Asia Bibi assolta, ora va assicurata protezione

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Un verdetto storico, inatteso e importante anche per affermare il principio della tolleranza religiosa. L’assoluzione disposta oggi dalla Corte Suprema del Pakistan nei confronti di Asia Bibi ha un significato profondo. La donna cristiana era stata condannata a morte nel 2010 per blasfemia e ha rischiato l’esecuzione sulla base di prove infondate.

“La vicenda di Asia Bibi è stata usata per aizzare folle violente di facinorosi, per giustificare l’assassinio di due alti rappresentanti delle istituzioni nel 2011 e per intimidire fino alla sottomissione lo stato pachistano”, come ha ricordato Omar Waraich, vicedirettore di Amnesty International per l’Asia meridionale.

E’ quindi naturale il senso di liberazione e di gioia che accompagna tutti i commenti che in queste ore si stanno rapidamente moltiplicando, la copertina che la vicenda sta ottenendo nei notiziari in tutto il mondo, la scelta di festeggiare questo evento così simbolico come a Venezia dove il prossimo 20 novembre il Canal Grande di Venezia e numerosi altri luoghi simbolo della città saranno illuminati di rosso.

“E’ assolta da tutte le accuse”, ha detto il giudice Saqib Nisar leggendo stamane il verdetto, “è libera di andare immediatamente”.

Ma ora comincia la parte più complicata. Non è un caso che, immediatamente, manifestazioni di protesta sono esplose in tutto il Pakistan dopo la sentenza della Corte, tanto da dover indurre il Primo ministro pachistano, Imran Khan, a lanciare un appello alla calma e a rispettare il verdetto. “Assicurate la protezione di Asia Bibi”, è l’esortazione che arriva alle autorità pakistane e Amnesty International ricorda come negli ultimi anni persone assolte dal “reato” di blasfemia hanno dovuto cercare riparo all’estero.

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Massimo Persotti

Giorno contro pena capitale, bracci della morte inumani

pena capitaleSakae Menda ha trascorso 34 anni nel braccio della morte in Giappone, prima di essere liberato. Il ricordo del periodo di prigionia è un incubo che mai potrà superare. “Non potevamo muoverci dentro le celle, costretti a restare seduti durante il giorno e a dormire la notte con una luce abbagliante accesa. Alcune volte alla settimana vengono concessi trenta minuti di esercizio fisico. Viene permesso un bagno di 15 minuti due volte a settimana, tre volte durante i mesi estivi. In cella, si è sottoposti a una sorveglianza 24 ore su 24 attraverso una telecamera posta sul soffitto per prevenire tentativi di suicidio, autolesionismo o fuga. Un prigioniero ha raccontato che alcune volte i detenuti hanno ricevuto una punizione (chobatsu). Una volta un prigioniero ha trascorso 2 mesi con le mani ammanettate costringendolo a mangiare come un animale”.

Non solo condannati a morte. Ma anche condannati a trattamenti disumani e degradanti. Sake Menda non è un caso isolato, sono molti i prigionieri, in ogni parte del mondo, costretti a sopportare condizioni carcerarie ogni oltre immaginazione.

“A prescindere dal crimine che possa aver commesso, nessuno dovrebbe essere costretto a subire condizioni inumane di detenzione. Invece, in molti casi, i condannati a morte sono tenuti in rigido isolamento, vengono privati delle cure mediche di cui necessitano e vivono nella costante ansia di un’imminente esecuzione”. Lo ha dichiarato Stephen Cockburn, vicedirettore del programma Temi globali di Amnesty International, in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte che ricorre oggi, 10 ottobre.

Negli Stati Uniti, in particolare in Stati come la California o il Texas, l’isolamento è completo e i prigionieri restano bloccati nelle loro celle tutto il giorno, 22 ore al giorno. In Pakistan, chi è condannato a morte può camminare fuori solo per un’ora al giorno, mentre spesso sono assegnate loro aree apposite note come “celle della morte” dove “otto prigionieri sono costretti a condividere una cella di 8×10 piedi (2,4×3,0 metri)”. In Bielorussia, il clima di segretezza che circonda l’uso della pena di morte fa sì che le esecuzioni non siano note all’opinione pubblica e vengano portate a termine senza alcuna comunicazione preventiva ai prigionieri, alle loro famiglie o agli avvocati”.

“Il fatto che alcuni governi notifichino l’esecuzione ai prigionieri e ai loro familiari pochi giorni, se non addirittura pochi minuti prima, aggiunge crudeltà alla situazione”, ha dichiarato Cockburn.

