Il “Caso Moro”, il Psi e le ipotesi complottiste

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A 40 anni di distanza dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, abbiamo fatto qualche domanda al giornalista e blogger Nicola Lofoco. Da tempo impegnato negli studi di quello che più volte è stato definito “ Il caso Moro”, è stato autore di alcune pubblicazioni sul tema. Da anni ha espresso posizioni critiche contro l’ipotesi che i tragici fatto del 1978 siano stati il frutto di una cospirazione, ordita da centri di potere occulto. Iniziamo a chiedergli proprio questo:

Lei è uno degli studiosi del caso Moro che non ha sostenuto la tesi del complotto internazionale orchestrato dagli Stati Uniti. Da dove nasce questa sua convinzione?

Guardi, personalmente sono sempre stato dell’ opinione che i fatti vanno analizzati e compresi per quello che sono e che la loro comprensione deve basarsi sempre, solo ed esclusivamente, su delle prove certe. Bene, se seguiamo con precisione questa linea direttrice, possiamo affermare che, sino ad ora, il dramma dell’ omicidio di Aldo Moro, dei carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e degli agenti di polizia Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi è imputabile alle sole Brigate rosse. Molto spesso si tralascia il quadro storico-politico in cui matura tutta questa drammatica vicenda. Siamo, infatti, a pochi mesi di distanza dal funesto “ 77”, anno in cui entra profondamente in crisi il nostro sistema industriale e, contemporaneamente, in cui iniziano ad impennarsi, in maniera abbastanza preoccupante, i numeri inerenti alla disoccupazione giovanile. In questo dedalo di instabilità economica, cresce anche a dismisura la protesta studentesca nelle Università. Le rivendicazioni provenienti dal mondo giovanile, studentesco e non, hanno progressivamente portato molti giovani ad uno scollamento sempre più forte dai partiti tradizionali, incapaci di cogliere il loro malessere e le loro istanze. Se per un giovane, allora, era preferibile fare politica con una “ P38” in mano, anziché frequentare le sezioni di partito, ci sarà stato pure un motivo ben preciso. Questo non giustifica, in alcun modo, tutto quello che ha prodotto il terrorismo, di destra o di sinistra che sia stato. Ma comprendere le ragioni di un fenomeno credo sia opera imprescindibile per qualsiasi buon ricercatore. Non mi stancherò mai, sino alla noia, di ricordare che, in quel periodo, non vi furono le sole Brigate rosse. Il Viminale aveva schedato oltre 500 sigle di fazioni comuniste combattenti, che molto spesso agivano con logiche diverse. Cosi come operavano numerosi gruppi di stampo neo-fascista. Come si vede la genesi storica è abbastanza complessa. Ed imputare il tutto a presunte manovre dei decantati servizi segreti non credo sia corretto.

Quindi i servizi non hanno avuto nessun ruolo secondo lei?

Proprio sul finire del 1977 erano stati sciolti sia il servizio segreto militare , il SID, quanto il servizio segreto degli affari interni (Affari Riservati). Era stata una scelta necessaria, dato che molti dei loro esponenti erano stati coinvolti in alcune gravissime inchieste giudiziarie, come quelle sulla strage di Piazza Fontana o sul Golpe Borghese. Agli inizi del 1978, quindi, i neonati Sismi e Sisde erano ancora in fase di organizzazione in tutte le loro articolazioni, anche sotto l’aspetto prettamente logistico. Contrastare l’efficiente organizzazione delle Br era praticamente impossibile , soprattutto se teniamo conto che vi fu uno scarso coordinamento durante le indagini tra le varie forze dell’ ordine.

Quindi tutto chiaro e trasparente? Ne è sicuro?

Sino ad oggi molti fatti definiti più volte “ misteriosi “ del caso Moro, non sono risultati tali. Prenda ad esempio il caso più clamoroso, quello di un testimone dell’ agguato di via Fani, che asseriva di essere stato bersagliato, con colpi di arma da fuoco verso la sua moto, circostanza poi risultata falsa grazie ad alcune foto recuperate in rete. Ma si potrebbe fare un elenco vastissimo degli inesistenti “enigmi” che hanno caratterizzato tutta questa dolorosa storia. Come non è mai risultata vera, in nessuna aula di tribunale, la cosiddetta teoria dell’ “ etero-direzione “ delle Brigate Rosse. La verità è che i brigatisti sono stati favoriti nelle loro azioni da una vastissima area della società civile, che ne ha avallato gli intendimenti . Ma, anche qui, è imprescindibile compiere una considerazione puramente storica: bisogna prendere atto che, sino a quel momento, vi era una consistente porzione della nostra società che sognava la rivoluzione socialista. Una svolta rivoluzionaria che il Pci non aveva mai perseguito, sin dalla “ Svolta di Salerno” del 1944 intrapresa da Palmiro Togliatti. Per tutti quelli che non credevano più nell’ opera del Pci, le Br erano diventate un preciso punto di riferimento politico ed anche culturale.

Il Partito socialista era favorevole ad una trattativa per liberare Moro. Era giusto secondo lei?

Tutti sanno benissimo che la cosiddetta “ linea della fermezza” , cioè il rifiuto totale di qualsiasi tipo di trattativa con le Brigate Rosse, fu la linea tenuta, in modo ferreo e convinto, prima di tutto dal Pci. In un momento in cui si andava delineando la concreta fase politica del “compromesso storico “ tra democristiani e comunisti, la Dc non poteva in alcun modo mantenere un comportamento che non fosse convergente proprio con il Pci. All’interno della Dc vi erano personaggi di rilievo contrari alla trattativa, ma non tutto il partito era unito su questa posizione (a differenza del Pci). E va anche ricordato il non piccolo particolare che l’allora ministro dell’ Interno, Francesco Cossiga, aveva concordato ogni mossa insieme al ministro “ombra“ del Pci Ugo Pecchioli. I socialisti, invece, si mantennero su un’altra posizione. Il loro segretario politico, Bettino Craxi, aveva proposto un atto di clemenza da parte del Presidente della Repubblica verso un solo brigatista detenuto nelle carceri, e a riguardo vennero fatti anche diversi nomi. Personalmente credo che l’ iniziativa del Psi si potesse perseguire, in quanto avrebbe salvato una vita umana , restituendo Aldo Moro ai propri cari. E se cosi fosse stato, non credo che il corso della storia sarebbe stato poi tanto diverso da quello che abbiamo avuto.

