I Socialisti rinascono con Schulz e spaventano la CDU

Anche se mancano ancora sette mesi alla elezioni, fissate per il 24 settembre, la CDU di Angela Merkel cerca di contrastare la rapida scalata della SPD nei sondaggi gettando ombre sull’onestà del candidato socialdemocratico Martin Schulz. Il sospetto, l’aver agevolato la carriera dei suoi collaboratori a Bruxelles nelle vesti di Presidente del Parlamento Europeo.

shulz merkelGermania: Martin Schulz incalza Angela Merkel nei sondaggi, la CDU passa al contrattacco

La rinascita dei socialdemocratici. La corsa alla Cancelliera tedesca, che finora vedeva Angela Merkel in fuga solitaria verso il quarto mandato consecutivo, è diventato uno scontro a due. A gennaio, infatti, il distacco fra la CDU dell’attuale Cancelliera e la SPD del vice-Cancelliere e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel era ancora superiore ai dieci punti percentuali: poca la fiducia dell’elettorato nel candidato socialdemocratico, la cui leadership è stata schiacciata da quattro anni di alleanza di governo con Angela Merkel. Questo ha spinto Gabriel al ritiro dalla competizione e dalla guida del partito aprendo la strada alla candidatura all’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e – allo stesso tempo – favorendo il recupero della SPD, data nei più recenti sondaggi alla pari o in leggero vantaggio rispetto alla CDU: 31% a 30%. Inoltre, Schulz sarebbe stato capace di riaccendere gli animi dell’elettorato socialdemocratico portando ad un aumento degli iscritti – più 4631 in due settimane – e convincendo gli astenuti a tornare a votare. Difatti – secondo quanto riporta un’indagine Insa-Opinionstrend per il settimanale Der Spiegel – un quinto degli elettori socialdemocratici non avrebbe partecipato all’ultima tornata elettorale del 2013, ma sarebbe intenzionato a farlo a settembre per supportare la corsa del carismatico ex-Presidente. Dal punto di vista politico, la riapertura della corsa alla Cancelleria ha inoltre allontanato le possibilità di una coalizione di governo a tre fra CDU, SPD e Verdi – soluzione data per scontata in chiave anti-euroscettica quando la SPD era data attorno al 20% – e riaperto i giochi per un governo dei socialdemocratici insieme alla Sinistra e agli stessi verdi, riportando per la prima volta in 12 anni la CDU all’opposizione. Nonostante tutto, lo scenario più probabile rimane quello della Grande Coalizione fra i due partiti maggiori, anche se non è impossibile che la guida di questa sia proprio dei socialdemocratici.

La sfida. La discesa in campo di Schulz avviene dopo 23 anni passati al Parlamento Europeo, una carriera che lo ha portato a scontrarsi con Silvio Berlusconi, capogruppo del Partito Socialista Europeo e, infine, alla presidenza della stessa assemblea. Libraio, autodidatta senza titolo di studio, viene considerato in Germania come un “uomo del popolo“, è arrivato al successo politico dopo aver affrontato i propri demoni personali fatti di alcolismo e depressione giovanile. Politicamente è un esponente “conservatore” della corrente centrista del partito, non differenziandosi in questo dallo stesso Sigmar Gabriel da cui si distingue, invece, per il più pronunciato carisma e la capacità retorica, considerata “passionaria” e, per questo, molto diversa da quella pragmatica e rigida dell’attuale Cancelliera. La presa di Schulz sull’elettorato, ha spinto Angela Merkel – apparsa finora ancora lontana dalla campagna elettorale – a correre ai ripari rivolgendo la propria attenzione al consolidamento del proprio partito risolvendo il contrasto interno con la CSU – colonna bavarese della CDU – incentrato sulla politica di porte aperte all’immigrazione della Cancelliera, contestata da Monaco. Conscia di come l’appoggio della CSU sia essenziale per essere confermata al governo, Angela Merkel ha concordato un piano in 16 punti per il contenimento dell’immigrazione volto ad agevolare le espulsioni, favorire il riconoscimento dei rifugiati – garantendo alle autorità il controllo dei cellulari degli immigrati – e incentivare i ritorni volontari: una svolta a destra intesa – anche – a limitare l’avanzata verso i populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

