La Cina parte per la conquista dell’Africa

cina africa

La Cina nei prossimi tre anni porterà a termine otto iniziative con i paesi africani promettendo 60 mld dollari, per finanziare lo sviluppo. Il progetto “Comunità Cina e Africa destino condiviso” ha lo scopo di creare una sorta di nuova “Via della seta” per mare e terra, progetto già annunciato cinque anni fa dal presidente cinese Xi Jinping, che rilancia l’ iniziativa, “senza nessun fine politico”,affermando inoltre la sua opposizione a “protezionismo e unilateralismo”. Aprendo a Pechino i lavori della due giorni del “Forum on China-Africa Cooperation” (Focac), il presidente Xi Jinping ha promesso 60 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti per lo sviluppo. Lo scopo è di accelerare la costruzione della “One Belt, One Road initiative”, la nuova via della Seta via mare e via terra annunciata cinque anni fa dallo stesso Xi. Le risorse vanno ad aggiungersi ai 60 miliardi offerti nel 2015, utilizzati in progetti oggetto di crescenti critiche per la onerosità a carico dei Paesi cosiddetti “beneficiari”. Xi, parlando nella Grande sala del popolo, ha sollecitato la definizione della responsabilità congiunta e della cooperazione “win-win”, di mutuo beneficio, tra la Cina e l’Africa rinnovando i suoi giudizi di opposizione a “protezionismo e unilateralismo”.

La Cina vuole anche dare vita a un fondo “China-Africa” per la pace e la cooperazione sulla sicurezza con gli sforzi congiunti per le iniziative di peacekeeping e il mantenimento della pace. I 60 miliardi annunciati da Xi si suddividono principalmente in 15 miliardi dedicati agli aiuti, ai prestiti senza interessi e ai finanziamenti agevolati; in una linea di credito da 20 miliardi: in 10 miliardi di fondi speciali del fondo per lo sviluppo “China-Africa”; in fondi speciali da 5 miliardi, infine, per l’import dall’Africa. In più, le compagnie cinesi saranno incoraggiate a investire non meno di 10 miliardi nel triennio. Per i Paesi meno sviluppati, pesantemente indebitati, senza sbocchi sul mare e le piccole isole/Stato in via di sviluppo con relazioni diplomatiche con la Cina, Pechino ha offerto l’esenzione eccezionale dagli interessi sui debiti a partire da fine 2018.

La Cina dal 2009 è diventata il primo partner commerciale degli africani, 170 miliardi di dollari di interscambio nel 2018. Ma sbilanciato, con una ventina di miliardi di surplus sul fronte cinese. Per esempio, materie prime africane in cambio di prodotti finiti dell’industria cinese, compreso il vestiario iper economico che si è fatto conoscere in tutto il mondo. Tutto made in China. E poi c’è il problema del debito. È vero che i cinesi stanno costruendo le infrastrutture, come la ferrovia per l’Etiopia, ma il debito sta diventando una montagna dalla quale sarà difficile scendere per gli africani, avvertono gli studi di sostenibilità occidentali. Però, in un’intervista alla Xinhua, il presidente Paul Kagame del Ruanda, che presiede anche l’Unione Africana, sostiene che la formula “trappola del debito” è un tentativo occidentale per scoraggiare la relazione sino-africana. “Un’altra prospettiva del problema è che chi critica la Cina per il nostro debito, dà troppo poco”. La stampa cinese scrive che i dubbi occidentali sono un tentativo di contenere l’ascesa della Cina.

Redazione Avanti!

