Le istituzioni nazionali e l’Europa democratica

commissione_berlaymont

Credo che sia giunto il tempo di pensare all’opportunità che gli Stati nazionali, al centro delle riflessioni politologiche nel ‘900, cedano parte della propria sovranità come forme di responsabilità decisionale agli enti sovranazionali europei. A condizione che le Istituzioni comunitarie si rinnovino nella composizione e nelle modalità di funzionamento.

Tuttavia, per realizzare questa ipotesi ambiziosa, la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, è necessario riformare le Istituzioni dei paesi membri. La modifica della Costituzione e la razionalizzazione della forma di governo rappresentano una potente arma contro i populisti e i sovranisti, espressione delle destre prevalenti in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi sociale e, per certi aspetti, culturale.

In Italia, da circa trenta anni le diverse classi politiche, si sono poste come obiettivo la riforma della Carta fondamentale, in particolare della seconda parte che disciplina il funzionamento delle Istituzioni. La prima parte della Costituzione rimane invariata nei suoi principi democratici e nella sua ispirazione egualitaria.

Già dalla fine degli anni Settanta furono avanzate richieste di riforma, più o meno, incisive: la prima proposta organica venne avanzata nel 1979 con il “Rapporto Giannini”; seguì il decalogo di Spadolini, in seguito la prima Commissione parlamentare bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta dall’ex costituente di matrice liberale, Aldo Bozzi.

La prima commissione bicamerale, svolse il proprio lavoro dal 1983 al 1985, elaborando delle proposte che, tuttavia, non ebbero alcun seguito. Non ci fu alcuna disponibilità a riforme che incidessero a fondo sul regime politico, rafforzando davvero le istituzioni.

Si fece un ulteriore tentativo nel 1997, con la costituzione della Commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema che avrebbe dovuto istituire un semipresidenzialismo vero e proprio, accompagnato da un sistema elettorale a doppio turno. Com’è noto, i lavori della Commissione naufragarono a causa delle numerose contraddizioni e contrapposizioni tra le forze politiche.

Nel 2013, al momento della rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, in un quadro di crisi economica e stagnazione istituzionale, le forze politiche assunsero solennemente l’impegno di avviare il processo di revisione costituzionale che ha portato alla definitiva approvazione delle norme oggetto del referendum confermativo del dicembre 2016.

Ciò nonostante, anche a causa di errori nella comunicazione delle ragioni del Si (l’ex premier aveva impostato la campagna referendaria come una sorta di giudizio cosmico, un’ordalia, non tanto sul merito del progetto di revisione costituzionale, quanto su una valutazione complessiva dell’azione di governo), il 59% dei votanti decise di bocciare la proposta referendaria.

A questo punto, possiamo ricavare alcune considerazioni da un trentennio di tentativi di riforma costituzionali falliti: ieri come oggi occorre ripensare ad una “Grande Riforma” che razionalizzi la forma di governo e modifichi il sistema elettorale, rendendo il sistema politico più funzionante. Il sistema elettorale dovrebbe essere pensato come uno strumento duraturo nell’arco di più legislature e, in grado di accompagnare l’evoluzione futura del sistema partitico.

A questo proposito non c’è che da ribadire come i sistemi elettorali possano essere considerati degli acceleratori o in alternativa dei freni, che agiscono in determinati contesti e non uniche cause d’instabilità delle istituzioni.

Ritenere che il sistema elettorale da solo assicuri la stabilità è certamente errato. Bisogna considerare sia il sistema elettorale che il piano più propriamente istituzionale e strutturale. Poiché il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso con le forme di razionalizzazione della forma di governo.

In conclusione, continua ad essere presente uno dei temi chiave dell’esperienza costituzionale italiana l’assenza di progettualità costituzionale organica. Serve un coerente progetto di riforma della legge elettorale e di razionalizzazione della forma di governo, in un quadro di rinnovata centralità delle Istituzioni europee. Occorre tornare a immaginare un’Europa democratica, sociale e federale, in grado di garantire un patrimonio comune tra tutti i cittadini europei.

Paolo D’Aleo

Le istituzioni nazionali e l’Europa democratica

 

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Credo che sia giunto il tempo di pensare all’opportunità che gli Stati nazionali, al centro delle riflessioni politologiche nel ‘900, cedano parte della propria sovranità come forme di responsabilità decisionale agli enti sovranazionali europei. A condizione che le Istituzioni comunitarie si rinnovino nella composizione e nelle modalità di funzionamento.

