuale Cancelliera e la SPD del vice-Cancelliere e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel era ancora superiore ai dieci punti percentuali: poca la fiducia dell’elettorato nel candidato socialdemocratico, la cui leadership è stata schiacciata da quattro anni di alleanza di governo con Angela Merkel. Questo ha spinto Gabriel al ritiro dalla competizione e dalla guida del partito aprendo la strada alla candidatura all’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e – allo stesso tempo – favorendo il recupero della SPD, data nei più recenti sondaggi alla pari o in leggero vantaggio rispetto alla CDU: 31% a 30%. Inoltre, Schulz sarebbe stato capace di riaccendere gli animi dell’elettorato socialdemocratico portando ad un aumento degli iscritti – più 4631 in due settimane – e convincendo gli astenuti a tornare a votare. Difatti – secondo quanto riporta un’indagine Insa-Opinionstrend per il settimanale Der Spiegel – un quinto degli elettori socialdemocratici non avrebbe partecipato all’ultima tornata elettorale del 2013, ma sarebbe intenzionato a farlo a settembre per supportare la corsa del carismatico ex-Presidente. Dal punto di vista politico, la riapertura della corsa alla Cancelleria ha inoltre allontanato le possibilità di una coalizione di governo a tre fra CDU, SPD e Verdi – soluzione data per scontata in chiave anti-euroscettica quando la SPD era data attorno al 20% – e riaperto i giochi per un governo dei socialdemocratici insieme alla Sinistra e agli stessi verdi, riportando per la prima volta in 12 anni la CDU all’opposizione. Nonostante tutto, lo scenario più probabile rimane quello della Grande Coalizione fra i due partiti maggiori, anche se non è impossibile che la guida di questa sia proprio dei socialdemocratici.

La sfida. La discesa in campo di Schulz avviene dopo 23 anni passati al Parlamento Europeo, una carriera che lo ha portato a scontrarsi con Silvio Berlusconi, capogruppo del Partito Socialista Europeo e, infine, alla presidenza della stessa assemblea. Libraio, autodidatta senza titolo di studio, viene considerato in Germania come un “uomo del popolo“, è arrivato al successo politico dopo aver affrontato i propri demoni personali fatti di alcolismo e depressione giovanile. Politicamente è un esponente “conservatore” della corrente centrista del partito, non differenziandosi in questo dallo stesso Sigmar Gabriel da cui si distingue, invece, per il più pronunciato carisma e la capacità retorica, considerata “passionaria” e, per questo, molto diversa da quella pragmatica e rigida dell’attuale Cancelliera. La presa di Schulz sull’elettorato, ha spinto Angela Merkel – apparsa finora ancora lontana dalla campagna elettorale – a correre ai ripari rivolgendo la propria attenzione al consolidamento del proprio partito risolvendo il contrasto interno con la CSU – colonna bavarese della CDU – incentrato sulla politica di porte aperte all’immigrazione della Cancelliera, contestata da Monaco. Conscia di come l’appoggio della CSU sia essenziale per essere confermata al governo, Angela Merkel ha concordato un piano in 16 punti per il contenimento dell’immigrazione volto ad agevolare le espulsioni, favorire il riconoscimento dei rifugiati – garantendo alle autorità il controllo dei cellulari degli immigrati – e incentivare i ritorni volontari: una svolta a destra intesa – anche – a limitare l’avanzata verso i populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

I panni sporchi di Martin Schultz? Riconsolidato il fronte interno, l’attenzione della CDU si è spostata verso Martin Schultz e se da una parte Angela Merkel – refrattaria a scendere direttamente nell’agone politico – si è rallegrata nel sottolineare l’importanza di avere una competizione elettorale equilibrata, dall’altra i toni sono stati alzati dai parlamentari europei del suo partito e dal loro capogruppo, Herbert Reul. Egli ha reso pubblico un dossier di nove pagine che accusa Schulz di  atti di nepotismo politico compiuti in qualità di Presidente del Parlamento Europeo a favore dei membri del proprio staff personale a Bruxelles. Sotto accusa ci sarebbero una serie le nomine che hanno portato alcuni membri del gabinetto della Presidenza Schulz – fra cui alcuni dei suoi collaboratori più stretti e di lunga data a posti interni all’amministrazione parlamentare, incarichi a tempo indeterminato non legati alla durata della Presidenza. In particolare il documento – che riprende in larga parte un dossier pubblicato da POLITICO nel 2016 – punta l’indice sulla nomina a Direttore Generale alla Presidenza – il numero due dell’assemblea – di Markus Winkler e quella a Direttrice della Commissione Affari Economici e Finanziari di Monika Strasser. Entrambi socialdemocratici, il primo ha servito come segretario personale di Schultz dal 1996, la seconda come ex-tesoriera dell’europarlamentare. A queste si dovrebbero aggiungere una serie di nomine minori che hanno spinto il Presidente del gruppo Verdi Europei Phillippe Lamberts a dichiarare come per farsi strada al Parlamento Europeo fosse necessario “essere tedeschi e socialisti”. Di fronte alle accuse è stata immediata la risposta della SPD: per la Segretaria Generale Katarina Barley si tratterebbe di “calunnie elettorali” diffuse – sostiene il membro della direzione del partito, Ralf Stegner – nel tentativo di “diffondere accuse infondate, sperando che qualcuna attecchisca nell’elettorato”.