Fabrizio Federici

Piersanti Mattarella, il «congiunto» del Presidente

mattarella-piersanti-2La dimenticanza del nome Piersanti Mattarella da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conti, che lo ha definito un semplice «congiunto» del Capo dello Stato, è rimasto racchiuso nella cronaca giornalistica. Essa, considerata «intollerabile» da Graziano Delrio, non ha suscitato particolare attenzione verso l’uomo politico siciliano, assassinato dalla mafia il 6 gennaio 1980.
Formatosi alla scuola politica del padre Bernardo Mattarella (1905-1971), amico di Luigi Sturzo e più volte ministro, il giovane Piersanti (era nato Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935) crebbe in un clima fecondo di stimoli culturali alieni da forme morbose di pietismo e di eccessiva devozione popolare, così diffuse nella Sicilia del tempo. L’insegnamento del sacerdote calatino era presente nella sua famiglia, che tenne viva durante il regime fascista la fiaccola della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Nato proprio nell’anno dell’impresa fascista in Etiopia, Piersanti fu influenzato da padre che si oppose ad essa con critiche ai soldati invasori responsabili di uccidere «i fratelli cristiani» intenti solo a «difendere la propria terra». Il nome fu suggerito al padre dall’amico e critico letterario Pietro Mignosi (1895-1937), che congiunse i nomi di Santi in ricordo del nonno paterno e di Pier Giorgio in onore di Frassati, denominato il «Gobetti cattolico» per la sua tenace opposizione al regime mussoliniano.
Come ricordò in un’intervista, Piersanti frequentò la scuola elementare nel clima soffocante del fascismo imperante, a cui il padre contrappose un impegno attivo contro la politica autoritaria del regime: «un giorno – ricordò egli – mi strappò la tessera di balilla che veniva dato a tutti gli alunni, raccomandandomi di dirlo alla maestra». Nel 1938 l’emanazione delle leggi razziali accentuò l’impegno antifascista del padre, che sul giornale «La Voce Cattolica» pubblicò alcuni articoli di Vincenzo Mangano (1866-1940) sull’assoluta incompatibilità tra Cristianesimo e razzismo. Una contrapposizione che nasceva dalle sue riflessioni sulla dottrina sociale della Chiesa, a cui egli si ispirava per riaffermare il messaggio pontificio di Leone XIII e condannare le invadenze del regime dittatoriale nella sfera individuale dei cattolici.
La lezione di Mangano, unita a quella più robusta di Sturzo, influenzò Bernardo Mattarella, che l’anno successivo delle leggi razziali conobbe Aldo Moro, recatosi a Palermo nel venticinquennale dell’elezione alla cattedra vescovile di Lavitrano. Il fervore religioso e l’impegno antifascista del padre ebbe un effetto benefico su Piersanti, che lo seguì nelle sue peripezie politiche a Roma, dove ricoprì la carica di sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi Bonomi (18 giugno 1944-21 giugno 1945), quella al Ministero dei Trasporti (23 maggio 1948-16 luglio 1953) e poi come Ministro nel governo Pella (17 agosto 1953-18 gennaio 1954).
Nella capitale Piersanti ricevette una rigorosa formazione culturale, che – unitasi a quella religiosa e politica – si arricchì con la conoscenza amorosa di Irma, figlia dell’insigne giurista Lauro Chiazzese (1903-1957). Il suo ritorno a Palermo fu determinato dall’amore verso la futura moglie, la cui sorella diverrà poi la compagna di vita del futuro Presidente della Repubblica. Dopo la laurea in giurisprudenza, Piersanti avviò uno studio legale con il collega Alberto Oddo Antonello, divenendo anche assistente ordinario di Diritto privato nell’Ateneo palermitano grazie ai suoi lavori giuridici pubblicati su riviste specializzate.
L’esempio paterno e l’avversione verso la politica siciliana, intrisa di affarismo e clientelismo, spinsero Piersanti Mattarella a intraprendere l’attività politica nella Dc, dominata da notabili come Vito Ciancimino e Salvo Lima. Proprio la débâcle elettorale del padre, primo eletto nella Sicilia occidentale poi sceso al settimo posto, lo convinse a scendere nell’agone politico: consigliere comunale nel 1964, deputato nel 1967, membro della Commissione Legislativa Regionale nei quattro anni successivi, ancora deputato nel 1971 e nel 1976, poi nel 1978 presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito comunista italiano.
Gli anni compresi tra il suo ingresso a Palazzo delle Aquile e l’elezione a presidente della Regione coincisero con la politica dissennata della Dc siciliana, con la sua gestione clientelare dell’amministrazione pubblica e con il «sacco di Palermo», che segnò la scomparsa di eleganti palazzine per dar vita alla costruzione di altissimi palazzoni di cemento. Con la tenace azione di Piersanti fu avviata un’opera di risanamento, fatta di controlli e di divisioni nette di compiti volti ad eliminare commistioni tra apparato tecnico-burocratico e compagine politica. Il suo impegno politico fu infatti diretto ad una gestione oculata e trasparente dell’amministrazione pubblica per imprimere un nuovo volto alla città di Palermo, senza trascurare la crescita culturale dei suoi cittadini e la formazione dei giovani nella ricerca del bene comune.
La strategia di Piersanti non riscuote le simpatie dei notabili palermitani, arroccati al controllo delle tessere e chiusi nella difesa dei loro privilegi, ma richiede il cambiamento sulla base di una nuova visione politica incentrata sui valori cristiani e sulla difesa della persona enunciata da Vincenzo Mangano. Esiste un interessante libretto intitolato Mattarella ha da dirvi qualcosa (Palermo 1971, pp. 43), che si sgancia dalle consuete promesse elettorali, si dichiara favorevole al centro-sinistra e affida lo sviluppo della Sicilia a tre settori significativi come agricoltura, industria e turismo.
Nel suo incarico di assessore alla Presidenza e di delegato al Bilancio, quale membro nella giunta di centrosinistra guidata da Mario Fasino (n. nel 1920), Piersanti trasforma quella delega in una carica prestigiosa in grado di condizionare la politica complessiva della Regione siciliana. Grazie ad essa assurge a figura di prestigio nazionale e a leader indiscusso della Dc siciliana tanto da essere indicato come il nuovo artefice della lotta alla casta affaristica e ai clan mafiosi.

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

La direzione della Regione siciliana, assunta da Piersanti Mattarella il 9 febbraio 1978 alla guida di una coalizione di centro-sinistra, pose le premesse per la sua feroce esecuzione avvenuta il 6 gennaio 1980. Fu il socialista Gaetano Giuliano ad assumere la guida della giunta regionale fino al termine della legislatura. Solo quindici anni dopo furono condannati all’ergastolo i boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Nella sentenza della Corte di Assise di Palermo si legge che «l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel circuito perverso tra mafia e politica incidendo così pesantemente proprio su questi interessi illeciti».

I misteri su Aldo Moro
40 anni dopo

aldo-moro-bnNella miriade di libri usciti per l’anniversario del sequestro di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta sembra esserci una gara per rendere più «misteriosa» quella triste pagina della storia italiana. Più di un aspetto è rimasto sconosciuto tanto da indurre uno studioso di quella vicenda a coniare il termine di «misterologia» sul caso Moro diventato «un mistero in sé». La conclusione a cui perviene è quella sostenuta nella nuova introduzione Quarant’anni dopo da Andrea Colombo nella ristampa del suo volume Un affare di Stato. Il delitto Moro 40 anni dopo (Cairo editore, Milano 2018, pp. XXVI-289), in cui l’Autore afferma che la soluzione di un enigma suscita nuove «clamorose scoperte».

Quando il libro viene pubblicato dieci anni fa dal medesimo Autore, la bibliografia sulla vicenda Moro è molto ampia. La maggior parte degli studi considera falsi i racconti dei brigatisti ed errati i risultati processuali per la mancata individuazione dei registi occulti del delitto. Il fatto contingente si colloca nei cinquantacinque giorni compresi tra il sequestro di Aldo Moro (16 marzo 1978) e la sua uccisione (9 maggio), ma una cospicua quantità di episodi trasforma la sua morte in una vicenda confusa e per alcuni tratti oscura. Essa investe vari aspetti (politico, giudiziario e «fattuale») che cinque processi e due commissioni parlamentari non sono riusciti a chiarire.

