Pensioni. La quota 100 mette in allarme la pubblica amministrazione

Quota 100

RIFORMA IRRAGIUNGIBILE PER LE DONNE

La riforma delle pensioni 2019, è stato detto dal presidente dell’Inps Tito Boeri, è maschilista. E a parte il numero uno dell’Inps non sono mancati altri commenti sulla Quota 100 che hanno evidenziato come si tratti di una misura che non favorisce certo le donne, visto che per loro raggiungere un’anzianità contributiva di 38 anni è tutt’altro che semplice. Orietta Armiliato, sulla pagina Facebook del Comitato Opzione donna social, ha al riguardo evidenziato: “Le Donne non sono e non vogliono essere spettatrici idiote del destino della loro pensione e dunque scrivono, partecipano, condividono il loro dissenso e lo disseminano ovunque. Si passano la voce, si documentano, si attivano e comprendono perfettamente che questa non è una manovra per donne, e dunque chiedono ai membri delle commissioni ed al Governo di inserire emendamenti in nostro favore nella Legge di Bilancio”.

Armiliato, a proposito della misura principale della riforma delle pensioni, ha sottolineato: “Quota 100 è irraggiungibile per le lavoratrici, sono tanti, troppi gli anni di contribuzione che sono richiesti dal provvedimento che stanno per proporre a meno che, non venga finalmente valorizzato e riconosciuto il ‘lavoro di cura’ che tutte le donne indistintamente per radicata convenzione socio-culturale (e opportunismo di comodo…) svolgono, lavorando di fatto h 24 per 365 giorni l’anno e 366 giorni ogni quattro anni fuori e dentro casa, a vantaggio di tutta la comunità”. Su questo fronte, però, non sembra che verrà fatto molto, anche se la richiesta avanzata dal Cods è parte integrante della piattaforma unitaria sindacale relativa alla previdenza.

Probabile nuova governance all’Istituto di previdenza

BRAMBILLA VERSO LA PRESIDENZA INPS

Novità in arrivo per l’Inps. A quanto ha appreso e diffuso l’Adnkronos il governo si accinge a modificare la governance dell’Istituto di previdenza reintroducendo il Cda al posto dell’attuale assetto commissariale che concentra gran parte dei poteri nelle mani del presidente. La misura sarà inserita nella manovra di bilancio assieme alla riforma Fornero attraverso un ddl collegato o un decreto legge.

L’accordo raggiunto tra Lega e M5S, sempre secondo quanto diramato dall’Adnkronos, prevedrebbe anche una accelerazione del ricambio al vertice dell’Inps dove l’attuale presidente Tito Boeri, nominato dal governo Renzi e in rotta con il vicepremier Matteo Salvini che più volte ne ha chiesto le dimissioni, verrebbe fatto decadere con l’entrata in vigore delle nuove norme sulla governance. L’accelerazione dell’esecutivo sarebbe arrivata anche a seguito delle ultime uscite del numero uno dell’Inps, sempre critico sulle scelte dell’esecutivo in materia previdenziale. Al suo posto, sempre stando alle stesse fonti, andrebbe Alberto Brambilla, da sempre vicino alla Lega e sottosegretario al Lavoro nei governi Berlusconi. Brambilla sarebbe comunque affiancato, oltre che dal ricostituito Cda, da un direttore generale indicato dal M5S.

Pensioni

QUOTA 100, STATALI IN ALLARME

La quota 100 nel pubblico impiego desta preoccupazione non solo nei sindacati ma anche nel ministro per la Pa Giulia Bongiorno che ha annunciato di voler emanare una norma ad hoc temendo esodi negli uffici. “Si deve garantire la continuità dell’azione amministrativa – ha recentemente detto Bongiorno ad ‘Agorà’ su Raitre – si valuterà che tipo di convenienza avrà il dipendente a usufruirne o meno. Perché non è detto che poi tutti ne usufruiranno” e andrà stabilito se dovranno dare “un preavviso”.

A stretto giro i sindacati hanno di riflesso parlato di possibili “penalizzazioni” e “disparità” per gli statali. Per Antonio Foccillo, segretario confederale Uil, la quota 100 potrebbe essere “l’ennesima norma che crea differenze tra pubblico e privato in quanto costringerà molti impiegati pubblici a rimanere più a lungo rispetto ai privati e sembra addirittura contraddire l’idea del turn over al 100% contenuta nel ddl concretezza” ha sostenuto Foccillo all’Adnkronos nel commentare l’approvazione del provvedimento al Cdm della scorsa settimana.

Per Serena Sorrentino, segretaria generale Fp Cgil invece, “le modifiche che si paventano sulle pensioni, ancorché non essere la cancellazione della legge Fornero, rischiano di non affrontare la penalizzazione che si determina nel pubblico impiego data dalla minore entità dell’assegno previdenziale, in virtù dell’anticipo di uscita rispetto al requisito ad oggi in essere per l’anzianità contributiva e l’erogazione del trattamento di fine rapporto dopo 27 mesi dal pensionamento”.

Comunque, ha ulteriormente aggiunto Sorrentino “se una quota di dipendenti deciderà di accedere a quota 100, l’effetto di esodo previsto nei prossimi tre anni si aggraverà. Per questo servono misure urgenti e straordinarie per lo scorrimento rapido delle graduatorie in essere, procedure concorsuali tempestive e stabilizzazione dei precari” ha sottolineato la sindacalista apprezzando la volontà di Bongiorno che ha annunciato una norma ad hoc anche per formulare concorsi rapidi ed omogenei, e laddove nel ddl concretezza per le assunzioni a tempo indeterminato si fa riferimento ai vincitori di concorso e allo scorrimento delle graduatorie nel limite massimo dell’80% delle facoltà di assunzione maturate per ogni anno.

La questione delle pensioni rappresenta in ogni caso “un aspetto delicato e dovrà essere oggetto di un confronto con i sindacati” ha dichiarato all’AdnKronos il segretario confederale della Cisl Ignazio Ganga. Va definito come la “quota 100 si può calare nel comparto pubblico – ha continuato – quindi invitiamo il ministro ad aprire un confronto rispetto alla materia previdenziale e a non fare l’errore di penalizzare i lavoratori pubblici”. Anche perché ha rimarcato Ganga “deve essere incentivato un sistema di relazioni sindacali partecipativo, le cui caratteristiche sono state definite nei nuovi contratti, per renderle più snelle ed efficaci”.

