“Come eravamo”. La storia d’amore di due persone agli antipodi

come-eravamoAmori che fermano il tempo, e magari non si consumano, ma conquistano l’anima per sempre. Il regista Francesco Bellomo, anche autore del testo con Mauro Graiani e Riccardo Urterà, dedica il suo nuovo spettacolo, “Come eravamo”  in scena al Teatro Tirso dal 7 al 18 dicembre, ai sentimenti… quelli che restano nonostante lo scorrere del tempo, quelli che quando esplodono lasciano un segno indelebile e niente sarà mai più lo stesso.

Passeranno i giorni, gli anni ma quegli amori non li dimenticheremo. Mai. Il protagonista Giulio Corso, sul palco con Alessandra Ferrara, Marco Paolo Tucci, Federica Pinto, Ilenia Tocco, Eleonora Bruno,  vive la storia di uno di questi amori, un viaggio nel tempo, sul fiume dei ricordi e delle passioni.

Dagli sfavillanti anni ottanta fino ai nostri giorni, si consuma la storia d’amore tormentata di due persone agli antipodi. Sonia è un’operaia e promessa sposa di Augusto, titolare del cotonificio dove lei lavora. E’ una ragazza semplice, razionale, che aspira ad una famiglia e ad una vita borghese, sicura e senza stenti; quella che proprio Augusto le può dare.

Eppure l’incontro con Andrés, un famoso ballerino argentino dal carattere passionale e travolgente, sconquassa tutte le sue certezze e le fa scoprire una passione che non sapeva di avere. Lei e Andrés sono razionalmente inconciliabili, ma le loro anime sono affini, fatte l’una per l’altra. Questo Andrés lo capisce subito, dal primo sguardo e la purezza di Sonia lo cattura e lo travolge.

Le loro prospettive di vita sono distanti anni luce, ma Sonia non riesce ad ignorare ciò che Andrés le suscita nel profondo e mette in discussione tutte le sue certezze, tutti i suoi progetti che, fino a quell’incontro, sembravano solidi e inattaccabili… come il matrimonio con Augusto. Sullo sfondo di questa travolgente storia d’amore c’è uno spettacolo di musical da montare, regalo di Augusto alla sua amata Sonia che ha sempre sognato di fare la protagonista di un musical e per il quale Augusto ha scritto il copione e ingaggiato il noto coreografo Fred e come corpo di ballo Lara, Sara e Chiara, anche loro come Sonia sue dipendenti al cotonificio.

“Il berretto a sonagli”
di Pirandello al Sala Umberto di Roma

gianfranco-jannuzzoIl berretto a sonagli è una commedia in due atti di Pirandello, originariamente scritta in siciliano nel 1916 e poi anche in italiano, versione che fu rappresentata per la prima volta nel 1923 a Roma. Il titolo prende spunto dal poco lusinghiero copricapo che indossa abitualmente il buffone, ad evidenziare la vergogna e la salvaguardia delle convenzioni sociali alla base di questa rappresentazione.  In essa infatti si narra la vicenda di un marito che, nonostante sia a conoscenza dell’adulterio della moglie, lo accetta con rassegnazione, ponendo come unica condizione la salvaguardia dell’onorabilità.

La trama è ben nota. Beatrice, moglie del Cavaliere, stanca dei tradimenti del marito, lo denuncia al poliziotto Spanò affinché indaghi sul reato di adulterio. Il Cavaliere tradisce Beatrice per Nina, moglie del suo scrivano Ciampa. Spanò però cerca di sottrarsi all’indagine, sia perché non vuole indispettire il potente Cavaliere e sia perché se la verità dovesse realmente emergere, Ciampa non potrebbe far altro che lavare il tradimento con l’uccisione della moglie Nina. Per evitare tutto ciò, alla fine Ciampa escogiterà un curioso stratagemma, ma chi ne farà le spese sarà soprattutto l’innocente Beatrice, che in fondo voleva solo giustizia.

Di fatto il messaggio che ne deriva è che la società costringe gli individui ad apparire rispettabili, obbedendo a precisi codici di comportamento: tutto è permesso purché si salvino le apparenze.

Oltre ai personaggi principali, contornano la scena una serie di caratteri solo apparentemente secondari: La Saracena, che è una donna di facili costumi, la Signora Assunta che è la madre di Beatrice, Fifì, ovvero il fratello spiantato di Beatrice.  Nell’allestimento al Sala Umberto di Roma i protagonisti sono Gianfranco Jannuzzo, Emanuela Muni, Franco Mirabella, Carmen Di Marzo, Alessandra Ferrara, Gaetano Aronica nel ruolo di Fifì ed Anna Malvica nel ruolo della Signora Assunta.

Nell’adattamento che troviamo al Sala Umberto il recupero del copione originale del drammaturgo siciliano consente di evidenziare la spontaneità della vis comica pirandelliana. Inoltre il reinserimento di alcune scene tagliate permette di identificare meglio e la tematica dell’opera e i caratteri dei personaggi.

Per dare maggiore impatto emotivo si è anche aggiunto un prologo in flashback all’inizio dello spettacolo, dove i due amanti clandestini – il Cavaliere e Nina – vengono colti in flagranza di reato ed arrestati, scena che non esisteva e di cui si sentirà il racconto durante la commedia.  L’ambientazione, collocata nell’immediato dopoguerra, permette di recuperare certe situazioni tipiche del mondo siciliano ed particolare agrigentino di quel tempo.

Le musiche di Mario D’Alessandro ci riportano a quelle sonorità forti e terragne che hanno caratterizzato la produzione cinematografica dei film di ispirazione siciliana degli anni ’50.

Ed anche se la vicenda trascende, nel suo giuoco beffardo, la realtà dell’ambiente siciliano di inizio secolo, certamente trova in quel contesto sociale una piena cittadinanza. Come sottolinea il regista Francesco Bellomo: “Ciampa, scrivano in una cittadina all’interno della Sicilia, è inserito in una società piccolo-borghese, condizionata dai “galantuomini”, ma non esclusa da un rapporto attivo, anche se subalterno, con la classe superiore. La morale sessuale è pur sempre sofisticata, ma acquisisce, nel caso di Ciampa, il decoro convenzionale e ipocrita del codice borghese del perbenismo, un codice sul quale la beffarda rivalsa del subalterno gioca una sua partita arguta e teorizza il sistema pratico, socio-morale delle “tre corde”: la seria, la civile e la pazza.”

Ebbene proprio le “tre corde”, con le quali diamo virtualmente la carica al nostro cervello, è quanto di più significativo questa commedia riesca a trasmetterci. Secondo Pirandello ognuno di noi adotta alternativamente tre maschere. Quella cosiddetta “civile”, caratterizzata dalla gentilezza e dalla prudenza che ci contraddistingue quotidianamente nei rapporti sociali. Quella “seria”, espressione della franchezza, del valore delle nostre azioni e della importanza delle cose che viene manifestata solo in determinate occasioni, allorquando si debba ad esempio difendere un nostro interesse, ed infine quella cosiddetta “pazza”, caratterizzata dal non rispondere più dei nostri comportamenti, una deriva a cui ci si può lasciare andare quando né la prima né la seconda maschera danno i frutti sperati. Lo spettacolo sarà replicato al Sala Umberto di Roma fino al 4 dicembre.

Al. Sia.