L’ultima commissione bicamerale d’inchiesta, istituita il 31 maggio 2014 e presieduta da Beppe Fioroni, ha riaperto le indagini sulla tragica vicenda, avvalendosi della documentazione desecretata nel 2015 dal governo Renzi, ma non è pervenuta ad una vera relazione conclusiva. Elementi eclatanti come la presenza di una Honda durante il sequestro, la testimonianza dell’ex brigadiere della Guardia di Finanza Giovanni Ladu oppure quella dell’ex artificiere Vitantonio Raso restano ancora senza alcuna spiegazione.

Sulla prima testimonianza l’Autore ricorda la rivelazione dell’ex finanziere, secondo cui l’8 maggio 1978 Moro stava per essere liberato «con un blitz nella prigione del popolo di via Montalcini», ma «l’operazione fu però bloccata all’ultimo momento da una telefonata del ministero degli Interni e proprio il giorno dopo il prigioniero fu ucciso» (p. VIII). La rivelazione fu utilizzata da Ferdinando Imposimato nel suo libro I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia (Newton Compton, Roma 2013, pp. 309) prima che Ladu venisse inquisito per calunnia e l’autore riconoscesse l’errore. Sulla seconda testimonianza dell’ex artificiere, Vitantonio Raso, autore del libro La bomba umana (Seneca, Torino 2012, pp. 172), Andrea Colombo sottolinea la notizia secondo cui gli artificieri fossero arrivati il via Caetani il 9 maggio 1978 «alle 11 del mattino, dunque molto prima che arrivasse alle 12.13 la telefonata delle Br».

Le tre relazioni riconoscono infondate alcuni aspetti della «misterologia» come l’eventualità che il commando abbia preso di mira solo da sinistra l’auto di Moro e della scorta, ma anche da destra per l’assenza di fori provocati dalle pallottole. Altri aspetti riguardano la validità della testimonianza di Alessandro Marini, la presenza della Austin Morris oppure il ruolo del misterioso individuo «con cappotto di cammello». Nella trama della vicenda l’Autore discute e richiama la Cia, i servizi italiani «deviati», il Mossad, la P2, i servizi segreti cecoslovacchi, Gladio, la Stasi, i palestinesi, il Vaticano ed organizzazioni criminali come la banda della Magliana, la ’ndrangheta e la mafia. Un intreccio perverso di entità che ha reso più difficile districare una vicenda complessa, svoltasi soprattutto intorno alla trattativa dello Stato. Come emerge dalle relazioni della Commissione parlamentare, lo Stato svolse la trattativa in modo sotterraneo, accanto ad altri filoni cercati ed avviati da altre organizzazioni e personaggi.

Tra le più significative l’Autore ricorda la trattativa del Vaticano che, su iniziativa di Paolo VI, raccolse una cospicua somma da offrire in cambio della vita di Moro: un episodio su cui ha gettato nuova luce Riccardo Ferrigato nel suo libro Non doveva morire. Come Paolo VI cercò di salvare Aldo Moro (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo-Milano 2018, pp. 263). Altro tentativo fu quello di Bettino Craxi che, come segretario del Psi, considerò giusta la trattativa per giungere a uno scambio di prigionieri con le Brigate Rosse. Altri ancora sono ben presentati dall’Autore, che dimostra una conoscenza ampia della documentazione dell’opera di Aldo Moro, che ripropone una lettura suggestiva della sua vicenda, anche se sembra esagerata la tesi per cui negli ultimi dieci anni non sia emerso nulla di eccezionale valido per modificare l’impianto della sua ricerca.

Nunzio Dell’Erba

Aldo Moro 40 anni dopo, un assassinio di sistema

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Nel quarantesimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro, Mondoperaio ha pubblicato un dossier introdotto da Claudio Petruccioli con un saggio in cui si sostiene “il ritorno di Moro vivo avrebbe provocato processi di rilevanza e interesse pubblico, non solo strettamente politici ma anche politici, che avrebbero messo a rischio la stabilità del paese, e che sarebbero risultati incontrollabili da parte delle forze politiche e delle istituzioni”. Completano il dossier gli scritti di Gennaro Acquaviva, Gerardo Bianco, Piero Craveri, Marco Benadusi e Franco Cordero.

Oggi, per iniziativa di Associazione Socialismo e Mondoperaio, il dossier è stato presentato alla Biblioteca della Camera dei Deputati – Sala del Refettorio in via del Seminario, 76.

Con la moderazione del direttore di Mondoperaio, Luigi Covatta, ne hanno discusso con gli autori Paolo Mieli e Stefano Ceccanti.

Sia dal dossier che dagli interventi, si è cercato di sviluppare un serio dibattito politico sull’assassinio di Aldo Moro. Una verità non del tutto chiarita. Finora non sono bastati 4 Commissioni d’inchiesta parlamentari e 5 processi per fare emergere tutte le responsabilità politiche e penali della vicenda Moro. Le questioni di politica interna si sono intrecciate con gli interessi della politica estera e la verità andrebbe ricercata anche presso gli archivi di alcuni Stati esteri a cui attualmente non è possibile accedere. Le lucide analisi politiche fatte dagli intervenuti, sono stati concordi nel sostenere l’ingerenza dei servizi segreti americani e non solo sulla vicenda. Quali sarebbero stati gli effetti di una liberazione di Aldo Moro sullo scenario politico italiano ed internazionale ? Il contesto storico era quello di un inasprimento della guerra fredda che ha visto l’Italia come territorio preferito per il conflitto tra i due blocchi che dividevano il mondo.

Allora il PSI si è battuto per la liberazione di Aldo Moro. Al potere esecutivo c’era il governo Andreotti, il monocolore che si reggeva con l’astensione del PCI. Ma era anche il periodo storico in cui il Presidente della Repubblica Leone era stato costretto a dimettersi prima della fine del mandato presidenziale. Il Segretario del Psi Riccardo Nencini ha commentato: “Mi sono avvicinato al Psi nei giorni del sequestro di Aldo Moro. Negoziare per salvare una vita, anche una sola vita si può. Anzi, si deve. Non ascoltarono Craxi. Lo Stato era troppo debole per accarezzare il coraggio”.

L’interessante dibattito ha messo in luce le diverse sfaccettature di uno stesso problema del quale non sarà possibile conoscere la completa verità dei fatti. Pirandello avrebbe detto: “Così è se vi pare”. Di certo, il fatto Moro modificò lo scenario politico dell’Italia ed anche della geopolitica mondiale. Liberare Moro avrebbe significato inficiare il rapimento. Probabilmente, il destino dell’uomo politico, dello statista, del democristiano che ha varato il centrosinistra era già stato deciso prima del rapimento.

Per un approfondimento, è sicuramente utile una lettura del dossier “Aldo Moro, un assassinio di sistema” pubblicato sul n. 3/2018 di Mondoperaio in già in edicola.