I panni sporchi di Martin Schultz? Riconsolidato il fronte interno, l’attenzione della CDU si è spostata verso Martin Schultz e se da una parte Angela Merkel – refrattaria a scendere direttamente nell’agone politico – si è rallegrata nel sottolineare l’importanza di avere una competizione elettorale equilibrata, dall’altra i toni sono stati alzati dai parlamentari europei del suo partito e dal loro capogruppo, Herbert Reul. Egli ha reso pubblico un dossier di nove pagine che accusa Schulz di  atti di nepotismo politico compiuti in qualità di Presidente del Parlamento Europeo a favore dei membri del proprio staff personale a Bruxelles. Sotto accusa ci sarebbero una serie le nomine che hanno portato alcuni membri del gabinetto della Presidenza Schulz – fra cui alcuni dei suoi collaboratori più stretti e di lunga data a posti interni all’amministrazione parlamentare, incarichi a tempo indeterminato non legati alla durata della Presidenza. In particolare il documento – che riprende in larga parte un dossier pubblicato da POLITICO nel 2016 – punta l’indice sulla nomina a Direttore Generale alla Presidenza – il numero due dell’assemblea – di Markus Winkler e quella a Direttrice della Commissione Affari Economici e Finanziari di Monika Strasser. Entrambi socialdemocratici, il primo ha servito come segretario personale di Schultz dal 1996, la seconda come ex-tesoriera dell’europarlamentare. A queste si dovrebbero aggiungere una serie di nomine minori che hanno spinto il Presidente del gruppo Verdi Europei Phillippe Lamberts a dichiarare come per farsi strada al Parlamento Europeo fosse necessario “essere tedeschi e socialisti”. Di fronte alle accuse è stata immediata la risposta della SPD: per la Segretaria Generale Katarina Barley si tratterebbe di “calunnie elettorali” diffuse – sostiene il membro della direzione del partito, Ralf Stegner – nel tentativo di “diffondere accuse infondate, sperando che qualcuna attecchisca nell’elettorato”.

Schäuble all’attacco. Mentre si apre il fronte europeo, contro il candidato socialdemocratico scende in campo anche Wolfgang Schäuble. Secondo il potente Ministro delle Finanze – considerato uno dei falchi del governo Merkel – Schultz starebbe portando avanti una campagna elettorale di matrice populista. Il candidato socialdemocratico – dice il Ministro – “dovrebbe fermarsi di più a riflettere” e non cercare di dividere la società tedesca “alterando dati” e citando “verità alternative”.  “Nessun politico intenzionato a combattere il populismo che minaccia l’Unione, dovrebbe esprimersi e comportarsi come Herr Schultz” dice il Ministro, criticando anche la tendenza di Schultz – politico di carriera – a presentarsi quale “uomo del popolo” e candidato outsider lontano dalla “casta politica”: “essere stati al parlamento europeo ed esserne arrivati alla Presidenza, significa far parte dell’establishment”. Sempre secondo Schäuble, l’atteggiamento del candidato socialdemocratico sarebbe assimilabile a quello di Donald Trump aggiungendo che “se Schultz invitasse i propri sostenitori a scandire qualcosa come Make Europe Great Again – Rendiamo l’Europa di nuovo grande – allora sarebbe letteralmente la copia di Trump”.

Nell’era dell’Europa a guida tedesca, i partner europei non possono ignorare quanto succederà a settembre a Berlino.

Simone Bonzano

 il Caffè e l’Opinione

La Germania all’alba dell’era Trump, elezioni in vista

merkel-trumpAd una settimana dall’elezione di Donald Trump quale prossimo presidente degli Stati Uniti, non accennano a fermarsi i dibattiti in Germania su quanto questo pesi nel futuro del paese e dell’Europa.

Il Segretario della SPD, ed attuale Ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, vede nell’elezione del Tycoon newyorkese, e nell’euforia che ha suscitato fra i movimenti populisti europei, la nascita di “un’internazionale nazionalista e chauvinista”. Questo, per il leader social-democratico, dimostra quale veramente sia lo “Scontro di Civiltà” che esiste in Europa: non quello, caro ai populisti, fra Cristianità e Islam, ma quello interno con da una parte le forze democratiche e riformiste e dall’altra i movimenti autoritari, razzisti e nazionalisti che vogliono contrastare i cambiamenti sociali e demografici attualmente in corso con soluzioni estremiste ed anacronistiche.

Anche per il Ministro delle Finanze Schäuble, CDU, “la demagogia ed il populismo non sarebbero un problema puramente Americano, ma di tutto l’Occidente”. A preoccupare quello fra i consiglieri più fidati di Angela Merkel, è la bassa qualità del dibattito politico in corso in Gran Bretagna, Francia, Olanda, Italia, ma anche, e soprattutto in Germania. Qui si assiste alla svolta a destra della CSU bavarese – partito locale consociato alla CDU e parte della coalizione al governo –  e alla continua crescita di AfD – il movimento anti-Europeo e anti-Immigrazione che ha ormai raggiunto uno stabile 13% a livello nazionale. Contrastare questa svolta “populista” in Germania deve diventare, per due fra i più importanti esponenti del governo, la priorità del Governo di Berlino.

Eppure, nonostante queste prese di posizione, il paese rimane preoccupato. Secondo infatti un sondaggio promosso dal “Bild am Sonntag”, il 66% dei tedeschi sono convinti che proprio le due leadership dei Partiti di governo – CDU e SPD appunto – non stiano prendendo troppo seriamente le preoccupazioni che arrivano dall’elettorato. Anche se il 53% esclude che questo possa portare, in Germania, all’elezione a cancelliere di un populista “alla Trump”, questo basta per far gridare vittoria a Frauke Petry. Il segretario dell’AfD, ha difatti affermato che “i problemi che affligono la classe media in America e che hanno portato alla vittoria di Trump sono gli stessi che l’affliggono in Europa” ovvero: Tasse e Immigrazione.

