Nato-Italia. Dietro la facciata restano i nodi al pettine

Visit by the NATO Secretary General to Italy

Un giro di orizzonte molto interessante, un incontro “eccellente”. Queste le parole del Segretario Generale della Nato dopo il faccia a faccia con il nuovo Premier italiano, Giuseppe Conte.

La visita di due giorni in Italia di Jens Stoltenberg, domenica e lunedì appena trascorsi, ha così registrato il primo contatto diretto tra Bruxelles ed i massimi esponenti del nuovo esecutivo M5S-Lega, che diverse preoccupazioni, specie per estemporanee sortite di alcuni dirigenti politici in campagna elettorale, aveva, non soltanto sotterraneamente, suscitato nel quartier generale di Bruxelles, come anche oltreoceano.

A Palazzo Chigi, nelle dichiarazioni alla stampa, si sono, invece, ascoltati molti, reciproci complimenti. Dal Segretario della Nato a Conte per l’alto incarico ricevuto, e per essere stato rassicurato sulla conferma da parte italiana del significativo ruolo di Roma nell’Alleanza Atlantica, con soprattutto la riaffermazione degli obblighi assunti.

Dal Presidente del Consiglio a Stoltenberg per l’attenzione ed il riconoscimento da parte Nato della professionalità dei nostri militari protagonisti nei diversi teatri e missioni, specie in Kosovo, così come per l’impegno di Roma, in via di puntualizzazione, ad adeguare il contributo finanziario all’organizzazione. Una sollecitazione, quest’ultima, peraltro giunta nuovamente ed in forma frizzante quanto ruvida, via Twitter e non solo, dopo il burrascoso G-7 canadese, a tutti i 28 alleati dal Presidente statunitense, Donald Trump.

Nelle dichiarazioni alla stampa, però, emergeva naturalmente una serie di sottotesti, ben oltre la riaffermazione di una efficace difesa alleata rispetto alle minacce globali del terrorismo internazionale e l’auspicio concorde che l’’hub’ regionale Nato per il Fronte Sud, il JFC di Napoli, possa essere pienamente operativo prima del prossimo vertice dell’Alleanza, fissato l’11-12 luglio nella nuova sede brussellese.

In effetti, le questioni reali da affrontare tra le due parti, verificando il grado di comprensione ed eventuali dissensi, erano sostanzialmente tre: la questione di un eventuale disimpegno italiano dall’Afghanistan, così come adombrato in vari momenti pre-elettorali da alcuni militanti grillini di alto rango (una poco chiara “revisione” di ‘Resolute Support’, ma anche della nostra presenza in Iraq).

In secondo luogo, la ripetuta richiesta di Lega e Cinque stelle di una riduzione, più o meno selettiva fino al superamento, delle sanzioni imposte alla Federazione Russa – esplicitata in modo soft nelle dichiarazioni programmatiche in Parlamento del Premier Conte, ma ben più nettamente nel ‘Contratto di governo’ tra i due partner governativi.

Ancora, la esigenza di porre la massima attenzione al bacino del Mediterraneo, con l’auspicio pressante – a quanto si registra – del nuovo governo giallo-verde di una piena assunzione di responsabilità ed un più alto grado di cooperazione tra Nato ed Unione europea, in direzione della lotta al traffico di esseri umani e, dunque, di solidarietà e supporto alle difficoltà di Roma nel dissuadere al massimo l’attività migratoria, specie nei mesi estivi, dal Nord Africa verso le coste italiane.

Stoltenberg ha mostrato apertura e disponibilità sui temi proposti, ma riguardo i rapporti Nato-Mosca, deterioratisi grandemente a partire dalla vicenda dello status della Crimea del 2014, ha puntualizzato di voler sempre operare in direzione dell’approccio stabilito a suo tempo. Quindi, dosando opportunamente la doppia chiave comune per riaprire ed intensificare il dialogo con il Cremlino, ricordata ed apprezzata anche dal Presidente del Consiglio italiano: rigore e “fermezza” nella difesa dei principii essenziali degli standard democratici non rispettati – secondo gli alleati occidentali – da Mosca, e contemporanea apertura di tutti i canali di comunicazione e dialogo per migliorare le relazioni bilaterali (e segnatamente quelle commerciali – e della “società civile” per Conte – a cui i due alleati del governo di Roma tengono molto) e multilaterali dei 29 con la Russia.

Il Segretario Generale della Nato, nel suo giro di colloqui nella Penisola, si era incontrato con il nuovo titolare degli Esteri, il tecnico ben conosciuto a livello internazionale e già agli Affari Europei con il governo Monti, Enzo Moavero Milanesi, e dopo il vertice con Conte, a Via XX Settembre, con la neo Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta ed il Capo di Stato Maggiore, Generale Claudio Graziano, ed i vertici militari, peraltro già visti in ‘prima assoluta’ alla Ministeriale dell’Alleanza dello scorso venerdì 8, in Belgio. Per comprendere quali tra le issues particolarmente care al nuovo esecutivo di Roma avranno un concreto seguito, al momento, bisognerà soltanto attendere la riunione di luglio dei Capi di Stato e di Governo della Nato.

Roberto Pagano

Due attentati in Afghanistan. Strage di reporter

afghanistanDue attentati in poche ore in Afghanistan che ha vissuto oggi un’ennesima giornata di sangue. Sono almeno nove i giornalisti rimasti uccisi e sei quelli gravemente feriti. Lo riferisce Reporters sans frontieres, confermando così il bilancio dell’Afghan Journalists Safety Committee (Ajsc). Secondo Rsf, la seconda esplosione aveva la stampa come obiettivo deliberato e si tratta dell’attentato più grave contro i media in Afghanistan dalla caduta del regime dei Talebani nel 2001.