Salvatore Rondello

Quarant’anni dopo: l’ultimo atto di Aldo Moro

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Quarant’anni fa, il 9 maggio 1978, si consumava l’ultimo atto del dramma di Aldo Moro, col ritrovamento del suo cadavere nella “storica” Renault rossa parcheggiata in Via Caetani (ripescata dalla RAI nei magazzini giudiziari per lo speciale su Moro della prima rete tv dell’8 maggio, e filmata proprio nello stesso punto di allora). Molte le iniziative per ricordarlo: dalla giornata di spettacoli del 7 maggio dedicata appunto al presidente Dc dal Teatro Argentina (con rappresentazione di pieces teatrali e proiezione, tra l’altro, dei 3 celebri film di Ferrara, Bellocchio e Renzo Martinelli) al convegno in programma il 10 maggio all’ Istituto “Sturzo”, centrato sulla complessiva azione di Moro nella storia della Repubblica. Anche il Dipartimento di Scienze dell’ educazione dell’ Università Roma 3 ha voluto parlarne: organizzando, su proposta del giornalista Nicola Lofoco, una speciale lezione alla cattedra di Storia Contemporanea nella sede di via Principe Amedeo.

“Aldo Moro”, ha sottolineato, in apertura, Carlo Felice Casula, titolare della cattedra, davanti a un centinaio di giovani studenti molto interessati al tema ( per la cronaca, incredibilmente al 90% donne, con meno d’ una decina di maschi!), “senz’altro è stato una delle figure di primo piano della storia repubblicana. Nel ’46, a soli trent’anni, è già presidente della nuova DC; poco dopo , nell’Assemblea Costituente, fa parte, con Giuseppe Dossetti e altri, della celebre “Commissione dei 75″, cui si deve la stesura di gran parte della nostra Costituzione. Deputato nel 1948, nel ’55 è già ministro degli Esteri, e di lì a pochi anni inizierà il difficile lavoro d’ allargamento della maggioranza di governo ai socialisti, sulla strada del primo Centrosinistra (cosa che gli procurerà, già allora, parecchi nemici)”.

“Per me – ha aggiunto Roberto Cipriani, sociologo della religione, docente emerito a Roma Tre , “Moro è stato un fondamentale punto di riferimento. “Lo conobbi per le elezioni politiche del ’63, per un suo comizio a Canosa: la capacità d’ aggregare pazientemente consenso intorno alla sua linea, che puntava a creare un governo organico di Centrosinistra (cosa che gli sarebbe riuscita pochi mesi dopo, con l’inizio del suo quinquennale governo, insieme quasi sempre al socialista Pietro Nenni) risulta ancor piu’ evidente considerando che la corrente morotea vera e propria, nella DC, allora raccoglieva appena il 10% .Altro momento significativo: vari anni dopo, a dicembre del ’74, presentando il governo bicolore creato insieme al repubblicano Ugo La Malfa, Moro è apertamente contrario alla proposta del “Compromesso storico” formulata da Berlinguer l’anno prima: però da’ atto ai comunisti di svolgere egregiamente il loro ruolo d’ opposizione.Mentre in politica estera, riconosce la legittimità delle aspirazioni nazionali dei palestinesi: sottolineando però, al tempo stesso, la necessità storica, per l’ Italia, d’ aiutare il giovane Stato d’ Israele”.

Nicola Lofoco, giornalista collaboratore di “Huffington Post” e altre testate, che al caso Moro ha dedicato un documentato saggio (“Cronaca di un delitto politico”, Bari, Les Flaneurs ed., 2016, che confuta molte inesattezze e illazioni gratuite circolate negli anni sull’ argomento), ha inquadrato la storia del rapimento Moro nel contesto sociale e politico di allora, quegli anni ’70 che, apertisi in pratica con Piazza Fontana, eran stati punteggiati senza tregua da attentati, stragi, delitti politici, manifestazioni di piazza piu’ che violente. ” Culminate nel ’77, con l’ esplosione della protesta giovanile contro la Riforma universitaria Malfatti, e le sue violente strumentalizzazioni da parte dell’ Autonomia. Ma quando , nel ’78, le BR vanno ancora oltre. arrivando a rapire Moro dopo aver massacrato la sua scorta, al tempo stesso giungono allo zenith e iniziano un inarrestabile declino: avendo “in attivo” un omicidio di 5 uomini che non è certo il “biglietto da visita” atto a chiedere ulteriori riconoscimenti. Dopo, non sanno cogliere l’ occasione improvvisamente apertasi col discorso di Paolo VI del 22 aprile (il celebre appello agli “uomini delle Brigate Rosse”, per loro un indiretto riconoscimento) e, addirittura, l’intervento del segretario dell’ ONU Waldheim; e, anzi, uccidono spietatamente Moro (la loro fine inizierà veramente con l’assassinio, a gennaio ’79,. dell’operaio Guido Rossa)”.

“Conobbi Aldo Moro quand’ero studente alla Sapienza”, ha ricordato, infine, Luigi Fenizi, oggi funzionario parlamentare in pensione e collaboratore di “Avanti” e “Mondoperaio”, “nell’autunno del ’67, avendo deciso di fare, con lui, l’esame di Istituzioni del diritto e procedura penale. Feci quest’esame il 5 marzo del ’68, 4 giorni dopo la storica “battaglia” tra studenti e polizia a Valle Giulia, e poco dopo la fine temporanea dell’ occupazione studentesca della “Sapienza”. Fui interrogato sia da Moro che da un suo assistente, Renato Dell’ Andro (al quale, nel ’78 sottosegretario di Grazia e giustizia, Moro stesso, prigioniero delle BR, avrebbe indirizzato poi una toccante lettera chiedendogli aiuto). Ho ricordato poi Moro nel mio libro di pochi anni fa “Il secolo crudele” (raccolta di “interviste e incontri impossibili” coi grandi della storia), immaginando un intenso dialogo con lui. Ma altro ricordo importante, in proposito, è quello – che ho tuttora molto preciso – della sera dell ‘8 maggio 1978, il giorno prima del tragico epilogo della vicenda: quando, alle 19,30 circa,nel cortile di Palazzo Giustiniani vidi Bettino Craxi, scuro in volto, che usciva in gran fretta dalla macchina per raggiungere lo studio di Fanfani, allora presidente del Senato: probabilmente per chiedergli – in vista del consiglio Nazionale della DC del giorno dopo – una dichiarazione d’ appoggio alla linea “trattativista” con le BR scelta, dai socialisti, in contrapposizione al “Fronte della fermezza”, forte dell’asse DC-PCI ( la dichiarazione il giorno dopo ci sarebbe stata, ma senza alcun effetto, con Moro ucciso nelle primissime ore del mattino, N.d.R.)”.

“Senza infamia e senza lode”, poi, la docu-fiction RAI “Aldo Moro.Il professore”, trasmessa da Rai uno la sera dell’ 8 maggio. Che, se ha il merito di parlare del presidente Dc in chiave diversa da quella di altri celebri pellicole (“Il caso Moro” di Giuseppe Ferrara, ricostruzione della vicenda giorno per giorno, e “Buongiorno notte” di Marco Bellocchio, centrata sul rapporto tra Moro e i suoi carcerieri), concentrandosi sulle doti umane e la forte dialettica dimostrate dal leader pugliese nel suo primario ruolo di docente universitario, non è però accettabile nella tesi di fondo. Che ( in omaggio al “nuovo corso”, fortemente PD, di mamma RAI, almeno nella sua Rete ammiraglia?), da un lato, individua nella sola Dc (che, tra l’altro, non era al suo interno così compatta nel respingere qualsiasi trattativa con le BR) l’asse portante del “Fronte delle fermezza”, accennando appena al ruolo (essenziale, invece) ricoperto anche dal PCI berlingueriano. Dall’altro, sempre nelle interviste a giornalisti, studiosi e protagonisti di allora, esagera quella che fu l’ ostilità a Moro dell’ establishment USA, e il possibile coinvolgimento nell’ “operazione Moro”, di elementi di servizi segreti stranieri, addirittura sin da Via Fani.