Inail

INORTUNI, AUMENTANO I MORTI SUL LAVORO

Aumentano i morti sul lavoro nei primi nove mesi del 2018. Da gennaio a settembre di quest’anno le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail sono state 834, 65 in più rispetto alle 769 denunciate nello stesso periodo del 2017 (+8,5%). L’aumento dei casi mortali è dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto in confronto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. I casi di infortunio denunciati all’Inail, invece, sono stati 469.008, in diminuzione dello 0,5% rispetto all’analogo lasso di tempo del 2017.

Decessi – I dati rilevati al 30 settembre evidenziano, a livello nazionale, un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, che sono passati da 551 a 581 (+5,4%), sia di quelli occorsi in itinere, in aumento del 16,1% (da 218 a 253). Nei primi nove mesi di quest’anno si è registrato un rialzo di 67 casi mortali (da 648 a 715) nella gestione Industria e servizi e di cinque casi in Agricoltura (da 100 a 105), a fronte di un decremento di sette casi nel Conto Stato (da 21 a 14).

Incidenti ‘plurimi’. L’ascesa dei casi mortali è dovuta soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che provocano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. Nel solo mese di agosto, infatti, si è contato lo stesso numero di vittime (36) in incidenti plurimi dell’intero periodo gennaio-settembre 2017. Tra gli eventi di quest’anno con il bilancio più tragico si ricordano, in particolare, il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti a Lesina e a Foggia, in cui hanno perso la vita numerosi braccianti. Allargando l’analisi dei dati ai primi nove mesi, nel 2018 tra gennaio e settembre si sono verificati in totale 18 incidenti plurimi che sono costati la vita a 66 lavoratori, in confronto ai 12 incidenti plurimi del 2017, che hanno determinato 36 morti.

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una crescita di 40 casi mortali nel Nord-Ovest (da 183 a 223), di 15 nel Nord-Est (da 196 a 211) e di 14 al Sud (da 165 a 179). Modeste flessioni si riscontrano, invece, al Centro (da 158 a 156) e nelle Isole (da 67 a 65). A livello regionale spiccano i 20 casi in più del Veneto (da 70 a 90) e i 19 in più della Lombardia (da 94 a 113). Cali significativi si riscontrano, invece, in Abruzzo (da 38 a 22) e nelle Marche (da 28 a 15). L’aumento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato prevalentemente alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati 64 in più (da 696 a 760), mentre quella femminile ha contato un decesso in più (da 73 a 74). L’incremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani (da 649 a 698), sia quelle dei lavoratori extracomunitari (da 84 a 97) e comunitari (da 36 a 39).

Analisi per età. Dall’analisi per classi di età emerge come quasi una morte su due abbia coinvolto lavoratori di età compresa tra i 50 e i 64 anni, con un rialzo tra i due periodi di 67 casi (da 322 a 389). In progresso anche le denunce che hanno riguardato gli under 34 (da 132 a 154) e gli over 65 (da 59 a 62). In discesa, invece, le morti dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni (da 256 a 229).

Infortuni – I casi di infortunio denunciati all’Inail sono stati 469.008, in flessione dello 0,5% rispetto al medesimo periodo del 2017. I dati rilevati allo scorso 30 settembre hanno evidenziato, a livello nazionale, un ridimensionamento dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 401.474 a 398.759 (-0,7%), mentre quelli in itinere, avvenuti cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, hanno fatto osservare un balzo pari allo 0,3%, da 70.044 a 70.249. Tra gennaio e settembre il numero degli infortuni denunciati è calato dello 0,5% nella gestione Industria e servizi (dai 375.499 del 2017 ai 373.670 casi del 2018), del 2,4% in Agricoltura (da 25.219 a 24.610) e del -0,1% nel Conto Stato (da 70.800 a 70.728).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una sostanziale stabilità delle denunce di infortunio sul lavoro nel Nord-Ovest (-0,01%), una diminuzione al Centro(-2,0%), al Sud (-0,5%) e nelle Isole (-3,1%), e una lieve ascesa nel Nord-Est (+0,4%). Tra le regioni con le maggiori flessioni percentuali si segnalano la Provincia autonoma di Trento (-9,2%), la Valle d’Aosta (-5,0%) e l’Abruzzo (-4,1%), mentre gli incrementi maggiori sono quelli rilevati in Friuli Venezia Giulia (+4,1%), nella Provincia autonoma di Bolzano (+4,0%) e in Molise (+2,4%).

I lavoratori. Il decremento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato quasi esclusivamente alla componente femminile, che riscontra una caduta pari all’1,5% (da 167.631 a 165.145), rispetto al -0,01% di quella maschile (da 303.887 a 303.863). La discesa ha interessato gli infortuni dei lavoratori italiani (-1,7%) e di quelli comunitari (-0,4%), mentre per i lavoratori extracomunitari l’incremento è stato dell’8,0%. Dall’analisi per classi di età emergono decrementi per i lavoratori delle fasce 30-44 anni (-4,1%) e 45-59 anni (-1,4%). Viceversa, le classi fino a 29 anni e 60-69 anni registrano un aumento pari, rispettivamente, al +3,5% e al +5,2%.

Malattia – Dopo la diminuzione riscontrata nel corso di tutto il 2017, in controtendenza in confronto al costante aumento degli anni precedenti, nei primi nove mesi di quest’anno le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail sono tornate a lievitare, anche se a un ritmo sempre più decrescente nelle diverse rilevazioni mensili. Al 30 settembre scorso la crescita si è attestata al +1,8% (pari a 771 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2017, da 43.312 a 44.083). Si tratta della variazione più bassa osservata quest’anno: a gennaio, infatti, l’aumento riscontrato era stato pari al +14,8%, a febbraio al +10,3%, a marzo al +5,8%, ad aprile al +5,5%, a maggio al +3,1%, a giugno al +2,5%, a luglio al +3,5% e ad agosto al 2,3%. L’incremento ha interessato in particolare l’Agricoltura, con un salto percentuale pari al 5,2% (da 8.397 a 8.831), e l’Industria e servizi, le cui denunce di malattia professionale sono schizzate dell’1,0% (da 34.387 a 34.739), mentre nel Conto Stato il numero delle patologie denunciate è diminuito del 2,8% (da 528 a 513).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale evidenzia aumenti delle denunce al Centro (+809), dove si concentra oltre un terzo del totale dei casi protocollati dall’Istituto, al Sud (+385 casi), dove le tecnopatie denunciate sono quasi un quarto del totale, e nel Nord-Ovest (+120). In calo, invece, il dato del Nord-Est (-233) e delle Isole (-310). In ottica di genere si rilevano 850 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori (da 31.412 a 32.262, pari al +2,7%) e 79 in meno per le lavoratrici (da 11.900 a 11.821, per una diminuzione dello 0,7%). L’innalzamento ha riguardato le denunce dei lavoratori italiani, passate da 40.494 a 41.237 (+1,8%) e quelle dei lavoratori comunitari, da 834 a 910 (+9,1%), mentre le denunce dei lavoratori extracomunitari sono calate del 2,4% (da 1.984 a 1.936).

