Cicchitto: “Con Salvini-Berlusconi esplosione del debito”

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Da separati in casa al divorzio ufficiale. Dopo 48 mesi di lotte e di governo, la parabola politica del Nuovo Centro Destra poi Alleanza Popolare, si infrange sullo spartiacque politico fra Berlusconi e Renzi. L’addio arriva in un pomeriggio di metà dicembre. Come hanno fatto Fabrizio Cicchitto, politico di lungo corso e sostenitore della linea filo Pd di Beatrice Lorenzin, e Simona Vicari, già sottosegretaria alle Infrastrutture e allo Sviluppo dei governi Letta, Renzi e Berlusconi, che seguirà Maurizio Lupi della rotta di ricongiungimento al centrodestra.

Fabrizio Cicchitto, che ha oggi ha preso la tessera del partito radicale che, si è dato l’obiettivo di raggiungere i 3.000 iscritti per assicurare la continuità della sua esistenza, ha espresso la propria preoccupazione per un eventuale governo del centrodestra a guida Berlusconi-Salvini. “Mettendo insieme le proposte di Berlusconi e di Salvini – ha detto Cicchitto – è evidente che se vincesse il centrodestra avremmo un’esplosione del debito pubblico. Non parliamo poi del Movimento 5 Stelle: davvero una bella gara”. “Il centrodestra – afferma Cicchitto – è dominato da Salvini, da una linea lepenista e sovranista, Berlusconi è un fenomeno mediatico, ripetitivo e con un programma non credibile perché senza coperture. Con il Pd abbiamo governato per cinque anni, con un governo Gentiloni che ha riportato il paese alla crescita. Inoltre coloro che si sono scissi dal Pd sono quei post-comunisti massimalisti e giustizialisti con i quali ci siamo scontrati sempre”. Per Simona Vicari invece “l’accordo di governo col Pd non ha mai previsto un’alleanza organica, ma semplicemente la volontà di attuare le riforme per salvare l’Italia dalla crisi, metterla in sicurezza e dare un esecutivo stabile visto che la sinistra, nel 2013, non riusciva a formare il governo. Conclusa questa fase era ed è giusto rimanere lì dove siamo sempre stati: nel centrodestra. Così avevamo annunciato all’epoca e così è naturale che avvenga. Almeno per quello che mi riguarda”.

Nella doppia intervista realizzata da Italpress Cicchitto continua: “Non ci siamo contati, ma conoscendo le persone l’orientamento nei confronti del Pd è prevalente nel gruppo dirigente. Evidentemente per gli elettori bisogna attendere non tanto i sondaggi ma le elezioni”. Mentre Vicari afferma: “Non abbiamo fatto conteggi e non è nostra intenzione farne. In base al documento che verrà discusso oggi in direzione si trarranno le conclusioni senza minoranze o maggioranze. Questa contraddizione tra chi era favorevole a rimanere nel perimetro del centrodestra e chi, invece, preferisce rimanere ancorato nell’alleanza di sinistra, in realtà, è sempre esistita e non è certo una novità ma si è sempre deciso di rinviare il momento della decisione”.

E sulla decisione di Alfano di non ricandidarsi rispondono: “Alfano – dice Cicchitto – ha dato una risposta di alto livello ai rozzi e biechi attacchi di tipi come Salvini che hanno messo in conto a lui un fenomeno come quello dei migranti. Questo piccolo demagogo, però, non ci ha spiegato qual era l’alternativa: respingere tutti in mare. Il fatto è che Salvini cavalca la tigre, deve solo sperare di non vincere le elezioni e non avere responsabilità di governo”. Vicari aggiunge: “Alfano si è assunto le sue responsabilità con serietà ed onestà intellettuale e per questo merita il rispetto di tutti”.

Ma Alfano con quale dei due schieramenti continuerà, come ha detto, a fare politica all’esterno del Parlamento? Cicchitto: “Alfano si è schierato chiaramente con chi vuol tradurre l’esperienza di governo in una coalizione politico-elettorale”. Vicari: “Alfano è Ministro degli Esteri in carica ed è ovviamente più favorevole a proseguire l’alleanza con la sinistra.”

Quale sarà da una parte e dall’altra il baricentro politico della vostra parte di Ap? Cicchitto: “Proseguire e sviluppare il percorso di crescita del Paese portato avanti in questi anni di Governo”. Vicari: “Ap è nata in continuità con l’esperienza di Ncd che prevedeva una nuova area di centrodestra popolare e liberale e vorrei ricordare che, all’epoca della nascita di Ncd c’era una aspettativa degli elettori all’epoca testata dai sondaggi tra il 9 e il 10%. Da parte nostra c’è semplicemente la volontà di proseguire un impegno politico lì dove questa è iniziata e si è sviluppata negli anni: nel centrodestra. In tutta Europa destra e sinistra si sono trovate in situazioni di emergenza a governare assieme ma nessuno di questi schieramenti si è sognato di presentarsi assieme alle elezioni”.

