Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

La vittoria di Trump
e l’establishment democratico-repubblicano

donald-trump

Andrew Spannaus, autore del libro “Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America”, sostiene che, al di là delle dichiarazioni politicamente poco corrette del nuovo presidente durante la campagna elettorale e dopo il suo insediamento a capo della Casa Bianca, le uniche messe in risalto dai mass-media americani ed europei, tutti schierati in pro della Clinton, Donald Trump si è posizionato a sinistra, “non solo della candidata democratica, ma anche del proprio partito”.

Trump, a parere di Spannaus, ha avuto buon gioco nei confronti dell’establishment democratico-repubblicano, da tempo ad uso ad esprimere candidati che, al di là delle differenze di “casacca”, hanno continuamente realizzato politiche improntate a “meno welfare, più finanza e più guerra”. Nelle ultime elezioni presidenziali, però, la rivolta degli elettori è stata più forte degli interessi delle multinazionali e dei politici a loro proni: in campo democratico, la rivolta è quasi riuscita a imporre Bernie Sanders; mentre, in quello repubblicano, Trump ha sconfitto i diversi candidati che gli sono stati opposti dal vecchio apparato del partito di appartenenza.

Da posizioni di sinistra riformista, Sanders è riuscito inizialmente a prevalere su Hilary Clinton, con una “campagna incentrata sulla battaglia contro Wall Street e le disuguaglianze della società causate dalla globalizzazione”. Alla fine, la Clinton ha prevalso, ottenendo la “nomination” nelle primarie, nonostante i molti dubbi nutriti dal proprio partito sulla sua capacità elettorale di battere il rappresentante del Partito repubblicano, e le perplessità di numerosi grandi elettori, consapevoli che “le etichette del passato” fossero “meno importanti del malcontento prodotto da decenni di stagnazione economica, incoronati da una crisi finanziaria che ha scosso le fondamenta dell’economia mondiale”.

Bernie Sander e Donald Trump – precisa Spannaus – sono persone molto diverse: il primo è un “vecchio attivista di sinistra” che si è sempre battuto “per l’uguaglianza contro le discriminazioni”; il secondo è un immobiliarista, un outsider della politica, portato a privilegiare “la provocazione e l’insulto per attirare attenzione su di sé”. Nonostante le diversità nell’impegno politico e nella comunicazione pubblica, i due candidati nella campagna elettorale, “non presi sul serio dal mondo politico americano”, hanno assunto rispetto all’establishment un atteggiamento comune, in quanto hanno identificato il sistema “come il principale avversario del popolo un’élite corrotta, piuttosto che collocarsi nella più consueta dialettica destra-sinistra”; entrambi, infatti, hanno “inveito” “contro Wall Street, contro i grandi interessi responsabili del lungo declino della classe media americana”.

I due candidati, partendo da posizioni di sinistra dei loro rispettivi partiti, hanno rappresentato entrambi l’espressione di “una rivolta degli elettori contro le difficoltà causate da decenni di stagnazione economica”. Sebbene, durante la campagna elettorale, fosse possibile identificare in superficie “alcuni tratti della normale dialettica ideologica tra democratici e repubblicani, Bernie Sanders difendeva i programmi di welfare State, in quanto realizzati dall’amministrazione del presidente uscente, proponendo un sistema sanitario totalmente pubblico e un ridimensionamento del potere dei mercati finanziari; Donald Trump, invece, prometteva la riduzione dell’imposizione fiscale e il ridimensionamento della riforma sanitaria di Obama, per un ripristino del libero mercato nella sanità. Le differenze erano assai limitate nella posizione critica che essi esprimevano riguardo alle cause della situazione economica interna e alla politica estera.