Schäuble all’attacco. Mentre si apre il fronte europeo, contro il candidato socialdemocratico scende in campo anche Wolfgang Schäuble. Secondo il potente Ministro delle Finanze – considerato uno dei falchi del governo Merkel – Schultz starebbe portando avanti una campagna elettorale di matrice populista. Il candidato socialdemocratico – dice il Ministro – “dovrebbe fermarsi di più a riflettere” e non cercare di dividere la società tedesca “alterando dati” e citando “verità alternative”.  “Nessun politico intenzionato a combattere il populismo che minaccia l’Unione, dovrebbe esprimersi e comportarsi come Herr Schultz” dice il Ministro, criticando anche la tendenza di Schultz – politico di carriera – a presentarsi quale “uomo del popolo” e candidato outsider lontano dalla “casta politica”: “essere stati al parlamento europeo ed esserne arrivati alla Presidenza, significa far parte dell’establishment”. Sempre secondo Schäuble, l’atteggiamento del candidato socialdemocratico sarebbe assimilabile a quello di Donald Trump aggiungendo che “se Schultz invitasse i propri sostenitori a scandire qualcosa come Make Europe Great Again – Rendiamo l’Europa di nuovo grande – allora sarebbe letteralmente la copia di Trump”.

Nell’era dell’Europa a guida tedesca, i partner europei non possono ignorare quanto succederà a settembre a Berlino.

Simone Bonzano

 il Caffè e l’Opinione

La Germania all’alba dell’era Trump, elezioni in vista

merkel-trumpAd una settimana dall’elezione di Donald Trump quale prossimo presidente degli Stati Uniti, non accennano a fermarsi i dibattiti in Germania su quanto questo pesi nel futuro del paese e dell’Europa.

Il Segretario della SPD, ed attuale Ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, vede nell’elezione del Tycoon newyorkese, e nell’euforia che ha suscitato fra i movimenti populisti europei, la nascita di “un’internazionale nazionalista e chauvinista”. Questo, per il leader social-democratico, dimostra quale veramente sia lo “Scontro di Civiltà” che esiste in Europa: non quello, caro ai populisti, fra Cristianità e Islam, ma quello interno con da una parte le forze democratiche e riformiste e dall’altra i movimenti autoritari, razzisti e nazionalisti che vogliono contrastare i cambiamenti sociali e demografici attualmente in corso con soluzioni estremiste ed anacronistiche.

Anche per il Ministro delle Finanze Schäuble, CDU, “la demagogia ed il populismo non sarebbero un problema puramente Americano, ma di tutto l’Occidente”. A preoccupare quello fra i consiglieri più fidati di Angela Merkel, è la bassa qualità del dibattito politico in corso in Gran Bretagna, Francia, Olanda, Italia, ma anche, e soprattutto in Germania. Qui si assiste alla svolta a destra della CSU bavarese – partito locale consociato alla CDU e parte della coalizione al governo –  e alla continua crescita di AfD – il movimento anti-Europeo e anti-Immigrazione che ha ormai raggiunto uno stabile 13% a livello nazionale. Contrastare questa svolta “populista” in Germania deve diventare, per due fra i più importanti esponenti del governo, la priorità del Governo di Berlino.

Eppure, nonostante queste prese di posizione, il paese rimane preoccupato. Secondo infatti un sondaggio promosso dal “Bild am Sonntag”, il 66% dei tedeschi sono convinti che proprio le due leadership dei Partiti di governo – CDU e SPD appunto – non stiano prendendo troppo seriamente le preoccupazioni che arrivano dall’elettorato. Anche se il 53% esclude che questo possa portare, in Germania, all’elezione a cancelliere di un populista “alla Trump”, questo basta per far gridare vittoria a Frauke Petry. Il segretario dell’AfD, ha difatti affermato che “i problemi che affligono la classe media in America e che hanno portato alla vittoria di Trump sono gli stessi che l’affliggono in Europa” ovvero: Tasse e Immigrazione.

Sulla stessa riga si muove, in maniera più moderata, la CSU. Questa auspica, nelle dichiarazioni dei suoi parlamentari, un forte irrigidimento nelle politiche di accoglienza dei profughi, trovando una sponda nelle correnti più conservatrici della CDU stessa. In particolare il segretario e governatore della Baviera Horst Seehofer, ha dichiarato recentemente che non appoggerà un quarto governo Merkel, qualora questo, peraltro molto probabile, non cambi completamente rotta sull’immigrazione.