Regeni, perché serve l’ambasciatore al Cairo

Giulio Regeni

Giulio Regeni

La vicenda del sequestro del giovane ricercatore Giulio Regeni, torturato a morte da sconosciuti e il cui cadavere martoriato venne fatto ritrovare poco prima che iniziasse la visita della ministra Guidi con una folta delegazione commerciale italiana all’ambasciata del Cairo nel febbraio dell’anno scorso, è di quelle che segnano a fondo le coscienze e che non è possibile dimenticare.
L’emozione suscitata non si è certo esaurita e non c’è dunque da stupirsi se attorno alla ricerca degli assassini e dei mandanti, si accendano facilmente gli animi e nascano ancora polemiche.
Prima di entrare nel merito del tema che è stato ieri, lunedì 4 settembre, in seguito alla decisione di rimandare il nostro ambasciatore al Cairo, oggetto di un’audizione del ministro Alfano davanti alle Commissioni riunite di Camera e Senato, vorrei esprimere due riflessioni:

– l’Egitto è un Paese che presenta criticità di non poco conto. È davanti agli occhi di tutti che lì vi sia poca democrazia, per non dire una dittatura, e una sistematica violazione diritti umani. Il tutto aggravato da una nuova legge contro le ONG che si occupano di diritti umani per imbavagliarle e impedire che vengano finanziate dall’estero;

– un Paese come l’Italia, ha il dovere morale e politico di proteggere i suoi cittadini e cittadine. Il caso Regeni è tragico e i comportamenti dell’Egitto sul caso inaccettabili da tutti i punti di vista e in alcune occasioni anche molto offensivi nei confronti del nostro Paese. Giustamente dunque nell’aprile dello scorso anno, a fronte dei comportamenti egiziani, soprattutto per la evidente mancata collaborazione giudiziaria per arrivare alla verità sulla morte del giovane ricercatore italiano, venne deciso di dare un segnale forte, ritirando l’ambasciatore.

Da allora sono passati lunghi mesi di almeno apparente inattività e silenzio e mi sono interrogata sull’opportunità e sulla utilità di prolungare ancora l’assenza del nostro ambasciatore dal Cairo tanto che il 18 gennaio scorso, nel question time, ho interrogato il ministro degli esteri chiedendogli se a quasi un anno dal richiamo dell’ambasciatore Massari e la successiva nomina di Gianpiero Cantini, il Governo non intendesse “riconsiderare l’opportunità del ritorno dell’ambasciatore in sede, allora richiamato come forma di protesta nei confronti delle autorità egiziane, per esercitare da vicino tutte le pressioni possibili per arrivare alla verità”. La risposta rimase nel vago.
Nei mesi successivi, passo dopo passo, sembra si sia ricreata questa collaborazione e a metà agosto le due procure, quella di Roma e quella del Cairo, hanno con una dichiarazione congiunta, espresso ufficialmente la volontà di proseguire nel rapporto di collaborazione. Sembra insomma che, con tutte le legittime riserve del caso, il lavoro di ricerca della verità per ricostruire i fatti, individuare le responsabilità, punire i colpevoli sia davvero ripartito.

Il ministro Alfano ha parlato di ‘progressi’ ed è a questo passaggio che è legata la decisione di far tornare l’ambasciatore al Cairo.
Una decisione che non ho esitato a definire giusta, anzi direi che si è trattato di un passo che sarebbe stato opportuno fare anche prima e spiego perché.
Si tratta di una passo in qualche modo inevitabile, perché ci sono molti altri modi per segnalare al Cairo il giudizio dell’Italia e degli italiani su quanto avvenuto e su quanto ancora non è stato fatto per arrivare a identificare i responsabili di un atto così ignobile mentre il protrarsi ancora dell’assenza del nostro rappresentante non avrebbe aiutato in nessun modo la ricerca della verità.

Un passo sensato inoltre, perché il ritiro dell’ambasciatore non può essere usato né come rappresaglia per il mancato raggiungimento della verità né come strumento di pressione.
Solo se tutti i Governi dell’Unione avessero adottato infatti la stessa decisione all’unisono con l’Italia, questa misura comune avrebbe potuto avere un impatto efficace sul Cairo, altrimenti, ed è evidente, ne risulterebbe esclusivamente da un lato un passo sostanzialmente inefficace e dall’altro soltanto un danno concreto alle relazioni tra noi e l’Egitto.

Ecco dunque perché considero la decisione un passo utile, perché il nostro ambasciatore può servire sul posto proprio a seguire da vicino gli sviluppi delle indagini, a stimolare gli organismi competenti e a impedire che la vicenda finisca pian piano per apparire al Governo egiziano meno importante e grave di quel che è.
Apro poi una parentesi su una vicenda collaterale che, complice certamente la noia agostana segnata da una scarsità di notizie di rilievo, è esplosa attorno alla pubblicazione sul quotidiano statunitense  New York Times, di un articolo in cui si riferiva di informazioni esplosive che l’amministrazione Obama avrebbe passato al nostro Governo a poche settimane dall’esplosione del caso Regeni.
Ho letto con grande attenzione quell’articolo, ma l’importanza che gli è stata data, era davvero eccessiva.
Il pezzo conteneva solo alcune congetture, e neppure originali perché le avevamo avanzate già noi subito dopo il ritrovamento del corpo del giovane ed erano state ampiamente analizzate e approfondite dai mezzi di informazione italiani.
Che nel rapimento e nel brutale assassinio di Regeni, nelle modalità stesse del fatto compreso il ritrovamento del corpo, nei depistaggi a ripetizione che avevano coinvolto le forze di polizie, vi fosse quantomeno lo zampino dei servizi segreti egiziani o di qualche sua branca ‘deviata’, era a dire poco evidente. Non ci voleva certo la Cia per capirlo. Quello che mancava erano prove concrete, utilizzabili dai magistrati e di tutto questo, non c’era traccia nell’articolo.