Sulla stessa riga si muove, in maniera più moderata, la CSU. Questa auspica, nelle dichiarazioni dei suoi parlamentari, un forte irrigidimento nelle politiche di accoglienza dei profughi, trovando una sponda nelle correnti più conservatrici della CDU stessa. In particolare il segretario e governatore della Baviera Horst Seehofer, ha dichiarato recentemente che non appoggerà un quarto governo Merkel, qualora questo, peraltro molto probabile, non cambi completamente rotta sull’immigrazione.

Se la destra si scatena, molti ambienti liberali tedeschi, ed Europei, sottolineano come proprio la Cancelliera ricopra ora, in Europa e in Occidente, il ruolo di “anti-Trump”. Questo è il giudizio dello storico Paul Nolte per il quale “l’attività politica di Angela Merkel rappresenta quella trasformazione silenziosa che sta avendo la società tedesca, più attenta ai problemi ambientali e sociali della contemporaneità” ponendo la Cancelliera di traverso a quegli atteggiamenti di chiusura e ritorno al passato che contraddistinguono Trump ed i suoi sodali Europei. Eppure, sottolineano vari analisti, la Cancelliera e la Germania da sole non bastano per far fronte agli effetti possibilmente negativi di una presidenza Trump: serve, soprattutto, l’Europa.

Su questo tema si è espressa il Ministro della Difesa tedesco e politico CDU Ursula von der Leyen, da molti vista come probabile futura cancelliera dopo Angela Merkel. In una lettera aperta al Tagesspiegel berlinese successiva alle elezioni, il Ministro ha sottolineato come le elezioni americane sono la dimostrazione che l’Europa non possa continuare ad avere un ruolo defilato nel panorama internazionale e che, in funzione anche di contrasto ad un possibile asse Trump-Putin, questo passa anche per un meccanismo di Difesa Europea congiunta. Solo in questo modo, sempre secondo il Ministro, l’Europa può farsi carico di supportare piani di stabilizzazione e sviluppo in Africa e Medio Oriente, anche indipendentemente dalla Nato. L’idea di von der Leyen, peraltro condivisa da ambienti politicamente trasversali in Germania come in Europa, è di un continente capace di occuparsi delle crisi nei paesi a lei vicini, ma, soprattutto, capace di esercitare la sua forza geopolitica indipendentemente dall’alleato americano.

Maggior integrazione Europea, accoglienza degli Immigrati, aperture sociali rimangono quindi il fulcro dell’attività di governo della Germania anche in vista della scadenza elettorale del 2017. Che queste politiche continuino a trovare l’appoggio dell’elettorato tedesco, è la grande scommessa di Berlino da cui dipende, e molto, anche il futuro dell’Europa.

Elezioni Berlino. La fine della grande coalizione

angela-merkelLe elezioni di domenica scorsa 18 settembre hanno segnato la fine della grande coalizione che governva Berlino. Per i due maggiori partiti tedeschi è stato un tracollo, assieme hanno perso oltre l’11% dei voti; la Spd è scesa dal 28,3 del 2011 al 21,6, la Cdu dal 23,3 al 17,6. Per i Cristiano democratici si tratta del peggiore risultato della storia berlinese del dopo guerra. L’effetto Merkel è stato pesante come nelle regionali del 4 settembre scorso in Meclemburgo-Pomerania.

I socialdemocratici si possono consolare per essere rimasti il primo partito e per potere confermare nella carica il borgomastro uscente, Michael Mueller. A parte questi due risultati positivi, il presidente socialdemocratico e vicecancelliere Simom Gabriel, ha espresso il suo malcontento per il risultato raggiunto, per di più, in un contesto in cui la partecipazione elettorale è fortemente aumentata (dal 60,2 del 2011 a circa il 67%) per cui non può essere chiamato in causa a giustificazione l’assenteismo.

Lo stesso Gabriel ha espresso preoccupazione per il risultato dell’Afd (Alternative fuer Deutchland) che ha raggiunto il 14,2%. È vero che i populisti di destra sono ancora soltanto il quinto partito e hanno inglobato quasi completamente un altro movimento di destra (i Pirati)  già presente con l’8,9% nel Senato berlinese e questa volta rimasti al palo.
Ma è un risultato che li pone molto vicino alla sinistra (15,6 dall’11,7 del 2011 con una buona affermazione) e ai Verdi, scesi dal 17,6 al 15,2 e la stessa Cdu con il 17,6 non è lontana. Materia di preoccupazione quindi ce ne è abbastanza e anche se è vero che la stragrande maggioranza ha votato per partiti democratici, non è ragione sufficiente per rimanre del tutto tranquilli in una situazione così fluida e incerta legata alle ondate di immigrazione. Va notato infine il buon risultato del vecchio partito liberale (Fdp) che è riuscito questa volta con un buon 6,7% a superare il quorum.

Bocciata la grande coalizione, che non raggiunge più maggioranza assoluta. Si aprano due scenari: un governo Spd, Cdu e Verdi oppure un più coraggioso e innovativo Spd, Verdi e Sinistra, che molti socialdemocratici vedono come la scelta giusta per le politiche del 2017. Ma Gabriel ha invitato chiaramente a non trasferire a livello nazionale il risultato di Berlino, il che significa, probabilmente, nessuna apertura alla Linke.
Ma è anche vero che non è possibile presentarsi alle politiche del settembre 2017 senza scelte chiare e coraggiose. La Grosse Koalitioin è morta a Berlino città, a Berlino capitale è moribonda e la sua leader a livella nazionale Angela Merkel, sta affondando in acque sempre più agitate.