RISPOSTE AMBIZIOSE

TALLIN1Stamani a Tallinn, poco prima dell’avvio dei lavori del vertice sul digitale, si è tenuto il bilaterale tra il premier Paolo Gentiloni e la cancelliera Angela Merkel. Il premier Paolo Gentiloni a Tallinn, intervenendo nel ‘digital summit’, ha detto: “La risposta dell’UE deve essere ambiziosa. Oggi è il momento che le diverse politiche europee si diano uno scatto di ambizione. Ieri è stato dato incarico a Tusk di riassumere, se si vuole, le diverse proposte emerse, quelle francesi, di altri paesi e del presidente Juncker: sono convinto che si possa arrivare a passi avanti. Mi auguro che il governo che verrà costituito in Germania contribuisca alla spinta necessaria alle politiche di crescita e lavoro, con la cancelliera il livello di collaborazione è sempre positivo. In Europa servono politiche ambiziose e a noi interessa che l’ambizione Ue sia soprattutto nella gestione della sicurezza, nelle questioni migratorie e negli investimenti in Africa, ma anche in una maggiore integrazione sul piano economico con il rilancio di politiche espansive e di crescita. Ci sarà su questo una discussione nei prossimi mesi, forse non facile. Non ci interessano tanto i modelli ma rilanciare politiche espansive. Quello che interessa a noi è che le proposte ambiziose dell’Unione siano sulla sicurezza e sulla gestione dei flussi migratori, sui rapporti con l’Africa, gli investimenti in Africa. Sarà uno dei punti all’ordine del giorno del Consiglio europeo ma qui è uno dei punti su cui si misura lo scatto di ambizione dell’Unione. Quello che ci interessa sul piano economico è che tutte le proposte di architettura economica europea abbiano come ispirazione di fondo il rilancio di politiche di espansione della crescita. L’Unione prenda atto che siamo in un diverso contesto che vede migliori numeri di crescita e quindi deve incoraggiare politiche espansive. I singoli paesi Ue non solo possono ma devono lavorare in coordinamento tra loro anche in senso delle cooperazioni rafforzate sulla web-tax, se non c’è un accordo all’unanimità tra i 28 a procedere tutti insieme. Questo è un po’ il senso del documento che Italia, Francia, Germania e Spagna avevano concordato a fine agosto a Parigi e hanno rivolto ai 28 qui”.

La presidente lituana Dalia Grybauskaite, nota per il suo linguaggio franco, ha detto, in sintesi, che nella cena informale dei leader Ue di ieri sera a Tallinn sono state fatte molte proposte senza sostanza, che ognuno interpreta come vuole. La rappresentante lituana ha detto: “Ora aspetto la lista di tutte le proposte che presenterà il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk nelle prossime due settimane”.

Infatti, Tusk ha assicurato che presenterà l’agenda politica dell’Ue per i prossimi due anni tra due settimane. In particolare Tusk ha sottolineato:  “C’è la necessità di trovare soluzioni reali a problemi reali, di progredire un passo per volta e su una questione per volta con l’obiettivo di mantenere l’unità tra tutti i 27”.

Durante la cena era emersa la volontà forte e condivisa di mantenere l’unità dei 27 nella direzione futura da dare all’Ue e, pur proseguendo sul percorso di Bratislava e Roma, ci sarebbe qualche apertura ad affrontare nuove idee.

I capi di Stato e di governo che hanno partecipato alla cena, con la presenza della britannica Theresa May e l’assenza dello spagnolo Mariano Rajoy, hanno avuto una discussione approfondita su come portare avanti il lavoro del Consiglio europeo in modo da definire la direzione politica e le priorità per l’Ue. Questa discussione, secondo le fonti, si è svolta in un’atmosfera molto costruttiva e positiva. Dopo, il presidente Tusk è pervenuto a tre conclusioni: primo, la volontà di mantenere l’unità, che sembra quindi escludere l’opzione di un’Europa a più velocità, come del resto auspicato anche dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione; secondo, l’Ue deve continuare il suo lavoro per fornire risultati concreti ai cittadini, dando seguito alle priorità e linee guida stabilite nei vertici e nelle dichiarazioni di Bratislava e Roma, concepite per rilanciare l’Europa in risposta alla Brexit; terzo, infine, sulla base di quanto discusso a Tallinn, tornerà a consultare i capi di Stato e di governo dei 27 a stretto giro per organizzare concretamente il lavoro sulle riforme, in modo da arrivare con delle proposte concrete al vertice Ue del 19-20 ottobre. Alla discussione ha preso parte anche il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, che tra i molti temi affrontati ha tenuto in particolare a sottolineare la priorità della questione Cina e di una buona intesa sul nuovo sistema di dazi antidumping a tutela delle imprese e dei cittadini europei, nell’ottica di un’Europa che risponde alle preoccupazioni e fornisce protezione.