La fede nel libero mercato era da entrambi i candidati individuata come la causa prima della stagnazione economica interna; in particolare, Trump ha fatto della critica al libero mercato il motivo principale della sua campagna elettorale, sostenendo che esso, con la perdita di posti di lavori interni, aveva contribuito a rendere debole il Paese. Egli – afferma Spannaus – ha enfatizzato il processo di deindustrializzazione “ancora più di Sanders, rivolgendosi a un’area fondamentale dell’elettorato americano”, normalmente definita white workimg class; è questa l’area della “rusk belt” (la fascia della ruggine), che caratterizza il panorama industriale di Stati come Ohio, Indiana, Michigan ed altri, costituenti la parte centrale e settentrionale del Paese, in cui dal diciannovesimo secolo si era registrata la “più grande concentrazione di industria pesante negli Stati Uniti”.

Sulla stagnazione interna, quindi, Trump ha fondato la sua campagna elettorale, “rompendo con il Partito repubblicano”, che da decenni era fedele a “posizioni ideologiche ben definite sull’economia e sulla politica estera”, del tutto insensibile al fatto che per anni gli effetti negativi del processo di deindustrializzazione dell’economia americana fossero nascosti dai risultati che la “magia” dei mercati finanziari sembrava promettere agli elettori americani attraverso le illusione del trickle-down, o “effetto sgocciolamento dall’alto verso il basso”; ovvero la realizzazione di un benessere collettivo basato sull’assunto secondo il quale i benefici economici acquisiti dalle classi ricche favoriscono necessariamente, e ipso facto, anche l’intera società, compresa la “middle class” e le fasce di popolazione marginali e disagiate, tutte “vittime” del processo di deindustrializzazione.

Con la crisi del 2007/2008, l’assunto del trickle-down è stato smentito; ciò è accaduto – sostiene Spannaus – per via dell’implosione del mercato dei nuovi strumenti speculativi costituito dai “titoli derivati” (o “titoli strutturati”), il cui prezzo era basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante (come, ad esempio, azioni, o titoli rappresentativi di materie prime). La società emittente collocava i titoli derivati ad un prezzo tale da rappresentare una sorta di assicurazione contro imprevisti cambiamenti nei mercati dei mutui; nel tempo, però, la “parte assicurata” (i mutui) è diventata più grande della parte dell’economia reale assicurativa”, sino ad assumere, alla fine degli anni Novanta, un valore superiore di circa dieci volte il valore del PIL mondiale.

Nel 2001, si è avuta una prima crisi dei mercati dei derivati, ma le società finanziarie hanno trovato un sostituto nei mutui, generando nel 2007/2008 la “bolla dei mutui subprime”, la cui gravità è consistita nel processo di finanziarizzazione imposta, oltre che all’economia americana, all’economia dei Paesi integrati nell’economia globale, i quali da dieci anni stanno subendo gli esiti negativi della Grande Recessione causata appunto dalla bolla dei mutui subprime.

In America, la bolla dei mercati immobiliari, verso i quali erano stati prevalentemente indirizzati i mutui, ha portato ad interventi pubblici a vantaggio delle banche coinvolte nella concessione dei mutui, alla formazione di una disoccupazione di lungo termine e alla soppressione di molti servizi pubblici per le classi più penalizzate dalla crisi. Con ciò sono nati movimenti di protesta, come quelli del “Tea Party” e di “Occupy Wall Street”. Anche presso chi non ha perso il lavoro, gli esiti della crisi hanno provocato una perdita di fiducia nel vecchio establishment, concorrendo alla creazione di un “mix potentissimo” di frustrazione nell’opinione pubblica americana che “i candidati outsider hanno sfruttato abilmente”.