Fabrizio Federici

Scrive Celso Vassalini:
Aldo Moro e la lettera a Bettino Craxi

Sono passati 40anni e il ricordo è andato via via stemperandosi perché l’oblio accompagnato dal ricambio generazionale, alla fine avvolge anche gli avvenimenti più drammatici facendoli apparire distanti, quasi archiviati. Erano le 12,30 del 9 maggio 1978 quando Valerio Morucci telefonò a un collaboratore di Aldo Moro per comunicargli che la famiglia del leader democristiano avrebbe potuto recuperare il corpo in via Caetani a Roma, una strada breve e stretta, a due passi da piazza di Torre Argentina, quasi equidistante tra la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure e quella della Dc in Piazza del Gesù. Il dramma si concludeva nella maniera da molti temuta. Era cominciato la mattina del 16 marzo in via Fani quando quella che venne definita “la geometrica potenza di fuoco” del commando delle Brigate Rosse composto da undici persone si dispiegò massacrando la scorta di Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrando l’uomo politico impegnato in quei mesi a traghettare nell’area del governo il Partito Comunista.

In quei quasi due mesi, l’Italia si divise. Si divise soprattutto la politica: da un lato coloro che sostenevano l’impossibilità di una qualsiasi trattativa con le Br, un fronte guidato dal Pci a cui si aggregava, pur tra molti tormenti, la Dc; dall’altro chi cercava uno sbocco negoziale in grado di salvare la vita di Moro. Questo secondo “partito” era guidato dal Psi e da Bettino Craxi. Dalla cosiddetta “prigione del popolo” il leader democristiano scrisse numerose lettere. Nel 2008 lo storico e attuale parlamentare del Pd, Miguel Gotor, li raccolse in un volume edito da Einaudi dal titolo: “Lettere dalla prigionia”. La loro lettura spiega più di mille racconti o ricostruzioni la tensione di quelle settimane, soprattutto aiutano a capire lo stato d’animo di un uomo costretto a una prova terribile, vittima di un destino spietato. Per ricordare quella data abbiamo deciso di riproporne una: Moro la scrisse, secondo le ricerche di Gotor, il 12 aprile. Venne però recapitata soltanto il 29 aprile. Il destinatario era il segretario del Psi, Bettino Craxi:

“Caro Craxi, 
poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. È da mettere in chiaro che non si tratta d’inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora / io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile nell’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire, Ti sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede. Credi, non c’è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quel che conta non è spiegare, ma se si può fare qualcosa, di farlo. Grazie infinite ed affettuosi saluti tuo Aldo Moro”.

Celso Vassalini

In memoria di Aldo Moro e Peppino Impastato

impastato-moro-corniceIl 9 maggio è la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi. Sono passati 40 anni da quando nello stesso giorno, il 9 maggio 1978, sono stati trovati morti Aldo Moro e Peppino Impastato. Il primo ucciso dai terroristi che volevano abbattere lo Stato e l’altro dalla mafia che si presentava come Stato alternativo.

Di Aldo Moro sono fissate nella memoria collettiva le immagini del corpo fatto ritrovare nel bagagliaio di una R4 rossa a pochi passi dalle sedi dei due partiti popolari italiani del dopoguerra, la DC e il PCI. Di Peppino Impastato furono ritrovati soltanto brandelli del corpo, dilaniato dall’esplosivo, sparsi nel raggio di decine di metri.

Aldo Moro è stato il politico che più di tutti ha cercato di costruire un ponte tra cattolici e comunisti, che ha consentito di approvare riforme importanti per i diritti nel lavoro, nella scuola e nella sanità. Peppino Impastato si è ribellato al sistema mafioso, che abitava a 100 passi di distanza, che permeava la sua famiglia e il suo paese (Cinisi), denunciando gli interessi economici perseguiti dai clan con la connivenza di apparati dello Stato.

Aldo Moro fu tra coloro che scrissero la Costituzione e fu il primo firmatario dell’Ordine del giorno approvato all’unanimità l’11 dicembre del 1947 in cui si dice: “L’Assemblea Costituente esprime il voto che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado”. Nel 1958, quando Moro fu nominato Ministro dell’Istruzione, mantenne la promessa Costituzionale e istituì l’insegnamento obbligatorio dell’Educazione Civica nelle scuole medie e superiori. Peppino Impastato è nato nel gennaio del 1948 insieme alla Costituzione della Repubblica Italiana. Nel 1967 partecipò alla “Marcia della protesta e della speranza”, organizzata da Danilo Dolci, dalla Valle del Belice a Palermo, così descritta: “gruppi di giovani, con cartelli inneggianti alla pace e allo sviluppo sociale ed economico della nostra terra, confluiscono con incredibile continuità nella fiumana immensa dei manifestanti”.

Aldo Moro trascorse le ultime settimane di vita in un cubicolo di 2 metri quadrati, senza spazio per camminare. Fu ucciso per una sentenza pronunciata da un sedicente “tribunale del popolo”, che intendeva colpire il cuore dello Stato. Peppino Impastato non sopportava le ingiustizie, soprattutto quelle autorizzate dallo Stato. Negli anni ’70 fu in prima linea nelle lotte contro la speculazione edilizia, l’apertura di cave da riempire di rifiuti, la realizzazione di un villaggio turistico su un terreno demaniale, la costruzione di una nuova pista dell’aeroporto. L’art. 9 della Costituzione stabilisce che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Aldo Moro nelle lettere scritte dalla “prigione del popolo” mise a nudo la logica aberrante del potere, con il suo “assurdo e incredibile comportamento”, a tal punto di arrivare a chiedere alla moglie di “rifiutare eventuale medaglia”, essendo ben consapevole della fine. Peppino Impastato contrastò le collusioni della politica con la mafia, con grande creatività, organizzando un carnevale alternativo, con una sfilata di cloni che dileggiavano i potenti del paese e con la trasmissione radiofonica “Onda pazza”, in cui si raccontavano in modo dissacrante le storie di “mafiopoli”.

Il funerale di Aldo Moro venne celebrato senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la sua vita. Al funerale di Peppino Impastato parteciparono migliaia di giovani compagni, nell’indifferenza della gente del paese di Cinisi, nascosta dietro l’omertà delle finestre chiuse. Nelle prime indagini si ipotizzò che Peppino Impastato fosse saltato in aria mentre stava compiendo un attentato. In nome del popolo italiano furono i giudici Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto a riconoscere la matrice mafiosa dell’omicidio di Peppino Impastato.