Da Tallin arrivano dunque nuove speranze per andare avanti nel cammino di integrazione dell’Unione Europea. Le manifestazioni di volontà potrebbero tradursi a breve in fatti concreti per la definizione dell’Unione Europea come confederazione o federazione di stati con una propria ‘governance’ e con politiche comuni dettate da un unico potere legislativo. Le premesse e le intenzioni sembrerebbero buone. Sarà necessario definire gli ambiti di competenza per le politiche comuni e per quelle che resterebbero in autonomia agli stati aderenti. Bisognerebbe iniziare a lavorare, al più presto possibile, alla redazione della Costituzione europea. Ruolo che potrebbe svolgere il Parlamento Europeo.

Se questo è il quadro politico su cui si muoverà l’Unione Europea nel breve periodo, non avrebbe senso, per il momento, sprecare energie in riforme istituzionali non opportune: basterebbe solo una buona legge elettorale che possa garantire la migliore rappresentatività possibile degli italiani. Se avremo tutti la cittadinanza europea, che senso avrebbe lo ‘Jus soli’ ?

Salvatore Rondello

L’Italia e lo smarrimento del suo interesse marittimo

navi mediterraneoI flussi migratori provenienti dall’Africa stanno sconvolgendo l’identità europea; l’Europa settentrionale, che aveva sempre ignorato il Mediterraneo e le sue problematiche, sta scoprendo che esso si sta trasformando nel pericolo di una sorta di tsunami demografico e sociale. Ma il Mediterraneo sta minacciando, per le stesse ragioni migratorie, ma anche per altre di natura più direttamente strategica ed economica, le repubbliche ex-sovietiche, gli Stati ex-satelliti di Mosca e la stessa Russia attuale; il Mediterraneo quindi sta “inondando” pure l’Est europeo.
L’Italia, malgrado la sua tradizionale posizione geografica e sebbene sia celebrata come terra di navigatori, “refrattaria all’acqua salata”, del Mediterraneo sta subendo gli effetti negativi dei fenomeni che in esso sono in corso di svolgimento, rinunciando a cogestire razionalmente i flussi migratori Sud-Nord e ad inserirsi positivamente e vantaggiosamente in quelli Est-Ovest, che stanno diventando sempre più rilevanti sul piano economico. Il disinteresse verso le problematiche mediterranee non è che uno degli aspetti del fatto che l’Italia abbia sinora delegato ad altri la cura del proprio interesse nazionale.
L’Italia, secondo Riccardo Regilio (“L’Italia, potenza marittima che ignora se stessa”, Limes 6/2017), ha sempre trascurato di elaborare una propria strategia marittima; fatto, questo, che è da considerarsi sorprendente per un Paese che “è quasi del tutto circondato dal mare, con migliaia di chilometri di coste e quindi con una chiara vocazione marittima come semplice conseguenza della sua geografia”. I pochi momenti in occasione dei quali l’Italia è stata portatrice di interessi marittimi, in specie localizzati nel Mediterraneo, si sono avuti quando l’antica Roma ha imposto il monopolio politico-economico sul Mare Nostrum, o quando, a partire dal Medioevo e sino all’inizio della modernità, la Repubblica di Venezia è riuscita a fare prevalere la sua superiorità commerciale, o quando, infine, a partire dall’Unità e sino alla sconfitta nella seconda guerra mondiale, l’Italia ha preteso di svolgere un ruolo dominante nelle acque del Mediterraneo.
Dopo il 1945, nel periodo della Guerra fredda, l’interesse dell’Italia per il Mediterraneo è risultato subalterno a quello degli Stati Uniti, la potenza egemone, sotto la cui ala protettiva essa è riuscita a ricostruirsi e a diventare uno dei Paesi economicamente più avanzati del mondo.