Sul contenuto lo stesso giornalista Declan Walsh, corrispondente del New York Times dal Cairo, ammette che “per evitare di identificare la fonte (delle informazioni), gli americani non condivisero l’informazione originale: non dissero quale agenzia della sicurezza egiziana credevano ci fosse dietro la morte di Regeni. E vi pare poco?
Le stesse fonti riportate nell’articolo ammettevano poi che “non era chiaro chi aveva dato l’ordine di sequestrarlo e, probabilmente, ucciderlo”. E dove sono allora le rivelazioni esplosive?
Quello che ha colpito davvero nella pubblicazione (e ripubblicazione nel magazine dello stesso NYT) di quell’articolo, è stato esclusivamente la scelta dei tempi per farlo, ovvero proprio all’indomani della decisione dell’Italia di riportare un ambasciatore al Cairo!
È sembrato che si volesse creare un difficoltà aggiuntiva al Governo italiano in un momento non semplice
Interpretazioni sul senso dell’articolo del NYT sono state date da numerosi commentatori ed ex diplomatici. L’ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera del 22 agosto, ad esempio, ipotizza come il vero obiettivo delle “rivelazioni” potesse non essere l’Italia e neppure l’Egitto bensì il presidente Trump per il suoi rapporti con Al Sisi.
Ed è ancora l’ambasciatore Vattani che su Panorama ha parlato di intervento ‘tempestivo’ per rendere più difficile la ripresa e i rapporti tra Italia ed Egitto: “Fanno gli interessi di qualcuno e paiono interessi importanti”

La parte dell’articolo che più mi ha incuriosito però è nel riferimento ai rapporti tra il presidente Al Sisi e il suo ministro degli interni. Ecco allora una domanda per il nostro ministro degli esteri, e cioè se ritiene che il regime di egiziano sia solido abbastanza per sostenere la ricerca della verità sul caso Regeni anche a rischio di una frattura interna e se risponde al vero che vi sia un certo antagonismo tra il Presidente e il suo ministro degli interni. Insomma se la pista della faida interna dietro il caso Regeni abbia o meno una consistenza reale e impedisca che si faccia piena luce.
Una riflessione infine sui diritti umani che devono starci a cuore sempre, sia che si parli dell’Egitto sia che si parli del Venezuela, della Russia o della Cina.
I diritti umani non hanno confini e a questo proposito non posso dimenticare che i colleghi grillini in commissione esteri hanno sostenuto che era sbagliato intervenire sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar ‘perché non si deve intervenire nelle vicende interne di un altro Stato’.

Non possono essere davvero i confini dei Paesi che ci impediscono di difendere i diritti umani, ma questi non si difendono ritirando senza scadenza l’ambasciatore come suggerisce – e solo all’Italia – Amnesty International. Seguendo questa scuola di pensiero, probabilmente, verrebbero chiuse le ambasciate in quasi tutto il mondo fatta eccezione per l’Europa e pochi altri Paesi.
Noi dobbiamo continuare difendere i diritti umani sapendo che è azione difficile, lenta, complessa, una continua negoziazione. E lo facciamo anche come Comitato diritti umani della Camera, dando voce a coloro che ne denunciano le violazioni.
Per tornare al nocciolo della vicenda Regeni, dobbiamo continuare ad esigere collaborazione giudiziaria, a chiedere a gran voce la verità. Fino ad ora il trattenere l’ambasciatore non ci ha aiutato. Proviamo quest’altra via nella consapevolezza che il compito dell’ambasciatore al Cairo non sarà facile. Dovrà essere fermo ed esercitare una pressione costante, diretta, sistematica e al massimo livello istituzionale.
Per questo dobbiamo rimandarlo con questo compito preciso e prioritario e mandarlo nelle condizioni migliori, cioè dandogli forza, facendo capire che tutto il Paese lo vuole in Egitto per questa ricerca della verità.

Non facciamo del caso Regeni terreno di scontro pre-elettorale, sarebbe il modo per rendere meno incisiva l’azione del nostro ambasciatore: la sua missione non deve partire indebolita né l’ambasciatore delegittimato;  così toglieremmo forza ed efficacia alla sua azione. Esattamente l’opposto dell’obiettivo che tutti ci prefiggiamo.
Continuiamo a ricercare con determinazione la verità sul caso Regeni e riprendiamo i rapporti con l’Egitto, operando su piani diversi: verità per il caso Regeni da una parte e strategie geopolitiche per la sicurezza nel Mediterraneo dall’altra: le due cose possono avanzare insieme.

