Immigrazione, numeri che distorcono la realtà

IMMIGRAZIONE: A LAMPEDUSA 6.200 MIGRANTI

Il Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il centro studi Confronti e con la collaborazione dell’Unar, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, ha redatto quest’anno, grazie al sostegno dei fondi Otto per Mille della Tavola Valdese, il Dossier Statistico Immigrazione 2018, presentato il 25 ottobre in varie città d’Italia. Il Centro Studi e Ricerche IDOS nasce nel 2004 con lo scopo di studiare il fenomeno migratorio e di raccogliere i dati statistici ad esso collegati, a livello mondiale ma più approfonditamente a quello europeo ed italiano, per affrontare con occhio scientifico e in maniera fedele alla realtà dei fatti una tematica che oggi è in grado di focalizzare l’attenzione pubblica come poche altre riescono a fare: il Dossier è il frutto di questo lavoro.

Il risultato raggiunto con la lettura del testo del Dossier è la decostruzione delle retoriche che tanto fanno comodo a chi cerca una via di fuga da problematiche sociali e politiche reali, in un’immaginaria lotta tra popoli che non esiste ma che viene costruita ogni giorno e ogni giorno, purtroppo, produce i suoi frutti. I numeri smascherano la distorsione della realtà realizzata nel momento in cui si parla dello straniero come un invasore, un clandestino che vive di delinquenza e ruba agli italiani ciò che spetta loro di diritto, dal lavoro all’assistenza.

Secondo i dati della fine del 2017 sono 5.1 milioni gli straneri che risiedono in Italia, costituendo l’8% della popolazione totale. Avendo acquisito la cittadinanza, 1,5 milioni di italiani sono di origine straniera mentre il numero dei soggiornanti non comunitari nel paese è di 3.715.000 persone. Più della metà dei residenti stranieri in Italia provengono da paesi europei mentre solo un quinto del totale viene dall’Africa.

A tale riguardo, il flusso che tra 2014 e 2016 ha portato in Italia circa 625.000 profughi ha subito nel 2018 un drastico calo, cambiamento ottenuto ad un prezzo che non può passare inosservato: i morti nel Mar Mediterraneo nei primi nove mesi di questo anno sono 1.733 secondo le stime dell’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, e il Dossier spiega chiaramente come ciò sia accaduto dopo gli accordi stipulati tra Italia e Libia nel 2017, grazie ai quali il nostro paese fornisce le risorse economiche che permettono allo stato africano di fermare chi, in mancanza di adeguati corridori alternativi, tenta la via del mare.

Riportando statistiche sul fenomeno migratorio mondiale, il Dossier espone dati chiaramente contrari ai presupposti della teoria dell’invasione: se è vero che il maggior numero di migranti risiede in Europa (83,8 milioni) è anche vero che all’interno dell’Ue si parla di migrazioni interne nei due terzi dei casi. Inoltre, a fronte di 68,5 milioni di migranti forzati al mondo, i paesi con i più alti numeri di rifugiati accolti sono la Turchia (3,5 milioni), il Pakistan (1,4 milioni), l’Uganda (1.350mila), il Libano (1 milione) e l’Iran (970mila).

Tra respingimenti e muri sono invece 2.287.804 i rifugiati che risiedono nell’Ue e poco meno di un milione i richiedenti asilo, rispettivamente il 13,3% e il 33,0% dei numeri globali: in questo contesto l’Italia ospita circa 354mila persone, meno di Germania (1,4 milioni) e Francia (400 mila). Mettendo in rapporto il numero di rifugiati e richiedenti asilo con il totale della popolazione del paese ospitante viene rivelato come in Europa così come in Italia essi costituiscano lo 0,6%, percentuale molto diversa da quella di un paese come il Libano, all’interno del quale si ha un rifugiato ogni sei cittadini.

A smentire altre mistificazioni comuni sugli stranieri sono i dati sul mondo del lavoro raccolti nel Dossier: due terzi degli occupati stranieri in Italia (2.423.000, poco più del 10% di tutti gli occupati in Italia) si dedicano a lavori spesso precari e pesanti, poco retribuiti e potenzialmente pericolosi, lavori per i quali più di un terzo di essi risulta sovra-istruito; allo stesso tempo le imprese ad oggi gestite da migranti in Italia sono quasi 590.000, frutto del loro desiderio di emanciparsi da situazioni di sfruttamento o comunque di notevole difficoltà. Desiderio simile è quello di costruire un futuro d’integrazione, che si riflette nel numero di alunni stranieri nelle scuole italiane, quasi un decimo della totalità degli studenti.

Tra gli italiani cresce in numero di anziani e di chi emigra verso altri paesi, mentre diminuisce la natalità: in tali condizioni, come se altre considerazioni non bastassero a mettere in chiaro il quadro attuale, gli stranieri appaiano come una risorsa, non solo per le loro terre di origine, verso le quali nel 2017 hanno inviato circa 5.075.116 migliaia di euro di rimesse, ma per l’Italia stessa, dove il bilancio costi/benefici dell’accoglienza per lo Stato nello stesso anno va da +1,7 a +3,0 miliardi di euro.