Dalla fine della Guerra fredda, l’interesse degli USA per il Mediterraneo si è lentamente attenuato, delegandone ai Paesi alleati la gestione geopolitica. Ciò, a parere di Regilio, ha causato il riemergere di vecchi conflitti, mai sopiti, tra tutti Paesi rivieraschi, con il coinvolgimento di altri Paesi, al momento privati dello sbocco al mare del quale disponevano in un lontano passato. In tal modo, il contesto del Mar Mediterraneo è oggi complessivamente cambiato rispetto alla situazione che si era consolidata dopo il 1945, trasformandolo in un’area di continui conflitti, piuttosto di cooperazione e di scambio, come sempre retoricamente si tende a idealizzare il ruolo e la funzione del Mediterraneo.
Col nuovo quadro che si è delineato è dunque necessario che l’Italia si inserisca nelle iniziative per la condivisione di un governo pacifico e collaborativi, che l’area mediterranea allo stato attuale richiede. Ciò deve avvenire attraverso una politica attiva, meno dipendente da decisioni esterne, finalizzata “allo scambio, alla crescita e alla cooperazione”, il cui corollario, a parere di Regilio, dovrebbe essere espresso dall’assunto che il Mediterraneo è di tutti, nel senso che esso è una “res communis”, un “Mare Nostrum”, con il possessivo riferito a tutti i Paesi che vi si affacciano.
L’opinione pubblica italiana e la stessa classe politica hanno una percezione del ruolo del Mediterraneo e del comparto marittimo, in generale, non proporzionata all’importanza che l’uno e l’altro rivestono per la politica e l’economia nazionale. “Quella che può sembrare una battuta – afferma Regilio – nasconde una realtà più seria di quanto sembri. Anche la politica, molto spesso, si ferma a pensare al potenziale economico del mare in semplici, seppure importanti, termini di turismo”. Il risultato della bassa percezione del ruolo del mare è la mancata costituzione in Italia di un “promotore politico” dell’economia marittima; esso dovrebbe essere istituzionalmente finalizzato, a livello nazionale, a promuovere un approccio politico e culturale nuovo verso i problemi marittimi connessi strettamente allo sviluppo sostenibile, al quale ricondurre la stessa gestione del problema attualmente più assillante, quello dei flussi migratori, che stanno mettendo a dura prova la tenuta del nostro sistema politico.
Riguardo ai flussi migratori Sud-Nord, ad esempio, la “refrattarietà all’acqua salata” che caratterizza la politica italiana, ha portato il Paese a gestirli poco razionalmente, trascurando di coglierne la possibile utilità per la sua disastrata economia e privilegiando, invece, un malinteso interesse strategico ad essere – come afferma Alessandro Orsini sul numero 29/2017 de “L’Espresso” (“Se l’emergenza diventa strategia politica”) – “la meta preferita dai migranti”. Secondo Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della LUISS, con tale atteggiamento nei confronti dei flussi migratori, l’Italia ha teso a perseguire l’obiettivo di riacquisire il ruolo di “potenza regionale”, già svolto durante il periodo della Guerra fredda. Il Paese ha così sviluppato “una strategia politicamente povera”, basata sul principio che occorre compiacere agli altri Stati, per poter da essi ricevere “qualche aiuto” a beneficio della sua finanza pubblica, che versa in condizioni tutt’altro che buone.
Oggi, però, il prezzo pagato per il ricupero di una presunta centralità politica nel Mediterraneo è molto più oneroso per l’Italia di quanto non sia stato nel recente passato. Durante la Guerra fredda – afferma Orsini – l’Italia ha goduto di molti vantaggi a un costo minimo, nel senso che le era sufficiente risultare allineata con le decisioni della potenza leader dell’Occidente. Il prezzo della presunta centralità risulta invece ora molto più alto e meno redditizio.