Aldo Moro fu rapito mentre si stava recando in Parlamento, il giorno della presentazione del nuovo Governo, sostenuto da un’alleanza innovativa, che si era “tanto impegnato a costruire”. Il 6 maggio 1978 il gruppo politico di Peppino Impastato, con riferimento ad Aldo Moro, diffuse nel paese di Cinisi un volantino in cui si leggeva: “Di fronte alla possibilità, che trapela dal modo in cui si conclude il comunicato delle B.R., che l’assurda condanna a morte non sia stata ancora eseguita, rivolgiamo un ultimo appello alla trattativa in nome della vita e per la difesa del diritto a lottare delle masse popolari”. Peppino Impastato, candidato nella lista di Democrazia Proletaria, alle elezioni del 14 maggio 1978 fu eletto consigliere comunale da morto.

Le immagini di Aldo Moro e di Peppino Impastato, persone molto diverse, per una coincidenza di data, per un destino che li accomuna, tendono ad avvicinarsi. Tutti noi siamo in debito verso entrambi, uomini coerenti e attenti al nuovo che avanza, assetati di giustizia e con la voglia di cambiare, ognuno nel proprio contesto, al di fuori e dentro le istituzioni.

Aldo Moro scrisse che commemorare significa “non solo ricordare insieme, ma ricordare rendendo nuovamente attuale” e parlò della necessità di “pulire il futuro”.

Oggi sarebbe un segno dei tempi se un Comune italiano intitolasse una via ad “Aldo Moro e Peppino Impastato”, uniti nella memoria. Facile immaginare che quella strada ogni anno il 9 maggio sarebbe inondata da tanti giovani, per rendere vive le vittime della violenza, per promettere impegno e dare gambe a quelle speranze che Aldo Moro e Peppino Impastato hanno cercato di realizzare.

Rocco Artifoni
Pressenza

Mostra di foto originali di Aldo Moro su “memoria, politica, democrazia”

aldo_moro__stadio_di_domiziano___orAldo Moro. Memoria, politica, democrazia. Questo il titolo della mostra fotografica che in forma di anteprima, si terrà a partire dal 18 aprile nella prestigiosa sede dello Stadio di Domiziano in via di Tor Sanguigna, nel quarantennale del martirio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta.
La mostra fotografica ripercorre la vita politica del presidente della Dc ucciso dalle Brigate rosse attraverso le foto di Carlo Riccardi, decano dei fotoreporter romani che a 92 anni continua a fotografare coltivando contemporaneamente la sua passione di sempre per la pittura.
Il racconto fotografico è arricchito dalle immagini di Maurizio Riccardi, figlio di Carlo, e di Maurizio Piccirilli autore delle foto del ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani. Con i tre importanti fotografi ha collaborato Giovanni Currado, giornalista e fotografo che ha coordinato la ricerca iconografica, il restauro delle immagini e raccolta di impressioni, commenti e contributi da parte di personaggi del mondo politico, culturale e giornalistico che completeranno il catalogo della mostra.

“Nel 1978 sono bastate due Polaroid a cancellare la vita di un personaggio – dichiarano gli autori – non di secondo piano, come Aldo Moro, il quale, con l’aiuto dei media, ha subìto così un secondo omicidio.
Poter visionare centinaia di fotografie che ritraggono Moro nel corso del suo impegno politico e in molti casi analizzarne i particolari per via del restauro, ha fatto crescere la consapevolezza che la riscoperta di Aldo Moro, ovvero la riscoperta della sua vitalità, attraverso le immagini che lo vedono combattivo e sorridente, concentrato o impacciato, possa servire per ricordare l’uomo e non la vittima, per ricordare quello che era riuscito ad ottenere, mostrando alle future classi dirigenti che la soluzione a molti dei problemi passa dal semplice confronto e dal dialogo con l’avversario politico”.

La mostra si completa con un video che ripercorre le strade di Roma protagoniste di quei tragici 55 giorni, nonché le testimonianze di magistrati, carabinieri, poliziotti e giornalisti che vissero quegli eventi.
La mostra vuole quindi mettere l’accento sulla figura di Moro nella sua interezza, senza trascurare il suo sacrificio, ma per separare i suoi insegnamenti da quelle due Polaroid delle BR che purtroppo lo identificano, in modo quasi esclusivo, dai testi scolastici alle più recenti ricerche sul web.