Alla presentazione del Dossier realizzata a Roma presso il Teatro Don Orione hanno partecipato il presidente e il vicepresidente del Centro Studi e Ricerche IDOS Luca Di Sciullo e Antonio Ricci, il vice moderatore della Tavola Valdese Luca Anziani, il direttore di Confronti Claudio Paravati, il missionario comboniano padre Alex Zanotelli, il responsabile immigrazione del sindacato Usb Aboubakar Souhamoro e il direttore dell’Unar Luigi Manconi. Nei loro interventi è stato sottolineato come l’Italia sia una realtà multiculturale da quasi mezzo secolo oramai e come a mancare nel paese non sia la capacità di portare avanti progetti d’integrazione ma la volontà politica di farlo: è necessario dunque cancellare l’odierna cultura dell’esclusione sostituendola con una nuova cultura di cittadinanza, “elevare le ragioni nella discussione a un livello più adeguato ai nostri principi di civiltà” e ricordare che quella che si porta avanti oggi è una battaglia collettiva per il rispetto dei diritti alla persona, senza altre distinzioni.

Questo è solo un quadro molto generale e introduttivo del lavoro realizzato dal Dossier Statistico Immigrazione 2018; con quasi 500 pagine, molti sono gli aspetti da esso affrontati e altrettanto numerose le conoscenze che si possono acquisire con la sua lettura.

È dunque opportuno concludere utilizzando le parole del Dossier, ricordando che l’emigrazione è una dinamica “inevitabile” e “necessaria” e sottolineando che “gli sbarchi nel Mediterraneo e le morti in mare di migliaia di migranti sono il drammatico risultato di un modo di concepire la politica e il rapporto tra gli Stati che ha come unico obiettivo il profitto e non il benessere delle persone. Un modo di fare politica che sfrutta uomini, ambiente e risorse e che proprio la questione dell’accoglienza degli immigrati chiama a rimettere in discussione”.

Pressenza

Prodi: “Alle europee alleanza socialisti, liberali e verdi”

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“L’Italia rischia di diventare una democrazia illiberale”, lo ha affermato l’ex premier ed ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi in una intervista al Corriere della Sera. “Ci troviamo infatti – ha spiegato Romano Prodi – nel caso in cui chi ha avuto il mandato popolare pensa di avere diritto a fare o a dire qualunque cosa. Come se l’elezione portasse in dote la proprietà del Paese. È una deviazione non solo italiana. Penso alla Polonia e all’Ungheria, così vicina al cuore di Salvini. Penso alla scena dei ministri grillini affacciati al balcone di Palazzo Chigi. Commentando e diffondendo quelle immagini Di Maio ha scritto: ‘Da quel balcone si sono affacciati per anni gli aguzzini degli italiani’. Veramente noi non ci siamo mai affacciati al balcone. Dove c’è l’istituzione non ci si affaccia al balcone”. “Una deriva – ha aggiunto Prodi – iniziata con il Vaffa di Grillo”.

Prodi ha poi parlato delle prossime scadenze elettorali. Le europee per il professore possono segnare un punto di svolta: “Lo spostamento a destra incorso nel Ppe ci chiede e allo stesso tempo facilita la costruzione di un raggruppamento che veda insieme, non nello stesso partito, ma alleati: socialisti, liberali, Verdi e macronisti. Uno schieramento politico accomunato dalla stessa idea di Europa. Se designassero il presidente della commissione e facessero un programma comune allora un’alternativa sarebbe possibile”.

Queste forze politiche secondo Prodi dovrebbero avere un programma comune in cui vi sia “una politica economica da affiancare all’euro; la lotta alle disparità; la difesa comune e una linea condivisa su immigrazione, sicurezza, giovani e lavoro”. “Se vogliamo avere delle forze riformiste serve una coalizione ampia. Quello a cui penso è lo scenario europeo. Non confondiamo il riformismo con un partito. Le etichette del passato sono un punto di riferimento, ma non bastano. Se ci rivolgiamo solo ai nostri avremo forse l’unità, ma faremo poca strada”, ha detto ancora Prodi nell’intervista a Il Corriere della Sera.

“Spero che il Pd capisca che la differenziazione ancora esistente e così netta tra potere formale e potere reale nel partito non fa altro che disorientare l’elettore- aggiunge – È incredibile che mentre il segretario chiude la festa a Ravenna, il potere reale faccia il discorso a Firenze. Non ho mai visto nella mia vita nessuna organizzazione andare avanti così. Nessuna”. Renzi deve fare passo indietro? “O un passo in avanti, veda lui. L’importante è sciogliere questa ambiguità”.

Il due volte presidente del consiglio ha parlato anche di Africa e di immigrazione. Lo ha fatto nella veste di presidente della Fondazione per la collaborazione tra i popoli “Europa e Mediterraneo” aprendo questa mattina il congresso dell’Aimmf (l’associacione dei magistrati dei minori): “Serve da parte dell’Europa – ha detto Prodi – un grande piano di aiuti e investimenti per l’Africa. Chiamatelo piano Marshall, chiamatelo piano Mandela, o come preferite, ma se l’Europa non contribuisce in maniera consistente allo sviluppo e quindi alla pacificazione in Africa l’esodo che da quel continente muove verso di noi non è governabile”. Romano Prodi ha poi spiegato che senza mettere in moto determinati meccanismi, “magari collaborando con la Cina, già impegnata in Africa”, si rischia “di perdere un’occasione importante per tutti”. Anche perché, ha aggiunto, “siamo chiamati ad affrontare questo problema dalla storia e dalla necessità: e lo dobbiamo affrontare con una visione politica avanzata e non solo con le recriminazioni e le restrizioni. Le regole le dobbiamo avere, ma se accanto alle regole non abbiamo le prospettive, vi assicuro che le regole valgono poco”.