A Kabul un primo attacco contro un checkpoint nei pressi di una sede dei servizi d’intelligence ha fatto molte vittime tra i civili. Poi, quando i giornalisti sono arrivati sul posto, un secondo attacco ha provocato altri morti. Il sedicente Stato islamico ha rivendicato l’attacco: a riferirlo l’agenzia di stampa Dpa che dà notizia di un messaggio diffuso dal gruppo tramite Telegram in cui si afferma che la strage è stata opera di due attentatori suicidi dell’organizzazione.

Tra le vittime confermate ci sono il fotografo dell’agenzia Afp Shah Marai, un cameraman di Tolo News, Yar Mohammad Tokhi, e un reporter e un operatore di 1TV, Ghazi Rasooli e Nowroz Ali Rajabi. Radio Free Europe (Rfe) ha fatto sapere che tre suoi giornalisti sono morti nell’attacco: si tratta di Abadullah Hananzai, Maharram Durrani e Sabawoon Kakar. Sarebbero rimasti uccisi anche il reporter Salim Talash e il cameraman Ali Salimi di Mashal Tv.

Inoltre, in un agguato, anche un giornalista del servizio in lingua pashtu della Bbc sarebbe stato ucciso in Afghanistan: lo riferiscono i media locali dopo il sanguinoso attacco della mattina a Kabul. Secondo l’ong Nai – che si batte per la libertà dei media – lo scorso anno in Afghanistan sono stati uccisi 21 giornalisti. Sempre oggi, ma nel sud del Paese, un altro attacco è costato la vita a 11 bambini di una scuola coranica (madrasa) nella provincia di Kandahar. Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. Secondo i media locali l’obiettivo era un convoglio di soldati della Romania dispiegati in Afghanistan nel quadro della missione Nato.

“Questi attacchi provocano inenarrabili sofferenze per le famiglie afghane”. E’ con queste parole che il rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per l’Afghanistan, Tadamichi Yamamoto, condanna “nei termini più forti” il duplice attacco di questa mattina a Kabul. Yamamoto, capo della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama), si dice “indignato per un attacco che sembra aver preso deliberatamente di mira i giornalisti”.

“Dal momento che abbiamo manifestato e urlato il nostro #jesuischarlie per le stragi compiute a pochi chilometri da casa nostra – affermano in una nota Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi – non possiamo che far sentire il nostro #jesuiskabul e chiedere a tutti noi di dare voce a chi, in Afghanistan, ancora si batte per riparare ai guasti prodotti ieri dalle ‘Nostre’ bombe e oggi da un terrorismo integralista che colpisce chiunque si opponga al suo disegno, senza distinzione di fede religiosa e colore della pelle. La manifestazione del 2 maggio, dedicata alla libertà di informazione, e che si svolgerà al liceo Mamiani di Roma sarà dedicata ai giornalisti afghani e sarà aperta da una loro testimonianza”.

Luigi Grassi

BAMBINI SOTTO ATTACCO

3817010-3x2-940x627Una nuova pagina vergognosa per l’isis che questa volta ha attaccato persino la sede dell’Ong ‘Save The Children’, l’organizzazione umanitaria che tutela e supporta i diritti umani dei bambini.
L’attentato è avvenuto nella sede dell’ong britannica Save the Children a Jalalabad, capoluogo dell’est dell’Afghanistan e ‘feudo’ di numerosi ribelli, tutto è iniziato poco dopo le 9 (le 5.30 italiane) con un’autobomba di fronte al complesso che ospita l’ong, permettendo a diversi terroristi – due o tre secondo le testimonianze – di penetrare all’interno del compound.
Secondo una fonte ufficiale un kamikaze si è fatto esplodere all’ingresso dell’edificio che ospita l’organizzazione, permettendo al commando di penetrare all’interno. Tre membri del commando sono stati uccisi. L’attacco ha causato quattro morti e il ferimento di una ventina di persone.
Il portavoce di Save the Children ha detto che il gruppo è «devastato» dalla notizia dell’attacco. Save the Children, che è presente in Afghanistan dal 1976 e che oggi gestisce progetti in 16 diverse province afghane, ha deciso di sospendere tutte le sue attività nel paese.
La rivendicazione dell’Isis, pubblicata dall’agenzia Amaq, sostiene che l’attacco è stato portato contro “fondazioni britanniche e svedesi”. “Tre martiri hanno preso parte all’attacco contro le fondazioni britanniche e svedesi e istituzioni governative afgane”, un allusione allo “Swedish Comittee” per gli affari umanitari e a un ufficio del ministero afgano per le donne, situati nei pressi della sede dell’ong.
L’attentato segue di quattro giorni quello a un grande albergo di Kabul, rivendicato dai talebani, che ha provocato una ventina dei morti tra i quali quattordici stranieri. I talebani hanno tenuto a specificare oggi di non avere alcuna responsabilità nell’attacco armato alla sede della ong Save The Children di Jalalabad City, nella provincia di Nangarhar. Al riguardo il portavoce Zabihullah Mujahid ha indicato via Twitter: “Attacco odierno nella città di Jalalabad: nulla a che vedere con i mujaheddin dell’Emirato islamico”.
In un breve tweet ,l’ong aggiunge che “la nostra principale preoccupazione riguarda l’incolumità e la sicurezza del nostro staff”. “Stiamo aspettando altre informazioni dal nostro team – si dice infine – e quindi non possiamo allo stato delle cose fare altri commenti”.

Obama, un Sì al referendum per aiutare l’Italia

obama-renziA un mese e mezzo dal referendum costituzionale, Barack Obama ha già votato “sì”, convinto che “aiuterà l’Italia” e auspicando che Matteo Renzi resti al timone anche se vincerà il no: “Io tifo per lui, per le sue riforme coraggiose e secondo me deve restare in politica comunque vada”.