Patologie. Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (26.732 casi), con quelle del sistema nervoso (5.065) e dell’orecchio (3.369), nei primi nove mesi di quest’anno hanno continuato a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate e sono pari a circa l’80% del totale. Seguono le denunce di patologie del sistema respiratorio (1.973) e dei tumori (1.753).

Carlo Pareto

Salvini: “Chi di dovere valuterà sulla scorta a Saviano”

saviano salvini

Saviano può essere simpatico o antipatico. Lo si può apprezzare o meno. Si possono avere idee opposte alle sue. Ma non si può indiscriminatamente decidere se togliere o lasciare la scorta a una persona costantemente sotto minaccia, in virtù di un vezzo. Quasi come se fosse un dispetto o una ripicca. Saviano aveva preso posizione sulle politiche sui migranti proponendo provocatoriamente di silenziare le esternazioni di Salvini. Non ci è andato leggero e una replica era quasi obbligatoria. Saviano evidentemente se la aspettava. E il ministro-premier non si è fatto sfuggire l’occasione per andare in tv e aprire bocca per lanciare i proprio strali. Un nuovo nemico, una nuova polemica. Pane per i suoi denti. E subito arriva l’affondo. Ma arriva anche la minaccia. Quella più temibile per una persona che vive sotto scorta. Sulla scorta a Roberto Saviano “saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini ad Agorà su Rai Tre.

Non si sono fatte attendere le reazioni: “Dobbiamo – è il commento di Pietro Grasso – scegliere da che parte stare: se con Saviano o con Salvini. Salvini è il ministro dell’Interno e, proprio in quel ministero, si decide chi deve essere protetto dallo Stato. Con le frasi di stamattina vuol far capire a Saviano di non criticarlo, di stare zitto, altrimenti può intervenire per lasciarlo senza protezione contro la camorra, che lo vuole morto da anni per le sue inchieste e per il suo essere diventato un simbolo della lotta alle mafie. Allo stesso tempo sta facendo passare l’idea che avere la scorta sia un privilegio e un costo, non una necessità che limita la libertà di chi è sotto protezione. La libertà di un giornalista di fare inchieste contro le mafie vale tutti i soldi che spendiamo per garantirgli di fare il suo lavoro. Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano”.

Se Salvini vuole risparmiare, è il parere del capogruppo dem Graziano Delrio la “tolga a me la scorta ma la lasci a Saviano”. “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv” reagisce l’ex titolare del Viminale Marco Minniti: “I dispositivi di sicurezza per la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio seguono procedure rigorose e trasparenti che coinvolgono vari livelli istituzionali”. Le scorte dunque non sono discrezionali. Non dipendono cioè dalle simpatie o antipatie dell’organo politico. Vengono decise dall’Ucis (l’Ufficio centrale interforze per la Sicurezza personale istituito dopo l’omicidio Biagi) che è sì un’articolazione del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, ma è collegiale e vincolato a criteri precisi. Non sono duque nella dicrezione del titolare del Viminale.

Sorge allora il sospetto che l’avvertimento di Salvini sia la risposta alla dura presa di posizione di Saviano nei confronti delle sue politiche sui migranti e sul censimento dei rom. Politiche dichiaratamente di destra. Non a caso l’ultima esternazione del leader leghista viene subito rilanciata da Forza Nuova: “Pagargli una scorta e un compenso Rai per diffondere bufale politicamente corrette da un attico di New York è davvero troppo”, twitta Roberto Fiore, segretario della formazione neofascista.

Referendum, polemiche e sondaggi

schede_referendum“Il fallimento dei sondaggisti non è una novità, basti pensare alla Brexit ma anche all’Italia nel 2013. Quanto al referendum “è più facile dire ‘voto no’ che ‘voto sì'”. Lo dice Riccardo Nencini, segretario nazionale del Psi commentando i sondaggi sul referendum che danno il ‘no’ in vantaggio. La vicenda statunitense, con il clamore destato dalla distanza tra gli scenari previsti da politici e analisti di fama internazionale e la  realtà sancita dagli elettori nelle urne, porta a una riflessione sui limiti di uno strumento d’indagine tra i più amati e odiati dai  politici di ogni schieramento: “Se vedo le grandi testate – afferma  Nencini – pare che l’influenza si sia limitata alle due grandi coste, la costa est dove hanno vinto i democratici e l’America profonda che ha votato in maniera decisamente diversa”.

Dall’altra parte dell’oceano, invece, “c’è un’Italia, e c’è un mondo, che sta sulla rete e ha un comportamento diverso nella vita quotidiana e c’è un’Italia profonda, così come c’è un’America profonda, che noi ad esempio abbiamo conosciuto ai tempi della Dc e di Forza Italia, che ti dice che voterà in un modo, ma quando si trova nel seggio elettorale, poi, vota in un modo diverso”. E la cosa “potrebbe  succedere anche in occasione del referendum del prossimo 4 dicembre”.

Infatti per un sondaggio dell’Istituto Ixè, illustrato ad Agorà (Raitre) si attesta al 61% (+3% in 7 giorni) l’attuale affluenza alle urne in vista del referendum costituzionale, mentre si allarga a 3 punti la forbice tra Sì e No, a vantaggio di chi è contro la riforma. (40% a 37%). Una settimana fa la situazione era 39% a 38% per il No. Nel dettaglio gli elettori del Pd rimangono fortemente propensi a votare Sì (71%), quelli M5S e Lega Nord a votare No (71% e 61%).