Quest’anno, la Giornata mondiale contro la pena di morte, che mobilita in tutto il mondo organizzazioni e difensori dei diritti umani, accende i riflettori su un tema forse meno conosciuto della pena capitale. “Chiediamo che i prigionieri condannati a morte siano trattati con umanità e dignità e detenuti in condizioni rispettose delle norme e degli standard internazionali sui diritti umani”, spiega Amnesty International. E a cinque paesi in particolare (Bielorussia, Ghana, Giappone, Iran e Malaysia) si rivolge affinché i rispettivi governi pongano fine alle inumane condizioni detentive dei condannati a morte e assumano iniziative in favore dell’abolizione totale della pena capitale.

Iran, Zeinab la sposa bambina messa a morte

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Amnesty International ha oggi confermato l’esecuzione di Zeinab Sekaanvand, una giovane curda iraniana di 24 anni, messa a morte nella città di Urmia, nell’Iran Nord-Occidentale. Anche l’ong Kurdistan Human Rights ha confermato con un tweet l’esecuzione e la consegna del corpo della ragazza alla famiglia.

Si conclude nel modo peggiore una storia simbolo del drammatico fenomeno delle spose bambine che, secondo l’Unicef, sono 12 milioni ogni anno. Zeinab è stata data in sposa a 15 anni, sottoposta agli abusi e alle violenze del marito, cerca di ottenere il divorzio ma senza successo. Poi nel 2011, l’omicidio dell’uomo e il suo arresto. Quanto accade successivamente lo abbiamo raccontato già due anni fa  quando il suo caso ha cominciato a mobilitare associazioni e attivisti per i diritti umani.

Ma questa volta appelli e proteste non sono riuscite a fermare l’esecuzione. L’Iran peraltro è l’unico paese al mondo a portare a mettere a morte minorenni al momento del reato. Dal 2005 vi sono state circa 90 esecuzioni del genere, di cui almeno cinque quest’anno.

Massimo Persotti

Arabia Saudita, in 4 mesi
48 condanne a morte

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L’Arabia Saudita ha messo a morte 48 persone nei primi quattro mesi del 2018, metà dei quali per reati non violenti legati alla droga. Sono quasi 600 le esecuzioni nel Regno dall’inizio del 2014, più di un terzo per crimini di droga, quasi 150 solo lo scorso anno. I dati drammatici sono stati resi noti in queste ore da Human Rights Watch (Hrw). Il rapporto tra pena di morte e reati di droga resta un tema centrale per gli attivisti per i diritti umani, nonostante siano solo quattro i paesi (Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore) che ufficialmente eseguano sentenze capitali per questa tipologia di reati (ma Amnesty International ritiene che non siano da escludere neppure Malesia e Vietnam, pur non dichiarandolo espressamente). Peraltro, si registrano tendenze discordanti tra paese e paese, perché se in Iran l’entità di esecuzioni di questo tipo si è ridotta dal quasi 60% del 2016 al 40% del 2017, probabilmente – spiega Amnesty nel suo recente rapporto sulla pena di morte – a causa delle modifiche legislative intervenute nel 2017 alle leggi antinarcotici, in Arabia Saudita invece le sentenze capitali eseguite per reati connessi alla droga sono aumentate dal 16% delle esecuzioni complessive nel 2016 al 40% nel 2017.

L’Arabia Saudita punisce con la pena di morte anche reati come terrorismo, omicidio, stupro, rapine a mano armata e i condannati a morte sono decapitati con una spada. Ma le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente espresso preoccupazioni sulla equità dei processi nel Regno, che è governato da una rigorosa forma di osservanza della legge islamica.

«È abbastanza grave che l’Arabia Saudita metta a morte così tante persone, ma molte di loro non hanno commesso un crimine violento – ha dichiarato al Guardian Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medio Oriente – Qualsiasi piano per limitare le esecuzioni per reati di droga deve prevedere miglioramenti al sistema giudiziario che non prevede processi equi».

Il principe ereditario Mohammed bin Salman, erede al trono designato, ha rivelato recentemente in un’intervista alla rivista Time che il Regno avrebbe preso in considerazione la possibilità per alcuni reati, tranne l’omicidio, di cambiare la pena dalla condanna capitale all’ergastolo. Una speranza per le organizzazioni umanitarie, ma in molti temono che gli annunci del principe siano solo di facciata.

Massimo Persotti

Rapporto Amnesty: in 15 Paesi a morte per droga

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Neppure un mese fa a Singapore sono state messe a morte due persone nel giro di appena una settimana, entrambe per reati legati alla droga. Lo scorso anno la città-Stato ha registrato otto esecuzioni. Le autorità rivendicano la necessità di combattere severamente traffico e uso di droghe, ma la maggior parte dei condannati a morte sono piccoli spacciatori costretti a mettersi al servizio dei narcotrafficanti per pagare debiti o perché non trovano lavoro. Eppure, la ‘linea dura’ di Singapore viene presa ad esempio da altri paesi, persino dagli Usa dove il presidente Trump vorrebbe la pena capitale anche per i reati di droga.