UNIONE ALLO SBANDO

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La nave Aquarius mette ancora a nudo le contraddizioni dell’Unione Europea. Dopo l’Italia qualche settimana fa, oggi è stata la Francia a respingere l’imbarcazione di cui è responsabile la Ong Sos Mediterranée. A bordo 58 persone provenienti dall’Africa salvate a largo della Libia nella notte di giovedì scorso. Saranno accolti da Portogallo, Francia e Spagna che a metà pomeriggio hanno raggiunto un accordo per l’accoglienza dei migranti.

In principio era stata la Francia a negare l’approdo nel porto di Marsiglia. Il governo transalpino aveva chiesto prima l’intervento maltese e poi aveva auspicato l’attracco in un porto italiano. Una pessima figura per Macron (che alla fine ha dovuto cedere alla ripartizione), dopo le dichiarazioni al vetriolo contro l’Italia del giugno scorso. Una pessima figura anche per l’Unione Europea che, mentre i volontari a bordo di Aquarius avvertivano delle condizioni di pericolo in cui versa la nave, a Bruxelles non si interessavano minimamente al problema.

“La situazione legale dell’Aquarius 2 è questa: è una nave senza bandiera europea, e ha operato in un’area di ricerca e salvataggio libica”, ha spiegato con chiarezza Natasha Bertaud, portavoce della commissione Europea. La vicenda Aquarius, dunque, “non impegna la responsabilità europea. Nessuno Stato membro si è fatto avanti per aiutare”. Discorso chiuso, quindi. Alle persone in fuga dall’Africa ci penseranno Portogallo, Francia e Spagna. E dovranno farlo di propria iniziativa grazie ad un accordo trilaterale.

Intanto sull’Aquarius gli operatori attendono notizie. “La scelta è indifferente – ha affermato Alessandro Porro di Sos Mediterranee – abbiamo la necessità di sbarcare le persone in un porto che sia sicuro e questo naturalmente esclude la Libia. Stiamo navigando verso Malta non perché ci fermeremo lì ma perché le condizioni meteo stanno peggiorando, ci aspettiamo onde alte cinque metri e stiamo cercando riparo in una zona migliore”.

Sulle politiche migratorie l’Unione Europea è ormai allo sbando. Non esiste una visione comune. Ogni imbarcazione che arriva dall’Africa causa ignobili rimpalli di responsabilità tra nazioni. Davvero un brutto spettacolo che non fa altro che incrinare i rapporti diplomatici tra stati membri e rafforzare il consenso delle forze populiste.

F.G.

La Cina parte per la conquista dell’Africa

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La Cina nei prossimi tre anni porterà a termine otto iniziative con i paesi africani promettendo 60 mld dollari, per finanziare lo sviluppo. Il progetto “Comunità Cina e Africa destino condiviso” ha lo scopo di creare una sorta di nuova “Via della seta” per mare e terra, progetto già annunciato cinque anni fa dal presidente cinese Xi Jinping, che rilancia l’ iniziativa, “senza nessun fine politico”,affermando inoltre la sua opposizione a “protezionismo e unilateralismo”. Aprendo a Pechino i lavori della due giorni del “Forum on China-Africa Cooperation” (Focac), il presidente Xi Jinping ha promesso 60 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti per lo sviluppo. Lo scopo è di accelerare la costruzione della “One Belt, One Road initiative”, la nuova via della Seta via mare e via terra annunciata cinque anni fa dallo stesso Xi. Le risorse vanno ad aggiungersi ai 60 miliardi offerti nel 2015, utilizzati in progetti oggetto di crescenti critiche per la onerosità a carico dei Paesi cosiddetti “beneficiari”. Xi, parlando nella Grande sala del popolo, ha sollecitato la definizione della responsabilità congiunta e della cooperazione “win-win”, di mutuo beneficio, tra la Cina e l’Africa rinnovando i suoi giudizi di opposizione a “protezionismo e unilateralismo”.

La Cina vuole anche dare vita a un fondo “China-Africa” per la pace e la cooperazione sulla sicurezza con gli sforzi congiunti per le iniziative di peacekeeping e il mantenimento della pace. I 60 miliardi annunciati da Xi si suddividono principalmente in 15 miliardi dedicati agli aiuti, ai prestiti senza interessi e ai finanziamenti agevolati; in una linea di credito da 20 miliardi: in 10 miliardi di fondi speciali del fondo per lo sviluppo “China-Africa”; in fondi speciali da 5 miliardi, infine, per l’import dall’Africa. In più, le compagnie cinesi saranno incoraggiate a investire non meno di 10 miliardi nel triennio. Per i Paesi meno sviluppati, pesantemente indebitati, senza sbocchi sul mare e le piccole isole/Stato in via di sviluppo con relazioni diplomatiche con la Cina, Pechino ha offerto l’esenzione eccezionale dagli interessi sui debiti a partire da fine 2018.