Intanto proseguono le polemiche sul voto referendario. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha inviato una lettera agli italiani all’estero, in cui afferma che “la riforma costituzionale” è “un altro tassello per rendere più forte l’ltalia”. “Qualcuno dice che si tratta di tecnicismi, che non incidono realmente sulla vita del Paese. Tutt’altro – spiega Renzi – Con questa riforma, superiamo finalmente il bicameralismo paritario, un sistema legislativo che esiste solo in Italia, e costringe ogni legge ad un estenuante ping-pong tra Camera e Senato. Anni per approvare una legge, quando il mondo, fuori, corre veloce”. Una lettera che non è piaciuta affatto ai sostenitori del No tanto che l’ufficio stampa del Partito Democratico ha dovuto rendere noto che la lettera del segretario Matteo Renzi è una iniziativa elettorale del Pd, sostenuta interamente dal punto di vista economico dal partito stesso. Strumentali, dunque, pretestuose e del tutto infondate – continua l’ufficio stampa del PD – le polemiche imbastite in queste ore su questa iniziativa. “Oggi il comitato del No – dichiara il senatore Pd Andrea Marcucci – si è accorto che votano al referendum anche gli italiani residenti all’estero. Non vorrei diffondere notizie riservate ma la legge costituzionale che lo consente è stata approvata nel 2000. Dopo i ricorsi sul quesito, scoperto dopo due anni e mezzo di discussione del testo in aula, un’altra polemica fuori tempo massimo”. Per il senatore Gaetano Quagliariello, presidente di ‘Idea’ il problema non è quello dei costi della lettera:  “Il Pd spiega di aver pagato a spese del partito l’invio della lettera di Matteo Renzi agli italiani all’estero. Ci mancherebbe altro! Fatta chiarezza sul costo dei francobolli, che sinceramente non era la nostra principale preoccupazione, siamo certi che entro dodici ore saranno messi a disposizione da parte del governo i dati degli italiani residenti all’estero per consentire l’assunzione di una analoga iniziativa da parte dei comitati per il No. Ovviamente a spese nostre”.

Edoardo Gianelli

Referendum e Italicum, i crucci di fine anno

urna-elettoraleUn sondaggio Ixè per la trasmissione di Raitre “Agorà” segnala una crescita dei sostenitori del no al referendum. Un aumento di due punti, dal 36% al 38% mentre i sì restano invariati al 37%. Piccoli scostamenti. Mentre resta ancora molto corposo, anche se in calo dal 25% al 23%, il numero degli indecisi. Sale anche la percentuale (dal 55% al 56%) dei cittadini che si recheranno a votare il 4 dicembre per il referendum costituzionale. Quello che è certo è che fino a quella data lo scontro tra maggioranza e opposizione sarà senza sconti.

“Il M5s, e Di Maio in particolare – ha detto la senatrice del Pd Anna Finocchiaro –   dicono che verranno compressi gli strumenti di democrazia popolare, ma è vero il contrario”. Una campagna che la senatrice del Pd definisce “falsata dalle ragioni  della conflittualità della politica”. “Renzi ha sbagliato – dice riferendosi alla iniziale personalizzazione del referendum – ma è una riforma che cerchiamo da almeno tre decenni. Le ragioni della riforma vanno spiegate anche storicamente, voto non  contro qualcuno, in odio a qualcuno, ma sul merito”. Mentre per il ministro per le Riforme Boschi  “il punto di forza sta nel superamento del bicameralismo paritario. Quando hai istituzioni più efficienti, che lavorano in modo più efficace, con procedure più snelle, potendo  prevedere i tempi, non del governo, ma del Parlamento, è un vantaggio per tutti”.

In difesa della riforma sottoposta a referendum, il ministro dell’Interno Angelino Alfano per il quale “nessuno degli ideali scritti nella Carta dai nostri costituenti, nessuno dei diritti e dei doveri degli italiani viene toccato nella scelta referendaria. La scelta referendaria tocca solo la macchina organizzativa e di funzionamento dello Stato, che è bellissima, ma è una macchina d’epoca e va risistemato il motore. Questa è l’occasione giusta per farlo, non ci vengano a raccontare che, fallita questa riforma se ne fa un’altra, perché non è vero” aggiunge il leader Ncd.

La settimana prossima sarà anche importante per le sorti dell’Italicum, altro argomento caldo di fine anno.  Con il Pd che dovrebbe arrivare a una proposta comune di modifica. Il condizionale è d’obbligo ovviamente. “È giusto – afferma il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio – che il partito di maggioranza relativa trovi la quadra sulle proposte di correzione all’Italicum per affrontare in modo coerente il confronto con i gruppi parlamentari diversi dal PD. Mi sembra che il tentativo che si sta mettendo in campo sia serio e degno di credito. Certo sarebbe molto utile incardinare subito alla Camera la discussione sulla riforma: confermerebbe la serietà degli intenti”.

Taglia a ogni modifica il Movimento 5 Stelle che definisce il tentativo di cambiare la legge elettorale “un valzer che non modificherà nulla”. “A me – dice Luigi Di Maio – stanno a cuore le preferenze. Si prenda in considerazione il nostro proporzionale con correttivi, se nel Pd vogliono altro lo  dicano”, conclude il vicepresidente della Camera.

Redazione Avanti!

LA QUADRA DI PADOAN

Padoan-Legge stabilità

C’è un buon clima in Commissione dopo la prima lettura della legge di stabilità. Qualificate fonti indicano che l’Italia è più solida rispetto al 2014 e che non ci cono rischi che essa venga rimanda al mittente entro la settimana, possibilità prevista dal ‘six pack’ in caso di gravi mancanze. Resta aperta però la questione dello ‘sconto migranti’ chiesto dall’Italia per utilizzare un ulteriore margine di flessibilità sul deficit.

Secondo le fonti, per la valutazione che la Commissione dovrà pubblicare entro il mese di novembre “molto dipende dalle scelte del governo sulle spese per i rifugiati”. Secondo una primissima valutazione, l’esecutivo non sarebbe disposto a riconoscere una “nuova flessibilità” dello 0,2%, ma le maggiori “spese aggiuntive”, soprattutto per l’eventuale costruzione di centri di accoglienza, potrebbero rientrare nella flessibilità già accordata all’Italia e dovrebbero essere “provate”. Per quanto riguarda l’eliminazione della Tasi, fermo restando che l’orientamento generale della Commissione spinge per la tassazione sulla casa e sui consumi riducendo quella su lavoro e capitali, la valutazione “dipende se essa fa aumentare il rapporto deficit-pil in modo sostanzioso”, ma – con le cifre presentate – l’Italia “dovrebbe starci dentro”. Altro motivo di confronto con la Commissione fino al momento del giudizio sarà il percorso di aggiustamento del bilancio. Per questo punto sarà particolarmente rilevante la comunicazione sulle previsioni economiche del 5 novembre.