In realtà, Singapore è in buona compagnia. Come emerge dal Rapporto sulla pena di morte pubblicato da Amnesty International, lo scorso anno sono state emesse sentenze capitali ed eseguite condanne a morte per reati legati alla droga in 15 paesi, anche se esecuzioni si sono compiute in soli 4 paesi: oltre a Singapore, Cina, Iran e Arabia Saudita. Ma è probabile che sentenze capitali per questo tipo di reati siano state eseguite anche in Malesia e Vietnam. Il dato preoccupa gli attivisti per i diritti umani che denunciano come la pena capitale non scoraggia il narcotraffico, ma semmai colpisce consumatori e piccoli spacciatori. Per questo, sostengono, sarebbero necessarie strategie diverse per combattere i reati di droga che molto spesso, e soprattutto in alcune aree geografiche, sono fortemente collegati a problemi quali disoccupazione e povertà.

Qualche piccolo miglioramento in realtà si registra. L’Iran che, secondo fonti giudiziarie iraniane, ha messo a morte in 30 anni almeno 10mila persone per reati di droga, ha riformato lo scorso anno la legislazione in materia innalzando il quantitativo minimo di droga da possedere per poter essere condannati a morte. Conseguenza, il numero di esecuzioni è notevolmente diminuito e oltre l’80% dei circa 4000 prigionieri condannati alla pena capitale con l’accusa di crimini legati alla droga dovrebbe essere salvato dalla esecuzione.

“Nonostante i passi avanti verso l’abolizione di questa abominevole punizione, alcuni leader continuano a usare la pena di morte come un metodo spiccio invece di affrontare le cause di fondo legate alla droga con politiche umane, efficaci e basate sull’esperienza. Leader forti portano avanti la giustizia, non le esecuzioni”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Ma intanto le esecuzioni continuano seppur con numeri sempre in calo. Lo scorso anno, si legge nel Rapporto di Amnesty, si sono registrate almeno 993 esecuzioni in 23 paesi (resta fuori la Cina i cui dati restano un segreto di stato), il 4 per cento in meno rispetto alle 1032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1634 del 2015. Mentre sarebbero state almeno 2591 le condanne a morte emesse in 53 paesi.

“La pena di morte è il sintomo di una cultura di violenza”, spiega Shetty, e appare – se possibile – ancor più dura, crudele e grave quando colpisce le persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni (in Iran cinque esecuzioni e almeno 80 prigionieri nei bracci della morte), oppure chi soffre di disabilità mentale o intellettuale (persone messe a morte o in attesa di esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa) o chi è stato condannato dopo confessioni estorte con maltrattamenti e torture (in Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq).

Eppure segnali positivi arrivano, ad esempio dall’Africa subsahariana dove la Guinea è diventato il ventesimo paese abolizionista di quest’area geografica che fino a 30 anni fa poteva contare solo su Capo Verde fuori dalla pena di morte. Anche la Mongolia ha messo la parola fine alla pena capitale, facendo salire così a 106 il numero dei paesi abolizionisti.

Ma c’è ancora molto da fare e gli attivisti di Amnesty e delle organizzazioni per i diritti umani non possono abbassare la guardia. Non è solo una battaglia di diritto e di principio, è anche e soprattutto una lotta per la sopravvivenza: sono 22mila i prigionieri in attesa di esecuzione nel mondo.

Per saperne di più:
Rapporto 2017 sulla pena di morte di Amnesty International

Iran, il drammatico destino della pena di morte

Mideast Iran Forgiven Killer

“Chi si occupa di diritti umani in Iran sa bene che a una buona notizia ne segue una pessima”, si legge in un tweet delle scorse ore di Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International. Il mese di gennaio lo dimostra e intorno alle storie di Amirhossein Pourjafar, Sadegh Larijani, Ahmadreza Djalali e Ali Kazemi, dagli epiloghi così diversi, ruota il drammatico destino della pena di morte in Iran.