La pretesa di ricuperare tale centralità, facendo dei porti nazionali la meta preferita dei migranti, ha comportato per l’Italia molti problemi, i principali dei quali possono essere così riassunti: la mancata utilizzazione dei flussi migratori per la realizzazione di un migliore equilibrio tra le varie classi di età della popolazione; l’aumento della spesa pubblica per soccorrere i migranti, non compensata dai consistenti aiuti comunitari, che l’Italia comunque riceve; infine, l’impatto psicologicamente negativo prodotto dal fenomeno migratorio sugli italiani, i quali, per via dei disagi che sono costretti a subire, si sono convinti che tutto sia stato deciso dagli Stati economicamente più dotati, ai cui “desiderata”, data la situazione economica nazionale ancora precaria, l’Italia dà l’impressione d’essere prona.
In conseguenza di tutto ciò, non essendosi dotata di una razionale politica marittima, l’Italia non solo non riesce ad accrescere il proprio ruolo politico, dando ai flussi migratori uno sbocco positivo sul piano economico-demografico, ma risulta anche estraniata dalla gestione degli interessi economici che sono alla base delle relazioni Est-Ovest del Mediterraneo; interessi, questi ultimi, legati allo sfruttamento e alla commercializzazione delle materie energetiche estratte dai nuovi giacimenti offshore scoperti nel Mediterraneo orientale, ma anche alla proiezione mediterranea degli interessi economico-difensivi della Russia e di quelli prevalentemente commerciali della Cina.
Interessarsi delle risorse energetiche del Levante assicurerebbe all’Italia vantaggi economici, ma le offrirebbe anche la possibilità di realizzare un maggiore accreditamento internazionale. Come affermano Giampaolo Cantini e Michelamgelo Celozzi in “La partita del gas nel Mediterranei orientale” (Limes n. 6/2007), tale accreditamento potrebbe essere acquisito nei limiti in cui l’Italia riuscisse ad inserirsi positivamente nella soluzione di questioni e crisi aperte che coinvolgono molti Paesi rivieraschi del Mediterraneo orientale, proponendo, ad esempio, l’adozione di strutture istituzionali federative nel caso della questione di Cipro e la delimitazione di “zone economiche esclusive” nel caso di Cipro, Turchia, Libano e Israele.
Il maggiore impegno dell’Italia in questo senso, dovrebbe avvenire anche in considerazione del fatto che “lo scenario energetico mondiale – affermano i due autori – è cambiato profondamente negli ultimi cinque anni, mutando il ruolo dell’energia per la sicurezza e lo sviluppo”, per le scoperte di giacimenti di gas nel bacino del Levante e per l’evoluzione delle tecniche di estrazione degli idrocarburi in generale, “con effetti sull’economia, sulla geopolitica e sulla sicurezza di tutti i Paesi”, in particolare di quelli euro-mediterranei, tradizionalmente vulnerabili sul piano dei loro fabbisogni energetici.
Riguardo alla Russia, non deve essere dimenticato che gli interessi della Federazione, oltre che di natura militare, sono anche di natura economica e riguardano in particolare le sue esportazioni di materie prime energetiche. La sua prima preoccupazione resta certamente quella di natura difensiva dalle forze atlantiche schierate a ridosso dei propri confini; dopo l’annessione della Crimea e il consolidamento della sua presenza nel Mar Nero, Mosca si è anche proiettata a difendere il suo alleato di Damasco. Il suo interesse per il Mediterraneo, tuttavia, va ben oltre la difesa nazionale e della Siria, in quanto è attraverso il Mare Nostrum che la Russia può catapultare – secondo Cantini e Celozzi – le sue esportazioni “nelle acque che bagnano il Medio Oriente, il Nordafrica, e il Sud del Vecchio Continente”; inoltre, non va anche dimenticato che proprio l’area balcanica doveva essere attraversata dalla realizzazione di una struttura di “pipeline” per l’esportazione di risorse energetiche, che la crisi della Crimea è valsa però a sospendere o a rimandarne l’attuazione.