In un’intervista ad Agorà su RaiTre il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan è tornato a parlare della manovra: “Con la Legge di Stabilità dell’anno passato – ha detto – di cui ci siamo dimenticati, abbiamo tagliato moltissimo. Quest’anno continueremo con i tagli, toglieremo soprattutto ai ministeri e, per quanto riguarda gli altri enti di governo, si tratterà di un minore aumento di spesa”. “L’abolizione della Tasi sulla prima casa e di altre imposte comunali sarà totalmente restituita ai comuni. Le coperture per tali operazioni sono nella Legge di Stabilità”. “Come l’anno scorso” il “deficit si riduce e il debito diminuisce (dall’anno prossimo), ma allo stesso tempo forniamo sostegno espansivo alle famiglie e alle imprese. Quindi è la quadratura del cerchio”. “L’Italia – ha detto ancora – è un buon posto per investire e oggi è un buon momento per farlo”.

Una manovra su cui arrivano, come è logico, lodi e critiche. Le lodi questa volta sono quelle di imprenditori e commercianti. A quelle di Squinzi della scorsa settimana si sono aggiunte quelle di Emma Marcegaglia che ha parlato di “giudizio complessivamente positivo”. Felice dell’aumento della soglia dell’utilizzo del contante il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli che ha parlato di “scelta buona” che “semplifica la vita delle aziende”. Meno entusiastici i commenti arrivati dalla minoranza del Pd. “Nessuna battaglia ideologica. Solo una richiesta di merito. Chi ha di più, paghi di più. Chi ha di meno, paghi di meno” ha detto il deputato Roberto Speranza. Gotor, sempre della minoranza interna parla di “trasformismo delle idee e dei valori” citando quanto scritto due anni fa dal premier Matteo Renzi, a sostegno della battaglia della per mantenere la tassa sulla prima casa per i più ricchi. Sello stesso parere Federico Fornaro, senatore della minoranza Pd, della commissione Finanze di Palazzo Madama: “La verità è molto semplice: l’abolizione totale della tassazione sulla prima casa – senza tener conto del valore delle abitazioni – non solo non è equa, ma non è mai stata nel programma elettorale del PD e neppure in quello di Renzi alle primarie 2013. E’ sempre stata, invece, uno dei cavalli di battaglia della propaganda berlusconiana, peraltro unica destra europea ad aver sempre demonizzato questo tipo di tassazione. La via maestra era quella della riforma del catasto: abbandonata dal Governo senza troppe spiegazioni nonostante il Parlamento l’avesse giustamente inserita nella delega fiscale. Mentre è giusto cancellare la Tasi che all’atto pratico ha finito per essere pagata anche dalle abitazioni popolari che prima non pagavano l’IMU, è profondamente sbagliato e iniquo abolire l’IMU anche su ville di lusso e castelli, a maggior ragione se il gettito prodotto è di soli 91 milioni di euro”.

Il movimento 5 Stelle nell’attaccare la manovra ha criticato fortemente la scelta del governo, così come indicato in manovra, di rilasciare 22.000 nuove licenze per i concessionari di slot machine. “Il Governo Renzi gioca di nuovo d’azzardo”. Ha detto Gianluca Castaldi capogruppo del Movimento al Senato, commenta. “Da un aumento molto ridotto delle tasse alle concessionarie di gioco d’azzardo arriverà pochissimo – spiega Castaldi – , ma vi sarà invece un boom di sale scommesse, con una gara per la concessione di 15.000 agenzie e 7.000 corner”.

Una scelta da criticare anche per il capogruppo M5S alla Camera, Luigi Di Maio: “Uno Stato amico dei cittadini dovrebbe combattere il proliferare di slot machine e centri scommesse”. “Per far fronte al taglio della Tasi, questo Governo aprirà oltre ventimila nuovi templi del gioco d’azzardo in Italia. La ludopatia sta aumentando il costo del servizio sanitario nazionale, a cui intanto questo esecutivo ha tagliato altri 4 miliardi, e sta dilaniando le famiglie”.

Ginevra Matiz

Rimborsi stop pensioni: tagli, gradualità e BOT

Pensioni

La sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il blocco degli adeguamenti pensionistici è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale ed è dunque da subito è nulla la disposizione contenuta nel ‘Salva Italia’ con cui quattro anni fa il governo Monti intervenne tagliando gli assegni.

Una serie di indiscrezioni circolate nella serata di ieri, hanno spinto stamane il presidente della Corte Costituzionale, Alessandro Criscuolo, a intervenire in prima persona con un comunicato ufficiale per chiarire due punti essenziali, quello che riguarda l’efficacia della sentenza e quello che rinvia all’Esecutivo ogni azione successiva: “In relazione alle notizie di stampa che attribuiscono alla Corte dichiarazioni in merito alla natura ‘autoapplicativa’ della decisione n. 70 il presidente precisa – si legge nella nota – che la Corte non ha rilasciato alcuna dichiarazione al riguardo. Le sentenze della Corte che dichiarano la illegittimità costituzionale di una norma di legge o di un atto avente forza di legge producono la cessazione di efficacia della norma stessa dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione. Da quel momento gli interessati possono adottare le iniziative che reputano necessarie e gli organi politici, ove lo ritengano, possono adottare i provvedimenti del caso nelle forme costituzionali”.

La palla al Governo
Da adesso in poi insomma la palla è passata al Governo che deve decidere come comportarsi. In base alla decisione che verrà assunta, gli interessati possono decidere (o forse dovranno) fare di nuovo un ricorso per ottenere dagli Enti previdenziali la restituzione delle cifre indebitamente trattenute.
La ragione – anche morale – vorrebbe che restituisse il maltolto ai pensionati punto e basta. Le ragioni economiche che spinsero il Governo a mettere la mani nelle tasche dei pensionati che tanto potevano difendersi solo ricorrendo alla giustizia, spingerebbero invece a trovare un’escamotage per ridurre al minimo il costo dell’operazione, valutata attorno ai 5 miliardi di euro di cui però poco meno della metà, tornerebbero comunque nelle casse dello Stato attraverso il prelievo IRPEF. Le voci e le indiscrezioni si rincorrono, ma per ora senza notizie ufficiali.