L’ayatollah Sadegh Larijani è il capo della magistratura. Lui, pochi giorni fa ha restituito la speranza di evitare la forca a migliaia di iraniani condannati a morte per reati di droga. Sospensione delle esecuzioni e riesame dei casi che potrebbe portare a una riduzione delle condanne a pene detentive prolungate. Effetto della legge votata dal parlamento lo scorso mese di agosto che ammorbidisce la strategia di Teheran nella lotta al traffico e al consumo di stupefacenti. Sarebbero oltre 5mila i detenuti nei bracci della morte interessati dal provvedimento applicato in modo retroattivo. Non solo. Questa decisione potrebbe avere un impatto importante anche nei prossimi mesi, visti i drammatici numeri delle esecuzioni in Iran degli ultimi anni. Dal 1988, secondo fonti giudiziarie iraniane, le condanne a morte eseguite per reati di droga sono state circa 10mila, circa tremila dal 2010 al 2016, secondo Iran Human Rights.

Ahmadreza Djalali è il medico e ricercatore iraniano arrestato nel 2016 e condannato alla pena capitale. Per lui è arrivata una inattesa sospensione della condanna a morte da parte delle autorità di Teheran, dopo che non molti giorni fa si era paventata persino l’imminente esecuzione. Saman Naseem, un giovane iraniano di etnia curda, condannato a morte per un omicidio commesso a 17 anni. Il 25 gennaio ha ottenuto dalla Corte d’Appello di Urmia l’annullamento della condanna, sostituita con una pena detentiva di cinque anni.

E Ali Kazemi. Il 22enne iraniano messo a morte il 30 gennaio scorso dopo essere stato condannato per un omicidio commesso quando aveva solo 15 anni. “Portando a termine questa esecuzione illegale, l’Iran ha reso manifesto che desidera mantenere la vergognosa reputazione di paese leader al mondo per le esecuzioni di minorenni al momento del reato”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, direttrice di Amnesty International per il Medioriente e l’Africa del Nord. L’esecuzione di Ali Kazemi ha avuto luogo nella provincia di Busher dopo essere stata annunciata, poi smentita, infine portata a termine senza avvisare né familiari né l’avvocato. Ancora un adolescente, uno dei tanti, quattro nel 2017, 87 tra il 2005 e il 2018, già due quest’anno. Prima di Kazemi, era stata la volta di Amirhossein Pourjafar, messo a morte il 4 gennaio, anche lui minorenne all’epoca del reato.

“Siamo di fronte a un attacco frontale ai diritti dei minori, tutelati dal diritto internazionale che vieta in ogni circostanza l’uso della pena di morte nei confronti di minorenni al momento del reato”, afferma Magdalena Mughrabi che invita il capo del potere giudiziario a “intervenire immediatamente” per “ istituire una moratoria ufficiale sulle esecuzioni dei rei minorenni. E il Parlamento di Teheran deve riformare il codice penale per proibire l’uso della pena di morte dei minorenni al momento del reato”.

Massimo Persotti

Iran: sospese condanne a morte, in migliaia sperano

Mideast Iran Forgiven KillerLa vita di oltre 5mila prigionieri nei bracci della morte in Iran potrebbe essere risparmiata grazie all’entrata in vigore di una nuova legge che abolisce la pena capitale per alcuni reati legati al traffico di droga. Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Isna, ha annunciato il riesame di tutti i processi  in cui gli imputati sono stati condannati a morte per “reati di droga” e il blocco, allo stesso tempo, delle esecuzioni programmate.

Le nuove disposizioni stabiliscono che la condanna a morte per reati di droga scatti solo in caso di possesso di oltre due chili di cocaina, rispetto ai 30 grammi previsti della precedente versione, e di 50 kg. di oppio e marijuana. I nuovi limiti non riguardano le organizzazione dedite al traffico di stupefacenti, gli spacciatori armati e i criminali recidivi. Dovrebbero inoltre agire retroattivamente salvando così la vita a migliaia di prigionieri. Secondo l’agenzia Mizanonline, organo che fa capo alla magistratura locale, il capo della magistratura, l’ayatollah Sadegh Larijani, avrebbe chiesto martedì scorso ai funzionari governativi di sospendere le esecuzioni dei condannati a morte interessati dal provvedimento, riconsiderando i loro casi e commutando eventualmente le loro pene a 25-30 anni di carcere, come prevede la nuova legge.

L’Iran ha intrapreso una dura battaglia contro traffico e consumo di droghe che ha portato a migliaia di arresti ed esecuzioni, facendo salire l’Iran al secondo posto nella lista dei “Paesi boia”, seconda solo alla Cina: oltre 567 le persone messe a morte nel 2016, in gran parte per reati di droga.

Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, ha spiegato alla BBC che “se attuato correttamente, questo cambiamento nella legge rappresenterà uno dei più significativi passi verso la riduzione nell’uso della pena di morte in tutto il mondo”. Ha anche riferito che dal mese di novembre, quando la legge è stata firmata dal presidente Rouhani, “nessun condannato per tali reati è stato messo a morte, secondo le informazioni in nostro possesso”.