Galli della Loggia, visione italo-centrica del Caso Moro

21-con-moro-de-martino-e-lombardiIl «Corriere della Sera» del 31 marzo ritorna sul libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Feltrinelli, Milano 2018) di Marco Damilano con un articolo di Ernesto Galli della Loggia. Esso segue quello già scritto da Aldo Cazzullo e pubblicato il 16 marzo sullo stesso quotidiano, che mai è ritornato per la seconda volta sul medesimo libro. Così, dopo la scialba presentazione di Cazzullo, segue quella e «italo-centrica» e agiografica di Galli della Loggia, il quale si lancia in una lode sperticata del libro «letterariamente molto bello», scritto «con una finezza culturale e una cautela intellettuale che ne fanno, nel genere, un testo esemplare», così «profondo e a tratti commovente nel suo carattere singolare che combina la rievocazione storica con una sorta di pellegrinaggio politico-sentimentale attraverso luoghi e memorie della Repubblica».
Al di là di questa mole eccessiva di elogi, non sempre rispondenti alla materia analizzata e presentata nel libro, sembra strano che un giornale come il «Corriere» pubblichi un articolo così superficiale, pieno di stravaganze storiche, di elogi non sempre meritati e di giudizi di valori così espliciti che offendono «l’uso pubblico della storia» a scapito di una seria analisi posta al servizio della verità storica. Il collaboratore del giornale milanese, come storico, dovrebbe conoscere l’aspetto peculiare della ricerca storica: un testo per essere definito «esemplare» deve contenere precise indicazioni sul piano bibliografico, documentale e archivistico. Specialmente su una vicenda intricata e così complessa, come quella relativa al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro, l’uno avvenuto il 16 marzo e l’altro il 9 maggio 1978.
L’interrogativo iniziale: «Che cosa sarebbe successo se il presidente della Dc non fosse stato rapito? », non ha alcun significato sul piano politico, perché la funzione principale di uno storico è quella di volgere lo sguardo al passato e non proporre riflessioni sul futuro. Il titolo dell’articolo «Inutile rimpiangere il disegno di Moro Non aveva un futuro. Si affidava ai partiti che erano in declino» non rispecchia la realtà del tempo, perché al momento del sequestro Moro il quadro politico era ancora fluttuante e non prevedeva particolari novità. Dice Galli della Loggia: «Moro cioè sarebbe stato vittima dell’ostilità suscitata in chi, specie a livello internazionale, considerava inaccettabile la sua repentina svolta a sinistra dopo la débâcle elettorale subita nel 1968 dal governo che egli aveva presieduto nei cinque anni precedenti».
La tesi di una «repentina svolta a sinistra», che Galli della Loggia attribuisce a Moro, è erronea, perché essa «si svolge per gradi, attraverso accelerazioni e pause», come viene enunciato da Pietro Scoppola nel suo libro La repubblica dei partiti (1991, p. 336). Il disegno di Moro fu dettato da un calcolo politico di «lunga durata» che venne formulato prima nei confronti dei socialisti e poi dei comunisti. La sua efficacia fu quella di riuscire a portare il partito della Dc alla scelta del centro-sinistra e di spostare l’episcopato italiano da posizioni conservatrici a quelle progressiste: sul superamento delle resistenze episcopali esiste un accurato studio di Augusto D’Angelo che, nel suo libro Moro, i vescovi e l’apertura a sinistra (Roma 2005), analizza il suo controverso rapporto con l’episcopato, giungendo – sulla base di un questionario preparato da Moro e diffuso tra gli ecclesiastici – alla conclusione che essi espressero un’opinione favorevole alla sua scelta di un incontro con i socialisti.
Un’attenta lettura del libro di Scoppola, citato nell’articolo da Galli della Loggia in un passaggio nebuloso, avrebbe convinto il giornalista romano a riflessioni più pacate anche sul libro di Damilano, il cui genere non si pone in un àmbito storico attendibile per l’assenza di note e di riferimenti bibliografici. Il libro può essere annoverato tra i romanzi di ispirazione storica, seppure caratterizzato da un uso disordinato delle fonti. Scoppola da vero storico cita e giustifica le sue asserzioni, mediante un excursus storico lineare e documentato. Nell’esporre i rapporti tra Moro e Nenni, egli – ad esempio – segue l’evoluzione del Psi, commenta il distacco dai comunisti e dimostra di conoscere il dibattito svoltosi nel congresso socialista del marzo 1961: cita il volume delle Edizioni Avanti! intitolato Partito socialista Italiano, 34° Congresso Nazionale, Milano, 12 – 20 marzo 1961. E, in modo preciso, ricorda la posizione di Nenni, laddove questi precisa il legame necessario tra spinte propulsive ai principi democratici e valori del socialismo, prendendo le distanze dai comunisti: «una politica democratica diversa anche da quella comunista, perché non strumentale; valida quando i socialisti sono all’opposizione e quando saranno alla direzione della società e dello Stato; non gravata da ipoteche di egemonie e dittature di partito; fondata sui diritti di libertà che noi consideriamo una acquisizione permanente della civiltà» (p. 41).
Sul piano della politica interna, Nenni realizzò il passaggio del Psi dall’opposizione alla compagine governativa, riconoscendo al leader democristiano la lealtà del suo disegno politico e favorendo l’incontro dei socialisti con i cattolici. Nel suo diario annota il suo pensiero su Moro, definito un «uomo onesto», che «tiene e terrà il suo impegno di farsi autorizzare a una soluzione di centrosinistra» (cfr. P. Nenni, Gli anni del Centro sinistra. Diari 1957-1966, SugarCo, Milano 1982, p. 204). Perché Galli della Loggia imposta la presentazione del libro del direttore dell’«Espresso» solo sui rapporti tra Moro e i comunisti, unico sodalizio politico in grado di «assicurare al Paese la crescita economica, lo sviluppo sociale e la necessaria maturazione democratica che di per sé il partito cattolico non era più in grado di assicurare».
Ancora una volta Galli della Loggia dimostra di ignorare la letteratura storica sul Caso Moro e di conoscere poco il pensiero politico dello statista pugliese, le cui riflessioni devono essere valutate alla luce della sua attività politica e della svolta a destra dei primi anni Settanta fino al referendum sul divorzio. Le questioni della storia politica di Moro non si esauriscono nelle «enigmatiche e tragiche correlazioni» presenti nella Prima Repubblica, ma affondano le loro radici nell’impalcatura ideologizzante alimentata dal Pci, nel fenomeno della destra eversiva legata alla P2, negli intrecci malavitosi delle Brigate rosse e nell’intervento di poteri esterni.
Il tentativo di colpire al cuore lo Stato da parte delle Brigate rosse fu dettato dall’inefficienza con cui venne gestita la scorta di Moro che, pur essendo lo statista più lungimirante della Dc, era il più vulnerabile dei membri della classe dirigente: la sua auto non era neppure blindata. Prima di quel tragico 16 marzo 1978, giorno del sequestro dello statista pugliese, non si può parlare della «inanità del disegno Moro», perché esso non può essere ridotto all’avvicinamento della Dc al Pci e alla «crescente ondata avversa» verso il sistema della «partitocrazia», come sembra ritenere Galli della Loggia. Questi ripete tesi ormai superate dalla letteratura storico su Moro, fautore sì del rinnovamento politico dell’Italia, la cui minaccia alla «struttura» del Paese (che cosa vuol dire?) imputabile alla «fragilità» e «passionalità» più volte ricordata spiega solo un aspetto del percorso politico di Moro, invischiato in altre mille questioni utili ad essere analizzate.
Le questioni sono più complesse e vanno da quelle espresse a suo tempo nel libro anonimo I giorni del diluvio (Rusconi, Milano 1985, poi con nome, Aragno, Torino 2007) da Franco Mazzola fino agli studi più recenti di Giovanni Fasanella e di Simona Zecchi. Mazzola, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, inquadrò il Caso Moro in un perverso «intreccio tra brigatisti, servizi segreti stranieri, logge massoniche, interessi petroliferi». Fasanella, autore di altri saggi sui segreti di Stato, lo analizza nella sua complessità in un recente volume intitolato Il puzzle Moro (chiarelettere, Milano 2018, pp. 359) con nuove testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, mentre Zecchi lo inquadra nell’àmbito dell’intreccio tra criminalità organizzata e brigatismo rosso in un interessante volume intitolato La criminalità servente nel Caso Moro (La nave di Teseo, Milano 2018, pp. 294).

“Un atomo di verità”. Aldo Cazzullo, Marco Damilano e il Caso Moro

aldo moro

Sul «Corriere della Sera» del 22 marzo è uscito un articolo di Aldo Cazzullo sul libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Feltrinelli, Milano 2018) di Marco Damilano, L’articolo, intitolato «Com’era fragile l’Italia di Moro», si propone di presentare «l’analisi» che l’autore compie sulla vicenda politica e umana dello statista democristiano. Dalla sua lettura emerge che l’articolista non abbia letto che poche pagine del libro, presentandolo in maniera semplicistica e superficiale.

Eppure il volume si sviluppa per 272 pagine e tocca molteplici argomenti, per la maggior parte ignorati dal giornalista piemontese, il cui scopo è quello di segnalare il libro, quasi per compiere un dovere d’ufficio che per informare il lettore. L’aspetto singolare è che Cazzullo concentri il suo articolo solo sul discorso che Aldo Moro pronuncia il 28 febbraio 1978 alla riunione dei gruppi parlamentari, sedici giorni prima di essere rapito e settantuno prima di essere ucciso. Un aspetto che diventa strano per la lunga citazione di tre brani tratti proprio da quel discorso, che sono tagliuzzati, storpiati e quasi violentati nella sua essenza politica.

Così il brano più significativo viene riportato in questo modo: “quel 28 febbraio Moro invita gli uomini del suo partito a guardare fuori dal Palazzo, a rendersi conto dell’«emergenza reale che è nella nostra società. Io credo all’emergenza, io temo l’emergenza. La temo perché so che c’è sul terreno economico e sociale. Credo che tutti dovremmo essere preoccupati di certe possibili forme di impazienza e di rabbia, che potrebbero scatenarsi nel contesto sociale».” Eppure il brano si ritrova in molteplici siti Internet, ed è così pronunciato da Moro: «Intesa quindi sul programma, che risponda alla emergenza reale che è nella nostra società; e questo, mi consentirete, pur nella sua sincera problematicità di dirlo, io credo alla emergenza, io temo l’emergenza. La temo perché so che c’è sul terreno economico sociale. Noi possiamo anche dire che qualche altro ha interpretato troppo rapidamente una radunata di metalmeccanici, ma credo che tutti dovremmo essere preoccupati di certe possibili forme di impazienza e di rabbia che potrebbero scatenarsi nel contesto sociale di fronte ad una situazione che ha bisogno di essere corretta, ha bisogno di un tempo di correzione per ridiventare costruttiva» (cfr. A. Moro, Garanzia e limiti di una politica, in Id., Scritti e discorsi, Vol. VI: 1974-1978, a cura di Giuseppe Rossini, Edizioni Cinque Lune, Roma 1990, p. 3794).