Tagli e BOT
Tra le ipotesi che sarebbero state prese in considerazione c’è quella di una restituzione solo parziale (50%?) e di uno scaglionamento in base all’entità delle pensioni stesse. Ci sarebbe poi anche l’ipotesi di restituire i soldi sotto forma di titoli di Stato (BOT), misura che, forse, consentirebbe al Governo di non appesantire il deficit di bilancio, ma di scaricare direttamente le somme finali sul debito pubblico. Lo scaglionamento in base all’entità dell’assegno pensionistico fisserebbe l’asticella su un multiplo dell’assegno minimo INPS. Il blocco iniziale – poi rivisto dal Governo Letta – l’aveva fissato a partire dalle pensioni superiori a tre volte il minimo, circa 1440 euro lordi, e i precedenti, governo Prodi e governo Berlusconi, rispettivamente a 5 e 8 volte. Il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti, ieri parlava di una cifra attorno ai 5 mila euro lordi, dunque un po’ meno di dieci volte il minimo INPS. Secondo i sostenitori di questa linea, lo stratagemma dovrebbe poter passare a un nuovo esame della Consulta, ma per ora sono solo chiacchiere in libertà.

Zanetti e l’art.53 della Costituzione
“Zanetti, che è anche leader di Scelta Civica e che ha uno stranissimo concetto della moralità e della giustizia, aveva detto ieri ad Agorà su Raitre, di escludere che fosse “possibile restituire a tutti l’indicizzazione delle pensioni; per quelle più alte sarebbe immorale e il governo deve dirlo forte. Occorre farlo per le fasce più basse”. “Cinquemila euro potrebbe essere una soglia al di sopra della quale sarebbe ingiusto rimborsare, verrebbe meno il requisito di giustizia sociale”.
Certo è che il minimo dei 5 mila euro riguarda solo una porzione piccolissima di pensionati e dunque il risparmio sarebbe pressoché nullo, giusto una manovra di demagogia populista per sostenere che il Governo fa cose di ‘sinistra’. È noto infatti che se si vuole fare ‘cassa’ in tempi rapidi, i tagli devono riguardare la platea più vasta dei contribuenti e dei pensionati, esattamente quello che aveva fatto il governo Monti quattro anni fa. In ogni caso nessuna di queste opzioni sembra voler tenere conto dell’art. 53 della Costituzione, ovvero di chiamare a sostenere gli oneri dello Stato ciascuno secondo le sue capacità (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”).
Ai pensionati tocca pagare di più: l’IRPEF, come tutti, e in più questa ulteriore gabella destinata a produrre nel corso degli anni un progressivo assottigliamento dell’assegno previdenziale e a sottrarre risorse preziose proprio nel momento in cui può esserci maggior bisogno di assistenza e cure mediche.

CGIL possibilista sulla gradualità
Non tutti sono naturalmente d’accordo con le ragioni economiche che come al solito si scaricano su chi non può evadere le tasse, e per di più in modo squilibrato e settoriale. Associazioni dei consumatori e sindacati hanno subito chiesto che il Governo dia seguito alla sentenza. Tutt’al più, sembra di capire, si può accettare una gradualità temporale nei rimborsi. “La sentenza – ha detto il segretario generale dello Spi Cgil Carla Cantone a Radio Anch’io – deve essere applicata immediatamente. Siamo disponibili a ragionare con il governo sulle modalità e sulle tempistiche della restituzione degli arretrati”. “Concordo sul fatto che sugli arretrati si può fare un discorso di gradualità sui tempi”.
Secondo uno studio della Uil il rimborso per una pensione che nel 2011 era di 1500 euro lordi, dovrà partire da 2.540 euro per i due anni di blocco (2012 e 2013) e per gli effetti che questi hanno avuto sul 2014. Con una rivalutazione calcolata in circa 85 euro al mese. Il totale potrebbe così raggiungere l’astronomica cifra di 13 miliardi di euro (che la CGIA di Mestre va arrivare a 16,6) anche se c’è da sottolineare che il 40% di questo denaro non arriverà mai nelle tasche dei pensionati e tornerà nelle casse dello Stato sotto forma di Irpef.
Secondo l’ufficio studi della Cgia (vedi tabella fondo pagina), il rimborso medio spettante per le pensioni da 2.500 a 3 mila euro lordi arriva a 3.791 euro e supera i 5.171 per le pensioni al di sopra dei 3 mila euro.

C’è anche la ‘grana’ vitalizi
L’ufficio di presidenza della Camera e del Senato hanno dato oggi il via libera alla delibera che abolisce i vitalizi agli ex deputati condannati in via definitiva, per i reati di particolare gravità. A favore Pd, Sel, Scelta Civica, Fratelli d’Italia e Lega. Non hanno partecipato al voto M5S (misura ‘troppo blanda’ con l’asticella fissata a 2 e 6 anni di condanna) e Ap. Contrari anche Forza Italia e NCD, ma per ragioni opposte (misura incostituzionale).
La delibera, fortemente sponsorizzata dai presidenti della Camere e del Senato, Boldrini e Grasso, prevede che perdano il diritto al vitalizio i parlamentari condannati in via definitiva a più di due anni per reati di mafia, terrorismo e quelli contro la Pa, eccezion fatta per l’abuso d’ufficio, nonché tutti quelli che comportano condanne superiori ai 6 anni.
Una questione tutt’altro che semplice sia perché sembra che potrebbe essere necessario modificare la legge per una misura del genere e non basti un semplice provvedimento di Camera e Senato (sono le Camere che pagano i ‘vitalizi’) sia perché appare un incomprensibile accanimento contro cittadini che hanno sbagliato, ma che comunque hanno pagato il loro debito con la giustizia. Si può arrivare insomma all’assurdo che un omicida o un trafficante di droga dopo aver scontato la pena continui a ricevere il suo assegno di pensione – se ne aveva diritto – mentre per reati ben diversi, come quelli legati alla corruzione, un altro cittadino ne verrebbe privato solo perché il suo lavoro è stato di natura ‘politica’.

L’abolizione forse incostituzionale
Una misura che potrebbe così finire davanti alla Consulta visto che già in passato la Corte si è pronunciata in materia sottolineando “che anche chi ha commesso reati ha diritto a vivere”, che c’è “l’art. 27 della Costituzione” che dice che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non si rieduca la persona cui si tolgono i mezzi di sussistenza, favorendosi invece la commissione di nuovi delitti” e poi ancora che l’art. 38 della Costituzione “afferma indiscriminatamente il diritto all’assistenza per i Cittadini bisognosi, ai quali tale diritto è garantito senza particolari qualificazioni di status professionale”.
Resta certo la differenza netta tra ‘pensione’ e ‘vitalizio’, ma allora bisognerebbe comunque tener conto delle disponibilità economiche del condannato, ovvero di accertare se abbia o meno altre possibilità economiche per vivere prima di togliergli l’assegno.
C. Co.