La Cina dal 2009 è diventata il primo partner commerciale degli africani, 170 miliardi di dollari di interscambio nel 2018. Ma sbilanciato, con una ventina di miliardi di surplus sul fronte cinese. Per esempio, materie prime africane in cambio di prodotti finiti dell’industria cinese, compreso il vestiario iper economico che si è fatto conoscere in tutto il mondo. Tutto made in China. E poi c’è il problema del debito. È vero che i cinesi stanno costruendo le infrastrutture, come la ferrovia per l’Etiopia, ma il debito sta diventando una montagna dalla quale sarà difficile scendere per gli africani, avvertono gli studi di sostenibilità occidentali. Però, in un’intervista alla Xinhua, il presidente Paul Kagame del Ruanda, che presiede anche l’Unione Africana, sostiene che la formula “trappola del debito” è un tentativo occidentale per scoraggiare la relazione sino-africana. “Un’altra prospettiva del problema è che chi critica la Cina per il nostro debito, dà troppo poco”. La stampa cinese scrive che i dubbi occidentali sono un tentativo di contenere l’ascesa della Cina.

Redazione Avanti!

RISPOSTE AMBIZIOSE

TALLIN1Stamani a Tallinn, poco prima dell’avvio dei lavori del vertice sul digitale, si è tenuto il bilaterale tra il premier Paolo Gentiloni e la cancelliera Angela Merkel. Il premier Paolo Gentiloni a Tallinn, intervenendo nel ‘digital summit’, ha detto: “La risposta dell’UE deve essere ambiziosa. Oggi è il momento che le diverse politiche europee si diano uno scatto di ambizione. Ieri è stato dato incarico a Tusk di riassumere, se si vuole, le diverse proposte emerse, quelle francesi, di altri paesi e del presidente Juncker: sono convinto che si possa arrivare a passi avanti. Mi auguro che il governo che verrà costituito in Germania contribuisca alla spinta necessaria alle politiche di crescita e lavoro, con la cancelliera il livello di collaborazione è sempre positivo. In Europa servono politiche ambiziose e a noi interessa che l’ambizione Ue sia soprattutto nella gestione della sicurezza, nelle questioni migratorie e negli investimenti in Africa, ma anche in una maggiore integrazione sul piano economico con il rilancio di politiche espansive e di crescita. Ci sarà su questo una discussione nei prossimi mesi, forse non facile. Non ci interessano tanto i modelli ma rilanciare politiche espansive. Quello che interessa a noi è che le proposte ambiziose dell’Unione siano sulla sicurezza e sulla gestione dei flussi migratori, sui rapporti con l’Africa, gli investimenti in Africa. Sarà uno dei punti all’ordine del giorno del Consiglio europeo ma qui è uno dei punti su cui si misura lo scatto di ambizione dell’Unione. Quello che ci interessa sul piano economico è che tutte le proposte di architettura economica europea abbiano come ispirazione di fondo il rilancio di politiche di espansione della crescita. L’Unione prenda atto che siamo in un diverso contesto che vede migliori numeri di crescita e quindi deve incoraggiare politiche espansive. I singoli paesi Ue non solo possono ma devono lavorare in coordinamento tra loro anche in senso delle cooperazioni rafforzate sulla web-tax, se non c’è un accordo all’unanimità tra i 28 a procedere tutti insieme. Questo è un po’ il senso del documento che Italia, Francia, Germania e Spagna avevano concordato a fine agosto a Parigi e hanno rivolto ai 28 qui”.

La presidente lituana Dalia Grybauskaite, nota per il suo linguaggio franco, ha detto, in sintesi, che nella cena informale dei leader Ue di ieri sera a Tallinn sono state fatte molte proposte senza sostanza, che ognuno interpreta come vuole. La rappresentante lituana ha detto: “Ora aspetto la lista di tutte le proposte che presenterà il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk nelle prossime due settimane”.

Infatti, Tusk ha assicurato che presenterà l’agenda politica dell’Ue per i prossimi due anni tra due settimane. In particolare Tusk ha sottolineato:  “C’è la necessità di trovare soluzioni reali a problemi reali, di progredire un passo per volta e su una questione per volta con l’obiettivo di mantenere l’unità tra tutti i 27”.

Durante la cena era emersa la volontà forte e condivisa di mantenere l’unità dei 27 nella direzione futura da dare all’Ue e, pur proseguendo sul percorso di Bratislava e Roma, ci sarebbe qualche apertura ad affrontare nuove idee.

I capi di Stato e di governo che hanno partecipato alla cena, con la presenza della britannica Theresa May e l’assenza dello spagnolo Mariano Rajoy, hanno avuto una discussione approfondita su come portare avanti il lavoro del Consiglio europeo in modo da definire la direzione politica e le priorità per l’Ue. Questa discussione, secondo le fonti, si è svolta in un’atmosfera molto costruttiva e positiva. Dopo, il presidente Tusk è pervenuto a tre conclusioni: primo, la volontà di mantenere l’unità, che sembra quindi escludere l’opzione di un’Europa a più velocità, come del resto auspicato anche dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione; secondo, l’Ue deve continuare il suo lavoro per fornire risultati concreti ai cittadini, dando seguito alle priorità e linee guida stabilite nei vertici e nelle dichiarazioni di Bratislava e Roma, concepite per rilanciare l’Europa in risposta alla Brexit; terzo, infine, sulla base di quanto discusso a Tallinn, tornerà a consultare i capi di Stato e di governo dei 27 a stretto giro per organizzare concretamente il lavoro sulle riforme, in modo da arrivare con delle proposte concrete al vertice Ue del 19-20 ottobre. Alla discussione ha preso parte anche il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, che tra i molti temi affrontati ha tenuto in particolare a sottolineare la priorità della questione Cina e di una buona intesa sul nuovo sistema di dazi antidumping a tutela delle imprese e dei cittadini europei, nell’ottica di un’Europa che risponde alle preoccupazioni e fornisce protezione.