Pia Locatelli
Capogruppo Psi alla Camera

Macron pacifica la Libia e ridicolizza Alfano

Emmanuel Macron sembra essere riuscito a portare la pace laddove Nicolas Sarkozy portò solo la guerra trascinando tutta l’Europa in una avventura sino a poche ore fa senza soluzione. L’Italia resta ai margini, esattamente come ai tempi del governo di Silvio Berlusconi che a Gheddafi baciava le mani mentre il collega francese dell’epoca ridacchiava di lui in pubblico con Angela Merkel preparandosi a bombardare Tripoli e il dittatore senza avere una soluzione politica adeguata per il dopo. Ovviamente le opposizioni faranno il tiro al bersaglio sul governo Gentiloni. Ma è evidente che poco possono dire gli “eroi” del centro-destra (come la Meloni o Salvini) che erano al governo con Berlusconi quando venimmo ugualmente umiliati come nazione. Gli unici che possono legittimamente chiosare il comportamento del governo sono i pentastellati, non coinvolti oggi e non coinvolti ieri. La realtà, però, è molto semplice. Da tempo la politica estera dell’Italia è debole, guidata con scarsa autorevolezza, priva di una visione strategica. E pensare che tutto questo possa essere garantito da una figura criticabile e sbiadita come Angelino Alfano è esercizio veramente complicato e destinato a essere coronato da insuccesso. Per altre umilianti storie uno come l’attuale ministro degli esteri avrebbe dovuto abbandonare volontariamente la poltrona del Viminale. È evidente che anche in questo caso solo le dimissioni gli restituirebbero un minimo di dignità. Ma si guarderà bene dal presentarle. E noi continueremo a essere insieme a lui irrilevanti in Europa e ancor di più nel mondo.

Blog Fondazione Nenni

Governo. Si dimette anche Cassano per tornare a Forza Italia

Il Sottosegretario al Lavoro Massimo Cassano a Palazzo Chigi durante il giuramento, Roma, 28 febbraio 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Il Sottosegretario al Lavoro Massimo Cassano a Palazzo Chigi durante il giuramento, Roma, 28 febbraio 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Dopo il ministro Costa un altro esponente di Alternativa popolare lascia il governo. Il senatore di Ap Massimo Cassano, annuncia le proprie dimissioni, “a far data da oggi” dall’incarico di Sottosegretario al Lavoro del Governo. Il parlamentare pugliese si è appena dimesso da sottosegretario al Lavoro e dovrebbe lasciare Ap per aderire direttamente a Forza Italia senza passare per l’ormai famosa “quarta gamba” ipotizzata da Berlusconi per accogliere i “transfughi”. Domani infatti è prevista una conferenza stampa del partito in Puglia in cui si annunciano “importanti novità”. Cassano, 52 anni, una carriera politica iniziata nelle file della Democrazia cristiana, è passato in Forza Italia nel 1998. Alle ultime elezioni era stato eletto con il Popolo della Libertà per poi passare con il gruppo di Alfano di Ncd, poi diventato Ap. Dal 28 febbraio 2014 era sottosegretario al Lavoro con il governo Renzi e fino ad oggi lo era con Gentiloni, ma ha deciso di lasciare, un’altra fuga da Alfano. Non è solo Forza Italia ad attrarre, anche Maurizio Bernardo, presidente commissione Finanze, ha lasciato Ap per aderire però al partito democratico.

I centristi in rivolta: la legge elettorale è incostituzonale

Alfano-conferenzaLa legge elettorale continua ad essere terreno di uno scontro sempre più duro. Un scontro, dopo l’accordo tra Pd, Forza Italia e Movimento 5 Stelle, anche interno alla maggioranza. Ad alzare ulteriormente i toni il leader di Ap Agelino Alfano che definisce incostituzionale il testo approvato dalla Commissione e ora all’esame della Camera. “Palesi ragioni di incostituzionalità” dice Alfano in una conferenza stampa convocata nella sede del partito, annunciando la presentazione di “una questione pregiudiziale di costituzionalità” in Aula alla Camera. Tra le ragioni chiavi di incostituzionalità, Alfano spiega vi sia il modo con cui sono stati disegnati i collegi uninominali. Alternativa popolare, afferma ancora Alfano, è pronta a presentare modifiche per disegnare i collegi in vista dell’esame della legge elettorale da parte dell’Aula attraverso la presentazione di una delega da scrivere entro “90 o 120 giorni” dall’ok definitivo al testo e “se il Pd boccia questa nostra proposta avrà candidamente confessato che vuole andare al voto prima. Inutile girarci intorno”. E ancora: “Non garantisce governabilità e stabilità” e definisce il nuovo testo frutto dell’intesa Pd-Fi-M5S e Lega “inciucellum”.