Secondo il Comitato giudiziario del Parlamento iraniano, oltre 5mila prigionieri detenuti nei bracci della morte potrebbero beneficiare della nuova legislazione, la maggior parte dei quali sono di età tra i 20 e i 30 anni.

Nonostante le nuove misure, sono state oltre 400 le esecuzioni nei primi 11 mesi del 2017, tra cui almeno quattro minorenni al momento del reato. A nulla sono valsi i ripetuti richiami delle Nazioni Unite e poco interessa il rispetto dei Trattati internazionali: l’Iran continua condannare e a mettere a morte minorenni e in almeno 48 si troverebbero oggi nei bracci della morte, secondo Amnesty International.

Massimo Persotti

Migranti, Amnesty attacca l’Europa: complici degli abusi

ITALY-IMMIGRATION-REFUGEES-RESCUEAmnesty International accusa i leader europei, e soprattutto l’Italia, di essere consapevolmente complici dello sfruttamento e delle torture che decine di migliaia di migranti subiscono in Libia da parte della guardia costiera sostenuta e addestrata dall’Ue e di coloro che gestiscono i campi di detenzione. L’organizzazione ha diffuso un lungo rapporto intitolato ‘Libia: un oscuro intreccio di collusione’, che descrive come i governi europei, pur di bloccare gli arrivi, con gli accordi culminati nel Memorandum d’intesa del febbraio 2017 tra Italia e Libia e adottato il giorno dopo a Malta dall’Ue, stiano attivamente sostenendo un ramificato sistema di violenza. Amnesty ricorda che quasi mezzo milione di persone è riuscito a raggiungere l’Europa negli ultimi tre anni, mentre più di 10mila sono morte nel viaggio e altre 500mila sono bloccate in Libia.

Qui subiscono “terribili abusi”, su cui i riflettori si sono di recente accesi quando Cnn ha diffuso un video che mostra un moderno mercato di schiavi: uomini vengono battuti all’asta e comprati dal miglior offerente. Ma i migranti subiscono anche violazioni “da parte di ufficiali e forze di sicurezza libici”, gruppi armati e gang criminali, ricorda Amnesty, e “tortura, maltrattamenti e detenzione arbitraria in condizioni spaventose, estorsione, lavoro forzato e uccisioni per mano di autorità libiche, milizie e trafficanti”.

In questo contesto, l’organizzazione ha indagato sul ruolo delle autorità europee. “Le scoperte – si legge nel rapporto – hanno fatto luce sulle responsabilità europee, mostrando come l’Ue e i suoi Stati membri, l’Italia in particolare, abbiano perseguito il loro obiettivo di limitare il flusso di rifugiati e migranti nel Mediterraneo, con poco pensiero” per “le conseguenze su chi è rimasto quindi intrappolato in Libia”. Gli Stati del blocco comunitario, secondo Amnesty, “sono entrati in una serie di accordi cooperazione con le autorità libiche responsabili di gravi violazioni dei diritti umani”. E le loro azioni, sottolinea, “hanno avuto successo: il numero di arrivi in Italia è calato del 67% tra luglio e novembre 2017”, “ma i Paesi Ue non dovrebbero fingere schock o sdegno per il costo umano”. “Non possono sostenere in modo credibile di non essere a conoscenza delle grave violazioni commesse da alcuni responsabili della detenzione e della Guardia costiera libica con cui stanno assiduamente collaborando”, né “di aver insistito su meccanismi e garanzie sui diritti da parte delle autorità libiche perché in realtà non lo hanno fatto”. Quindi, conclude, “sono complici in questi abusi”.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), alla fine di settembre i migranti bloccati in Libia erano 416.556, ma per molte stime il numero sarebbe in realtà molto più alto. Inoltre, altre stime quantificano in 20mila le persone rinchiuse nei centri di detenzione gestiti dalla divisione Dcim del ministero dell’Interno. Altre migliaia sono però imprigionate da gang criminali e milizie, sottoposti a ricatti, estorsione, tortura e violenze, anche sessuali. “In etrambi i casi, le persone sono detenute in modo illegale”, specifica Amnesty International, ricordando che molti centri detentivi restano off-limit per le agenzie internazionali, che quando sono ammesse lo sono soltanto su base occasionale. A proposito dei soccorsi in mare, l’organizzazione sottolinea che “la Guardia costiera libica è stata responsabile di vari incidenti che hanno messo in pericolo la vita dei migranti e degli operatori delle ong in mare”. Tra essi, ricorda il caso della nave Aquarius del maggio 2017, quando l’azione dei libici “causò il panico” e spinse 60 persone a gettarsi in acqua. Più di recente, il 6 novembre scorso, quello della nave Sea-Watch 3, testimoniata da un video e dai volontari che lo hanno esposto alle autorità italiane ed europee. L’intervento dei libici ha contribuito a un bilancio di cinque morti accertati e 50 persone scomparse. “La nave della Guardia costiera libica responsabile dell’incidente sembra essere Ras Jadir, una delle navi Classe Bigliani donate dall’Italia alle autorità libiche”, sottolinea Amnesty. L’Italia, aggiunge, “per garantire che la Guardia costiera libica sia il primo attore a intercettare i migranti e li riporti in Libia, ha anche agito per limitare il lavoro delle ong che conducono operazioni di soccorso in mare, di nuovo con il sostegno di altri governi e istituzioni Ue”.”Aiutando le autorità libiche a intrappolare le persone in Libia senza chiedere che pongano fine alle sistematiche violenze contro rifugiati e migranti o come minimo che riconoscano l’esistenza dei rifugiati, i governi europei stanno mostrando quale sia la loro reale priorità: la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva”, ha sottolineato John Dalhuisen, direttore di Amnesty per l’Europa. “I governi europei devono ripensare la cooperazione con la Libia” e “consentire l’ingresso in Europa attraverso percorsi legali, anche attraverso il reinsediamento di decine di migliaia di rifugiati”, “devono insistere che le autorità libiche pongano fine all’arresto e alla detenzione di natura arbitraria di rifugiati e migranti, rilascino tutti i cittadini stranieri che si trovano nei centri di detenzione e consentano piena operatività all’Alto commissariato Onu per i rifugiati”, ha concluso Dalhuisen.