“Il voto di Berlino – è il commento del Segretario del PSI Riccardo Nencini – sancisce la sconfitta non della sola Merkel ma della Grande Coalizione. Lì è la straordinaria novità. Proiettate Berlino sul piano nazionale e ne vedrete delle belle”. “ Ce n’è abbastanza perché socialisti e popolari europei rivedano i cardini dell’U.E.” – ha aggiunto. “Ognun per sé non va più bene nemmeno per i tedeschi” – ha concluso Nencini.

I continui “ce la facciamo, ce la facciamo” della Merkel non convincono più, sono accolti con insofferenza. I Cristiano democratici sono probabilmente divisi al proprio interno. L’ala bavarese della Csu vuole la testa della Merkel, la cui ricandidatura a cancelliere diventa ogni giorno improbabile. Il dopo Merkel è di fatto cominciato; con la fine del monopolio dei due partiti maggiori, Cdu e Spd, si apre un interrogativo sulla tradizionale stabilità tedesca. Si aprono nuovi equilibri di cui in questo momento si vedono più i rischi che le promesse.

 Edoardo Gianelli

Germania. Dalla ex RDT,
i voti alla destra oltranzista

La Germania nazista, il Partito Nazionalsocialista tedesco e la figura di Adolf Hitler, sono sicuramente i soggetti che più hanno ispirato i movimenti della destra più estrema dal secondo dopoguerra ad oggi in tutto il mondo.

Ad oltre 70 anni dalla caduta del Terzo Reich, sono due i soggetti politici della destra tedesca che si contendono il ruolo di primo protagonista.
Fino a pochi mesi fa, l’attenzione dei media si focalizzava soprattutto sull’NPD, partito che nasce a metà degli anni ‘60 …Manifestazione dell'Afd


L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (9^ puntata)


La Germania nazista, il Partito Nazionalsocialista tedesco e la figura di Adolf Hitler, sono sicuramente i soggetti che più hanno ispirato i movimenti della destra più estrema dal secondo dopoguerra ad oggi in tutto il mondo.

Ad oltre 70 anni dalla caduta del Terzo Reich, sono due i soggetti politici della destra tedesca che si contendono il ruolo di primo protagonista.
Fino a pochi mesi fa, l’attenzione dei media si focalizzava soprattutto sull’NPD, partito che nasce a metà degli anni ‘60 dalla fusione di movimenti politici che hanno visto alla propria guida esponenti del Partito Nazionalsocialista e importanti figure dell’esercito tedesco durante il periodo nazista, che di fatto rappresentano la continuazione del pensiero e del lavoro del partito di Adolf Hitler. Alla fine degli anni ‘60 l’NPD raccoglie oltre un milione di voti, dopodiché per i neonazisti tedeschi inizia un lungo periodo di crisi dei consensi che dura fino ai giorni nostri. Nel 2014 però, la Corte Costituzionale tedesca sancisce l’incostituzionalità della recente riforma elettorale che stabiliva una soglia di sbarramento del 5%, sostituita da un proporzionale perfetto che permette a sette micropartiti di entrare al Parlamento di Bruxelles. Tra questi anche l’NPD che con 300mila voti riesce ad eleggere al Parlamento europeo, Udo Voigt, leader del partito neonazista per oltre 15 anni. A livello internazionale il partito è alleato dei greci di Alba Dorata e dell’italiana Forza Nuova, nell’‘Alleanza per la pace e per la libertà’. La quasi totalità degli elettori dell’NPD proviene dai territori dell’ex DDR, e in particolare dalle zone confinanti con la Polonia, dove i neonazisti riescono anche a superare il 5%.

Frauke Petry , leader dell'Afd

Frauke Petry , leader dell’Afd

A rubare la scena all’NPD, da qualche mese a questa parte, è il partito nazionalista dell’Alternative fur Deutschland. L’AFD ha sempre avuto, sin dalla sua fondazione nel 2013, percentuali di consenso superiori a quelle dell’NPD, tuttavia i nazionalisti tedeschi hanno dovuto superare il 10% nei sondaggi per riuscire ad attirare su di sé l’attenzione dei media internazionali. I sondaggi di inizio 2016 davano il partito attorno al 15%, ma nei mesi successivi i nazionalisti iniziano a perdere consensi e a scendere verso il 10%.

A metà del 2015 il partito svolta a destra, la nuova leadership formata dal duo Petry-Meuthen viene da subito criticata da tutta l’area più vicina al centrodestra, che abbandona l’AFD per dare vita al partito conservatore ALFA. Il nuovo partito conservatore continuerà a far parte dell’alleanza dei Conservatori e Riformisti, mentre l’AFD comincia un processo di avvicinamento al Front National di Marine Le Pen e all’italiana Lega Nord. La nuova leadership porta il partito su posizioni molto più radicali, la linea del partito sull’Unione europea diventa molto più critica e aumenta l’intolleranza nei confronti di islam e immigrazione.