Un accordo che non piace neanche a Bersani: “Diciamolo con chiarezza: con la nuova legge il 63% dei parlamentari sarà nominato dai partiti. Cioé quattro persone decideranno il 63% di chi sarà eletto”. “Sento molta gente – afferma Bersani – che riscrive la storia: Con i nostri voti e con il governo Letta abbiamo impedito l’approvazione di leggi ad personam, buttando fuori Berlusconi e Verdini. Con il Nazareno – aggiunge Bersani – Berlusconi è stato resuscitato. E questo nuovo accordo lo ha rinvigorito. Non riscriviamo la storia”. “L’accordo sulla legge elettorale – aggiunge Roberto Speranza – rappresenta un patto di 4 forze politiche contro gli interessi del Paese”. “Ma io sono fiducioso. Gli italiani – aggiunge – sono intelligenti e sapranno reagire. Credo che con il loro contributo riusciremo a scardinare questo patto”.

Siria: Alfano, evitare escalation, serve negoziato

siriaIn Siria occorre “evitare l’escalation militare e riportare la diplomazia al centro”: lo ha sottolineato il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che in Senato ha svolto l’informativa sulla situazione nel martoriato Paese mediorientale, anche alla luce delle conclusioni del G7 del ministro degli Esteri, a Lucca. Alfano ha ribadito che “occorre rilanciare il negoziato” e ha aggiunto che l’Italia è convinta che si possa pacificare la Siria solo con lo strumento del negoziato: “Non può esserci soluzione militare, il futuro dipende del processo politico”.

Secondo Alfano lo sforzo della diplomazia italiana nella crisi siriana deve essere quello di “spingere Mosca a prendere le distanze da Assad”. “La soluzione della crisi in Siria passa attraverso il coinvolgimento della Russia, che non va messa nell’angolo”, ha detto Alfano. “Occorre convincere Mosca a esercitare pressioni su Assad affinché rispetti in maniera duratura il cessate il fuoco” e “cessi di attaccare i civili e bombardare il suo popolo”.

Secondo Alfano, dopo l’attacco chimico del regime siriano paradossalmente “si è creata una nuova occasione per convincere Mosca a mettere sotto pressione Assad e fare concessioni politiche”. Il ministro degli Esteri ha ricordato che, dopo l’attacco chimico del regime siriano nell’agosto 2013 a Ghouta Est, si arrivò all’intesa russo-americana che consentì all’Opac, l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, di smantellare (con il “fattivo sostegno” dell’Italia) l’arsenale chimico del regime. Oggi, dopo l’attacco chimico nella provincia di Idlib, “abbiamo un’altra occasione e non vogliamo disperderla”.

Il ministro degli esteri ha parlato anche dell’Iran e di come l’Italia stia continuando il pressing sul Theran perché eserciti “tutta la sua influenza su Damasco” in modo che il regime eviti nuovi attacchi sui civili.

“Noi socialisti – ha detto Pia Locatelli intervendo dopo l”informativa urgente del Governo – ancora una volta ribadiamo la condanna per il bombardamento di Idlib in cui sono stati usati gas nervini, che ha causato la strage di decine e decine di civili di cui un terzo minori, quindi condanna ferma senza incertezze”.

“Esprimiamo invece qualche dubbio – ha aggiunto – per la reazione americana che ha lanciato missili sulla base militare siriana da cui sarebbero partiti gli aerei impiegati contro gli abitanti di Idlib. Restano dubbi perché, nonostante le asserite prove della colpevolezza del regime di Assad, è un passato recente quello delle prove schiaccianti contro il dittatore iracheno Saddam Hussein che si sono rivelate montature strumentali alla dichiarazione di una guerra. Comunque, al di là delle possibili responsabilità di Assad che andranno accertate, restano interrogativi per noi senza risposta sull’efficacia dei bombardamenti statunitensi. Non mancano nemmeno interrogativi, questi sì enormi, sul comportamento russo sia per il suo sostegno al regime di Assad e sono gravi responsabilità perché hanno protratto la durata di questa crisi e hanno provocato l’ulteriore intensità di questa tragedia, ma anche per non aver fermato l’uso delle armi chimiche se fossero accertate le responsabilità siriane. A noi sembrano chiari gli obiettivi da perseguire in questa tragedia, in questa tragica vicenda siriana, per i rapporti con i Governi coinvolti nella crisi, per le nostre alleanze, per il nostro interesse nazionale, anche in relazione ai flussi migratori, per il nostro impegno per promuovere libertà e democrazia”.

“Ecco per tutto questo – ha concluso Pia Locatelli – non possiamo che ribadire che ogni piano per la Siria deve avere come linea guida la lotta al radicalismo terrorista islamista, in particolare l’ISIS, la fine di un regime dispotico e sanguinario anche attraverso un processo di transizione, senza rompere l’integrità territoriale della Siria e senza replicare il caos afgano, poi iracheno, poi libico. Siamo d’accordo con lei signor Ministro e ribadiamo che non può esservi altra strada percorribile che la continuazione del dialogo e del negoziato, anche unendo i tavoli di Ginevra e Astana. È la linea, quella del negoziato, ribadita dal nostro Presidente Mattarella, che nella visita di ieri a Mosca ha operato per far condividere alla Russia la scelta della via negoziale, mettendo da parte l’opzione militare, che si è rivelata inefficace ed è costata la vita a mezzo milione di persone in sei anni”.