Luigi Grassi

Iran, condannato a morte ricercatore per spionaggio

ahmadreza_djalali_c_facebookAhmadreza Djalali, il ricercatore iraniano in carcere dal 25 aprile 2016 perché accusato di spionaggio, è stato condannato a morte. Lo riferisce oggi il quotidiano svedese “The Local”. Djalali ha lasciato l’Iran otto anni fa per proseguire in Europa la sua attività professionale. Tra il 2012 e il 2015 ha lavorato anche presso il Crimedim di Novara, il centro di ricerca in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale. Poi si è trasferito a Stoccolma, dove è residente e vive con la famiglia, da dove collaborava ancora con il centro di ricerca italiano.

Il processo è iniziato alla fine dello scorso mese di agosto, dopo 16 mesi di detenzione e la ricusazione dell’avvocato di Djalali da parte del giudice. Il tribunale non ha impiegato molto per emettere un verdetto di colpevolezza.

Nei suoi confronti si è levata in questi mesi una vera e propria mobilitazione internazionale, che ha portato alla raccolta di oltre 220 mila firme in tutto il mondo. Amnesty International ha avviato un’azione urgente e i figli di 5 e 14 anni, che vivono in Svezia con la mamma, si sono rivolti anche a Papa Francesco. “Francesco aiuta il mio papà a tornare a casa, non lasciarlo morire in prigione…”, era stato il loro appello al Papa via Facebook. Appelli e mobilitazioni che ora dovranno moltiplicarsi per impedire che la condanna porti Djalali verso l’esecuzione.

Massimo Persotti

Leggi anche:
Iran, ricercatore rischia l’esecuzione per spionaggio

Firma l’appello sul sito di Amnesty International

Regeni, perché serve l’ambasciatore al Cairo

Giulio Regeni

Giulio Regeni

La vicenda del sequestro del giovane ricercatore Giulio Regeni, torturato a morte da sconosciuti e il cui cadavere martoriato venne fatto ritrovare poco prima che iniziasse la visita della ministra Guidi con una folta delegazione commerciale italiana all’ambasciata del Cairo nel febbraio dell’anno scorso, è di quelle che segnano a fondo le coscienze e che non è possibile dimenticare.
L’emozione suscitata non si è certo esaurita e non c’è dunque da stupirsi se attorno alla ricerca degli assassini e dei mandanti, si accendano facilmente gli animi e nascano ancora polemiche.
Prima di entrare nel merito del tema che è stato ieri, lunedì 4 settembre, in seguito alla decisione di rimandare il nostro ambasciatore al Cairo, oggetto di un’audizione del ministro Alfano davanti alle Commissioni riunite di Camera e Senato, vorrei esprimere due riflessioni:

– l’Egitto è un Paese che presenta criticità di non poco conto. È davanti agli occhi di tutti che lì vi sia poca democrazia, per non dire una dittatura, e una sistematica violazione diritti umani. Il tutto aggravato da una nuova legge contro le ONG che si occupano di diritti umani per imbavagliarle e impedire che vengano finanziate dall’estero;