In particolare, sul problema del malcontento interno, Trump ha “rotto”, come già si è detto, col Partito repubblicano, posizionandosi “al di fuori dai ranghi” del partito, sia sulla politica interna, che sulla politica estera. Sulla politica interna, egli ha condotto una campagna elettorale incentrata sulla necessità di “porre fine a un declino economico che dura da qurant’anni”; un declino che, a suo parere, ha comportato la perdita di posti di lavoro” e soprattutto lo smarrimento della classe media americana, pilastro dei successi che il Paese aveva conseguito, soprattutto dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Sulla politica estera, Trump ha sfruttato il malcontento profondo maturato dall’elettorato americano nei confronti dei candidati di entrambi i partiti storici, che sostengono il ruolo degli USA come Paese guida a livello internazionale. Nel mondo politico americano, ma anche in quello occidentale – afferma Spannaus – i due grandi partiti dell’establishment si erano convinti di “poter gestire la politica senza preoccuparsi degli effetti a lungo termine su gran parte della popolazione. I due grandi schieramenti si scontravano su temi sociali e sul peso dello Stato in economia, ma non mettevano mai in discussione i meccanismi di base del sistema”, ovvero l’interventismo a livello internazionale quando la supremazia della Repubblica a stelle strisce fosse stata minacciata.

In conclusione, i problemi sollevati dalle candidature degli outsider, Sanders e Trump, nelle elezioni presidenziali statunitensi sono temi che non riguardano solo l’America, ma l’intero mondo globalizzato, in particolare qui Paesi ad economia di mercato e retti da istituzioni democratiche. Le strutture di potere di questi ultimi dovranno tener conto delle cause della rivolta degli elettori americani, in quanto esse non riguardano soltanto l’America, ma anche tutti le altre economie nazionali assoggettate, “obtorto collo”, alla posizione egemone degli USA. Ciò al fine di agire nelle opportune sedi internazionali, perché siano rimodulate le regole che sinora hanno funto da linee guida del processo di globalizzazione.

A prescindere dall’esito delle elezioni, i nass-media e i politologi, anziché contribuire a “demonizzare” solo lo stile fuori norma del politico Trump, dovranno vigilare contro le possibili sue derive politiche, soprattutto sul piano internazionale, e incalzare le classi politiche dei singoli Paesi maggiormente coinvolti dalla Grande Recessione, perché tengano in maggior conto la rivolta degli elettori al di là e al di qua dell’Atlatico; altrimenti, sarà inevitabile che in futuro la rivolta degli elettori sia ancora più forte, con effetti interni ed esterni difficili, non solo da prevedere, ma anche da prevenire.

E’ del tutto inutile pensare che, eleggendo Trump alla presidenza del loro Paese, molti americani abbiano fatto un “passo fuori dalla politica”, “tagliando i ponti col prima”. A parere di qualche osservatore, come ad esempio Furio Colombo in “Trump power”, gli elettori che hanno votato Trump, non avrebbero giudicato, ma avrebbero abbandonato la politica, “non con l’astensione ma con un voto deliberatamente distruttivo”. Pensare che gli elettori americani si siano comportati da sciocchi, solo perché, al di là della reazione ai disagi dovuti alla propensione dei poteri forti a voler preservare ed espandere ulteriormente la propria ricchezza, non avrebbero accettato d’essere governati dal nero Obama, significherebbe ipotizzare che gli americani si siano comportati come gli struzzi: ficcare la testa sotto la sabbia, sottraendosi alla necessità di comprendere una realtà economica e politica divenuta ormai non solo per loro insopportabile. Non è così; gli americani hanno scelto Trump sulla base di promesse riparatrici che quest’ultimo è assai dubbio potrà riuscire ad onorare.

Gianfranco Sabattini

 

Strage in California. Ancora ignoto il movente

san-bernardinoGli Stati Uniti fanno di nuovo i conti con le sparatorie. Quella avvenuta in queste ore in California, nella strage chiamata di San Bernardino, è la 355esima dall’inizio dell’anno. I due killer responsabili della strage al centro per disabili di San Bernardino, in California, di cui ancora non si conosce il movente, sono stati uccisi dopo un inseguimento. I due assassini Syed Rizwan Farook, 28 anni, e Tashfeen Malik, 27 anni, un uomo e una donna, “pesantemente armati”, hanno aperto il fuoco in una sala del centro uccidendo 14 persone e ferendone 17, mentre era in corso la festa di Natale, sparando per 30 secondi, fermandosi per ricaricare e colpendo ancora. Subito dopo sono saliti su un suv inseguiti dalla Polizia, che nel frattempo aveva avuto una segnalazione, durante il tragitto i due si sono sbarazzati di diversi tubi esplosivi lanciandoli dal finestrino.