Se la destra si scatena, molti ambienti liberali tedeschi, ed Europei, sottolineano come proprio la Cancelliera ricopra ora, in Europa e in Occidente, il ruolo di “anti-Trump”. Questo è il giudizio dello storico Paul Nolte per il quale “l’attività politica di Angela Merkel rappresenta quella trasformazione silenziosa che sta avendo la società tedesca, più attenta ai problemi ambientali e sociali della contemporaneità” ponendo la Cancelliera di traverso a quegli atteggiamenti di chiusura e ritorno al passato che contraddistinguono Trump ed i suoi sodali Europei. Eppure, sottolineano vari analisti, la Cancelliera e la Germania da sole non bastano per far fronte agli effetti possibilmente negativi di una presidenza Trump: serve, soprattutto, l’Europa.

Su questo tema si è espressa il Ministro della Difesa tedesco e politico CDU Ursula von der Leyen, da molti vista come probabile futura cancelliera dopo Angela Merkel. In una lettera aperta al Tagesspiegel berlinese successiva alle elezioni, il Ministro ha sottolineato come le elezioni americane sono la dimostrazione che l’Europa non possa continuare ad avere un ruolo defilato nel panorama internazionale e che, in funzione anche di contrasto ad un possibile asse Trump-Putin, questo passa anche per un meccanismo di Difesa Europea congiunta. Solo in questo modo, sempre secondo il Ministro, l’Europa può farsi carico di supportare piani di stabilizzazione e sviluppo in Africa e Medio Oriente, anche indipendentemente dalla Nato. L’idea di von der Leyen, peraltro condivisa da ambienti politicamente trasversali in Germania come in Europa, è di un continente capace di occuparsi delle crisi nei paesi a lei vicini, ma, soprattutto, capace di esercitare la sua forza geopolitica indipendentemente dall’alleato americano.

Maggior integrazione Europea, accoglienza degli Immigrati, aperture sociali rimangono quindi il fulcro dell’attività di governo della Germania anche in vista della scadenza elettorale del 2017. Che queste politiche continuino a trovare l’appoggio dell’elettorato tedesco, è la grande scommessa di Berlino da cui dipende, e molto, anche il futuro dell’Europa.

Elezioni Berlino. La fine della grande coalizione

angela-merkelLe elezioni di domenica scorsa 18 settembre hanno segnato la fine della grande coalizione che governva Berlino. Per i due maggiori partiti tedeschi è stato un tracollo, assieme hanno perso oltre l’11% dei voti; la Spd è scesa dal 28,3 del 2011 al 21,6, la Cdu dal 23,3 al 17,6. Per i Cristiano democratici si tratta del peggiore risultato della storia berlinese del dopo guerra. L’effetto Merkel è stato pesante come nelle regionali del 4 settembre scorso in Meclemburgo-Pomerania.

I socialdemocratici si possono consolare per essere rimasti il primo partito e per potere confermare nella carica il borgomastro uscente, Michael Mueller. A parte questi due risultati positivi, il presidente socialdemocratico e vicecancelliere Simom Gabriel, ha espresso il suo malcontento per il risultato raggiunto, per di più, in un contesto in cui la partecipazione elettorale è fortemente aumentata (dal 60,2 del 2011 a circa il 67%) per cui non può essere chiamato in causa a giustificazione l’assenteismo.

Lo stesso Gabriel ha espresso preoccupazione per il risultato dell’Afd (Alternative fuer Deutchland) che ha raggiunto il 14,2%. È vero che i populisti di destra sono ancora soltanto il quinto partito e hanno inglobato quasi completamente un altro movimento di destra (i Pirati)  già presente con l’8,9% nel Senato berlinese e questa volta rimasti al palo.
Ma è un risultato che li pone molto vicino alla sinistra (15,6 dall’11,7 del 2011 con una buona affermazione) e ai Verdi, scesi dal 17,6 al 15,2 e la stessa Cdu con il 17,6 non è lontana. Materia di preoccupazione quindi ce ne è abbastanza e anche se è vero che la stragrande maggioranza ha votato per partiti democratici, non è ragione sufficiente per rimanre del tutto tranquilli in una situazione così fluida e incerta legata alle ondate di immigrazione. Va notato infine il buon risultato del vecchio partito liberale (Fdp) che è riuscito questa volta con un buon 6,7% a superare il quorum.

Bocciata la grande coalizione, che non raggiunge più maggioranza assoluta. Si aprano due scenari: un governo Spd, Cdu e Verdi oppure un più coraggioso e innovativo Spd, Verdi e Sinistra, che molti socialdemocratici vedono come la scelta giusta per le politiche del 2017. Ma Gabriel ha invitato chiaramente a non trasferire a livello nazionale il risultato di Berlino, il che significa, probabilmente, nessuna apertura alla Linke.
Ma è anche vero che non è possibile presentarsi alle politiche del settembre 2017 senza scelte chiare e coraggiose. La Grosse Koalitioin è morta a Berlino città, a Berlino capitale è moribonda e la sua leader a livella nazionale Angela Merkel, sta affondando in acque sempre più agitate.

“Il voto di Berlino – è il commento del Segretario del PSI Riccardo Nencini – sancisce la sconfitta non della sola Merkel ma della Grande Coalizione. Lì è la straordinaria novità. Proiettate Berlino sul piano nazionale e ne vedrete delle belle”. “ Ce n’è abbastanza perché socialisti e popolari europei rivedano i cardini dell’U.E.” – ha aggiunto. “Ognun per sé non va più bene nemmeno per i tedeschi” – ha concluso Nencini.