Come l’NPD anche i nazionalisti tedeschi riescono ad ottenere la maggior parte del proprio consenso nei territori dell’ex DDR. Dopo aver sfiorato il 5% alle elezioni nazionali del 2013 ed aver eletto 7 propri rappresentanti al Parlamento europeo nel 2014 (5 dei quali passati ad ALFA), lo scorso marzo l’AFD è riuscito a sfiorare il 25% in Sassonia ed è diventata la seconda forza politica della regione, dietro alla CDU di Angela Merkel.

Il terzo fenomeno politico della destra tedesca degli ultimi mesi è sicuramente il movimento Pegida, che rappresenta uno dei movimenti xenofobi con più sostenitori in Europa. Pegida è un movimento islamofobo nato a Dresda verso la fine del 2014, ed è proprio a Dresda che il movimento ha dato vita ad una lunga serie di manifestazioni a cui hanno partecipato diverse migliaia di sostenitori. Ma la presenza del movimento non si limita solo alla città tedesca, anzi, i sostenitori del movimento durante gli scorsi mesi sono riusciti ad organizzare una serie di cortei in diverse capitali europee. A capo del movimento xenofobo vi è Lutz Bachmann, cittadino di Dresda che può vantare una lunga lista di condanne per spaccio di stupefacenti e furto con scasso, e che al momento è a processo con l’accusa di incitamento all’odio razziale.

Altra storica forza politica della destra tedesca è il CSU, sezione bavarese del partito cristiandemocratico CDU guidato da Angela Merkel. Il CSU ha sempre mostrato posizioni più a destra rispetto al partito nazionale, anche le critiche interne al governo più accentuate sulle posizioni che ha espresso la cancelliera negli ultimi mesi su immigrazione e rapporti con la Turchia, arrivano da esponenti del CSU. La destra bavarese è dagli anni 50 il primo partito della Baviera e dalla fine degli anni 50 governa ininterrottamente la regione tedesca. Sempre in Baviera, negli anni ‘80, nasce il partito nazionalista Die Republikaner, che dopo essere riuscito ad eleggere, grazie ad oltre 2 milioni di voti, sette propri rappresentanti al Parlamento europeo nel 1989, ha visto un rapido declino che lo ha portato a percentuali da prefisso telefonico. Negli anni 80 il partito è riuscito a spezzare l’alleanza fra il Front National e l’italiano MSI. Nel corso degli anni le posizioni su immigrazione, islam e Unione Europea sono diventate sempre più critiche, e il partito ha visto un avvicinamento alle organizzazioni tedesche più estremiste. L’elettorato repubblicano è quasi interamente locato nei territori del sud della Germania, dove il partito fatica comunque ad arrivare all’1%.

Sempre negli anni ‘80 nasce il partito ultraconservatore Familien Parti, che come l’NPD è riuscito ad eleggere, dopo decenni, un proprio candidato al Parlamento europeo nel 2014. Al Partito della Famiglia sono bastati 200.000 voti per eleggere l’ex segretario Arne Gericke, che ha intrapreso un’alleanza con i Conservatori e riformisti.

I cittadini tedeschi si recheranno alle urne per eleggere il successore di Angela Merkel nell’autunno del 2017. Al momento i sondaggi danno la CDU saldamente in vantaggio con circa il 35% dei consensi, mentre l’AFD si giocherà il ruolo di terza forza politica della Germania con i Verdi e Die Linke, dietro ai socialdemocratici. Durante il mese di settembre invece si recheranno alle urne per eleggere i nuovi governi regionali i cittadini berlinesi e quelli del Meclemburgo. I sondaggi danno i socialdemocratici dell’SPD in vantaggio in entrambe le elezioni e la CDU, che rischia di essere superata dai Verdi a Berlino e dall’AFD nel Meclemburgo, dati entrambi attorno al 20%, in forte crisi.

Gianluca Baranelli

8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

Migranti e armeni, quello
che la Merkel non può dire

Berlino – In primo piano ci sono ancora le polemiche per il riconoscimento del genocidio armeno, compiuto dall’Impero Ottomano nel 1915-1916, da parte del Parlamento tedesco, ma sullo sfondo si comincia a stagliare il vero nodo del contendere fra Turchia e Germania: gli accordi bilaterali fra i due Paesi per il riconoscimento e lo smistamento dei profughi.

Angela Merkel Recepit ErdoganIl patto, sottoscritto a maggio, prevede la realizzazione di speciali uffici atti al riconoscimento, alla selezione e allo smistamento del flusso dei profughi dalla Turchia alla Germania direttamente sul territorio turco. In cambio, il Governo tedesco si è impegnato ad agevolare entro l’ottobre 2016 la liberalizzazione nel rilascio di visti europei ai cittadini turchi, provvedimento già inserito nel quadro dell’accordo UE – Turchia con cui Ankara ha accettato il ritorno dei migranti economici, quindi non richiedenti asilo, dalle isole greche ai propri campi.

Grazie alla liberalizzazione, ai turchi verrebbe garantito uno status ‘simil Schengen’ con sostanziali benefici, soprattutto per i commerci, che sancirebbe l’enorme successo diplomatico e mediatico del presidente Erdoğan. I desiderata di Ankara si scontrano però con l’opposizione del Parlamento europeo che calenderizza la liberalizzazione al 2017 e ribadisce che l’accordo rimane subordinato, fra le altre cose, alla modica dell’attuale legge antiterrorismo da parte del governo turco, un provvedimento usato per trasformare la Turchia in un presidenzialismo autoritario.