Visco. Rischi in aumento per l’area Euro

viscoSi è svolta oggi, alla Farnesina, la Decima Conferenza MAECI – Banca d’Italia, con la partecipazione dei Delegati e degli Addetti finanziari all’estero. La sessione inaugurale è stata introdotta dal ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, e dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Agli interventi introduttivi hanno fatto seguito quelli del presidente dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), Giampiero Massolo, e del vice presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), Fabrizio Saccomanni.

La Conferenza annuale congiunta è rivolta ai vertici delle istituzioni italiane pubbliche e private interessate agli sviluppi finanziari internazionali. La collaborazione fra il MAECI e la Banca d’Italia, iniziata nel 2008, si è consolidata nel corso degli anni quale foro di ‘brainstorming’ ad altissimo livello su tematiche politiche ed economico-finanziarie di interesse strategico nazionale.

Il ministro Alfano ha dichiarato: “Il partenariato tra MAECI e Banca d’Italia rappresenta un asset strategico a sostegno dell’azione internazionale del nostro Paese”. Poi ha aggiunto: “Il 2017 è un anno speciale per l’Italia: detiene la Presidenza del G7, siede nel Consiglio di Sicurezza, si accinge a celebrare l’anniversario dei Trattati di Roma e vuole continuare a svolgere un ruolo da protagonista nella risposta alle grandi sfide di oggi”. Concludendo, il ministro ha detto: “E’ dunque essenziale un grande lavoro di squadra tra le nostre Istituzioni: per promuovere la crescita degli scambi commerciali e migliorare la governance finanziaria globale, per difendere le conquiste del multilateralismo e dell’integrazione europea, per dare una spinta al nostro sistema produttivo e definire una visione chiara e complessiva degli interessi italiani nel mondo”.

Il Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, parlando alla Farnesina, davanti ad una platea di delegati e addetti finanziari delle ambasciate straniere in Italia, ha detto: “Rischi più elevati per le prospettive di medio termine dell’area dell’euro e dell’Italia potrebbero derivare dall’accentuarsi di un clima di incertezza e di pessimismo, che può scoraggiare i piani di spesa di famiglie e imprese e ostacolare il ritorno a un sentiero di crescita economica continua, bilanciata e sostenuta.

Il sentiero di riduzione del nostro debito pubblico, assai elevato in assoluto e in rapporto al prodotto, passa necessariamente attraverso un aumento del potenziale di crescita dell’economia e della crescita effettiva. Solo percorrendo questa via sarà possibile mantenere la credibilità sui mercati finanziari ai quali dobbiamo ricorrere non solo per finanziare il disavanzo ma anche per il rinnovo del debito che ogni anno viene a scadenza”.

Poi, continuando ha sottolineato : “Non si può ignorare l’euroscetticismo crescente anche se non maggioritario che crea un clima di incertezza e pessimismo che può scoraggiare la spesa delle famiglie. Rischia di condizionare la capacità delle istituzioni europee di sviluppare politiche e strumenti comuni per progredire nell’integrazione, assolutamente necessaria data l’incompletezza manifesta dell’Unione, in primo luogo quella economica e monetaria. Questa incompletezza genera instabilità e in una spirale perversa rischia di determinare l’adozione di politiche nazionaliste e di chiusura economica.

A 60 anni dalla firma dei trattati di Roma, il rischio di paralisi politica in Europa non è mai stato così elevato e richiede una risposta unitaria”.

Per il numero uno di via Nazionale è preoccupante il crescente euroscetticismo negli Stati membri e c’è il rischio che si verifichi una spirale perversa di politiche nazionalistiche.

Le minacce più rilevanti per la stabilità europea, anche per Visco sono: da una parte la Brexit e dall’altra le politiche non ancora definite del neo presidente americano Donald Trump. Questi due fattori potrebbero essere i viatici di istanze disgregatrici che alimentano il senso di insoddisfazione delle popolazioni nei confronti delle politiche europee. Tendenze che vanno approfondite per cambiare il ‘modus operandi’ delle istituzioni europee.

Infine, proprio in merito alle politiche di Donald Trump, il numero uno di Bankitalia ha lanciato l’allarme, sottolineando come esse possano incidere negativamente sul commercio globale. In merito Visco ha detto: “Nell’attuale situazione dell’economia statunitense, non lontana dalla piena occupazione, una eventuale forte espansione fiscale rischierebbe di avere effetti pro-ciclici. In tal caso, il processo di normalizzazione delle condizioni monetarie da parte della Riserva federale potrebbe risultare meno graduale. Il conseguente apprezzamento del dollaro e l’aumento dei tassi d’interesse a medio-lungo termine, che finora sono stati contenuti, potrebbero accentuarsi e riverberare i loro effetti sui mercati internazionali”.