I continui “ce la facciamo, ce la facciamo” della Merkel non convincono più, sono accolti con insofferenza. I Cristiano democratici sono probabilmente divisi al proprio interno. L’ala bavarese della Csu vuole la testa della Merkel, la cui ricandidatura a cancelliere diventa ogni giorno improbabile. Il dopo Merkel è di fatto cominciato; con la fine del monopolio dei due partiti maggiori, Cdu e Spd, si apre un interrogativo sulla tradizionale stabilità tedesca. Si aprono nuovi equilibri di cui in questo momento si vedono più i rischi che le promesse.

 Edoardo Gianelli

Germania. Dalla ex RDT,
i voti alla destra oltranzista

La Germania nazista, il Partito Nazionalsocialista tedesco e la figura di Adolf Hitler, sono sicuramente i soggetti che più hanno ispirato i movimenti della destra più estrema dal secondo dopoguerra ad oggi in tutto il mondo.

Ad oltre 70 anni dalla caduta del Terzo Reich, sono due i soggetti politici della destra tedesca che si contendono il ruolo di primo protagonista.
Fino a pochi mesi fa, l’attenzione dei media si focalizzava soprattutto sull’NPD, partito che nasce a metà degli anni ‘60 …Manifestazione dell'Afd


L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (9^ puntata)


La Germania nazista, il Partito Nazionalsocialista tedesco e la figura di Adolf Hitler, sono sicuramente i soggetti che più hanno ispirato i movimenti della destra più estrema dal secondo dopoguerra ad oggi in tutto il mondo.

Ad oltre 70 anni dalla caduta del Terzo Reich, sono due i soggetti politici della destra tedesca che si contendono il ruolo di primo protagonista.
Fino a pochi mesi fa, l’attenzione dei media si focalizzava soprattutto sull’NPD, partito che nasce a metà degli anni ‘60 dalla fusione di movimenti politici che hanno visto alla propria guida esponenti del Partito Nazionalsocialista e importanti figure dell’esercito tedesco durante il periodo nazista, che di fatto rappresentano la continuazione del pensiero e del lavoro del partito di Adolf Hitler. Alla fine degli anni ‘60 l’NPD raccoglie oltre un milione di voti, dopodiché per i neonazisti tedeschi inizia un lungo periodo di crisi dei consensi che dura fino ai giorni nostri. Nel 2014 però, la Corte Costituzionale tedesca sancisce l’incostituzionalità della recente riforma elettorale che stabiliva una soglia di sbarramento del 5%, sostituita da un proporzionale perfetto che permette a sette micropartiti di entrare al Parlamento di Bruxelles. Tra questi anche l’NPD che con 300mila voti riesce ad eleggere al Parlamento europeo, Udo Voigt, leader del partito neonazista per oltre 15 anni. A livello internazionale il partito è alleato dei greci di Alba Dorata e dell’italiana Forza Nuova, nell’‘Alleanza per la pace e per la libertà’. La quasi totalità degli elettori dell’NPD proviene dai territori dell’ex DDR, e in particolare dalle zone confinanti con la Polonia, dove i neonazisti riescono anche a superare il 5%.

Frauke Petry , leader dell'Afd

Frauke Petry , leader dell’Afd

A rubare la scena all’NPD, da qualche mese a questa parte, è il partito nazionalista dell’Alternative fur Deutschland. L’AFD ha sempre avuto, sin dalla sua fondazione nel 2013, percentuali di consenso superiori a quelle dell’NPD, tuttavia i nazionalisti tedeschi hanno dovuto superare il 10% nei sondaggi per riuscire ad attirare su di sé l’attenzione dei media internazionali. I sondaggi di inizio 2016 davano il partito attorno al 15%, ma nei mesi successivi i nazionalisti iniziano a perdere consensi e a scendere verso il 10%.

A metà del 2015 il partito svolta a destra, la nuova leadership formata dal duo Petry-Meuthen viene da subito criticata da tutta l’area più vicina al centrodestra, che abbandona l’AFD per dare vita al partito conservatore ALFA. Il nuovo partito conservatore continuerà a far parte dell’alleanza dei Conservatori e Riformisti, mentre l’AFD comincia un processo di avvicinamento al Front National di Marine Le Pen e all’italiana Lega Nord. La nuova leadership porta il partito su posizioni molto più radicali, la linea del partito sull’Unione europea diventa molto più critica e aumenta l’intolleranza nei confronti di islam e immigrazione.

Come l’NPD anche i nazionalisti tedeschi riescono ad ottenere la maggior parte del proprio consenso nei territori dell’ex DDR. Dopo aver sfiorato il 5% alle elezioni nazionali del 2013 ed aver eletto 7 propri rappresentanti al Parlamento europeo nel 2014 (5 dei quali passati ad ALFA), lo scorso marzo l’AFD è riuscito a sfiorare il 25% in Sassonia ed è diventata la seconda forza politica della regione, dietro alla CDU di Angela Merkel.