– un Paese come l’Italia, ha il dovere morale e politico di proteggere i suoi cittadini e cittadine. Il caso Regeni è tragico e i comportamenti dell’Egitto sul caso inaccettabili da tutti i punti di vista e in alcune occasioni anche molto offensivi nei confronti del nostro Paese. Giustamente dunque nell’aprile dello scorso anno, a fronte dei comportamenti egiziani, soprattutto per la evidente mancata collaborazione giudiziaria per arrivare alla verità sulla morte del giovane ricercatore italiano, venne deciso di dare un segnale forte, ritirando l’ambasciatore.

Da allora sono passati lunghi mesi di almeno apparente inattività e silenzio e mi sono interrogata sull’opportunità e sulla utilità di prolungare ancora l’assenza del nostro ambasciatore dal Cairo tanto che il 18 gennaio scorso, nel question time, ho interrogato il ministro degli esteri chiedendogli se a quasi un anno dal richiamo dell’ambasciatore Massari e la successiva nomina di Gianpiero Cantini, il Governo non intendesse “riconsiderare l’opportunità del ritorno dell’ambasciatore in sede, allora richiamato come forma di protesta nei confronti delle autorità egiziane, per esercitare da vicino tutte le pressioni possibili per arrivare alla verità”. La risposta rimase nel vago.
Nei mesi successivi, passo dopo passo, sembra si sia ricreata questa collaborazione e a metà agosto le due procure, quella di Roma e quella del Cairo, hanno con una dichiarazione congiunta, espresso ufficialmente la volontà di proseguire nel rapporto di collaborazione. Sembra insomma che, con tutte le legittime riserve del caso, il lavoro di ricerca della verità per ricostruire i fatti, individuare le responsabilità, punire i colpevoli sia davvero ripartito.

Il ministro Alfano ha parlato di ‘progressi’ ed è a questo passaggio che è legata la decisione di far tornare l’ambasciatore al Cairo.
Una decisione che non ho esitato a definire giusta, anzi direi che si è trattato di un passo che sarebbe stato opportuno fare anche prima e spiego perché.
Si tratta di una passo in qualche modo inevitabile, perché ci sono molti altri modi per segnalare al Cairo il giudizio dell’Italia e degli italiani su quanto avvenuto e su quanto ancora non è stato fatto per arrivare a identificare i responsabili di un atto così ignobile mentre il protrarsi ancora dell’assenza del nostro rappresentante non avrebbe aiutato in nessun modo la ricerca della verità.

Un passo sensato inoltre, perché il ritiro dell’ambasciatore non può essere usato né come rappresaglia per il mancato raggiungimento della verità né come strumento di pressione.
Solo se tutti i Governi dell’Unione avessero adottato infatti la stessa decisione all’unisono con l’Italia, questa misura comune avrebbe potuto avere un impatto efficace sul Cairo, altrimenti, ed è evidente, ne risulterebbe esclusivamente da un lato un passo sostanzialmente inefficace e dall’altro soltanto un danno concreto alle relazioni tra noi e l’Egitto.

Ecco dunque perché considero la decisione un passo utile, perché il nostro ambasciatore può servire sul posto proprio a seguire da vicino gli sviluppi delle indagini, a stimolare gli organismi competenti e a impedire che la vicenda finisca pian piano per apparire al Governo egiziano meno importante e grave di quel che è.
Apro poi una parentesi su una vicenda collaterale che, complice certamente la noia agostana segnata da una scarsità di notizie di rilievo, è esplosa attorno alla pubblicazione sul quotidiano statunitense  New York Times, di un articolo in cui si riferiva di informazioni esplosive che l’amministrazione Obama avrebbe passato al nostro Governo a poche settimane dall’esplosione del caso Regeni.
Ho letto con grande attenzione quell’articolo, ma l’importanza che gli è stata data, era davvero eccessiva.
Il pezzo conteneva solo alcune congetture, e neppure originali perché le avevamo avanzate già noi subito dopo il ritrovamento del corpo del giovane ed erano state ampiamente analizzate e approfondite dai mezzi di informazione italiani.
Che nel rapimento e nel brutale assassinio di Regeni, nelle modalità stesse del fatto compreso il ritrovamento del corpo, nei depistaggi a ripetizione che avevano coinvolto le forze di polizie, vi fosse quantomeno lo zampino dei servizi segreti egiziani o di qualche sua branca ‘deviata’, era a dire poco evidente. Non ci voleva certo la Cia per capirlo. Quello che mancava erano prove concrete, utilizzabili dai magistrati e di tutto questo, non c’era traccia nell’articolo.