Salvatore Rondello

LA STRAGE DI BERLINO

berlinoLa Germania colpita al cuore, pochi giorni prima di Natale dal Sedicente Stato Islamico. Un camion è piombato sulla folla in un mercatino natalizio di Berlino. Il mercato nel quale è avvenuto l’incidente si trova nella Breitscheidplatz, nei pressi della chiesa intitolata al Kaiser Guglielmo, sulla Kurfuerstendamm. Il bilancio della polizia e vigili del fuoco è di 12 morti e 50 feriti il bilancio delle vittime dell’attacco al mercato natalizio di Berlino.

Anche una giovane italiana sarebbe dispersa a Berlino. Lo riferisce l’Huffington Post precisando che il suo cellulare è stato trovato sul luogo della strage. Un ragazzo l’ha trovato e consegnato alla polizia. Gli appelli lanciati sui social network dai parenti in cerca di notizie sono rimasti ancora senza risposta e la ragazza non si sarebbe recata oggi presso il posto di lavoro. Il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, ha detto che non è esclusa una vittima italiana, pur aggiungendo che si attendono conferme dalla polizia tedesca. Intanto è stata diramata una direttiva a tutti i prefetti e questori per chiedere di “rafforzare i controlli nelle aree di maggiore afflusso di persone in occasione dello svolgimento di eventi o cerimonie previste per le prossime festività natalizie nonché verso luoghi che notoriamente registrano particolare afflusso di visitatori”. Questa la decisione al termine della riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo presieduta al Viminale dal ministro dell’Interno, Marco Minniti.

Come il 14 luglio scorso a Nizza, un uomo alla guida di un camion uccise 86 persone sulla Promenade des Anglais, stavolta la tragedia e il terrore hanno colpito la folla nel mezzo del Mercato natalizio situato in pieno centro della parte ovest della città. Quello della Chiesa del ricordo è uno dei mercatini più affollati della capitale tedesca: si trova a due passi dalla frequentatissima Kurfuerstendamm, la via principale dello shopping e del Kadewe, il grande magazzino di Berlino e di fianco all’Europa center, uno dei più noti centri commerciali della città. “Secondo informazioni della polizia, presumibilmente è stato compiuto un attentato con un camion”: lo scrive l’agenzia Dpa citando un portavoce della polizia.
L’autista del camion con targa polacca, presunto autore dell’attacco, è stato arrestato. Lo ha riferito un portavoce della polizia tedesca, aggiungendo che un secondo sospetto attentatore sarebbe invece morto. Si tratterebbe del passeggero del camion che si è scagliato sulla folla. Ma poche ore fa un’altra notizia: non sarebbe il profugo pakistano arrestato subito il complice dell’attentato. I media tedeschi avevano diffuso le notizie che erano trapelate dalle forze dell’ordine dopo l’arresto ma che adesso sembrano messe in discussione.
Al momento la cancelliera tedesca Angela Merkel sta seguendo la situazione con il suo ministro degli Interni Müller così come ha dichiarato il portavoce del governo, Steffen Seibert,