Il terzo fenomeno politico della destra tedesca degli ultimi mesi è sicuramente il movimento Pegida, che rappresenta uno dei movimenti xenofobi con più sostenitori in Europa. Pegida è un movimento islamofobo nato a Dresda verso la fine del 2014, ed è proprio a Dresda che il movimento ha dato vita ad una lunga serie di manifestazioni a cui hanno partecipato diverse migliaia di sostenitori. Ma la presenza del movimento non si limita solo alla città tedesca, anzi, i sostenitori del movimento durante gli scorsi mesi sono riusciti ad organizzare una serie di cortei in diverse capitali europee. A capo del movimento xenofobo vi è Lutz Bachmann, cittadino di Dresda che può vantare una lunga lista di condanne per spaccio di stupefacenti e furto con scasso, e che al momento è a processo con l’accusa di incitamento all’odio razziale.

Altra storica forza politica della destra tedesca è il CSU, sezione bavarese del partito cristiandemocratico CDU guidato da Angela Merkel. Il CSU ha sempre mostrato posizioni più a destra rispetto al partito nazionale, anche le critiche interne al governo più accentuate sulle posizioni che ha espresso la cancelliera negli ultimi mesi su immigrazione e rapporti con la Turchia, arrivano da esponenti del CSU. La destra bavarese è dagli anni 50 il primo partito della Baviera e dalla fine degli anni 50 governa ininterrottamente la regione tedesca. Sempre in Baviera, negli anni ‘80, nasce il partito nazionalista Die Republikaner, che dopo essere riuscito ad eleggere, grazie ad oltre 2 milioni di voti, sette propri rappresentanti al Parlamento europeo nel 1989, ha visto un rapido declino che lo ha portato a percentuali da prefisso telefonico. Negli anni 80 il partito è riuscito a spezzare l’alleanza fra il Front National e l’italiano MSI. Nel corso degli anni le posizioni su immigrazione, islam e Unione Europea sono diventate sempre più critiche, e il partito ha visto un avvicinamento alle organizzazioni tedesche più estremiste. L’elettorato repubblicano è quasi interamente locato nei territori del sud della Germania, dove il partito fatica comunque ad arrivare all’1%.

Sempre negli anni ‘80 nasce il partito ultraconservatore Familien Parti, che come l’NPD è riuscito ad eleggere, dopo decenni, un proprio candidato al Parlamento europeo nel 2014. Al Partito della Famiglia sono bastati 200.000 voti per eleggere l’ex segretario Arne Gericke, che ha intrapreso un’alleanza con i Conservatori e riformisti.

I cittadini tedeschi si recheranno alle urne per eleggere il successore di Angela Merkel nell’autunno del 2017. Al momento i sondaggi danno la CDU saldamente in vantaggio con circa il 35% dei consensi, mentre l’AFD si giocherà il ruolo di terza forza politica della Germania con i Verdi e Die Linke, dietro ai socialdemocratici. Durante il mese di settembre invece si recheranno alle urne per eleggere i nuovi governi regionali i cittadini berlinesi e quelli del Meclemburgo. I sondaggi danno i socialdemocratici dell’SPD in vantaggio in entrambe le elezioni e la CDU, che rischia di essere superata dai Verdi a Berlino e dall’AFD nel Meclemburgo, dati entrambi attorno al 20%, in forte crisi.

Gianluca Baranelli

8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

Migranti e armeni, quello
che la Merkel non può dire

Berlino – In primo piano ci sono ancora le polemiche per il riconoscimento del genocidio armeno, compiuto dall’Impero Ottomano nel 1915-1916, da parte del Parlamento tedesco, ma sullo sfondo si comincia a stagliare il vero nodo del contendere fra Turchia e Germania: gli accordi bilaterali fra i due Paesi per il riconoscimento e lo smistamento dei profughi.

Angela Merkel Recepit ErdoganIl patto, sottoscritto a maggio, prevede la realizzazione di speciali uffici atti al riconoscimento, alla selezione e allo smistamento del flusso dei profughi dalla Turchia alla Germania direttamente sul territorio turco. In cambio, il Governo tedesco si è impegnato ad agevolare entro l’ottobre 2016 la liberalizzazione nel rilascio di visti europei ai cittadini turchi, provvedimento già inserito nel quadro dell’accordo UE – Turchia con cui Ankara ha accettato il ritorno dei migranti economici, quindi non richiedenti asilo, dalle isole greche ai propri campi.

Grazie alla liberalizzazione, ai turchi verrebbe garantito uno status ‘simil Schengen’ con sostanziali benefici, soprattutto per i commerci, che sancirebbe l’enorme successo diplomatico e mediatico del presidente Erdoğan. I desiderata di Ankara si scontrano però con l’opposizione del Parlamento europeo che calenderizza la liberalizzazione al 2017 e ribadisce che l’accordo rimane subordinato, fra le altre cose, alla modica dell’attuale legge antiterrorismo da parte del governo turco, un provvedimento usato per trasformare la Turchia in un presidenzialismo autoritario.