Tuttavia, per realizzare questa ipotesi ambiziosa, la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, è necessario riformare le Istituzioni dei paesi membri. La modifica della Costituzione e la razionalizzazione della forma di governo rappresentano una potente arma contro i populisti e i sovranisti, espressione delle destre prevalenti in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi sociale e, per certi aspetti, culturale.

In Italia, da circa trenta anni le diverse classi politiche, si sono poste come obiettivo la riforma della Carta fondamentale, in particolare della seconda parte che disciplina il funzionamento delle Istituzioni. La prima parte della Costituzione rimane invariata nei suoi principi democratici e nella sua ispirazione egualitaria.

Già dalla fine degli anni Settanta furono avanzate richieste di riforma, più o meno, incisive: la prima proposta organica venne avanzata nel 1979 con il “Rapporto Giannini”; seguì il decalogo di Spadolini, in seguito la prima Commissione parlamentare bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta dall’ex costituente di matrice liberale, Aldo Bozzi.

La prima commissione bicamerale, svolse il proprio lavoro dal 1983 al 1985, elaborando delle proposte che, tuttavia, non ebbero alcun seguito. Non ci fu alcuna disponibilità a riforme che incidessero a fondo sul regime politico, rafforzando davvero le istituzioni.

Si fece un ulteriore tentativo nel 1997, con la costituzione della Commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema che avrebbe dovuto istituire un semipresidenzialismo vero e proprio, accompagnato da un sistema elettorale a doppio turno. Com’è noto, i lavori della Commissione naufragarono a causa delle numerose contraddizioni e contrapposizioni tra le forze politiche.

Nel 2013, al momento della rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, in un quadro di crisi economica e stagnazione istituzionale, le forze politiche assunsero solennemente l’impegno di avviare il processo di revisione costituzionale che ha portato alla definitiva approvazione delle norme oggetto del referendum confermativo del dicembre 2016.

Ciò nonostante, anche a causa di errori nella comunicazione delle ragioni del Si (l’ex premier aveva impostato la campagna referendaria come una sorta di giudizio cosmico, un’ordalia, non tanto sul merito del progetto di revisione costituzionale, quanto su una valutazione complessiva dell’azione di governo), il 59% dei votanti decise di bocciare la proposta referendaria.

A questo punto, possiamo ricavare alcune considerazioni da un trentennio di tentativi di riforma costituzionali falliti: ieri come oggi occorre ripensare ad una “Grande Riforma” che razionalizzi la forma di governo e modifichi il sistema elettorale, rendendo il sistema politico più funzionante. Il sistema elettorale dovrebbe essere pensato come uno strumento duraturo nell’arco di più legislature e, in grado di accompagnare l’evoluzione futura del sistema partitico.

A questo proposito non c’è che da ribadire come i sistemi elettorali possano essere considerati degli acceleratori o in alternativa dei freni, che agiscono in determinati contesti e non uniche cause d’instabilità delle istituzioni.

Ritenere che il sistema elettorale da solo assicuri la stabilità è certamente errato. Bisogna considerare sia il sistema elettorale che il piano più propriamente istituzionale e strutturale. Poiché il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso con le forme di razionalizzazione della forma di governo.

In conclusione, continua ad essere presente uno dei temi chiave dell’esperienza costituzionale italiana l’assenza di progettualità costituzionale organica. Serve un coerente progetto di riforma della legge elettorale e di razionalizzazione della forma di governo, in un quadro di rinnovata centralità delle Istituzioni europee. Occorre tornare a immaginare un’Europa democratica, sociale e federale, in grado di garantire un patrimonio comune tra tutti i cittadini europei.

Paolo D’Aleo

RICORSO RESPINTO

giudice-e-martelletto“Non sono assolutamente sorpreso della decisione del tribunale di Milano”, che hanno deciso il rigetto del ricorso sul quesito referendario presentato da Valerio Onida, ex presidente della Consulta. Questo il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini alla decioni dei giudici. “Bisogna avviarsi al 4 dicembre entrando sempre più nel merito,
anche se il fronte del No vedo che discute sempre più non del merito, ma di quello che succede dopo il 4 e quindi dà un contenuto politico al referendum, senza aprire una discussione sul merito della riforma costituzionale”. Facendo un parallelo tra caso Brexit, elezioni Usa, ove i sondaggi sono stati smentiti dai voti reali, e il referendum costituzionale, Nencini ha detto “come negli Usa era disdicevole dire voto per Trump, in Italia è piu’ facile dire voto per il no. Quindi può darsi che in questo caso ci sia una inversione”.