Da Tallin arrivano dunque nuove speranze per andare avanti nel cammino di integrazione dell’Unione Europea. Le manifestazioni di volontà potrebbero tradursi a breve in fatti concreti per la definizione dell’Unione Europea come confederazione o federazione di stati con una propria ‘governance’ e con politiche comuni dettate da un unico potere legislativo. Le premesse e le intenzioni sembrerebbero buone. Sarà necessario definire gli ambiti di competenza per le politiche comuni e per quelle che resterebbero in autonomia agli stati aderenti. Bisognerebbe iniziare a lavorare, al più presto possibile, alla redazione della Costituzione europea. Ruolo che potrebbe svolgere il Parlamento Europeo.

Se questo è il quadro politico su cui si muoverà l’Unione Europea nel breve periodo, non avrebbe senso, per il momento, sprecare energie in riforme istituzionali non opportune: basterebbe solo una buona legge elettorale che possa garantire la migliore rappresentatività possibile degli italiani. Se avremo tutti la cittadinanza europea, che senso avrebbe lo ‘Jus soli’ ?

Salvatore Rondello

L’Italia e lo smarrimento del suo interesse marittimo

navi mediterraneoI flussi migratori provenienti dall’Africa stanno sconvolgendo l’identità europea; l’Europa settentrionale, che aveva sempre ignorato il Mediterraneo e le sue problematiche, sta scoprendo che esso si sta trasformando nel pericolo di una sorta di tsunami demografico e sociale. Ma il Mediterraneo sta minacciando, per le stesse ragioni migratorie, ma anche per altre di natura più direttamente strategica ed economica, le repubbliche ex-sovietiche, gli Stati ex-satelliti di Mosca e la stessa Russia attuale; il Mediterraneo quindi sta “inondando” pure l’Est europeo.
L’Italia, malgrado la sua tradizionale posizione geografica e sebbene sia celebrata come terra di navigatori, “refrattaria all’acqua salata”, del Mediterraneo sta subendo gli effetti negativi dei fenomeni che in esso sono in corso di svolgimento, rinunciando a cogestire razionalmente i flussi migratori Sud-Nord e ad inserirsi positivamente e vantaggiosamente in quelli Est-Ovest, che stanno diventando sempre più rilevanti sul piano economico. Il disinteresse verso le problematiche mediterranee non è che uno degli aspetti del fatto che l’Italia abbia sinora delegato ad altri la cura del proprio interesse nazionale.
L’Italia, secondo Riccardo Regilio (“L’Italia, potenza marittima che ignora se stessa”, Limes 6/2017), ha sempre trascurato di elaborare una propria strategia marittima; fatto, questo, che è da considerarsi sorprendente per un Paese che “è quasi del tutto circondato dal mare, con migliaia di chilometri di coste e quindi con una chiara vocazione marittima come semplice conseguenza della sua geografia”. I pochi momenti in occasione dei quali l’Italia è stata portatrice di interessi marittimi, in specie localizzati nel Mediterraneo, si sono avuti quando l’antica Roma ha imposto il monopolio politico-economico sul Mare Nostrum, o quando, a partire dal Medioevo e sino all’inizio della modernità, la Repubblica di Venezia è riuscita a fare prevalere la sua superiorità commerciale, o quando, infine, a partire dall’Unità e sino alla sconfitta nella seconda guerra mondiale, l’Italia ha preteso di svolgere un ruolo dominante nelle acque del Mediterraneo.
Dopo il 1945, nel periodo della Guerra fredda, l’interesse dell’Italia per il Mediterraneo è risultato subalterno a quello degli Stati Uniti, la potenza egemone, sotto la cui ala protettiva essa è riuscita a ricostruirsi e a diventare uno dei Paesi economicamente più avanzati del mondo.
Dalla fine della Guerra fredda, l’interesse degli USA per il Mediterraneo si è lentamente attenuato, delegandone ai Paesi alleati la gestione geopolitica. Ciò, a parere di Regilio, ha causato il riemergere di vecchi conflitti, mai sopiti, tra tutti Paesi rivieraschi, con il coinvolgimento di altri Paesi, al momento privati dello sbocco al mare del quale disponevano in un lontano passato. In tal modo, il contesto del Mar Mediterraneo è oggi complessivamente cambiato rispetto alla situazione che si era consolidata dopo il 1945, trasformandolo in un’area di continui conflitti, piuttosto di cooperazione e di scambio, come sempre retoricamente si tende a idealizzare il ruolo e la funzione del Mediterraneo.
Col nuovo quadro che si è delineato è dunque necessario che l’Italia si inserisca nelle iniziative per la condivisione di un governo pacifico e collaborativi, che l’area mediterranea allo stato attuale richiede. Ciò deve avvenire attraverso una politica attiva, meno dipendente da decisioni esterne, finalizzata “allo scambio, alla crescita e alla cooperazione”, il cui corollario, a parere di Regilio, dovrebbe essere espresso dall’assunto che il Mediterraneo è di tutti, nel senso che esso è una “res communis”, un “Mare Nostrum”, con il possessivo riferito a tutti i Paesi che vi si affacciano.