Al passo indietro del Parlamento europeo, Erdoğan ha risposto rallentando l’entrata in vigore dell’accordo con la Germania trasformando la questione da materia diplomatica in una di politica interna tedesca e mettendo la Cancelliera di fronte al possibile fallimento della propria politica sull’immigrazione, un punto dolente per la Merkel nel suo rapporto con l’opinione pubblica.

Secondo infatti un recente sondaggio del mensile politico Cicero, i due terzi degli elettori tedeschi sarebbero contrari ad un quarto mandato consecutivo di Angela Merkel. Questo non per motivi economici o sociali, peraltro esistenti, ma per la politica della Cancelliera sull’immigrazione contro cui sarebbe contrario, secondo un ulteriore sondaggio del settimane Der Spiegel, il 41% degli elettori tedeschi.

Questo avviene soprattutto nei Land tedeschi più conservatori dove gli elettori abbandonano una Merkel vista come troppo “modernista” per schierarsi con la destra radicale, populista e anti-immigrazione di Alternative für Deutschland (AfD), partito che viene dato attorno al 14% nei sondaggi ed è in costante crescita di consensi. A fronte del malcontento dell’opinione pubblica si rafforza anche il dissenso interno al partito nei confronti della Cancelliera.

Dopo infatti le critiche arrivate da membri della CDU, il partito di Angela Merkel, arrivano le minacce di uscita dalla coalizione della CSU che dal 1962 governa con maggioranza assoluta la ricca Baviera e fornisce, di fatto, un blocco di voti fondamentali per la vittoria dei cristiano-democratici all’interno del sistema elettorale a base federale della Germania.

Al deflagrare della crisi diplomatica fra Turchia e Germania, è stato infatti il capo-gruppo dei Popolari Europei in quota CSU, Manfred Weber, a richiedere immediatamente la revisione se non lo stop totale agli accordi con la Turchia. Questo non stupisce perché è dall’inizio della crisi nel 2015 che il segretario bavarese Horst Seehofer ribadisce ad ogni occasione il suo dissenso per la politica messa in atto dalla Cancelliera sull’immigrazione. Cuore della sua critica è la scarsa incidenza sui flussi di profughi dalla rotta anatolica rispetto a quella balcanica a fronte di un ingente sforzo economico e politico a vantaggio della Turchia (e di Erdoğan). Da parte sua, il segretario, ha richiesto un forte inasprimento delle procedure, sia per l’ingresso che per l’asilo, arrivando a ventilare una storica uscita dalla maggioranza, con conseguente rottura del patto che lega da sempre la CSU alla CDU nella cornice di una legge definita come “dittatura dell’ingiustizia”.

In realtà gli interessi di Seehofer sembrano essere diversi e più locali, ovvero arginare l’emorragia di voti del proprio partito, per la prima volta sotto il 40% in Baviera, verso la destra radicale di AfD. Questo non cancella, però, la gravità della crisi di fronte alla quale serviva da parte di Angela Merkel e del Governo una riaffermazione della propria autonomia politica e della propria forza nei confronti della Turchia e questa risposta è arrivata con il riconoscimento del genocidio armeno, avvenuto, dieci anni dopo l’apertura dell’iter legislativo, e con il sostegno diretto sia della Cancelliera che del suo partito.

Il genocidio del popolo armeno diventa così parte di un complesso rapporto diplomatico, quello fra Turchia e Germania, e della ricerca del consenso, sia da parte di Erdoğan, sia delle Merkel, sia di Seehofer: un gioco di vantaggi e opportunità che ha come sfondo quel cambiamento epocale che viene racchiuso nel termine “crisi dei profughi”.

Simone Bonzano

Germania. L’islamofobia entra nel programma di AfD

Frauke Petry AfDCavalcare l’islamofobia diventa un programma politico. Alternativa per la Germania, (AfD, Alternative für Deutschland), ha scelto, andrà ancora più a destra sposando la linea fortemente anti-islamica della sua leader attuale, Frauke Petry. Il Congresso di AfD appena conclusosi a Stoccarda, ha adottato infatti un programma unanimamente giudicato dagli osservatori come anti-islamico. Il partito ha confermato anche la sua scelta antieuropea con l’uscita dall’euro da ottenere attraverso un referendum, la semplificazione del sistema fiscale, la promozione della democrazia diretta e il blocco dell’immigrazione.

Tra i punti contenuti nel documento conclusivo e approvati dai duemila delegati domenica pomeriggio, c’è anche il divieto di costruire minareti, di chiamare alla preghiera attraverso il rituale annuncio del muezzin, di indossare il velo integrale perché – è scritto – l’islam “non fa parte della Germania”.