Tabella pensioni

Capriole per non restituire i soldi ai pensionati

PensioniRiusciranno a stravolgere la sentenza della Consulta che ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni oltre tre volte il minimo Inps (1.443 euro lordi) deciso dal governo Monti nel Natale del 2011? In Italia tutto è possibile perché il Governo è in bolletta e non sa dove trovare i soldi da restituire ai pensionati. Quella decisione oltre che incostituzionale, fu ‘immorale’ (come il contributo aggiuntivo sulle cosiddette ‘pensioni d’oro’) perché imponeva una ‘tassa’ solo su una parte dei contribuenti, una fascia di sei milioni di pensionati, la cui unica possibilità di rivalsa fu quella di non votare la Lista Civica di Mario Monti. Il blocco fu una decisione due volte immorale sia perché era una ingiustizia palese che contrastava con l’Art. 53 della Costituzione sia perché era a danno di una porzione di una categoria di persone, anziane, che non potevano difendersi e scendere in sciopero contro il Governo.

Per il sottosegretario Zanetti ‘immorale’ restituire il maltolto
Ma tant’è e oggi il sottosegretario all’Economia, neosegretario nazionale di Scelta Civica, Enrico Zanetti, anziché chiedere scusa, non solo difende quella decisione improvvida, ma sostiene che sarebbe ‘immorale’ restituire il maltolto! “Escludo – ha dichiarato – che sia possibile restituire a tutti l’indicizzazione delle pensioni, per quelle più alte sarebbe immorale e il governo deve dirlo forte. Occorre farlo per le fasce più basse”. Dovrebbe spiegare chi e come stabilisce il livello di assegno considerato ‘più alto’ e soprattutto perché la rendita derivante da contributi versati regolarmente agli enti previdenziali debba essere colpita due volte – una con l’IRPEF e l’altra con il blocco – rispetto a quella derivante da altre attività economiche e finanziarie.

Mario Monti si difende e attacca la Consulta
Ad Agorà su Raitre – l’ex premier, Mario Monti, prima di Zanetti aveva difeso la mazzata data ai pensionati spiegando che quel blocco “era strettamente indispensabile”; insomma come dire che gli servivano i soldi subito e che quindi li aveva presi dove era più facile prenderli. Poi ha attaccato la decisione della Consulta spiegando che quella della Corte “è stata una delle decisioni più sofferte”, e ha aggiunto: “Una sentenza che, nella pacatezza che la Corte Costituzionale deve avere e quasi nell’oblio delle circostanze specifiche in cui le decisioni sono prese, guarda uno spicchio significativo di un intero problema, e cioè il blocco delle indicizzazioni delle pensioni, e forse non dà altrettanto rilievo ad altri valori di pari rilevo costituzionale come per esempio il vincolo di bilancio”. Traduzione: la Corte non deve valutare se una legge è costituzionale o meno, ma piuttosto se dà fastidio o no all’Esecutivo, cioè se lo costringe a rivedere i conti del bilancio. Un ragionamento davvero curioso, anzi inquietante perchè se adottato come regola, ci darebbe una magistratura ‘flessibile’, dove le leggi si applicano o non si applicano a seconda dei luoghi, dei tempi, delle circostanze. E dei Presidenti del Consiglio in carica.
Per tornare al sottosegretario Zanetti, questi ha tenuto a precisare che la sua era un’opinione “espressa a titolo personale” e che dunque non impegnava l’Esecutivo.

Tecnici al lavoro per fregare i pensionati
Purtroppo però pare di capire – Padoan e altri – che da quelle parti si sta lavorando attivamente per escogitare uno stratagemma che allontani, o per lo meno riduca, l’entità del rimborso valutato in una misura che va dai 5 miliardi e spicci fino all’iperbolica somma di 13 o addirittura 16 miliardi. Somma impressionante, ma ancora di più perché è stata tolta a sei milioni di pensionati. Eppure “non rimborsare tutti è compatibile con la sentenza della Consulta” hanno fatto sapere fonti governative commentando l’uscita di Zanetti.
Di opinione nettamente contraria a quella demagogica e populista di Zanetti, ci sono ovviamente per primi loro, i pensionati, ma in questo senso si sono espressi anche sindacati e organizzazioni dei consumatori, oltre che ad alcune forze politiche.

Barbagallo (UIL): restituire il maltolto
Il Governo deve “restituire il maltolto ai pensionati. È un maltolto – ha detto a Bologna il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo – perché hanno fatto cassa con i pensionati e i pensionandi con una legge che è incostituzionale”. “Adesso devono restituire i soldi e avremo un po’ più di potere di acquisto per i pensionati – ha aggiunto – così come occorre dare potere d’acquisto ai lavoratori, attraverso il rinnovo dei contratti, a partire dal pubblico impiego”.

Secondo uno studio della Uil il rimborso per una pensione che nel 2011 era di 1500 euro lordi, dovrà partire da 2.540 euro per i due anni di blocco (2012 e 2013) e per gli effetti che questi hanno avuto sul 2014. Con una rivalutazione calcolata in circa 85 euro al mese. Il totale potrebbe così raggiungere l’astronomica cifra di 13 miliardi di euro (che la CGIA di Mestre va arrivare a 16,6) anche se c’è da sottolineare che il 40% di questo denaro non arriverà mai nelle tasche dei pensionati e tornerà nelle casse dello Stato sotto forma di Irpef.

Secondo l’ufficio studi della Cgia (vedi tabella fondo pagina), il rimborso medio spettante per le pensioni da 2.500 a 3 mila euro lordi arriva a 3.791 euro e supera i 5.171 per le pensioni al di sopra dei 3 mila euro.