Sul contenuto lo stesso giornalista Declan Walsh, corrispondente del New York Times dal Cairo, ammette che “per evitare di identificare la fonte (delle informazioni), gli americani non condivisero l’informazione originale: non dissero quale agenzia della sicurezza egiziana credevano ci fosse dietro la morte di Regeni. E vi pare poco?
Le stesse fonti riportate nell’articolo ammettevano poi che “non era chiaro chi aveva dato l’ordine di sequestrarlo e, probabilmente, ucciderlo”. E dove sono allora le rivelazioni esplosive?
Quello che ha colpito davvero nella pubblicazione (e ripubblicazione nel magazine dello stesso NYT) di quell’articolo, è stato esclusivamente la scelta dei tempi per farlo, ovvero proprio all’indomani della decisione dell’Italia di riportare un ambasciatore al Cairo!
È sembrato che si volesse creare un difficoltà aggiuntiva al Governo italiano in un momento non semplice
Interpretazioni sul senso dell’articolo del NYT sono state date da numerosi commentatori ed ex diplomatici. L’ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera del 22 agosto, ad esempio, ipotizza come il vero obiettivo delle “rivelazioni” potesse non essere l’Italia e neppure l’Egitto bensì il presidente Trump per il suoi rapporti con Al Sisi.
Ed è ancora l’ambasciatore Vattani che su Panorama ha parlato di intervento ‘tempestivo’ per rendere più difficile la ripresa e i rapporti tra Italia ed Egitto: “Fanno gli interessi di qualcuno e paiono interessi importanti”

La parte dell’articolo che più mi ha incuriosito però è nel riferimento ai rapporti tra il presidente Al Sisi e il suo ministro degli interni. Ecco allora una domanda per il nostro ministro degli esteri, e cioè se ritiene che il regime di egiziano sia solido abbastanza per sostenere la ricerca della verità sul caso Regeni anche a rischio di una frattura interna e se risponde al vero che vi sia un certo antagonismo tra il Presidente e il suo ministro degli interni. Insomma se la pista della faida interna dietro il caso Regeni abbia o meno una consistenza reale e impedisca che si faccia piena luce.
Una riflessione infine sui diritti umani che devono starci a cuore sempre, sia che si parli dell’Egitto sia che si parli del Venezuela, della Russia o della Cina.
I diritti umani non hanno confini e a questo proposito non posso dimenticare che i colleghi grillini in commissione esteri hanno sostenuto che era sbagliato intervenire sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar ‘perché non si deve intervenire nelle vicende interne di un altro Stato’.

Non possono essere davvero i confini dei Paesi che ci impediscono di difendere i diritti umani, ma questi non si difendono ritirando senza scadenza l’ambasciatore come suggerisce – e solo all’Italia – Amnesty International. Seguendo questa scuola di pensiero, probabilmente, verrebbero chiuse le ambasciate in quasi tutto il mondo fatta eccezione per l’Europa e pochi altri Paesi.
Noi dobbiamo continuare difendere i diritti umani sapendo che è azione difficile, lenta, complessa, una continua negoziazione. E lo facciamo anche come Comitato diritti umani della Camera, dando voce a coloro che ne denunciano le violazioni.
Per tornare al nocciolo della vicenda Regeni, dobbiamo continuare ad esigere collaborazione giudiziaria, a chiedere a gran voce la verità. Fino ad ora il trattenere l’ambasciatore non ci ha aiutato. Proviamo quest’altra via nella consapevolezza che il compito dell’ambasciatore al Cairo non sarà facile. Dovrà essere fermo ed esercitare una pressione costante, diretta, sistematica e al massimo livello istituzionale.
Per questo dobbiamo rimandarlo con questo compito preciso e prioritario e mandarlo nelle condizioni migliori, cioè dandogli forza, facendo capire che tutto il Paese lo vuole in Egitto per questa ricerca della verità.

Non facciamo del caso Regeni terreno di scontro pre-elettorale, sarebbe il modo per rendere meno incisiva l’azione del nostro ambasciatore: la sua missione non deve partire indebolita né l’ambasciatore delegittimato;  così toglieremmo forza ed efficacia alla sua azione. Esattamente l’opposto dell’obiettivo che tutti ci prefiggiamo.
Continuiamo a ricercare con determinazione la verità sul caso Regeni e riprendiamo i rapporti con l’Egitto, operando su piani diversi: verità per il caso Regeni da una parte e strategie geopolitiche per la sicurezza nel Mediterraneo dall’altra: le due cose possono avanzare insieme.

Pia Locatelli
Capogruppo Psi alla Camera