Frauke Petry ha dunque visto confermata la sua leadership e l’impronta decisamente anti-islamica impressa al partito dopo essere stata eletta a maggioranza assoluta leader di AfD l’8 luglio dell’anno scorso battendo lo stesso fondatore, l’economista Bernd Lucke. La frattura era avvenuta nel 2015 proprio sulle parole d’ordine della Petry considerate da Lucke troppo simili a quelle del movimento anti-islamico Pegida, nato a Dresda e diffusosi quasi esclusivamente nei Land dell’ex Germania orientale. La frattura è così netta che Lucke, assieme a 5 europarlamentari su 7, ha abbandonato la sua creatura e dato vita, dieci giorni dopo, a un altro partito, ‘Alternativa per il Progresso e il Rinnovamento’ (Allianz für Fortschritt und Aufbruch)

Alternativa per la Germania è stata fondata appena tre anni fa, nel luglio 2013, intercettando subito una parte del malcontento generato dalla paura crescente dei tedeschi per la crisi economica e la pressione dell’immigrazione che possono incidere sul loro livello di vita anche se fino ad oggi il Paese è certamente quello che ha sofferto meno di tutti, sia in termini economici che sociali, per la bufera nata nel 2008 negli Stati Uniti. Non a caso la forza maggiore, come testimonia la nascita di ‘Pegida’, della ventata populista e xenofoba, origina nei territori della ex Germania comunista, ancora diversi passi indietro rispetto agli altri land a quasi vent’anni dalla riunificazione, e là dove si sono avvertiti di più i contraccolpi della crisi mondiale.

Il partito appena nato, alle elezioni politiche del 2013, ottenne oltre due milioni di voti, pari al 4,7% dei votanti, fermandosi appena sotto la soglia di sbarramento del 5% per l’entrata nel Parlamento nazionale, il Bundestag. L’anno dopo, alle elezioni europee, superò di poco il 7% conquistando 7 eurodeputati (iscritti al ‘Gruppo dei conservatori e dei riformisti europei’).
Un ulteriore balzo lo compie nelle elezioni regionali del 2016. Nel Land del baden-Wüttemberg prende il 15,1% dei consensi e diventa il terzo partito. Nella Renania Palatinato arriva al 12,6% e nella Sassonia Anhalt (ex RDT) conquista un travolgente secondo posto col 24,2%.

I sondaggi continuano a dare l’AfD col vento in poppa e la quotano al 13%, praticamente se si votasse oggi sarebbe la terza forza del Paese dietro a Cdu-Csu, il partito di Angela Merkel, e la Spd imprigionata nel governo di coalizione e senza più un profilo politico netto.

Frauke Petry punta alle elezioni del 2017 dove immagina di arrivare sempre più forte, cavalcando tutte le fobie del popolo tedesco e galleggiando sul mare di incertezza gonfiato dalle difficoltà economiche e dalla pressione migratoria che attanagliano un’Europa che non è mai stata così confusa e disunita come oggi. Il tutto in un mix oltremodo temibile per la cancelliera Angela Merkel che fino a oggi ha imposto la sua leadership sul suo partito, sul Paese e in buona parte anche sull’Europa, in virtù delle straordinaria performance dell’economia tedesca e su una indiscutibile capacità manovriera di solida impostazione democristiana. L’unico vero balzo, che per un momento è sembrato proiettarla nell’Olimpo dei grandi leader europei, è stato quando ha annunciato la volontà di accogliere un milione di migranti in fuga dalla Siria, annuncio presto dimenticato forse sotto la pressione dei sondaggi di opinione e certamente per calcolo politico.

In compenso il tema è stato ampiamento sfruttato dall’AfD mentre anche la politica monetaria espansionista della Bce di Mario Draghi, è divenuta un elemento dello scontro politico in atto come dimostrano le recentissime critiche emerse nello stesso partito della Merkel secondo cui l’euro a tasso zero ha ridotto i guadagni degli investitori tedeschi e favorito così il partito antieuro di Frauke Petry.

Così come sta avvenendo in molti Paesi europei, Italia compresa, Afd scommette dunque tutte le sue carte sui sentimenti crescenti dell’euroscetticismo e della xenofobia, illudendo i suoi elettori che la soluzione di problemi complessi possa avvenire con un semplice ritorno al passato e una ricostruzione delle prerogative nazionali, anche se la Germania deve molto della sua forza di oggi proprio al contributo di una forza lavoro a basso costo costituita nei decenni da milioni di immigrati, (anche tantissimi italiani) e che oggi conta quasi quattro milioni di cittadini di religione musulmana, per la maggior parte di etnia turca e curda su una popolazione di 80 milioni.

“Instaurare la legge della sharia sul suolo tedesco – ha detto Jörg Meuthen, uno dei responsabili del partito – non è possibile”. “E il modo in cui sono trattate le donne in base al Corano non è compatibile con la Costituzione tedesca. Ma ciò non vuol dire che siamo contro persone di confessione musulmana che vivono qui in maniera pacifica e integrati”. Banalità, ovvietà nella sostanza, che qualunque cittadino europeo potrebbe sottoscrivere, ma parole e punti programmatici specifici come il divieto di costruire minareti, hanno un effetto-annuncio minaccioso destinato rafforzare l’islamo-isterismo e a sostenere una deriva che forse rassicurerà la parte psicologicamente più fragile della popolazione, ma farà anche riemergere vecchi fantasmi nella gran parte del popolo tedesco ed europeo.

Non a caso, sabato, in coincidenza con l’apertura del Congresso, Stoccarda è stata trasformata da gruppi ‘antifascisti’ e di estrema sinistra, in un teatro di guerriglia urbana con un bilancio pesante di incideti e 400 fermi di polizia.