E’ un endorsement senza precedenti quello ricevuto dal premier italiano nella conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca, dopo quasi due ore di colloquio nello Studio Ovale e una accoglienza trionfale insieme alla moglie Agnese nel South Lawn, davanti ad una folla festante con le bandiere dei due Paesi. Certo, Obama è ormai a fine mandato, ma mai nessun presidente Usa si era mai sbilanciato così con un capo di governo italiano, sperando di poter lasciare a Hillary Clinton un testimone che Renzi ha già raccolto prenotando un incontro domani con lo staff della candidata democratica.

Renzi ha sottolineato l’importanza di una vittoria del sì, che snellirebbe “la burocrazia italiana” e renderebbe l’Italia “più forte nel dibattito sull’Unione europea”. Ma, nel giorno in cui da Roma è arrivata la doccia fredda di un ‘No’ netto di Silvio Berlusconi, ha cercato anche di ridimensionare la portata del referendum: “Ho l’impressione che gli amici americani siano più interessati all’8 novembre che al 4 dicembre… e anche noi peraltro”. E di sdrammatizzare un’eventuale sconfitta: “Credo che non vi saranno cataclismi in caso vinca il no, ma per non avere dubbi preferisco fare di tutto per vincere il referendum”. Quanto al suo destino politico, che sembra appeso a questo voto, “lo scopriremo solo vivendo”, ha scherzato, citando Lucio Battisti.

Per il resto la visita è stata la celebrazione davanti alle telecamere di tutto il mondo di un legame indissolubile e mai così forte tra Usa e l’Italia. E di un’alleanza che vede agende e impegni condivisi, dall’Iraq alla Libia e all’Afghanistan, dal clima alla crisi dei rifugiati, fino alle politiche di crescita per le quali Renzi addita gli Usa come “un modello”, in antitesi all’austerity europea. Obama ammette che “l’Europa è una realtà più frammentata rispetto agli Stati Uniti” e che quindi è difficile trasferivi “quanto fatto da noi”. Ma dà ragione a Renzi anche su questo, alla vigilia di un vertice europeo cruciale, quando dice che l’Ue “deve trovare il modo per crescere più rapidamente” perché “le pur ottime politiche monetarie della Banca centrale guidata da Mario Draghi non sono sufficienti”. “Senza l’enfasi sulla domanda, sulla crescita, sugli investimenti che creano lavoro, la fragilità economica nella Ue tornerà ed avrà impatto sul mondo e sugli Stati Uniti”, ha insistito Obama.  Renzi, da parte sua, ha ribadito che intende portare avanti la sua battaglia per cambiare l’Europa: “Noi rispettiamo le regole europee, anche se talvolta un po’ a malincuore. Vorremmo regole diverse ma finché non cambiano le rispettiamo. E lavoriamo per cambiarle”.

Parlando all’aperto nel giardino delle rose, i due leader hanno sottolineato anche la piena convergenza sui dossier di politica internazionale. “Le nostre agende coincidono totalmente”, ha assicurato il premier, mentre Obama ha confermato la partnership fondamentale del nostro Paese nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, anche nella lotta all’Isis. In Iraq, ad esempio, dove l’Italia ha un ruolo da protagonista nella difesa e nella ricostruzione della diga di Mosul e nell’addestramento della polizia locale. Ma anche in Libia, dove l’Italia – ha riconosciuto Obama – “sta dando un grande contributo diplomatico per sostenere il governo di unità nazionale che vuole espellere l’Isis dal Paese”. Per passare poi alla crisi dei migranti, uno dei nodi più caldi. Anche qui Renzi ha incassato un assist dal presidente americano: “L’Italia, la Grecia e la Germania non possono essere lasciate sole a sostenere il fardello dell’immigrazione. Se c’è un’Unione europea bisogna essere uniti nel bene e nel male, bisogna condividere i benefici ma anche i costi”.

Pienamente d’accordo Renzi, secondo il quale “non possiamo continuare a lungo a farci carico da soli della Libia e dell’Africa: al Consiglio europeo – giovedì prossimo – porremmo con forza la questione”.  Il capitolo rimasto più in ombra è quello della Russia, sul quale Renzi non si è sbilanciato, dopo l’irritazione di Mosca per il rafforzamento della Nato ai confini baltici anche con un contingente italiano. Cauto anche Obama, che ha ricordato i tentativi di reset all’inizio della sua presidenza, poi naufragati per l’aggressività russa in alcuni Paesi, come l’Ucraina e la Siria.

La settimana del terrore che spacca la Germania

attentati germania terrorismoMentre a Rouen, in Francia, riesplode la violenza dell’ISIS, la Germania si trova a riflettere sulla propria settimana di fuoco: Würzburg, Monaco, Reutlingen e Ansbach, quattro atti di violenza che in 7 giorni hanno portato il terrore in Germania.

I fatti
Il 18 luglio un teenager di origine Afghana o Pakistana, gli inquirenti sono ancora indecisi, ferisce con un ascia tre cittadini cinesi di Hong Kong all’interno di un treno regionale nei pressi della città bavarese di Würzburg per poi venire ucciso dalla Polizia. Niente di organizzato, ma durante le indagini, la Polizia scopre un video in cui il giovane, Muhammad Riyad, giurava fedeltà allo Stato Islamico e il suo intento di vendicare la morte di un amico in Afghanistan.

Passano quattro giorni ed il 22 luglio un altro diciottenne, un tedesco con origini iraniane, apre il fuoco in un McDonalds vicino al centro commerciale Olympia nell’ex-quartiere olimpico di Monaco, sempre in Baviera. Con una pistola comprata su una Darknet, una rete virtuale privata, il giovane uccide 9 persone, un apolide, un kosovaro, un greco, un ungherese, un turco e quattro tedeschi, di cui due con doppia cittadinanza turca. Infine, si suicida. Secondo gli inquirenti era da un anno che pianificava l’atto attratto dall’esempio di Andreas Breivik, il neo-nazista norvegese che cinque anni fa fece una strage nel corso della festa della gioventù socialista sull’isola di Utoya, al largo di Oslo, uccidendo 77 persone. Il giovane, sembra, aveva problemi di instabilità mentale acuiti, dicono le prime indagini, da atti di razzismo e bullismo subiti a scuola.