L’Fbi sta ancora indagando, ma al momento non si hanno notizie certe sul movente, anche se non si esclude quello terroristico. A far discutere è l’origine pakistana del killer Farook, anche se potrebbe trattarsi anche di astio con i colleghi, visto che Farook aveva lavorato nel centro per disabili.

Il presidente Barack Obama dallo Studio ovale dichiara che è possibile che la sparatoria sia legata al terrorismo, ma che le autorità ancora non lo hanno accertato.
Resta comunque una delle peggiori sparatorie di massa che gli Usa ricordino, tra il 2001 e il 2013 le armi da fuoco hanno ucciso oltre quattrocentomila americani (i dati sono dei Centers for Disease Control and Prevention).

“Troppe sparatorie, basta. Il Congresso deve fare di più per prevenire la violenza delle armi da fuoco”: è il commento a caldo sulla Cbs del presidente americano, Barack Obama.

Redazione Avanti!

Gli americani e quel diritto
a possedere le armi

armi america«Potrei rinunciare a tutto ma non al mio diritto di possedere un’arma». praticamente è la frase più ripetuta all’estero da un cittadino americano. Vi sarà capitato di chiederlo a qualche turista, io l’ho fatto in spiaggia, potrebbero parlarti di cinema e di storia, ma per gli americani doc il diritto alle armi è sancito nel dna. Di recente si è tornato a parlare della facilità con cui è possibile reperire armi negli Stati Uniti dopo la strage in Virginia dei due reporter mentre svolgevano il proprio lavoro «volevo vendicare la strage di Charleston» ha dichiarato Vester Lee Flanagan, il nuovo killer americano, in una lettera «sulle pallottole ho inciso il nome delle vittime afroamericane». Continua a leggere

L’Opec non taglia la produzione, il prezzo crolla ancora

PetrolioIl tentativo di tagliare la produzione per sostenere i prezzi, e arginare le cadute delle quotazioni, c’è stato, ma senza successo: l’Arabia Saudita, che rappresenta il principale produttore di petrolio tra i 12 Stati che compongono l’Opec, il cartello dei Paesi esportatori, aveva già annunciato la sua intenzione di mantenere invariato lo status quo, ossia l’obiettivo di produzione a 30 milioni di barili al giorno. E così è stato deciso durante il vertice di Vienna, in seguito all’intesa raggiunta a quattro tra gli Stati della Penisola arabica: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar, ovvero i paesi che vantano le più alte riserve valutarie, e non hanno l’urgenza di alzare i prezzi, a differenza di Venezuela, Iran e, fuori dal cartello, la Russia. Nel frattempo il prezzo dei principali marchi continua a crollare: il Brent è sceso a quota 74.36 dollari al barile e il WTI (West Texas Intermediate, ndr) è a 70.75 dollari, il minimo da 4 anni, è addirittura sceso sotto la soglia psicologica dei 70 dollari, con un minimo di seduta a 69,11. Il crollo in atto dipende largamente dal calo della domanda internazionale e dall’incremento esponenziale della produzione statunitense di Shale Oil, il greggio ottenuto dalla fratturazione idraulica o hydrofracking delle scisti bituminose.