Carlo Correr

Euronomics, la linea non cambia. È quella di Berlino

APPROFONDIMENTO-MerkelSe alla vigilia delle elezioni per il Parlamento tedesco molti speravano che la posizione della Germania sulla via da percorrere per risolvere la crisi dell’euro potesse cambiare, i risultati usciti dalle urne non possono che averli delusi; il risultato elettorale, infatti, si è risolto in un nulla di fatto, in quanto gli anti-euro di Afd (Alternative für Deutschland) non sono entrati al Reichstag, i conservatori di Cdu/Csu hanno avuto un risultato al di là di ogni previsione e i cosiddetti progressisti dell’Spd hanno conseguito un piccolo incremento, ma a spese del partito dei Verdi (Grünen). Se la sinistra europea alla vigilia delle elezioni nutriva la speranza che la candidatura al cancellierato del segretario dell’Spd, Peer Steinbrück, fosse la premessa, in caso di vittoria, per la formazione di un governo di coalizione con i Grünen filoeuropei, devono prendere atto che la loro speranza è risultata vana.

Ciò che la sinistra europea stenta da tempo a comprendere è che l’approccio della Merkel alla crisi dell’euro, prima di essere un approccio conservatore, è un approccio che appartiene alla cultura economica tedesca. Molte delle posizioni e delle decisioni delle “cancelliera di ferro” derivano da una specifica tradizione germanica del pensiero economico, che mutua la sua origine dall’ordoliberalismo; un’ideologia, questa, che non è solo condivisa dai conservatori o dal partito liberale, ma è anche condivisa dagli altri partiti e, dunque, anche da gran parte del partito socialdemocratico.

Nel dibattito economico all’interno della Germania, si afferma spesso che l’approccio alla crisi dell’euro è basato o sull’interesse esclusivo del Paese a tutelare i suoi crediti sull’estero, oppure sulla determinazione ad evitare il pericolo della storica esperienza inflattiva della Repubblica di Weimar all’indomani delle prima guerra mondiale.

Due importanti economisti tedeschi osservano, in “L’Europa in panne” (Il Mulino, 4/2013), che non sono tanto le due preoccupazioni appena indicate a rivestire un ruolo decisivo nella formulazione della politica interna ed internazionale della Germania, quanto i principi che sono propri dell’ordoliberalismo.

Il principio centrale di quest’ideologia è che tutti i governi dell’eurozona dovrebbero disciplinare i mercati, in modo che l’esito spontaneo del funzionamento di questi si avvicini il più possibile a quello teorico di un mercato perfettamente competitivo; così, sebbene si abbiano in Germania differenze interpretative dell’ordoliberalismno, esiste tuttavia ancora un consenso predominante tra i componenti delle società politica tedesca a condividerne e ad accettarne i principi. Il partito dei conservatori (Cdu/Csu) è sempre stato tradizionalmente influenzato dall’ordoliberalismo, per cui ha sempre giudicato l’indisciplina fiscale la causa di tutti i mali economici e, in particolare, la causa principale della crisi del debito sovrano dei Paesi maggiormente in crisi; è questo il motivo per cui la Merkel ha sempre richiesto, nei passati cancellierati, e si presume continui a farli anche nel prossimo, austerità, sorveglianza in materia fiscale e sforzi continui per aumentare la produttività e la crescita nei Paesi maggiormente esposti agli esiti della crisi dell’euro.

Dopo il risultato delle ultime elezioni, poche sono le speranze che un cambiamento della politica conservatrice prevalsa sinora possa cambiare per l’apporto del’Spd di Peer Steinbrück; sebbene il partito socialdemocratico abbia sempre tentato di combinare il giudizio favorevole alla responsabilità fiscale con la solidarietà europea, si deve prendere atto che ora i rapporti di forza all’interno di un’eventuale Grosse Koalition tra il partito di Angela Merkel e quello socialdemocratico non possono evitare che quest’ultimo occupi una posizione ancillare rispetto al partito dei conservatori; ciò renderà estremamente difficile qualsiasi proposta volta a fare accogliere ai tedeschi l’urgenza di una solidarietà all’interno dell’eurozona più ampia che nel passato.

Per sottrarsi alla posizione ancillare, l’Spd dovrebbe prendere atto dei limiti del suo programma politico sinora propagandato, troppo orientato verso l’interno e poco propenso ad accettare l’idea che la crisi dell’euro e dell’Unione europea possa essere risolta solo adottando un approccio transnazionale; quel che occorrerebbe, dunque, nell’interesse di tutti, Germania inclusa, è che l’Spd conduca all’interno della Germania un’azione politica formulata in comune coi restanti partiti socialisti europei; ciò al fine di favorire la maturazione di un’opinione pubblica europea più aperta al riconoscimento dell’urgenza di una maggiore solidarietà e sottrarre così la soluzione dei problemi dell’Europa ai limiti asfittici dei confini germanici. Questa posizione consentirebbe, tra l’altro, all’Spd di sottrarsi al ruolo di semplice appendice di Angela Merkel.

 Gianfranco Sabattini