Al passo indietro del Parlamento europeo, Erdoğan ha risposto rallentando l’entrata in vigore dell’accordo con la Germania trasformando la questione da materia diplomatica in una di politica interna tedesca e mettendo la Cancelliera di fronte al possibile fallimento della propria politica sull’immigrazione, un punto dolente per la Merkel nel suo rapporto con l’opinione pubblica.

Secondo infatti un recente sondaggio del mensile politico Cicero, i due terzi degli elettori tedeschi sarebbero contrari ad un quarto mandato consecutivo di Angela Merkel. Questo non per motivi economici o sociali, peraltro esistenti, ma per la politica della Cancelliera sull’immigrazione contro cui sarebbe contrario, secondo un ulteriore sondaggio del settimane Der Spiegel, il 41% degli elettori tedeschi.

Questo avviene soprattutto nei Land tedeschi più conservatori dove gli elettori abbandonano una Merkel vista come troppo “modernista” per schierarsi con la destra radicale, populista e anti-immigrazione di Alternative für Deutschland (AfD), partito che viene dato attorno al 14% nei sondaggi ed è in costante crescita di consensi. A fronte del malcontento dell’opinione pubblica si rafforza anche il dissenso interno al partito nei confronti della Cancelliera.

Dopo infatti le critiche arrivate da membri della CDU, il partito di Angela Merkel, arrivano le minacce di uscita dalla coalizione della CSU che dal 1962 governa con maggioranza assoluta la ricca Baviera e fornisce, di fatto, un blocco di voti fondamentali per la vittoria dei cristiano-democratici all’interno del sistema elettorale a base federale della Germania.

Al deflagrare della crisi diplomatica fra Turchia e Germania, è stato infatti il capo-gruppo dei Popolari Europei in quota CSU, Manfred Weber, a richiedere immediatamente la revisione se non lo stop totale agli accordi con la Turchia. Questo non stupisce perché è dall’inizio della crisi nel 2015 che il segretario bavarese Horst Seehofer ribadisce ad ogni occasione il suo dissenso per la politica messa in atto dalla Cancelliera sull’immigrazione. Cuore della sua critica è la scarsa incidenza sui flussi di profughi dalla rotta anatolica rispetto a quella balcanica a fronte di un ingente sforzo economico e politico a vantaggio della Turchia (e di Erdoğan). Da parte sua, il segretario, ha richiesto un forte inasprimento delle procedure, sia per l’ingresso che per l’asilo, arrivando a ventilare una storica uscita dalla maggioranza, con conseguente rottura del patto che lega da sempre la CSU alla CDU nella cornice di una legge definita come “dittatura dell’ingiustizia”.

In realtà gli interessi di Seehofer sembrano essere diversi e più locali, ovvero arginare l’emorragia di voti del proprio partito, per la prima volta sotto il 40% in Baviera, verso la destra radicale di AfD. Questo non cancella, però, la gravità della crisi di fronte alla quale serviva da parte di Angela Merkel e del Governo una riaffermazione della propria autonomia politica e della propria forza nei confronti della Turchia e questa risposta è arrivata con il riconoscimento del genocidio armeno, avvenuto, dieci anni dopo l’apertura dell’iter legislativo, e con il sostegno diretto sia della Cancelliera che del suo partito.

Il genocidio del popolo armeno diventa così parte di un complesso rapporto diplomatico, quello fra Turchia e Germania, e della ricerca del consenso, sia da parte di Erdoğan, sia delle Merkel, sia di Seehofer: un gioco di vantaggi e opportunità che ha come sfondo quel cambiamento epocale che viene racchiuso nel termine “crisi dei profughi”.

Simone Bonzano

Germania. L’islamofobia entra nel programma di AfD

Frauke Petry AfDCavalcare l’islamofobia diventa un programma politico. Alternativa per la Germania, (AfD, Alternative für Deutschland), ha scelto, andrà ancora più a destra sposando la linea fortemente anti-islamica della sua leader attuale, Frauke Petry. Il Congresso di AfD appena conclusosi a Stoccarda, ha adottato infatti un programma unanimamente giudicato dagli osservatori come anti-islamico. Il partito ha confermato anche la sua scelta antieuropea con l’uscita dall’euro da ottenere attraverso un referendum, la semplificazione del sistema fiscale, la promozione della democrazia diretta e il blocco dell’immigrazione.

Tra i punti contenuti nel documento conclusivo e approvati dai duemila delegati domenica pomeriggio, c’è anche il divieto di costruire minareti, di chiamare alla preghiera attraverso il rituale annuncio del muezzin, di indossare il velo integrale perché – è scritto – l’islam “non fa parte della Germania”.