Il giudice civile di Milano Loretta Dorigo ha respinto i due ricorsi presentati dall’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida e da un pool di legali sull’eccezione di legittimità costituzionale della legge del 1970 che regola l’indizione dei referendum laddove non prevede l’obbligo di “spacchettamento” del quesito quando ci sono più temi, come nel caso di quello sulla riforma costituzionale oggetto della consultazione popolare del 4dicembre, il tribunale di Milano “salva” così il referendum costituzionale.
Bocciato anche l’analogo ricorso depositato il 20 ottobre da un gruppo di legali composto da Aldo Bozzi, Claudio e Ilaria Tani con il supporto “ad adiuvandum” di Felice Carlo Besostri (gli stessi che, con il loro intervento, spinsero la Consulta a dichiarare l’incostituzionalità del Porcellum).
Nel mirino dei ricorrenti c’era la legge istitutiva del referendum (la 352 del 1970) che a loro giudizio violerebbe la Costituzione perché non prevede lo spacchettamento del quesito in presenza di tematiche non omogenee tra loro. E’ il caso della consultazione popolare del 4 dicembre sul pacchetto di riforme costituzionali messo a punto dal governo, con gli elettori chiamati a esprimere un sì o un no su 5 questioni eterogenee e diverse: il superamento del bicameralismo paritario, riduzione del numero dei parlamentari, contenimento dei costi della politica, l’abolizione del Cnel e la revisione del titolo V della Costituzione. La legge prevede che la Corte Costituzionale possa esercitare un potere di sospensione del referendum solo nel caso dei conflitti tra Stato e Regione. Onida, invece, in udienza aveva affermato che la Consulta avrebbe potuto decidere anche in questo caso di sospendere la consultazione. Opzioni a questo punto tramontate.
“Non ritiene il Tribunale – scrive il giudice – di ravvisare una manifesta lesione del diritto alla libertà di voto degli elettori per difetto di omogeneità dell’oggetto del quesito referendario”. E’ la stessa Costituzione all’articolo 138, spiega il giudice, “a connotare l’oggetto del referendum costituzionale come unitario e non scomponibile“. “E’ del tutto evidente – si legge ancora nell’ordinanza – che competerà a ogni singolo elettorale formulare una valutazione complessiva di tutte le ragioni a favore e di quelle contrarie di tutte le parti di cui è composta la riforma, insieme considerate, esprimendo infine un voto sulla base della prevalenza del giudizio favorevole o sfavorevole formulato in ordine a talune sue parti, ovvero, secondo ogni altra valutazione”.

“Il quesito è unico perché la riforma costituzionale approvata dal Parlamento è un progetto omogeneo e composto da parti coerenti, non separate e non separabili”. Il Comitato nazionale Basta un Sì commenta così la decisione del giudice.  “Come comitato promotore del referendum e sostenitori del Sì, crediamo che questo provvedimento metta finalmente fine al tentativo di bloccare il referendum per via burocratico e giudiziaria, posto in essere più volte da diversi sostenitori del No. Per quanto ci riguarda, da mesi ripetiamo che gli elettori devono essere messi nelle condizioni di poter votare liberamente e consapevolmente, di poter scegliere il cambiamento a dispetto di chi vuole mantenere blocchi e privilegi. Ora possiamo finalmente affermare che sarà davvero così”, conclude.

VERSO L’ ABORTO

Italicum-Renzi-Berlusconi

Altro che ‘italicum’; forse sarebbe stato più giusto battezzare la nuova legge elettorale proposta da Renzi & Berlusconi, il ‘pasticcium’, o l”imbroglium’ in un bel latino maccheronico com’è maccheronico l’impianto costituzionale che la sorregge. O, come la chiama il costituzinalista Fulco Lanchester, il “Renzellum”. Più passano i giorni più si allarga la schiera di quanti bocciano senza appello la proposta approdata ieri sera tardi in commissione Affari Costituzionali. Continua a leggere