Ma il Mediterraneo è diventato un mare nel quale anche la Cina ha avuto ultimamente interesse a gettare l’ancora; è noto come la Repubblica Popolare Cinese sia interessata ai porti mediterranei, strumentali al compimento del progetto delle “vie della seta”, un progetto strategico-commercaiale lanciato da Xi Jinping nel 2013. Dopo aver acquisito il controllo del Pireo in Grecia, la Cina è interessata ai porti di Trieste e di Genova; il Pireo è stato assunto da Pechino come asse portante dei flussi commerciali futuri, che si muoveranno lungo entrambe le vie della seta, quella marittima e quella terrestre. Nei piani cinesi, secondo Giorgio Cuscito (“Le ancore della Cina nel Mare Nostrum”, Limes n. 6/2017), “il Pireo dovrebbe essere collegato al cuore dell’Europa grazie alla costruzione di una linea ferroviaria […] passante per i Balcani lungo l’asse Scopje-Belgrado-Budapest”; l’interesse della Cina per il Mediterraneo, quindi, non è solo dimostrato dal controllo di alcuni porti strategici mediterranei, ma anche dal fatto che essa sta realizzando complesse strutture logistiche, localizzate nei pressi del Corno d’Africa, però tutte orientate a raggiungere il Mediterraneo.
La presenza cinese a Gibuti, per esempio, si colloca in questa prospettiva; il controllo del piccolo e strategico Paese del Corno d’Africa è considerato uno snodo importante per lo sviluppo della rotta marittima delle vie della seta e utile “per gli interessi di Pechino nel Mar Mediterraneo”, verso il quale è orientata anche la costruzione della tratta terrestre delle vie della seta, che dovrebbe raggiungere l’Italia a Trieste. I treni in partenza da una ventina di centri cinesi, osserva Angelo Acquaro (“La via della seta scopre il treno. Entro l’anno sbarco a Milano”, in “la Repubblica del 15 luglio scorso), collegano ormai una dozzina di grandi città europee.
In conclusione, nel Mediterraneo si infittiscono le presenze di molti Paesi pur lontani dal Mare Nostrum, ma l’Italia sembra “brillare” per la sua assenza, con un inspiegabile disinteresse per le problematiche marittime, se non riconducibili al tema dei flussi migratori che, fonte di costi politici ed economici, manca d’essere affrontato dalla politica nazionale in modo adeguato, anche perché non fortemente coinvolta nel governo dei problemi extramigratori. L’Italia potrà farsi valere nella gestione complessiva dei problemi del Mediterraneo, solo se riuscirà a contribuire responsabilmente a risolvere le molte situazioni conflittuali che caratterizzano i rapporti tra la moltitudine di Paesi rivieraschi. Se a ciò rinuncerà, il rischio che essa corre è la sua emarginazione; al fine di fugare questo pericolo occorrerà che essa si decida a definire il proprio “interesse nazionale”, tenendo conto che, nell’incerta area politica ed istituzionale europea, l’imperativo per ciascun Paese è quello di definire nel Mare Mediterraneo il “proprio spazio d’influenza”.
A tal fine, si può condividere il suggerimento che, nel momento attuale, all’Italia convenga inquadrare il “fu Mare Nostrum”, in una prospettiva che le consenta di individuare gli interessi che in esso sono in gioco, per “catturarne” le potenzialità politiche ed economiche, fuori però da ogni logica di una presunta supremazia storica.