L’opinione pubblica italiana e la stessa classe politica hanno una percezione del ruolo del Mediterraneo e del comparto marittimo, in generale, non proporzionata all’importanza che l’uno e l’altro rivestono per la politica e l’economia nazionale. “Quella che può sembrare una battuta – afferma Regilio – nasconde una realtà più seria di quanto sembri. Anche la politica, molto spesso, si ferma a pensare al potenziale economico del mare in semplici, seppure importanti, termini di turismo”. Il risultato della bassa percezione del ruolo del mare è la mancata costituzione in Italia di un “promotore politico” dell’economia marittima; esso dovrebbe essere istituzionalmente finalizzato, a livello nazionale, a promuovere un approccio politico e culturale nuovo verso i problemi marittimi connessi strettamente allo sviluppo sostenibile, al quale ricondurre la stessa gestione del problema attualmente più assillante, quello dei flussi migratori, che stanno mettendo a dura prova la tenuta del nostro sistema politico.
Riguardo ai flussi migratori Sud-Nord, ad esempio, la “refrattarietà all’acqua salata” che caratterizza la politica italiana, ha portato il Paese a gestirli poco razionalmente, trascurando di coglierne la possibile utilità per la sua disastrata economia e privilegiando, invece, un malinteso interesse strategico ad essere – come afferma Alessandro Orsini sul numero 29/2017 de “L’Espresso” (“Se l’emergenza diventa strategia politica”) – “la meta preferita dai migranti”. Secondo Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della LUISS, con tale atteggiamento nei confronti dei flussi migratori, l’Italia ha teso a perseguire l’obiettivo di riacquisire il ruolo di “potenza regionale”, già svolto durante il periodo della Guerra fredda. Il Paese ha così sviluppato “una strategia politicamente povera”, basata sul principio che occorre compiacere agli altri Stati, per poter da essi ricevere “qualche aiuto” a beneficio della sua finanza pubblica, che versa in condizioni tutt’altro che buone.
Oggi, però, il prezzo pagato per il ricupero di una presunta centralità politica nel Mediterraneo è molto più oneroso per l’Italia di quanto non sia stato nel recente passato. Durante la Guerra fredda – afferma Orsini – l’Italia ha goduto di molti vantaggi a un costo minimo, nel senso che le era sufficiente risultare allineata con le decisioni della potenza leader dell’Occidente. Il prezzo della presunta centralità risulta invece ora molto più alto e meno redditizio.
La pretesa di ricuperare tale centralità, facendo dei porti nazionali la meta preferita dei migranti, ha comportato per l’Italia molti problemi, i principali dei quali possono essere così riassunti: la mancata utilizzazione dei flussi migratori per la realizzazione di un migliore equilibrio tra le varie classi di età della popolazione; l’aumento della spesa pubblica per soccorrere i migranti, non compensata dai consistenti aiuti comunitari, che l’Italia comunque riceve; infine, l’impatto psicologicamente negativo prodotto dal fenomeno migratorio sugli italiani, i quali, per via dei disagi che sono costretti a subire, si sono convinti che tutto sia stato deciso dagli Stati economicamente più dotati, ai cui “desiderata”, data la situazione economica nazionale ancora precaria, l’Italia dà l’impressione d’essere prona.
In conseguenza di tutto ciò, non essendosi dotata di una razionale politica marittima, l’Italia non solo non riesce ad accrescere il proprio ruolo politico, dando ai flussi migratori uno sbocco positivo sul piano economico-demografico, ma risulta anche estraniata dalla gestione degli interessi economici che sono alla base delle relazioni Est-Ovest del Mediterraneo; interessi, questi ultimi, legati allo sfruttamento e alla commercializzazione delle materie energetiche estratte dai nuovi giacimenti offshore scoperti nel Mediterraneo orientale, ma anche alla proiezione mediterranea degli interessi economico-difensivi della Russia e di quelli prevalentemente commerciali della Cina.
Interessarsi delle risorse energetiche del Levante assicurerebbe all’Italia vantaggi economici, ma le offrirebbe anche la possibilità di realizzare un maggiore accreditamento internazionale. Come affermano Giampaolo Cantini e Michelamgelo Celozzi in “La partita del gas nel Mediterranei orientale” (Limes n. 6/2007), tale accreditamento potrebbe essere acquisito nei limiti in cui l’Italia riuscisse ad inserirsi positivamente nella soluzione di questioni e crisi aperte che coinvolgono molti Paesi rivieraschi del Mediterraneo orientale, proponendo, ad esempio, l’adozione di strutture istituzionali federative nel caso della questione di Cipro e la delimitazione di “zone economiche esclusive” nel caso di Cipro, Turchia, Libano e Israele.