Quarantotto ore dopo, il 24 luglio, un profugo Siriano di 21 anni uccide a Reutlingen una donna polacca e ferisce due passanti usando un coltello da Kebab, tramutatosi, nella retorica di alcuni giornali, in un machete. Il suo raptus di follia omicida finisce grazie all’intervento di un’automobilista che, di proposito, lo investe. Anche qui nessun collegamento con lo Stato Islamico, anzi, il crimine avrebbe uno sfondo passionale essendo la vittima la fidanzata dell’assassino.

Infine, domenica notte, Mohammed Delel, anche lui profugo siriano, si fa saltare in aria davanti ad un locale ad Ansbach in Baviera. L’attentatore sarebbe dovuto essere trasferito in Bulgaria, dove era stato accettato il suo diritto di asilo, già una decina di giorni prima dell’attentato, ma il viaggio era stato posticipato per l’instabilità mentale dell’uomo. Anche qui, come negli altri casi, problemi mentali; anche qui, come a Würzburg, un video sui social network ricollega Mohammed Delel all’ISIS.

Sembra un bollettino di guerra, ma in realtà è una tragica lista di folli atti la cui origine non è da cercare nello Stato Islamico, ma nel disagio personale, sociale e mentale che si traduce in violenza e solo in due casi su quattro in una matrice islamista, peraltro spontaneista e non organizzata. Eppure lo Stato Islamico c’entra, solo che non è l’ISIS reale che combatte, e perde, in Sira e, soprattutto, in Iraq. Tanto meno non si tratta della rete terroristica che colpisce militarmente a Baghdad, Dacca o in Afghanistan. Anche qui, come a Nizza la settimana prima, è il marchio dell’ISIS che trionfa come vessillo per folli lupi solitari.

A Würzburg come ad Ansbach, riferisce la stessa agenzia di stampa dell’ISIS Aamaq, si tratta di singoli che hanno “risposto agli appelli di colpire i paesi della coalizione che combattono lo Stato Islamico”, quindi non militanti o combattenti tornati dal fronte, come in Belgio, ma singoli individui auto-radicalizzatesi su Internet. L’ISIS c’entra anche negli altri due casi, dove atti di violenza compiuti da individui instabili vengono immediatamente accomunati al “terrorismo” solo perché compiuti da un profugo e un tedesco di origine iraniana. Così si scatena l’opinione pubblica contro la politica dell’accoglienza di Angela Merkel che in taluni casi, nei Social, si spinge a bollare la Cancelliera quale “responsabile morale” degli attentati.

Le reazioni politiche
La prima a spaccarsi è l’Union, ovvero il soggetto politico che lega la CDU, il partito di Angela Merkel, alla CSU, la sua controparte bavarese. Da mesi infuria la lotta fra Monaco e Berlino sull’accoglienza ai profughi, con la prima molto scettica sull’effettiva validità di questa politica. Passano infatti poche ore dalla strage di Monaco che il Ministro degli Interni bavarese ipotizza il dispiego dell’esercito per contrastare l’ondata di violenza.

Un’idea irrealistica e vietata dalla costituzione, ma che viene ripresa, a scopi propagandistici dal Ministro della Difesa Von Leyen, per dire alla popolazione che il Governo è pronto e vigile nel contrastare futuri attacchi. Angela Merkel, come sua consuetudine, tace aspettando di far calmare le acque per far sentire la sua voce. Questo non aiuta una CDU in cui da mesi si affrontano posizioni pro e contro i profughi. Lunedì sono arrivate le reazioni del Ministro degli Interni berlinese Henkel che dichiara che in Germania “abbiamo importato persone brutali” e quella del deputato sassone Krah che sottolinea come “la politica dell’accoglienza abbia conseguenze mortale”. Dichiarazione che arrivano da quei Land orientali in cui cresce il voto per l’estrema destra di AfD ai danni, soprattutto, della CDU.

Se la CDU piange, la SPD non ride. Il deputato Flisek punta il dito contro la politica della Merkel che ha aumentato il rischio attentati nel paese mentre il Ministro per l’Integrazione Özoğuz sottolinea come il 99,99% dei profughi arrivi in Germania per scappare alla violenza. Per il ministro “la realtà è più complessa di un Tweet di AfD. Così la pensa anche il vice capogruppo della Linke, la sinistra tedesca, Jan Korte andando in disaccordo però con il capogruppo Sarah Wagenknecht che coglie l’opportunità di attaccare il governo di Angela Merkel e la SPD sua alleata, sottolineando come il Governo abbia sottovaluto il problema dei Profughi.

Il mito del multiculturalismo infranto
L’incertezza della politica si riflette nella società tedesca. Che la matrice islamista sia ideale o, in due casi totalmente inesistente, poco importa e in sette giorni la Germania si ritrova a fare i conti con l’esistenza o meno di una vera società multiculturale. Si tratta di un tema molto importante per il paese. Negli ultimi anni, la Germania si è sentita al sicuro da radicalizzazione e violenze, lontana dalle rivolte delle Banlieu Francesi, del razzismo nell’Europa Orientale e dei problemi delle periferie londinesi, protetta dalla sua identità multiculturale e dal mito della sua accoglienza. Specchio del successo di questa politica è stata la Nazionale di calcio campione del mondo composta da tedeschi di origine turca, marocchina, ghanese, albanese e polacca, simbolo di una Germania organizzata, multiculturale, potente e vincente. Sicura di sé, si è sentita pronta per accogliere i profughi cosa che ha provocato la reazione di buona parte della società tedesca. Il quadro, infatti, non era così idilliaco come lo si voleva dipingere.