La parte più significativa soppressa riguarda il riferimento all’«adunata dei metalmeccanici», che si tiene a Roma il 2 dicembre 1977 con la partecipazione di 200 mila persone. Moro aveva una idiosincrasia per la Piazza, che nei suoi discorsi contrappone al Palazzo, per cui sembra difficile attribuirgli quell’invito rivolto ai suoi amici di partito. Persino nel discorso sullo scandalo Lockheed, pronunciato il 9 marzo 1977, Moro invocò la collaborazione democratica, deplorando quanti vogliano «fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze» (cfr. A. Moro, A proposito dell’affare Lockheed, op. cit., p. 3632). Nel prosieguo del suo articolo Cazzullo riprende una definizione (ricordata da Damilano alla pagina 24) che Moro dà dell’Italia, definito un «Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili», ma l’aggettivo «intensa» non si ritrova nel testo dello statista democristiano: nel discorso del 28 febbraio 1978 Moro parla di «passionalità continua» (cit., p. 3794). La parte in cui egli parla di «autorità, vincoli, solidarietà» rimane incomprensibile, se non viene citata per intero la frase che recita: «io – afferma Moro – temo il dato serpeggiante dell’autorità, rifiuto del vincolo, questa deformazione della libertà che non fa più accettare né vincoli né solidarietà. Questo io temo e penso che un po’ di aiuto di altri ci possa giovare nel cercare di riparare questa crisi della nostra società» (p. 3794). Il brano successivo, riportato con alcuni puntini finali, risulta altrettanto incomprensibile in quanto Moro pone un solenne punto interrogativo al termine del suo brano che dice: «Immaginate voi, cari amici, che cosa accadrebbe in Italia, in questo momento, in questo momento storico, se fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità continua e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo? » (p. 3794).

Accanto a queste lunghe citazioni, fatte più per riempire l’articolo che per esporre il contenuto del libro, Cazzullo si sofferma su elementi insignificanti come l’archivio formidabile di Filippo Ceccarelli, capovolgendo le notizie dell’Autore con opinioni incongrue. Nella pagina 22 del libro, Damilano non fa alcun accenno all’archivio di Ceccarelli, non parla di un «Moro rassegnato», ma di un politico con un «sorriso rassegnato», che si rivolge al giovane cronista in forma distaccata, non confacente a «quelle movenze languide e un po’ levantine» attribuitegli da Cazzullo. Egli sottolinea anche aspetti scarsamente probatori come la presenza dell’attore Francesco Pannofino, a cui attribuisce la patente di «testimone del massacro della scorta di Moro» secondo la versione di Damilano. Degno di nota sembra essere l’incipit dell’articolo, là dove Cazzullo afferma che Andreotti «si è offerto di cedere (a Moro) il posto di presidente del Consiglio, ma lui ha valutato che il suo progetto di inclusione del Pci nella maggioranza avrebbe avuto maggiori possibilità di successo se a Palazzo Chigi fosse rimasto un uomo della destra cattolica, scettica verso il compromesso storico e quindi bisognosa di essere tranquillizzata». Dalla lettura dei diari di Andreotti risulta invece che, essendo la Dc inidonea di sostenere un governo, bisognava una «massima concentrazione di energie» per la lungaggine della crisi governativa e la necessità di spiegare alla pubblica opinione «questo singolare passaggio nella storia italiana» (cfr. G. Andreotti, Diari 1976-1979. Gli anni della solidarietà, Rizzoli, Milano 1981, p. 186).

Al di là della considerazione personale del rapporto tra Andreotti e Moro, compiuta da Cazzullo, nulla di significativo è presentato ai lettori del contenuto del libro di Damilano sulla vicenda umana e politica di Aldo Moro, come pure sul ruolo criminale dei brigatisti e sull’alone di mistero che ancora oggi avvolge il sequestro e l’uccisione dello statista pugliese. Bastava sfogliare il volume per recepire la notizia dell’uccisione dei cinque agenti (pp. 15, 17, 20), dell’auto utilizzata dai brigatisti (p. 40), della «rivelazione misteriosa» fatta il 16 marzo 1978 da «la Repubblica» su Moro identificato come «Antelope Cobbler» (pp. 36, 212), dei «Misteri» ancora presenti nel Caso Moro (pp. 47-53), delle origini familiari (pp. 65-74), delle considerazioni di Leonardo Sciascia e di Pier Paolo Pasolini (pp. 74-93), delle connessioni tra le Br e la P2 (pp. 176-182) e, più avanti, delle interessanti pagine dedicate a Bettino Craxi (218-242) e al suo «tentativo di aprire un canale di trattativa per liberare Moro» (p. 231).

Nulla è detto sul ruolo di Steve Pieczenick, sebbene sul «Corriere della Sera» del 16 marzo scorso, Cazzullo richiami il nome dello psichiatra come esperto dell’antiterrorismo e docente di «storia dei conflitti». In realtà Pieczenick intrattiene continui rapporti con Cossiga durante il sequestro e l’omicidio di Moro. La presenza del funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento americano fu sollecitata dallo stesso Cossiga, che come ministro dell’Interno, lo chiamò a collaborare con le autorità italiane nella gestione del caso Moro. La vicenda, ormai nota agli studiosi del caso Moro, merita di essere meglio precisata da come risulta negli articoli dedicati al rapimento del presidente della Democrazia cristiana. Sulla base delle direttive di Pieczenick il governo avrebbe dovuto esercitare un controllo della stampa «con il preciso intento di diminuire l’intensità del caso Moro» e scegliere un intermediario che avesse la fiducia delle Brigate rosse per avviare una trattativa riservata. Il suo fallimento, oggetto peraltro di varie ipotesi, investe la questione relativa all’applicazione delle direttive di Pieczenick, che furono applicate in modo pedestre tanto da convincerlo ad abbandonare l’Italia. Dallo scritto di Cazzullo emerge, sulla scia di alcune frasi di Cossiga, la responsabilità dei comunisti nella morte di Moro, mentre da un’intervista rilasciata nel 2001 da Pieczenick al quotidiano in lingua inglese, «Italy Daily» risulta che il suo scopo non era quello di salvare lo statista italiano, ma quello di «stabilizzare l’Italia, evitare il collasso della Democrazia cristiana e assicurarsi che il sequestro non portasse i comunisti a prendere il controllo del governo». Un personaggio, questo funzionario del Dipartimento di Stato Usa, che merita un’attenzione più accurata di quanto sia emerso fino ad oggi nei libri e nelle pagine della Commissione parlamentare sul Caso Moro.

Nunzio Dell’Erba