Nel frattempo, però, nonostante l’oro nero sia ai minimi storici da 4 anni, “i prezzi della benzina sembrano non risentirne”. A dichiararlo sono Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, rispettivamente presidente di Federconsumatori e Adusbef. Secondo le associazioni dei consumatori, sono 12 i centesimi di troppo sul prezzo attuale della benzina e 17 su quello del gasolio; dati che emergono dalle comparazioni effettuate dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori che, da anni, monitora l’andamento dei prezzi dei carburanti, delle quotazioni dell’oro nero e del cambio euro/dollaro. Secondo le associazioni di consumatori è indispensabile che il governo intervenga poiché è sempre più difficile tollerare la lentezza nell’adeguamento dei prezzi, che avviene subito al rialzo e quasi mai al ribasso.

Siria Garneri

E adesso il dollaro sale ancora in cattedra

EUROPA-Crisi-Germania-Euro

Dopo aver spiato tutt’Europa, messo sotto controllo i segreti commerciali del Vecchio Continente, intercettato addirittura il cellulare della Cancelliera Merkel, ora gli americani bacchettano la Germania, la “locomotiva” europea, proprio sul tema dell’economia. Una bacchettata ancora più grave perché non arriva da istituti privati, think tank, o professori universitari interessati a farsi pubblicità: a dirlo è il Tesoro degli Stai Uniti d’America nel suo rapporto sulle valute e sulle politiche economiche dei Paesi concorrenti degli Usa.

Dure critiche, insomma, che stridono con l’ammorbidirsi, addirittura, delle posizioni contro la Cina. Da oltre Oceano fanno sapere, infatti, che, con la sua economia tutta orientata verso l’export, e poco verso il consumo interno, la Germania creerebbe deflazione non solo all’Europa, ma al mondo intero. Inoltre, secondo gli americani, la Germania avrebbe un attivo nelle partite correnti più alto di quello del Dragone rosso.

Da Berlino arriva una replica piccata per bocca del ministero dell’Economia che bolla come «incomprensibili» le critiche del Tesoro americano sottolineando come «il surplus commerciale è il risultato della forte competitività dell’economia tedesca». Anche la Commissione Europea fa quadrato intorno alla Germania definita «una locomotiva per la zona euro e per la Ue».

Nulla di nuovo per Giuseppe Pennisi che, all’Avanti!, ha detto che «non è la prima volta che gli americani dicono queste baggianate, anche a livello del Tesoro». Romano, classe ’42, Pennisi offre un quadro molto chiaro della situazione. Parla con cognizione di causa senza ricorrere a tanti paroloni e fumosi ragionamenti come molti economisti improvvisati. La sua carriera inizia proprio negli Usa alla Banca Mondiale. Poi, rientrato in Italia, diventa dirigente generale ai Ministeri del Bilancio e del Lavoro oltre che docente di economia al Bologna Center della Johns Hopkins University e della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione di cui ha coordinato il programma economico dal 1995 al 2008. Docente alla Università Europea di Roma ed alla Unilink, Pennisi ha pubblicato una ventina di libri di economia e finanza in Italia, Usa, Gran Bretagna e Germania.

Il professore non crede affatto alla teoria che vuole la Germania come paese creatore di “deflazione”. «Indubbiamente la Germania è stato uno, se non il solo, paese europeo che si è adeguato, e lo ha fatto per tempo, ai cambiamenti dell’economia mondiale.  Già a partire dagli anni ’80  i tedeschi hanno messo in atto una politica drastica in materia normativa, su lavoro, previdenza e concentrazione delle imprese».

Insomma, non ci sarebbe alcuna ragione di “accusare “ la Germania: «Berlino punta sul mercato internazionale, ma nessuno, tantomeno gli Usa, possono ergersi a giudici di questo. Se i tedeschi producono soprattutto macchine utensili e il mercato tedesco ha, ovviamente, solo una certa capacità di assorbimento di questi prodotti, è chiaro che devono rivolgersi all’esterno. C’è una violazione di qualche principio? O forse gli americani vogliono solo mantenere l’egemonia sia monetaria che sulle esportazioni?».