In Germania Orientale, città come Berlino, Dresda e Lipsia soffrono da anni di episodi neo-nazisti o di generica xenofobia. Nella capitale il tanto sbandierato multiculturalismo si traduce spesso in comunità ghettizzate e autarchiche, lontane l’una dall’altra che, nei quartieri più disagiati vivono fianco a fianco con il disagio economico e sociale. Episodi di tensione sociale, soprattutto nelle scuole esistono da anni sia che si tratti di assalti ad immigrati, sia che si tratti di emarginazione di scolari. A tutto questo poi, va ad aggiungersi il crescente divario fra ricchi e poveri che colpisce indiscriminatamente tedeschi ed immigrati non solo all’Est ma in tutta la Germania. In questo scenario attecchiscono i radicalismi, sia di estrema destra che islamista. Da una parte nascono così fenomeni di iper-radicalizzazione, 800 i combattenti dell’ISIS di origine tedesca, o, dall’altro, lato la crescita di AfD ora al 12% nazionale ed il 20% in alcuni Land, e la nascita di PEGIDA, l’associazione di cittadini preoccupati per la islamizzazione dell’occidente”.

Impaurita e politicamente vacillante, la Germania si ritrova così, alla fine della sua settimana di fuoco, a vivere un “terrore” che viene dal suo stesso interno. Peccato che, per molta opinione pubblica, e alcuni membri della classe dirigente del paese, il problema non sia né politico né sociale, ma sempre e solo uno: i profughi.

Simone Bonzano

L’integralismo saudita
e la lotta contro l’Isis

Il sistema di finanziamento dei gruppi terroristi oggi operanti in Medio Oriente non è più lo stesso dei tempi di Osama bin Laden; dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti sono riusciti a smantellare il sistema di finanziamento usato da al-Qaida, riconducibile soprattutto a donazioni esterne. I nuovi sistemi di finanziamento, invece, si basano sempre più su fondi raccolti localmente e meno su risorse di provenienza esterna.

Secondo analisi e stime condotte da diversi organismi nazionali ed internazionali, le fonti di finanziamento del Califfato, dipendono principalmente dalla vendita del petrolio, estratto dai giacimenti siriani controllati dallo Stato Islamico e commercializzato sul mercato nero, prevalentemente tramite Turchia e Giordania. Altra fonte di finanziamento sono le attività criminali, quali riscatti, rapimenti, estorsioni e rapine; ma anche l’esercizio di una “tassazione” estorsiva.
Alle risorse raccolte localmente vanno ad aggiungersi, tuttavia, le donazioni delle fondazioni private di natura religiosa del Golfo persico, che appoggiano i gruppi di opposizione islamisti ad al-Assad. L’analisi di questi finanziamenti non consente di stabilire se essi coinvolgono anche le istituzioni dei Paesi nei quali operano le fondazioni; queste sono attive prevalentemente in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, ma le loro contribuzioni vengono spostate mediante trasferimenti informali poco tracciabili.
Il fatto che le donazioni originino da Paesi schierati contro il Califfato, induce a interrogarsi sulla convenienza che essi avrebbero a permettere ai loro cittadini di concorrere al finanziamento del terrorismo. La contraddizione, secondo Cinzia Bianco, esperta di analisi strategiche sul Levante per conto della “Nato Defence College Foundation” e autrice dell’articolo “(Petro)pecunia non olet”, (“Limes” Novembre/2015), è dovuta non tanto all’esistenza di rapporti di connivenza dei regimi monarchici mediorientali, quanto al rapporto ideologico esistente tra quello che dovrebbe essere l’alleato più importante dell’Occidente nella lotta al terrorismo, l’Arabia Saudita, e il più pericoloso nemico dello stesso Occidente, lo Stato islamico.

La risposta al perché esista a sia tollerato un simile rapporto deve essere cercata, secondo la Bianco, oltre che nell’ambito ideologico, anche negli obiettivi strategici degli Stati da cui provengono i finanziamenti al terrorismo islamico. Dal punto di vista ideologico-religioso, occorre tener conto del fatto che la “versione sunnita dell’Islam professata dai gruppi jihadisti si basa sull’interpretazione fondamentalista tipica del wahhabismo, ‘religione di Stato’ dell’Arabia saudita e fonte di legittimità della casa regnate”. Dal punto di vista storico, infatti, la legittimità della Dinastia saudita origina dal patto siglato nel XVIII secolo da Muhammad Ibn Abd al-Wahhab, teologo e fondatore del movimento wahhabista, che da lui prende il nome, e Abd al-Aziz Ibn Abd al Rahman Al Saud, fondatore della Dinastia regnante; il movimento wahhabita, secondo l’accordo, ha legittimato la dinastia in cambio dell’impegno di questa a difendere la purezza dell’Islam e a diffonderne la sua interpretazione.

Il patto originario ha consentito di realizzare un equilibrio tra potere religioso e potere politico che si è protratto sino al consolidarsi dell’alleanza dell’Arabia Saudita con gli Stati Uniti; l’alleanza ha raggiunto il momento di maggior forza negli anni Ottanta, allorché è stata diretta ad indebolire l’Unione Sovietica in Afghanistan. L’approfondimento dei rapporti con gli USA, però, è stato anche l’inizio della crisi dell’equilibrio, perché l’intervento congiunto in Afghanistan ha alimentato il movimento talebano (movimento degli studenti delle scuole coraniche), il quale, dopo aver concorso a sconfiggere gli invasori sovietici, si è fatto portatore dell’ideale politico-religioso finalizzato a ricuperare tutto il significato culturale, sociale, giuridico ed economico dell’Islam originario.
L’equilibrio tra il potere religioso e quello politico è divenuto ancora più precario dopo la guerra in Iraq contro Saddam Hussein e dopo l’accordo degli USA con l’Iran, l’arcinemico sciita dell’Arabia Saudita. Mentre una parte del movimento religioso continua a condividere l’alleanza del paese con gli USA, un’altra parte, quella più radicale, si è schierata contro, in difesa della purezza della religione islamica dalle influenze straniere, impegnandosi ad “esportare” l’integralismo wahhabita in tutto lo spazio islamico, attraverso il ricorso al terrorismo jihadista, per combattere l’occidentalizzazione del mondo arabo, anche a costo di rovesciare la monarchia attuale.