OK Corral

Lo spettacolo che offrono le forze politiche, all’indomani del referendum, non è proprio edificante. Alfano, con eroismo da coniglio, vuole andare, forte del 40% che appartiene, per la proprietà transitiva, anche a lui, propone di andare alle elezioni immediatamente dopo la festività, con l’italicum, per cercare una impossibile e del tutto irrituale rivincita. L’opposizione Pd, sconvolta dalla sua vittoria, dopo anni, anzi decenni di mancate vittorie e di autentiche sconfitte, propone di rinviare ogni cosa al 2018. I grillini, con spudoratezza senza pari, puntano, come Alfano al voto subito e con l’italicum così com’è o ritoccato il meno possibile, infischiandosi del fatto di avere vibratamente contestato il sullodato sistema elettorale e in nome della democrazia. Altri, non mi ricordo più chi (e gli faccio un favore…) invitano “quelli del no” a formare il nuovo governo; provocazione tanto cretina da non essere nemmeno degna di questo nome. Altri sussurrano di larghe intese; scambiando i propri desideri con la realtà.
E però i due problemi- quello del governo e quello della legge elettorale- così come quello, collaterale della data delle elezioni non sono, oggettivamente, difficili da risolvere; almeno se intendiamo riferirci alla lettera e allo spirito di una costituzione che il popolo italiano ha, qualche giorno fa, deciso di difendere.
Essendo l’Italia una repubblica parlamentare e non presidenziale e/o plebiscitaria, governa chi ha una maggioranza in parlamento. Questa maggioranza esiste; ed è formata dal Pd e dalla Cosa guidata da Alfano e sostenuta da Verdini. Ma esiste numericamente solo perché non ne esiste un’altra. Ma non politicamente: perché la persona che ne è, e non metaforicamente, la guida ha, correttamente, interpretato il risultato di un referendum su cui, scorrettamente aveva impegnato in prima persona se stesso e il suo governo, rassegnando irrevocabilmente le sue dimissioni.
Che, poi, questa stessa persona intenda trascinare il Pd nel suo desiderio di vendetta per arrivare alle elezioni a febbraio prima ancora di avere la nuove legge elettorale è personalmente comprensibile ma istituzionalmente scellerato.
Mancando, allora, la soluzione politica ed essendo impensabile andare alle elezioni con questo governo e con questa legge elettorale, l’unica soluzione praticabile è quella del governo istituzionale. Intendendo per tale un governo incaricato di fare i passi necessari prima di portare il paese alle urne: una nuova legge elettorale, possibilmente valida per la Camera e per il Senato (nel secondo caso, con l’introduzione della dimensione regionale prevista nella Costituzione); una ragionevole sistemazione delle questioni urgenti, la legge di stabilità e così via. Quanto necessita per scavallare l’Ok Corral di febbraio ma non per arrivare alla scadenza del 2018; diciamo allora un ricorso alle urne nell’arco primavera-autunno del 2017 con un governo custode delle regole del gioco, ma non arbitro o giocatore in campo. (Quindi niente governo tecnico, alla Monti; e niente governo “balneare”, perché siamo in inverno e perché c’è troppo da “decantare”. e niente governo di larghe intese, perché questi si costruiscono ad urne chiuse e non ad urne lontane).
In quanto alla legge elettorale, l’unica possibilità di avere un testo condiviso e, soprattutto, un sistema duraturo nel tempo, è un passo indietro dei partiti. leggi la rinuncia reciproca alla pretesa, questa sì fuori dallo spirito della costituzione, formale o materiale che sia, di formularlo secondo il proprio interesse contingente. Tra l’altro, lo scandaloso, ripeto scandaloso voltafaccia grillino; che fa il paio con la conversione brusca del Pd al proporzionale con premio di coalizione. Ora, per nostra fortuna, le due sentenze della Corte, quella del 2014 sul Porcellum e quella del gennaio 2017 sull’Italicum possono offrirci l’impianto-base da cui partire.
E qui una valutazione spassionata della situazione che viviamo suggerirebbe due cose. La prima è di ridurre entro limiti ragionevoli il premio di maggioranza, in modo da evitare ad ogni costo che un partito conquisti, con il 30% dei voti, la maggioranza assoluta dei seggi. La seconda è di puntare sul correttivo a favore del partito e non della coalizione. E per ragioni, insieme, di etica e di opportunità politica. L’etica ci consiglierebbe di evitare, magari con precisi vincoli legislativi, la creazione di coalizioni (ricordo in proposito, incerto tra il riso e il pianto, la sorte miserrima di “Italia bene comune) non basate su chiare opzioni politico-programmatiche da presentare agli elettori. L’opportunità politica ci porterebbe di evitare al povero Pd, già disastrato e sbalestrato di suo, la drammatica necessità di scegliere tra Verdini e Fassina…

Giacomo Mancini,
il meridionalista

Il Parlamento italiano ha dato alle stampe un libro che raccoglie i discorsi di Giacomo Mancini, deputato, ministro, sindaco di Cosenza e segretario nazionale del Psi negli anni ’70. Ma anzitutto è stato un grande meridionalista. Deputato dal 1948, Giacomo Mancini è stato l’artefice dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e dell’istituzione dell’Università di Calabria. Ma anzitutto, nel 1963, come ministro della Sanità rese obbligatoria la vaccinazione antipolio. Abbiamo colto l’occasione del riconoscimento postumo a Giacomo Mancini per parlare della cosiddetta questione meridionale. Sono lontani i tempi di Giustino Fortunato e di Gaetano Salvemini e di altri illustri meridionalisti. Il Sud è sempre più abbandonato a sé stesso. La marginalità del Sud, nel peso della nazione, è testimoniato non solo dall’uscita di scena di studiosi dei problemi del Mezzogiorno. Negli anni della prima Repubblica, l’Italia era diventata la quarta potenza mondiale in termini di Pil: la scena politica vedeva i parlamentari del Sud protagonisti della realtà italiana. Primi fra tutti Aldo Moro e Ugo La Malfa. E poi una lunga lista, da Emilio Colombo e Ciriaco De Mita, entrambi presidenti del Consiglio; da Francesco De Martino, Rino Formica, Claudio Signorile, ministri di primo piano. E poi Mannino e Lima in Sicilia, ed altri politici di alto livello sui quali non ci dilunghiamo. In questo momento, nel governo Renzi c’è solo Alfano, che non si può definire un meridionalista. Il ministro Alfano è da 15 anni al governo; avrebbe potuto portare almeno l’alta velocità in Calabria e Sicilia. Non è stato così; per andare in treno da Roma a Palermo si impiegano più di dieci ore. Dopo l’era dei milanesi caratterizzata dalla ventennale presenza di Silvio Berlusconi e Romano Prodi al governo, con Renzi siamo entrati nel ciclo dei fiorentini. Il Sud non esiste più in politica, così come non c’è una prospettiva in favore di quest’area importante della nazione. Non ci si rende conto che senza un piano di sviluppo per il Sud, anche il Nord è condannato alla non crescita, che contraddistingue l’andamento asfittico della nostra economia. La Germania è ritornata grande, finanziando la rinascita dell’ex Ddr (Repubblica democratica tedesca) rimasta fortemente arretrata, dopo 40anni di comunismo.

Roberto Fronzuti