Frauke Petry ha dunque visto confermata la sua leadership e l’impronta decisamente anti-islamica impressa al partito dopo essere stata eletta a maggioranza assoluta leader di AfD l’8 luglio dell’anno scorso battendo lo stesso fondatore, l’economista Bernd Lucke. La frattura era avvenuta nel 2015 proprio sulle parole d’ordine della Petry considerate da Lucke troppo simili a quelle del movimento anti-islamico Pegida, nato a Dresda e diffusosi quasi esclusivamente nei Land dell’ex Germania orientale. La frattura è così netta che Lucke, assieme a 5 europarlamentari su 7, ha abbandonato la sua creatura e dato vita, dieci giorni dopo, a un altro partito, ‘Alternativa per il Progresso e il Rinnovamento’ (Allianz für Fortschritt und Aufbruch)

Alternativa per la Germania è stata fondata appena tre anni fa, nel luglio 2013, intercettando subito una parte del malcontento generato dalla paura crescente dei tedeschi per la crisi economica e la pressione dell’immigrazione che possono incidere sul loro livello di vita anche se fino ad oggi il Paese è certamente quello che ha sofferto meno di tutti, sia in termini economici che sociali, per la bufera nata nel 2008 negli Stati Uniti. Non a caso la forza maggiore, come testimonia la nascita di ‘Pegida’, della ventata populista e xenofoba, origina nei territori della ex Germania comunista, ancora diversi passi indietro rispetto agli altri land a quasi vent’anni dalla riunificazione, e là dove si sono avvertiti di più i contraccolpi della crisi mondiale.

Il partito appena nato, alle elezioni politiche del 2013, ottenne oltre due milioni di voti, pari al 4,7% dei votanti, fermandosi appena sotto la soglia di sbarramento del 5% per l’entrata nel Parlamento nazionale, il Bundestag. L’anno dopo, alle elezioni europee, superò di poco il 7% conquistando 7 eurodeputati (iscritti al ‘Gruppo dei conservatori e dei riformisti europei’).
Un ulteriore balzo lo compie nelle elezioni regionali del 2016. Nel Land del baden-Wüttemberg prende il 15,1% dei consensi e diventa il terzo partito. Nella Renania Palatinato arriva al 12,6% e nella Sassonia Anhalt (ex RDT) conquista un travolgente secondo posto col 24,2%.

I sondaggi continuano a dare l’AfD col vento in poppa e la quotano al 13%, praticamente se si votasse oggi sarebbe la terza forza del Paese dietro a Cdu-Csu, il partito di Angela Merkel, e la Spd imprigionata nel governo di coalizione e senza più un profilo politico netto.

Frauke Petry punta alle elezioni del 2017 dove immagina di arrivare sempre più forte, cavalcando tutte le fobie del popolo tedesco e galleggiando sul mare di incertezza gonfiato dalle difficoltà economiche e dalla pressione migratoria che attanagliano un’Europa che non è mai stata così confusa e disunita come oggi. Il tutto in un mix oltremodo temibile per la cancelliera Angela Merkel che fino a oggi ha imposto la sua leadership sul suo partito, sul Paese e in buona parte anche sull’Europa, in virtù delle straordinaria performance dell’economia tedesca e su una indiscutibile capacità manovriera di solida impostazione democristiana. L’unico vero balzo, che per un momento è sembrato proiettarla nell’Olimpo dei grandi leader europei, è stato quando ha annunciato la volontà di accogliere un milione di migranti in fuga dalla Siria, annuncio presto dimenticato forse sotto la pressione dei sondaggi di opinione e certamente per calcolo politico.

In compenso il tema è stato ampiamento sfruttato dall’AfD mentre anche la politica monetaria espansionista della Bce di Mario Draghi, è divenuta un elemento dello scontro politico in atto come dimostrano le recentissime critiche emerse nello stesso partito della Merkel secondo cui l’euro a tasso zero ha ridotto i guadagni degli investitori tedeschi e favorito così il partito antieuro di Frauke Petry.

Così come sta avvenendo in molti Paesi europei, Italia compresa, Afd scommette dunque tutte le sue carte sui sentimenti crescenti dell’euroscetticismo e della xenofobia, illudendo i suoi elettori che la soluzione di problemi complessi possa avvenire con un semplice ritorno al passato e una ricostruzione delle prerogative nazionali, anche se la Germania deve molto della sua forza di oggi proprio al contributo di una forza lavoro a basso costo costituita nei decenni da milioni di immigrati, (anche tantissimi italiani) e che oggi conta quasi quattro milioni di cittadini di religione musulmana, per la maggior parte di etnia turca e curda su una popolazione di 80 milioni.

“Instaurare la legge della sharia sul suolo tedesco – ha detto Jörg Meuthen, uno dei responsabili del partito – non è possibile”. “E il modo in cui sono trattate le donne in base al Corano non è compatibile con la Costituzione tedesca. Ma ciò non vuol dire che siamo contro persone di confessione musulmana che vivono qui in maniera pacifica e integrati”. Banalità, ovvietà nella sostanza, che qualunque cittadino europeo potrebbe sottoscrivere, ma parole e punti programmatici specifici come il divieto di costruire minareti, hanno un effetto-annuncio minaccioso destinato rafforzare l’islamo-isterismo e a sostenere una deriva che forse rassicurerà la parte psicologicamente più fragile della popolazione, ma farà anche riemergere vecchi fantasmi nella gran parte del popolo tedesco ed europeo.