La Dinastia saudita è venuta così a trovarsi in una posizione estremamente debole, per via delle molte contraddizioni che caratterizzano la sua attuale politica: persegue il terrorismo, ma – afferma la Bianco – non può combatterlo apertamente, sia per non mettere in discussione la base ideologica che lo alimenta; sia per fini strategici, perché essa trova conveniente la lotta contro lo sciismo, al fine conservare la sua posizione egemonica nella regione mediorientale, perseguendo la caduta del leader siriano al-Assad (alleato dell’Iran) e finanziando la lotta ai ribelli sciiti in Yemen.
I calcoli e le scelte dell’Arabia Saudita, di fronte alla crescita delle minacce dello Stato Islamico, si stanno rivelando errati; infatti, il Califfato e ciò che resta di al-Qaida contestano innanzitutto la legittimità della Dinastia saudita, ma soprattutto non condividono il tipo di paese che i monarchi sauditi hanno costruito.

A rivelarsi fallimentare per l’Arabia Saudita è stata principalmente la strategia regionale attuata per finanziare i gruppi estremisti nella guerra contro al-Assad, mentre lo Stato Islamico ha sempre combattuto indiscriminatamente sia il regime di Damasco, che tutti i gruppi schierati contro al-Assad, sostenuti invece da Riad, per distoglierli dalla loro opposizione al regime siriano, aiutato e supportato, tra l’altro, da Russia e Iran. Inoltre, al recente summit di Vienna sulla crisi siriana, tenutosi dopo la recente strage di Parigi, le potenze occidentali hanno convenuto di concentrare la loro attenzione sul come sconfiggere lo Stato Islamico, affievolendo quella su al-Assad; ciò perché, dopo l’esperienza negativa della destituzione di Saddam Hussein, egli è considerato l’unico interlocutore in grado di conservare un minimo di stabilità dell’area, presupposto considerato indispensabile per portare a compimento lo sforzo contro il terrorismo.
Ora è probabile che la linea decisa dalle potenze occidentali nei confronti dello Stato Islamico non sia accettata dall’Arabia Saudita; è anche probabile che, per limitare i danni, lo Stato saudita possa assumere nei prossimi mesi delle misure contro il terrorismo, idonee e ad aumentare la propria partecipazione nella guerra al Califfato. Molti osservatori, però, sostengono che tale impegno incontrerà non poche resistenze, in considerazione del fatto che l’Arabia Saudita è, sul piano religioso, “un’oasi granitica immune al cambiamento”.

Ciò induce a temere che sarà molto difficile recidere il filo, sia pure informale, che lega al terrorismo il paese fortemente determinato nel difendere la propria identità religiosa, qual è l’Arabia Saudita. Tenendo conto di questo stato di fatto, le potenze occidentali dovranno effettuare delle scelte responsabili; in particolare gli USA dovranno ricordare che già Dick Cheney, loro Vicepresidente ai tempi dell’attentato alle “Torri Gemelle”, aveva osservato che per gli Stati Uniti era del tutto ingiustificabile conservare interessi economici in comune con un paese, appunto l’Arabia Saudita, che utilizzava già allora, per le stesse ragioni di oggi, una parte dei proventi per finanziare atti terroristici ai danni dei cittadini del paese che era, nello stesso tempo, suo partner e suo protettore.

Gianfranco Sabattini

Migranti. Accordo Balcani-Ue (Italia esclusa)

Migranti-vertice UE-MerkelL’Ue “inizierà a cadere a pezzi” se non passerà ad azioni immediate e concrete per risolvere la crisi dei migranti nelle prossime settimane”. Lo ha affermato il premier sloveno Miro Cerar, oggi a Bruxelles per un minivertice, in una settimana nel suo Paese, che conta circa 2 milioni di abitanti, sono arrivati 66.000 profughi. Il mini accordo passato questa notte mette “una pezza”, ma non risolve il problema della crisi dei migranti. Per il momento per cercare di frenare l’onda di rifugiati sulla via balcanica verso la Germania e il nord Europa saranno accolte 100.000 persone nei centri di accoglienza di cui la metà in Grecia. I leader balcanici, riuniti con quelli di Germania, Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria e Grecia, hanno annunciato che entro l’anno cresceranno i margini di accoglienza di Atene (30 mila) e 50 mila migranti saranno presi in carico nei Balcani dall’Agenzia Onu per i Rifugiati, che pure creerà ventimila opportunità per famiglie in terra ellenica, è stato previsto inoltre l’invio di 400 guardie di frontiera nei Balcani Occidentali e l’aumento degli sforzi nell’Egeo.

A precisare i termini dell’accordo il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, che ha spiegato inoltre come il piano in 17 punti, prevede inoltre l’immediata registrazione (dei migranti) all’arrivo ricorrendo a sistemi biometrici; scoraggiare il movimento dei profughi o migranti da un confine all’altro senza informare i Paesi vicini; scambio di informazioni sulla dimensione dei flussi; collaborare con Frontex per rimpatriare i migranti che non hanno bisogno di protezione internazionale, in particolare intensificando la collaborazione con Afghanistan, Bangladesh e Pakistan; rafforzare il sostegno ai blocchi di frontiera attuati da Frontex ai confini tra Bulgaria e Turchia; istituire una nuova operazione di controllo Frontex al confine esterno tra Grecia e Macedonia e Grecia ed Albania.