Gianfranco Sabattini

Migranti, il problema diventa “nazionale” per la Merkel

Merkel migranti vignetta

Vignetta tratta da Der Spiegel a cura di Burkhard Mohr

È cominciato ieri il vertice a Valletta che riunisce l’Unione europea, l’Unione africana, l’Alto commissariato per l’Onu dei rifugiati (Unhcr) e la Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Ecowas), con al centro delle discussioni il problema dell’emergenza migranti.
Pur di risolvere il problema degli sbarchi e degli arrivi, l’Ue sembra veramente disposta a tutto, secondo alcune fonti nel vertice della Valletta l’Unione europea potrebbe approvare delle misure per diminuire i costi delle rimesse, in cambio di maggiori concessioni sul piano delle espulsioni e dei rimpatri da parte delle nazioni africane. Ma per il momento è stato approvato un Piano di fondi da destinare ai Paesi africani, che suona più come una controfferta in cambio di restrizioni e di controlli ai profughi che un vero strumento per promuovere stabilità e crescita.

“La dichiarazione politica e il piano d’azione” Ue-Africa sono stati approvati all’unanimità. Lo ha scritto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in un Tweet a conclusione del summit. “Senza controlli effettivi ai confini europei le regole di Schengen non sopravvivranno”, ha ribadito Tusk in una conferenza stampa al termine del vertice Ue-Unione africana, aggiungendo che questo sarà un tema al centro del vertice Ue in programma nel pomeriggio.

La questione profughi è nella lente d’ingrandimento della Germania, in quest’ultimo periodo, infatti, sulla carta migranti si sta giocando il futuro politico di Berlino. “Si possono causare delle slavine, quando uno sciatore disattento va sul pendio e smuove un po’di neve”. Con questo paragone, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha descritto il pericolo che la Germania corre di fronte all’enorme flusso di migranti. Poi ha aggiunto di non sapere se la slavina sia ancora sul pendio o sia giunta ormai a valle. Una dichiarazione che ha ulteriormente infiammato il dibattito sulla gestione della politica sui profughi di Angela Merkel. I limiti all’accoglienza chiesti dalla parte cattolica al Governo, rispondono pienamente al grande conflitto interno che si sta consumando all’interno della CDU-CSU.

L’ostilità parte lontana da Berlino, da uno dei Bundesländer, la Baviera. Horst Seehofer, capo del partito gemello della Cdu in Baviera, la Csu, che più volte ha puntato il dito contro le politiche di apertura della Cancelliera e nei confronti dei provvedimenti presi dal governo federale. Anche la crisi dei migranti parte da lontano, sin da febbraio, ma nulla è stato fatto per venire in aiuto agli enti locali che avevano lanciato un appello al governo per ottenere sostegno nell’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Liberato Ricciardi

Migranti, questi sconosciuti. Che non siano più corpi senza nome restituiti dal mare

Esistono notizie che in molti casi, purtroppo, diventano quasi normalità. Notizie a cui ci abituiamo, non ci facciamo più caso. Guerre infinite o carestie in Africa. Autobomba in Iraq o Afghanistan. E per arrivare a luoghi più vicini, gli sbarchi di migranti a Lampedusa o sulle coste italiane. Un certo modo di fare informazione ha assuefatto il pubblico a tutto questo. L’arrivo di migranti diventa una mera notizia di cronaca che in molte occasioni diventa un piccolo box nei giornali o una notizia letta al telegiornale. Le tragedie in mare, quando ne veniamo a conoscenza, sono un titolo da prima pagina solo in alcuni momenti, altrimenti rischiano anch’esse di essere trattate come una notizia di cronaca. Sarebbe fin troppo semplice fare il paragone con la grande nave da crociera affondata al Giglio e il gigantesco spazio che a distanza di tempo ancora ha sui media. Ancora più semplice il confronto con le notizie di gossip. Il problema vero è che in tempo di crisi economica, i migranti sono diventati gli ultimi degli ultimi, i veri invisibili del Terzo millennio. Se già le Istituzioni europee, per esempio, non sono quasi mai riuscite a dare una risposta unica e univoca, oggi le questioni legate ai flussi migratori sono in fondo all’agenda europea. Eppure l’Ue vince il premio Nobel per la pace e si fregia di essere l’icona di parole come solidarietà. Continua a leggere

In Africa la malaria ha le ore contate grazie al test rapido brevettato dal Cnr di Trieste