Il maggiore impegno dell’Italia in questo senso, dovrebbe avvenire anche in considerazione del fatto che “lo scenario energetico mondiale – affermano i due autori – è cambiato profondamente negli ultimi cinque anni, mutando il ruolo dell’energia per la sicurezza e lo sviluppo”, per le scoperte di giacimenti di gas nel bacino del Levante e per l’evoluzione delle tecniche di estrazione degli idrocarburi in generale, “con effetti sull’economia, sulla geopolitica e sulla sicurezza di tutti i Paesi”, in particolare di quelli euro-mediterranei, tradizionalmente vulnerabili sul piano dei loro fabbisogni energetici.
Riguardo alla Russia, non deve essere dimenticato che gli interessi della Federazione, oltre che di natura militare, sono anche di natura economica e riguardano in particolare le sue esportazioni di materie prime energetiche. La sua prima preoccupazione resta certamente quella di natura difensiva dalle forze atlantiche schierate a ridosso dei propri confini; dopo l’annessione della Crimea e il consolidamento della sua presenza nel Mar Nero, Mosca si è anche proiettata a difendere il suo alleato di Damasco. Il suo interesse per il Mediterraneo, tuttavia, va ben oltre la difesa nazionale e della Siria, in quanto è attraverso il Mare Nostrum che la Russia può catapultare – secondo Cantini e Celozzi – le sue esportazioni “nelle acque che bagnano il Medio Oriente, il Nordafrica, e il Sud del Vecchio Continente”; inoltre, non va anche dimenticato che proprio l’area balcanica doveva essere attraversata dalla realizzazione di una struttura di “pipeline” per l’esportazione di risorse energetiche, che la crisi della Crimea è valsa però a sospendere o a rimandarne l’attuazione.
Ma il Mediterraneo è diventato un mare nel quale anche la Cina ha avuto ultimamente interesse a gettare l’ancora; è noto come la Repubblica Popolare Cinese sia interessata ai porti mediterranei, strumentali al compimento del progetto delle “vie della seta”, un progetto strategico-commercaiale lanciato da Xi Jinping nel 2013. Dopo aver acquisito il controllo del Pireo in Grecia, la Cina è interessata ai porti di Trieste e di Genova; il Pireo è stato assunto da Pechino come asse portante dei flussi commerciali futuri, che si muoveranno lungo entrambe le vie della seta, quella marittima e quella terrestre. Nei piani cinesi, secondo Giorgio Cuscito (“Le ancore della Cina nel Mare Nostrum”, Limes n. 6/2017), “il Pireo dovrebbe essere collegato al cuore dell’Europa grazie alla costruzione di una linea ferroviaria […] passante per i Balcani lungo l’asse Scopje-Belgrado-Budapest”; l’interesse della Cina per il Mediterraneo, quindi, non è solo dimostrato dal controllo di alcuni porti strategici mediterranei, ma anche dal fatto che essa sta realizzando complesse strutture logistiche, localizzate nei pressi del Corno d’Africa, però tutte orientate a raggiungere il Mediterraneo.
La presenza cinese a Gibuti, per esempio, si colloca in questa prospettiva; il controllo del piccolo e strategico Paese del Corno d’Africa è considerato uno snodo importante per lo sviluppo della rotta marittima delle vie della seta e utile “per gli interessi di Pechino nel Mar Mediterraneo”, verso il quale è orientata anche la costruzione della tratta terrestre delle vie della seta, che dovrebbe raggiungere l’Italia a Trieste. I treni in partenza da una ventina di centri cinesi, osserva Angelo Acquaro (“La via della seta scopre il treno. Entro l’anno sbarco a Milano”, in “la Repubblica del 15 luglio scorso), collegano ormai una dozzina di grandi città europee.
In conclusione, nel Mediterraneo si infittiscono le presenze di molti Paesi pur lontani dal Mare Nostrum, ma l’Italia sembra “brillare” per la sua assenza, con un inspiegabile disinteresse per le problematiche marittime, se non riconducibili al tema dei flussi migratori che, fonte di costi politici ed economici, manca d’essere affrontato dalla politica nazionale in modo adeguato, anche perché non fortemente coinvolta nel governo dei problemi extramigratori. L’Italia potrà farsi valere nella gestione complessiva dei problemi del Mediterraneo, solo se riuscirà a contribuire responsabilmente a risolvere le molte situazioni conflittuali che caratterizzano i rapporti tra la moltitudine di Paesi rivieraschi. Se a ciò rinuncerà, il rischio che essa corre è la sua emarginazione; al fine di fugare questo pericolo occorrerà che essa si decida a definire il proprio “interesse nazionale”, tenendo conto che, nell’incerta area politica ed istituzionale europea, l’imperativo per ciascun Paese è quello di definire nel Mare Mediterraneo il “proprio spazio d’influenza”.
A tal fine, si può condividere il suggerimento che, nel momento attuale, all’Italia convenga inquadrare il “fu Mare Nostrum”, in una prospettiva che le consenta di individuare gli interessi che in esso sono in gioco, per “catturarne” le potenzialità politiche ed economiche, fuori però da ogni logica di una presunta supremazia storica.