Denunceranno Renzi per ‘abuso d’ufficio’
La sentenza della Corte Costituzionale – chiedono le organizzazioni dei consumatori Federconsumatori, Adusbef e Codacons – “va attuata dall’Inps” e la restituzione da parte dell’istituto deve essere “automatica”. Il Codacons ha presentato una “formale diffida all’Inps affinché dia immediata esecuzione alla sentenza della Corte” e si dice pronto a denunciare per abuso di ufficio il presidente del consiglio Matteo Renzi e il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Per Federconsumatori e Adusbef, il Governo deve restituire “il ‘maltolto’ trovando i fondi necessari attraverso una serie determinata lotta agli abusi, agli sprechi, ai privilegi nonché all’evasione fiscale”. Ma questa strada è più difficile da seguire, non solo perché richiede capacità che evidentemente non ci sono a sufficienza, ma anche perché lederebbe interessi stratificati che nessuno degli ultimi Governi ha mai davvero voluto intaccare. È invece assai più facile massacrare di tasse chi le paga tutti i mesi perché non vuole evadere o non può evadere il fisco, anziché andare a cercare evasori e stroncare gli sprechi.

Tabella pensioni

Carlo Correr

Sondaggi, Renzi in calo e giovani umiliati

Renzi-calo consensi-giovaniSei anni di crisi che lasciano un segno profondo. Ormai si è rassegnati all’idea che il peggio debba ancora arrivare. E le famiglie si arrangiano come possono. Prima di tutto non spendendo e rimandando tutto quello è possibile. Infatti il risparmio cresce, ma la spese sono ridotte all’osso. Continua a leggere

Riforme. Berlusconi preme sui suoi parlamentari

Berlusconi-Renzi-PDDal vertice di giovedì a palazzo Chigi, Renzi e Berlusconi sono usciti con la volontà di confermare gli accordi sulla legge elettorale e sulla cosiddetta riforma del Senato, ma i ‘mal di pancia’ all’interno dei rispettivi partiti e schieramenti sono tutt’altro che passati.

E anche l’incontro tra l’ex Cavaliere e i suoi parlamentari ieri pomeriggio non è stato per nulla risolutivo. Continua a leggere

Sistema bicamerale
una bufala l'”eccezione” Italia

SenatoIn questi ultimi giorni imperversa la frase: ‘In nessun altro Paese al mondo esiste questo sistema bicamerale come in Italia’. Vero o falso?

Falso. Basta semplicemente consultare i libri di scuola e, se i libri non vi piacciono più, il web. L’appunto è soprattutto per chi in questi giorni si sfida a colpi di “non esiste” nei vari salotti politici televisivi, a tutti costoro, come Sandro Gozzi ieri a Piazza Pulita che a domanda “è vero o no che il sistema bicamerale esiste anche in altri Paesi del mondo” non ha risposto. E ancora, all’esponente di Forza Italia che questa mattina nel corso della puntata di Agorà su Rai 3, incalzata da Daniele Martinelli, ufficio stampa M5S, con la stessa domanda, ha tentato il furbo giochino “a domanda rispondo con domanda”, del tipo: “Me lo dica lei, esistono”?

Delle due l’una: o non lo sanno davvero, oppure fanno finta di non sapere confidando nella perenne ignoranza (intesa proprio come non sapere) dei più.

Pochi giorni fa l’Italia ha accolto in pompa magna ‘The President’ Obama. Renzi non si è fatto sfuggire l’occasione di adularlo dicendogli che lui lo prende a esempio e che l’Italia partirà da quel suo “yes we can”. Certo, noi arriviamo sempre dopo. Detto ciò Renzi, o qualcuno del suo staff, sa che anche negli Stati Uniti esiste il sistema bicamerale e che anche Obama ha il suo bel da fare per portare avanti le sue proposte di riforma? Una tra tutte quella sulla sanità. Ma vediamo un po’ di citare alcuni dei Paesi più noti che adottano questo sistema:

Canada – Parlamento (Parliament) – Camera dei Comuni -(House of Commons) – Senato (Senate);

Argentina – Congresso Nazionale (Congreso Nacional) Camera dei deputati (Camara de Diputados) Senato della Nazione;

Stati Uniti – Congresso (Congress) Camera dei Rappresentanti (House of Representatives) Senato;

Spagna – Cortes Generales – Congresso dei Deputati (Congreso de los Diputados) – senato …

Potremo andare oltre, ma per chi fosse interessato a saperne di più, invito a vedersi nei dettagli su Wikipedia dove è pubblicata una tabella di Paesi che adottano questo sistema e cliccando sul Paese è possibile prender lettura della struttura istituzionale adottata e del suo funzionamento oppure a leggersi questa ricerca dell’Ufficio Studi del Senato. E, se proprio vogliamo anche farci un idea più precisa e/o meglio, provare a comprendere meglio di quali riforme istituzionali abbia  necessità il nostro Paese, è interessante da leggere l’attenta analisi, “Il punto sulle riforme costituzionali“, di Antonmichele de Tura consigliere corte costituzionale  al Focus di Argomenti2000 presso Istituto Luigi Sturzo.

In questo documento de Tura evidenzia 4 punti fondamentali e li pone nel contesto si di una innegabile necessità di manutenzione, ma e uso le sue parole,  “per approntare quest’opera di manutenzione è davvero indispensabile metter mano a una completa riforma tanto della nostra forma di governo, quanto della nostra forma di Stato, quanto del sistema delle garanzie, come pare trasparire anche dal lavoro dei Saggi ?”

È errato, dunque, a mio parere, dire ai cittadini che solo in Italia esiste il sistema bicamerale e che tale impedisce le riforme e la crescita del paese. Sono altre, lo ripeto, le riforma a cui si deve dare priorità. Una tra tutte quella del lavoro, il resto non porta soldi nelle tasche degli italiani. Varrà anche il detto che con queste riforme non vedremmo subito il cambiamento, ma comunque ci sarà, però resta il fatto che ciò tutto assume l’aspetto di una campagna elettorale populista e demagogica. Quella stessa di cui spesso da destra a sinistra si è accusato il Movimento 5 Stelle. Infine, poniamoci seriamente la domanda, quante volte il Senato ha posto rimedio a leggi passate alla Camera che risultavano esser più sconce di quelle a cui si è voluto rimediare ? Esattamente lo scopo dei padri costituenti. Insomma, in Italia abbiamo sì una macchina che non circola più da tempo a marcia continua, ma credo che il problema sia anche e soprattutto da ravvisare nell’enorme selva di leggi che si continuano a produrre facendole passare come leggi di riforme e miglioramenti. Ci sguazzano a turno tutti a prescindere, gli unici a non trarne beneficio sono i cittadini. Di che stiamo parlando allora? Per ora, non ci resta che armarci di santa pazienza, leggerci il DDL di revisione costituzionale nel sito web del governo.

Antonella Soddu