Il mini-summit sull’emergenza migranti è stato fortemente voluto da una Cancelliera sempre più in difficoltà per i problemi in patria con la CDU e un’opinione pubblica sempre più contraria alle politiche di accoglienza annunciate dalla Merkel. “I paesi dell’Europa orientale e centrale che si stanno incontrando a Bruxelles non risolveranno la crisi dei migranti in Europa da soli e hanno bisogno dell’aiuto della Turchia. Abbiamo bisogno, tra le altre cose, di parlare ancora con la Turchia. Sono con la Turchia possiamo passare dall’illegalità alla legalità ed è molto importante che la Commissione europea discuta con la Turchia”. Con queste parole la Cancelliera ha richiamato l’attenzione su una Turchia con la quale riconosce il bisogno di dialogo.

Al vertice hanno partecipato i membri Ue, Austria, Bulgaria, Croazia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Olanda, Romania, Slovenia e Ungheria, più Albania, Macedonia e la Serbia convocata per una maggiore cooperazione e nuove iniziative per gestire i flussi. La grande assente resta l’Italia, nonostante durante il vertice è emersa la preoccupazione dell’Ue che gli scafisti possano aprire questo inverno una nuova rotta tra Albania e Italia, come vent’anni fa, se le altre frontiere balcaniche dell’Ue saranno sigillate con maggiori controlli.

Per affrontare la crisi dei rifugiati, che “non terminerà presto”, servono “azioni concrete e operative” aveva detto in apertura del summit l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Federica Mogherini. “Anche su questa questione sono necessarie la responsabilità e la solidarietà di tutti gli attori coinvolti, Stati membri della Ue e non, istituzioni e agenzie. Mi aspetto un incontro operativo e un lavoro coerente da parte di tutti”.

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha chiarito che l’obiettivo del summit straordinario era quello di evitare che i diversi paesi sulla rotta balcanica continuassero a prendere decisioni unilaterali che si ripercuotono sugli altri paesi, come chiudere temporaneamente le frontiere. Nelle ultime settimane la chiusura da parte dell’Ungheria e della Croazia ha provocato il dirottamento non organizzato di centinaia di persone verso altri paesi come la Slovenia. “L’imperativo ora è offrire accoglienza”, ha detto Juncker. “Non è possibile che nell’Europa del 2015 le persone siano lasciate a dormire per strada”. Circa 250mila profughi hanno attraversato i Balcani dalla metà di settembre, la maggior parte di loro sono in fuga dalla Siria, dall’Iraq e dall’Afghanistan.

Qui di seguito la “marcia” vicino al confine sloveno dei profughi

Maria Teresa Olivieri

Tenaglia sull’Isis. Dopo Mosca arriva Teheran

Siria-guerra-Iran-RussiaLo scacchiere internazionale in Medioriente diventa sempre più confuso, dopo gli attacchi dei francesi in Siria a cui sono seguiti i raid russi al fianco di Assad, adesso Teheran invia centinaia di soldati per partecipare alla maxi controffensiva di terra anti-Isis al fianco di Assad, supportata dalle forze russe presenti nel paese. Dopo aver fornito assistenza a Damasco tramite consiglieri militari, ora l’Iran invia truppe che si uniranno alle forze siriane, supportate inoltre da quelle di Hezbollah già operanti nel Paese e alle milizie di volontari sciiti che arrivano dall’Iraq e dall’Afghanistan.

Mosca intanto prosegue i bombardamenti, colpendo anche la città recentemente conquistata dall’Isis, Qaryatayn, portando alle prime reazioni dello Stato Islamico che ha anche minacciato il presidente Putin. Nello stesso tempo proseguono anche le polemiche da parte occidentale, dopo le accuse francesi di bombardamenti diretti contro l’opposizione al regime siriano, si viene a sapere che il Pentagono sta “valutando” se gli Stati Uniti debbano usare la forza militare per proteggere i ribelli anti-Assad da essi addestrati in Siria se questi vengono bersagliati dai raid della Russia.

Siria-guerra civile

Il Segretario di Stato, John Kerry, ha ribadito da parte sua: “La cosa importante è che la Russia non indirizzi le sue azioni contro altri che non sia l’Isis. Questo è chiaro e lo abbiamo fatto presente in maniera chiara”. Ma intanto la grande novità di vedere questa offensiva in cui “gli iraniani agiranno dal basso e i russi dall’alto”, porta ai primi malumori alla Casa Bianca che vede profilarsi la fresca alleanza della Russia con l’Iran e la Siria. A preoccupare gli Usa anche l’acceso entusiasmo dell’Iraq sugli attacchi russi e che continua a polemizzare sui “finora fallimentari” tentativi americani di fermare l’avanzata dell’Is. Baghdad da parte sua ha mandato in soccorso all’aviazione di Mosca i suoi vertici militari.

Anche il leader ceceno Ramzan Kadyrov si è detto pronto a intervenire per mandare i suoi soldati in Siria a combattere contro l’Isis: “Non dico così per dire, chiedo che ci permettano di andare e partecipare a queste operazioni speciali”. Ma la decisione spetta al comandante supremo Vladimir Putin che incassa il suo primo successo politico e militare dopo il disastro nel Donbass. “Putin appoggia Assad, Obama no, ma dovrà rassegnarsi perché con i soli bombardamenti aerei l’Is non sarà battuto. La cosa singolare è che la Russia versa in acque economiche molto tempestose ma nonostante ciò Putin dimostra una forza politica ancora determinante sullo scacchiere occidentale”, afferma l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi in un’intervista a Eugenio Scalfari.

Nonostante le polemiche americane contro Putin il successo della controffensiva di Mosca è agli occhi di tutti: Mosca ha bombardato Qaryatain, città controllata dall’Isis, dove decine di cristiani sono in ostaggio. Nelle ultime 24 ore l’aviazione militare russa ha effettuato 18 raid contro 12 obiettivi dei terroristi, distruggendo tra l’altro un posto di comando, un nodo di comunicazione, bunker, depositi di armi e carburanti e un campo di addestramento dell’Isis. Il presidente della Commissione Esteri della Duma, Alexei Pushkov, ha comunque precisato che “c’è sempre il rischio di rimanere impantanati”. In ogni caso, al di là della durata delle operazioni, “credo che l’aspetto importante sia l’intensità: se le operazioni vengono condotte in modo più efficace sarà possibile vedere risultati”.