Non a caso, sabato, in coincidenza con l’apertura del Congresso, Stoccarda è stata trasformata da gruppi ‘antifascisti’ e di estrema sinistra, in un teatro di guerriglia urbana con un bilancio pesante di incideti e 400 fermi di polizia.

Carlo Correr

Euronomics, la linea non cambia. È quella di Berlino

APPROFONDIMENTO-MerkelSe alla vigilia delle elezioni per il Parlamento tedesco molti speravano che la posizione della Germania sulla via da percorrere per risolvere la crisi dell’euro potesse cambiare, i risultati usciti dalle urne non possono che averli delusi; il risultato elettorale, infatti, si è risolto in un nulla di fatto, in quanto gli anti-euro di Afd (Alternative für Deutschland) non sono entrati al Reichstag, i conservatori di Cdu/Csu hanno avuto un risultato al di là di ogni previsione e i cosiddetti progressisti dell’Spd hanno conseguito un piccolo incremento, ma a spese del partito dei Verdi (Grünen). Se la sinistra europea alla vigilia delle elezioni nutriva la speranza che la candidatura al cancellierato del segretario dell’Spd, Peer Steinbrück, fosse la premessa, in caso di vittoria, per la formazione di un governo di coalizione con i Grünen filoeuropei, devono prendere atto che la loro speranza è risultata vana.

Ciò che la sinistra europea stenta da tempo a comprendere è che l’approccio della Merkel alla crisi dell’euro, prima di essere un approccio conservatore, è un approccio che appartiene alla cultura economica tedesca. Molte delle posizioni e delle decisioni delle “cancelliera di ferro” derivano da una specifica tradizione germanica del pensiero economico, che mutua la sua origine dall’ordoliberalismo; un’ideologia, questa, che non è solo condivisa dai conservatori o dal partito liberale, ma è anche condivisa dagli altri partiti e, dunque, anche da gran parte del partito socialdemocratico.

Nel dibattito economico all’interno della Germania, si afferma spesso che l’approccio alla crisi dell’euro è basato o sull’interesse esclusivo del Paese a tutelare i suoi crediti sull’estero, oppure sulla determinazione ad evitare il pericolo della storica esperienza inflattiva della Repubblica di Weimar all’indomani delle prima guerra mondiale.

Due importanti economisti tedeschi osservano, in “L’Europa in panne” (Il Mulino, 4/2013), che non sono tanto le due preoccupazioni appena indicate a rivestire un ruolo decisivo nella formulazione della politica interna ed internazionale della Germania, quanto i principi che sono propri dell’ordoliberalismo.

Il principio centrale di quest’ideologia è che tutti i governi dell’eurozona dovrebbero disciplinare i mercati, in modo che l’esito spontaneo del funzionamento di questi si avvicini il più possibile a quello teorico di un mercato perfettamente competitivo; così, sebbene si abbiano in Germania differenze interpretative dell’ordoliberalismno, esiste tuttavia ancora un consenso predominante tra i componenti delle società politica tedesca a condividerne e ad accettarne i principi. Il partito dei conservatori (Cdu/Csu) è sempre stato tradizionalmente influenzato dall’ordoliberalismo, per cui ha sempre giudicato l’indisciplina fiscale la causa di tutti i mali economici e, in particolare, la causa principale della crisi del debito sovrano dei Paesi maggiormente in crisi; è questo il motivo per cui la Merkel ha sempre richiesto, nei passati cancellierati, e si presume continui a farli anche nel prossimo, austerità, sorveglianza in materia fiscale e sforzi continui per aumentare la produttività e la crescita nei Paesi maggiormente esposti agli esiti della crisi dell’euro.

Dopo il risultato delle ultime elezioni, poche sono le speranze che un cambiamento della politica conservatrice prevalsa sinora possa cambiare per l’apporto del’Spd di Peer Steinbrück; sebbene il partito socialdemocratico abbia sempre tentato di combinare il giudizio favorevole alla responsabilità fiscale con la solidarietà europea, si deve prendere atto che ora i rapporti di forza all’interno di un’eventuale Grosse Koalition tra il partito di Angela Merkel e quello socialdemocratico non possono evitare che quest’ultimo occupi una posizione ancillare rispetto al partito dei conservatori; ciò renderà estremamente difficile qualsiasi proposta volta a fare accogliere ai tedeschi l’urgenza di una solidarietà all’interno dell’eurozona più ampia che nel passato.

Per sottrarsi alla posizione ancillare, l’Spd dovrebbe prendere atto dei limiti del suo programma politico sinora propagandato, troppo orientato verso l’interno e poco propenso ad accettare l’idea che la crisi dell’euro e dell’Unione europea possa essere risolta solo adottando un approccio transnazionale; quel che occorrerebbe, dunque, nell’interesse di tutti, Germania inclusa, è che l’Spd conduca all’interno della Germania un’azione politica formulata in comune coi restanti partiti socialisti europei; ciò al fine di favorire la maturazione di un’opinione pubblica europea più aperta al riconoscimento dell’urgenza di una maggiore solidarietà e sottrarre così la soluzione dei problemi dell’Europa ai limiti asfittici dei confini germanici. Questa posizione consentirebbe, tra l’altro, all’Spd di sottrarsi al ruolo di semplice appendice di Angela Merkel.

 Gianfranco Sabattini