La malaria in Africa ha i giorni, anzi le ore, contati. E tutto grazie ad un importante passo avanti della ricerca italiana, protagonista della messa a punto di un test a basso costo che permette di diagnosticare il virus in soli 30 minuti. Se la malaria interessa maggiormente i Paesi endemici come Africa e Asia è anche perché, non presentando sintomi specifici come la febbre, non viene contrastata secondo le modalità che favorirebbero la guarigione. Di certo non aiuta la totale mancanza di strumenti diagnostici rapidi ed efficienti che portano talvolta i sanitari a scegliere trattamenti antimalarici presuntivi che però aumentano il rischio di mortalità. A perfezionare e lanciare quella che potrebbe essere la chiave utile per contrastare la parassitosi sono stati l’Istituto per l’officina dei materiali (Iom) del Cnr in collaborazione con un team internazionale di ricercatori. Continua a leggere

Quanto ci costano questi rapimenti? Per Rossella Urru chiesti 30 milioni di euro

Trenta milioni di euro è la cifra richiesta dai rapitori di Rossella Urru, la giovane cooperante italiana alla quale venne privata della libertà nella notte tra il 22 ed il 23 ottobre 2011 in un campo profughi nel sud dell’Algeria, a Saharawi. Si ipotizza che i sequestratori facciano parte della costola maghrebina di Al-Qaeda. Se i dettagli e le certezze in merito a questo rapimento sono poche, è ormai ben definito il numero dei connazionali sequestrati all’estero che tende a crescere, come sono ormai noti i luoghi dove si rischia di cadere nelle mani dei rapitori, soprattutto in Africa e in Pakistan. Se da un lato non è giusto abbandonare gli italiani in difficoltà all’estero, dall’altro chi raggiunge quei luoghi e chi vi opera deve tenere conto del rischio di imbattersi in disavventure di questo tipo, senza sottovalutarlo. Continua a leggere

La ricerca, in Africa si muore di sete ma il continente nero “dorme su un letto ad acqua”

L’acqua in Africa è il bene più prezioso. Il continente nero da sempre afflitto dalla piaga siccità, si ritrova invece a disporre di risorse idriche di gran lunga superiori a quelle finora stimate. Infatti, secondo una ricerca effettuata dal University College di Londra in collaborazione con l`Istituto britannico di Geologia, le riserve dei bacini sotterranei potrebbero contenere un volume d’acqua 100 volte maggiore di quello che sgorga in superficie. L’africa, insomma, dormirebbe su un letto d’acqua potabile. Continua a leggere

Se il re Juan Carlos cade il Partito Popolare precipita anche lui

Se qualcosa può andar male, lo farà. In poche parole si potrebbe così riassumere il 14 aprile della Spagna contemporanea. Esattamente 81 anni dopo la proclamazione della Seconda Repubblica (1931) arriva la notizia della caduta di Re Juan Carlos durante un safari di caccia in Africa. Notizia che nel giro di pochi click ha fatto impazzire i maggiori social network come twitter e facebook, infiammando anche le homepage di tutti i principali media spagnoli. La domanda che in tempo di crisi tutti si sono posti è stata una, quanto è costato il viaggio del Re? I conti intasca al monarca è stato anche facile farli, i tour operator specializzati in safari mostrano tariffe che sfiorano i 30mila euro. Una domanda che ha imbarazzato i monarchici più convinti e data la coincidenza storica ha esaltato i repubblicani. Il safari in Botswana che è costato tre fratture al bacino al “povero” Juan Carlos ha dato una motivazione in più ai cittadini che solitamente il 14 aprile scendono in piazza per chiedere l’archiviazione della monarchia dei Borbone e invocare la terza repubblica, la seconda quella nata nel 1931 con l’esilio di re Alfonso XII, poi finita tragicamente solo cinque anni dopo con la guerra civile e la successiva dittatura di Franco. Continua a leggere

Giro dell’Africa su due ruote

Oltre a rotolare palloni, in Africa gira anche qualche ruota. Si potrebbe  commentare così, dopo la conclusione della Coppa d’Africa di calcio, vinta a sorpresa dallo Zambia, la notizia data dalla Misna, l’agenzia on line dei missionari cattolici, della partenza da Lagos, in Nigeria, dell’Ecowas International Bycicle Tour, un giro ciclistico che attraverserà cinque Paesi dell’Africa occidentale, appunto Nigeria, Benin, Togo, Ghana e Costa d’Avorio. Continua a leggere