Per la Russia ora resta in sospeso il nodo ucraino, oggi infatti sono iniziati a Parigi i lavori del gruppo di lavoro “quartetto Normandia” sulla crisi in Ucraina. Le delegazioni di Russia, Ucraina, Francia e Germania, si riuniscono per discutere delle elezioni locali nelle regioni orientali di Luhansk e Donetsk, il ritiro delle armi pesanti dalla linea di contatto così come delle concessioni del diritto di monitoraggio al personale dell’Osce.

Maria Teresa Olivieri

Per saperne di più:
USA. Le bombe di Putin sui ribelli anti-Assad
Prime bombe russe. Putin nella palude siriana
NODO SIRIANO
Siria. Il fronte russo e quello francese contro l’Isis

Mullah Omar. Autorità afgane confermano la morte

Mullah OmarLa presidenza e i servizi segreti di Kabul hanno confermato che il capo supremo dei taliban è morto due anni fa in un ospedale della periferia di Karachi, in Pakistan. Infatti da un paio d’anni circolavano voci secondo le quali Mullah Omar era stato ucciso nel corso di un attacco, voci però smentite dalle stesse autorità talebane. Oggi dopo le altre voci che circolavano in questi giorni sulla sua morte, la conferma è arrivata: Mulla Omar sarebbe morto in ospedale a Karachi nell’aprile del 2013 e in circostanze misteriose. Lo ha dichiarato oggi Haseeb Sediqi, il portavoce della Direzione della sicurezza nazionale, l’intelligence afghana.

Il mullah Omar aveva portato i talebani al potere a Kabul dopo la vittoria contro le milizie afgane rivali nella guerra civile che seguì il ritiro delle truppe sovietiche ed aveva ospitato Osama bin Laden e il vertice di Al-Qaeda proprio in Afghanistan ai tempi dell’attentato contro le torri gemelle di New York l’11 settembre 2001.

L’uomo era nella lista nera del terrorismo internazionale dal 2001, sulla sua testa pendeva una taglia da 10 milioni di dollari del dipartimento di Stato americano perché accusato di aver dato protezione a Osama Bin Laden, e alla rete terroristica di Al-Qaida, prima e dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Dopo l’attentato però si sono anche perse le sue tracce, a eccezione di qualche breve dichiarazione.

Redazione Avanti!

Uranio impoverito. Sì a Commissione d’inchiesta

Uranio impoverito-CameraCi sono voluti anni, ma alla fine la Camera ha approvato all’unanimità l’istituzione di una commissione di inchiesta sull’utilizzo dell’uranio impoverito. Obiettivo è quello di far luce nei prossimi due anni, “sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito i militari impiegati in missioni all’estero, nei poligoni di tiro e nei depositi di munizioni. Non solo: approfondiremo anche tematiche legate ai vaccini e alle loro modalità di somministrazione, ai rischi connessi al gas radon e all’amianto con i quali i militari sono a contatto”, così come si legge nell’appello congiunto M5S-Sel. Durante le missioni internazionali nelle Forze armate italiane sono state centinaia le vittime dell’esposizione all’uranio impoverito, ma il caso è salito agli onori della cronaca dopo la sentenza definitiva della Corte d’Appello di Roma che l’anno scorso ha accordato il risarcimento record di quasi 1 milione 300 mila euro (più il danno da ritardato pagamento) ai familiari del Caporal maggiore dell’Esercito, morto di leucemia nel 2007 dopo aver preso parte alla missione di pace in Kosovo tra il 1997 e il 1998. La sentenza ha inoltre confermato quello che aveva accertato il tribunale in primo grado, “in termini di inequivoca certezza, il nesso di causalità tra l’esposizione alle polveri di uranio impoverito e la patologia tumorale”, e sanzionando, inoltre, la condotta dei vertici delle Forze Armate per aver omesso di informare i soldati “circa lo specifico fattore di rischio connesso dell’esposizione all’uranio impoverito”. Le responsabilità sono quindi dei vertici militari.

“Sono oltre 3.600 i nostri militari che si sono ammalati dopo aver operato in missioni nei Balcani, in Iraq, e in Afghanistan e, di questi, 318 sono morti. A questi cittadini italiani, che hanno servito il Paese, dobbiamo verità e vicinanza da parte delle Stato. Un dovere che spetta in primis alle nostre Forze Armate: proprio il rispetto verso la Patria che servono e difendono non può andare di pari passo con il trincerarsi ulteriormente dietro alle gerarchie”, ha detto Gianluca Rizzo, M5S. La proposta ha raccolto l’adesione totale di 405 votanti presenti in aula e sarà quindi istituita un’apposita commissione di inchiesta sulla cosiddetta “sindrome dei Balcani“, cioè sui casi di morte o malattie come leucemie e tumori che hanno negli anni colpito i militari italiani in missioni all’estero. Il caso inoltre ha suscitato non poco clamore sul Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, accusato dai pentastellati di aver negato ogni possibile relazione tra le missioni nei Balcani e i casi di morte e malattie dei soldati italiani. L’attuale Capo dello Stato era ministro della Difesa all’epoca delle prime denunce risalenti al 2000- 2001. Nel 2001, il Procuratore Capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, Carla del Ponte affermò che l’uso di armi all’uranio impoverito da parte della NATO poteva essere considerato un crimine di guerra, ma la sua affermazione non venne presa in considerazione poiché non esistono leggi internazionali che vietino espressamente l’uso di armi con l’uranio impoverito.

Maria Teresa Olivieri