Secondo Pennisi, dunque, «la bilancia commerciale tedesca non ha alcun effetto deflazionistico nei confronti dell’area euro, anche perché la Germania, a differenza dell’Italia, cresce. Se poi i tedeschi hanno uno stile di vita più austero e frugale, non li si può certo spingere ad essere più consumisti». Una combinazione di produttività e vita spartana, un fatto culturale? «Semplicemente loro esportano perché sono più competitivi, ma nulla vieta agli altri Paesi di adeguarsi allo standard. Anche perché’ margini di esportazione ce ne sono, il mercato globale non è affatto saturo. Dobbiamo calcolare, tanto per avere un’idea, che un’azienda italiana mediamente impiega 3 lavoratori, mentre una tedesca 800: se gli italiani mettessero in atto politiche atte a favorire l’aggregazione delle aziende forse otterrebbero gli stessi effetti e smetterebbero di lamentarsi».

Certo, uno dei luoghi comuni più frequenti, una vera e propria vulgata anti-tedesca risiede nella teoria che la Germania approfitterebbero dell’enorme vantaggio sul finanziamento delle loro imprese a tassi di interesse molto bassi. Anche su questo punto il professore cerca di sgomberare il campo da confusioni e facili conclusioni populiste: «I tassi di interesse sull’euro sono fissati dalla BCE sono gli stessi per tutti i Paesi. Il tema è che, ad esempio l’Italia, per vendere le sue obbligazioni, paga di più perché chi compra non si fida del fatto che noi restituiremo i debiti nei termini, ma questo è un altro tipo di problema».

Un’altra accusa “da bar” molto frequente, per il professore, è quella che vuole la Germania come un paese “egoista”, non incline ai valori di solidarietà alla base dell’Europa. «Ci sono accuse nei confronti della Germania di essere un paese poco solidale, ma anche questa è una menzogna: dovrebbero spiegare perché i tedeschi non sono solidali se vanno in pensione a 67 anni con un trattamento previdenziale che ammonta alla metà dello stipendio, mentre sono solidali i greci che vanno in pensione a 55 anni con l’80 per cento dello stipendio. O perché sono solidali i francesi, primi beneficiari della PAC (la politica agricola europea ndr) che assorbe la maggior parte del budget europeo. I tedeschi lavorano molto e bene, non si capisce perché si vorrebbe far passare sotto il nome ‘solidarietà’ la pretesa che sovvenzionino con il loro lavoro gli sprechi e le inefficienze di altri, di chi non vuole lavorare o lavora male».

Quali sono dunque le cause alla base delle affermazioni americane? «È in corso una miniguerra valutaria non sullo scacchiere europeo, ma su quello asiatico, tra il Dollaro, lo Yen e il Yuan. In mezzo a questa guerra c’è un’Europa tormentata e dilaniata, soprattutto dal fatto che l’unione monetaria non ha portato convergenza, ma divergenza. Certo, ci sono dei lati positivi, come il fatto che, proprio a Roma, il 14 ottobre il primo ministro finlandese ha detto che bisogna rinegoziare i trattai europei. La stessa Merkel ha scritto una lettera finita sul tavolo del Consiglio Europeo in cui si parla di una reinterpretazione dei trattati europei che, però, vuole anche dire che Italia, Spagna e anche Francia tengano presente la necessità di adoperarsi per operare serie riforme».