Gianfranco Sabattini

Migranti, il problema diventa “nazionale” per la Merkel

Merkel migranti vignetta

Vignetta tratta da Der Spiegel a cura di Burkhard Mohr

È cominciato ieri il vertice a Valletta che riunisce l’Unione europea, l’Unione africana, l’Alto commissariato per l’Onu dei rifugiati (Unhcr) e la Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Ecowas), con al centro delle discussioni il problema dell’emergenza migranti.
Pur di risolvere il problema degli sbarchi e degli arrivi, l’Ue sembra veramente disposta a tutto, secondo alcune fonti nel vertice della Valletta l’Unione europea potrebbe approvare delle misure per diminuire i costi delle rimesse, in cambio di maggiori concessioni sul piano delle espulsioni e dei rimpatri da parte delle nazioni africane. Ma per il momento è stato approvato un Piano di fondi da destinare ai Paesi africani, che suona più come una controfferta in cambio di restrizioni e di controlli ai profughi che un vero strumento per promuovere stabilità e crescita.

“La dichiarazione politica e il piano d’azione” Ue-Africa sono stati approvati all’unanimità. Lo ha scritto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in un Tweet a conclusione del summit. “Senza controlli effettivi ai confini europei le regole di Schengen non sopravvivranno”, ha ribadito Tusk in una conferenza stampa al termine del vertice Ue-Unione africana, aggiungendo che questo sarà un tema al centro del vertice Ue in programma nel pomeriggio.

La questione profughi è nella lente d’ingrandimento della Germania, in quest’ultimo periodo, infatti, sulla carta migranti si sta giocando il futuro politico di Berlino. “Si possono causare delle slavine, quando uno sciatore disattento va sul pendio e smuove un po’di neve”. Con questo paragone, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha descritto il pericolo che la Germania corre di fronte all’enorme flusso di migranti. Poi ha aggiunto di non sapere se la slavina sia ancora sul pendio o sia giunta ormai a valle. Una dichiarazione che ha ulteriormente infiammato il dibattito sulla gestione della politica sui profughi di Angela Merkel. I limiti all’accoglienza chiesti dalla parte cattolica al Governo, rispondono pienamente al grande conflitto interno che si sta consumando all’interno della CDU-CSU.

L’ostilità parte lontana da Berlino, da uno dei Bundesländer, la Baviera. Horst Seehofer, capo del partito gemello della Cdu in Baviera, la Csu, che più volte ha puntato il dito contro le politiche di apertura della Cancelliera e nei confronti dei provvedimenti presi dal governo federale. Anche la crisi dei migranti parte da lontano, sin da febbraio, ma nulla è stato fatto per venire in aiuto agli enti locali che avevano lanciato un appello al governo per ottenere sostegno nell’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Liberato Ricciardi

Migranti, questi sconosciuti. Che non siano più corpi senza nome restituiti dal mare

Esistono notizie che in molti casi, purtroppo, diventano quasi normalità. Notizie a cui ci abituiamo, non ci facciamo più caso. Guerre infinite o carestie in Africa. Autobomba in Iraq o Afghanistan. E per arrivare a luoghi più vicini, gli sbarchi di migranti a Lampedusa o sulle coste italiane. Un certo modo di fare informazione ha assuefatto il pubblico a tutto questo. L’arrivo di migranti diventa una mera notizia di cronaca che in molte occasioni diventa un piccolo box nei giornali o una notizia letta al telegiornale. Le tragedie in mare, quando ne veniamo a conoscenza, sono un titolo da prima pagina solo in alcuni momenti, altrimenti rischiano anch’esse di essere trattate come una notizia di cronaca. Sarebbe fin troppo semplice fare il paragone con la grande nave da crociera affondata al Giglio e il gigantesco spazio che a distanza di tempo ancora ha sui media. Ancora più semplice il confronto con le notizie di gossip. Il problema vero è che in tempo di crisi economica, i migranti sono diventati gli ultimi degli ultimi, i veri invisibili del Terzo millennio. Se già le Istituzioni europee, per esempio, non sono quasi mai riuscite a dare una risposta unica e univoca, oggi le questioni legate ai flussi migratori sono in fondo all’agenda europea. Eppure l’Ue vince il premio Nobel per la pace e si fregia di essere l’icona di parole come solidarietà. Continua a leggere

In Africa la malaria ha le ore contate grazie al test rapido brevettato dal Cnr di Trieste

La malaria in Africa ha i giorni, anzi le ore, contati. E tutto grazie ad un importante passo avanti della ricerca italiana, protagonista della messa a punto di un test a basso costo che permette di diagnosticare il virus in soli 30 minuti. Se la malaria interessa maggiormente i Paesi endemici come Africa e Asia è anche perché, non presentando sintomi specifici come la febbre, non viene contrastata secondo le modalità che favorirebbero la guarigione. Di certo non aiuta la totale mancanza di strumenti diagnostici rapidi ed efficienti che portano talvolta i sanitari a scegliere trattamenti antimalarici presuntivi che però aumentano il rischio di mortalità. A perfezionare e lanciare quella che potrebbe essere la chiave utile per contrastare la parassitosi sono stati l’Istituto per l’officina dei materiali (Iom) del Cnr in collaborazione con un team internazionale di ricercatori. Continua a leggere

Quanto ci costano questi rapimenti? Per Rossella Urru chiesti 30 milioni di euro

Trenta milioni di euro è la cifra richiesta dai rapitori di Rossella Urru, la giovane cooperante italiana alla quale venne privata della libertà nella notte tra il 22 ed il 23 ottobre 2011 in un campo profughi nel sud dell’Algeria, a Saharawi. Si ipotizza che i sequestratori facciano parte della costola maghrebina di Al-Qaeda. Se i dettagli e le certezze in merito a questo rapimento sono poche, è ormai ben definito il numero dei connazionali sequestrati all’estero che tende a crescere, come sono ormai noti i luoghi dove si rischia di cadere nelle mani dei rapitori, soprattutto in Africa e in Pakistan. Se da un lato non è giusto abbandonare gli italiani in difficoltà all’estero, dall’altro chi raggiunge quei luoghi e chi vi opera deve tenere conto del rischio di imbattersi in disavventure di questo tipo, senza sottovalutarlo. Continua a leggere