Roberto Capocelli

Riotta e l’Espresso, la polemica sullo spionaggio Nsa

Spionaggio NsaÈ vero quel che scrive Riotta. E cioè che il grande detective segreto dello spionaggio telematico, l’ex consulente della Nsa, Edward Snowden, è fuggito in Russia da Putin, mentre non è chiara l’altra rivelazione, e cioè se l’ex giornalista del Guardian Gleen Greenwald, sia stato effettivamente assunto dal miliardario Pierre Omydyar, fondatore di eBay. Come se tutto fosse stato preordinato per approfittare delle rivelazioni sulla Nsa, l’agenzia per la sicurezza americana, che sta spiando con diversi programmi tutto il globo. Di più, può anche essere che questi programmi, come Prism che ha operato in territorio francese, altro non sia che l’identico programma che gli stessi francesi della Dgse utilizzano verso altri. E può perfino essere che tali rivelazioni possano portare acqua alla rete terroristica che utilizza gli stessi modelli analitici della polizia, e che dunque può ricodificare i messaggi. Restano però due domande. Dal caso Assange, che con la sua Wikileaks, diffuse ben 251mila documenti ritenuti segreti e coperti degli Stati uniti, ad oggi, non possono davvero coesistere due comportamenti opposti da parte dello stesso Stato. Se gli Usa utilizzano lo stesso “metodo” di Assange, non possono chiedere che Assange venga processato e condannato. Continua a leggere

Quell’11 settembre a Santiago rimasto fermo nella memoria

Allende-arresto

Un esule che parla con la passione del latinoamericano. Era in Cile quel maledetto 11 settembre del ’73 quando Pinochet ordinava il bombardamento della Moneda, il palazzo del presidente Allende che rivolgeva alla sua nazione l’ultimo appello radiofonico sotto le bombe dell’aviazione golpista. Chissà quante volte, in tutti questi anni, gli saranno tornate in mente quelle immagini, quei giorni. Oggi, Raul Paredes Diaz si definisce un riformista, proprio grazie agli insegnamenti dei socialisti italiani che lo accolsero come rifugiato: “sono arrivato in Italia che ero un bambino rivoluzionario, oggi mi considero un discreto riformista” scherza. E aggiunge: “Ringrazio il socialismo italiano, mi insegno una cosa che la sinistra cilena conosceva poco: la tolleranza. Quando parlo di socialismo italiano parlo di tolleranza”. Di sicuro Raul racconta di una parabola, quella iniziata in quella mattinata settembrina tutta ancora in divenire, come un cerchio che non si è affatto chiuso. Una contraddizione con i suoi ricordi di quella stessa mattina che definisce “fermi nel tempo”.   Continua a leggere

Torna la maledizione in Oklahoma: un tornado uccide 91 persone

Tornado-Oklaoma cityViolenta e mortale, e più potente della tempesta di maggio 1999 che devastò Moore, cittadina di 41 mila abitanti, a 15 miglia a sud di Oklahoma City, una lingua di terra che in buona parte coincide, incredibilmente, con quella dell’uragano di ieri pomeriggio. In quell’occasione le vittime furono 40, questa volta più del doppio: ad ora sono infatti già 91 le persone morte, di cui 20 bambini, provocate dal “twister”, mentre sono circa 145 le persone ferite e ricoverate negli ospedali della zona. Il presidente statunitense Barack Obama ha dichiarato lo stato di emergenza. Continua a leggere

Processo Meredith: per la Cassazione è tutto da rifare. Un “caso marò” alla rovescia?

Sollecito-Amanda-MeredithIl processo d’appello per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, assolti in secondo grado per la morte di Meredith Kercher, va rifatto. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di appello sull’omicidio di Meredith Kercher e cancellato le assoluzioni di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. I giudici hanno accolto il ricorso del procuratore generale che aveva chiesto l’annullamento della sentenza di secondo grado con cui erano stati assolti i due ex fidanzati “perché il fatto non sussiste”. Inoltre, la Cassazione ha respinto il ricorso presentato da Amanda Knox contro la condanna a tre anni di reclusione per calunnia nei confronti di Patrick Lumumba, che la stessa Knox aveva accusato del delitto di Meredith: la condanna, dunque, è divenuta definitiva ma la Knox ha già scontato la pena. Il nuovo processo si celebrerà a Firenze e rianalizzerà l’intero impianto accusatorio e della difesa ha spiegato il procuratore generale della Cassazione Luigi Riello che si è detto soddisfatto della sentenza perché la corte «ha accolto le nostre tesi». Continua a leggere