Murray Bookhin e l’anarchia nell’età dell’abbondanza

maxresNel 2017 è stata curata una riedizione del volume di Murray Bookhin, “Post scarsity anarchism”, la cui prima edizione in italiano risale al 1979. La critica dell’autore americano, dichiaratamente anarchico, agli esiti del modo capitalistico di produrre appare più convincente e “intrigante” oggi, di quanto non lo sia stata circa quarant’anni or sono; al contrario, le sue proposte per porre rimedio all’impatto negativo del capitalismo sulle condizioni esistenziali dell’uomo contemporaneo sono oggi meno condivisibili di allora.

Accade che gli uomini contemporanei – afferma Bookhin – tendano a vivere completamente immersi nel loro tempo, spesso in modo tale da non rendersi più conto delle differenze esistenti tra la loro epoca e quella della generazione che li ha preceduti. Ciò si rivela però molto pericoloso, in quanto con la “sottomissione al presente” si finisce coll’arrendersi “agli aspetti più reazionari della tradizione”, sia che questi si manifestino in valori e ideologie ormai superate, sia che si “manifestino in forme di organizzazione gerarchica o in comportamenti politici parziali e eccessivamente rigidi”. Se gli uomini contemporanei non riusciranno a riscattarsi dalla loro sudditanza al tempo presente, essi – afferma Bookhin – corrono il rischio di privarsi della possibilità di accedere alla conoscenza del mondo quale esso ora è, la cui vera natura potrà essere solo percepirla in modo distorto, senza poter avvertire le grandi potenzialità e opportunità che esso può offrire.

Fino ad un epoca recente, il mondo era organizzato, cresceva ed evolveva in funzione dei problemi posti dalla scarsità dei mezzi materiali disponibili; ciò accadeva dopo che gli uomini che lo abitavano erano stati i protagonisti dei grandi rivolgimenti storici, a seguito dei quali era stato distrutto il modello organizzativo della società arcaica ed organica. Ciò, però, è avvenuto “dividendo l’uomo dalla natura e l’uomo dall’uomo”, quindi dando origine all’insorgere dei problemi il cui progressivo aggravamento mette ora a rischio la sopravvivenza della stirpe umana.

L’avvento del capitalismo, col suo modo di operare in funzione della scarsità dei mezzi materiali, ha lentamente rivelato di contenere in sé “i presupposti per le grandi fratture della società gerarchica” moderna. Ai contemporanei, perciò, eredi di tutta la storia umana precedente e depositari dell’obbligo politico di sottoporsi incondizionatamente allo sforzo e alla fatica per sconfiggere l’insicurezza materiale, è affidato – afferma l’anarchico americano – il compito di “portare l’umanità a un livello superiore, completamente nuovo di sviluppo tecnologico e a una concezione anch’essa nuova dell’esperienza umana”.

Ciò, perché i progressi realizzati nell’ultimo secolo hanno assicurato a tutta l’umanità la possibilità di poter godere dell’abbondanza dei mezzi che in epoche precedenti erano scarsi. Per la prima volta nella storia, nel corso dell’ultimo secolo è stata data a tutti – afferma Bookhin – l’opportunità “di godere dell’abbondanza di mezzi materiali”, con cui liberare dall’insicurezza esistenziale la vita dell’uomo, sostenuta da progressi scientifici, che hanno consentito di mettere a punto tecnologie produttive rivoluzionarie, tali da condurre appunto l’intera umanità “alla soglia” della società dell’abbondanza”.

Tuttavia, l’abbondanza all’interno della società capitalistica contemporanea non esprime solo una maggiore disponibilità di beni materiali; assegnare al termine “abbondanza” un tale significato significherebbe, ad esempio, secondo Bookhin, considerare riduttivamente un organismo vivente, qual è l’uomo, come l’insieme delle parti anatomiche che lo compongono, separato dal sistema delle relazioni sociali e dal sistema dei valori condivisi che presiedono alla sua sicurezza. Nelle società arcaiche, l’insicurezza era determinata dalla precarietà nella quale l’uomo era costretto a vivere, a causa dell’estrema scarsità dei mezzi materiali disponibili, mentre, nella società gerarchica del primo capitalismo, essa (l’insicurezza) è stata riproposta dal consolidarsi e dal diffondersi dei rapporti di sfruttamento, intrinseci ai processi produttivi nei quali l’uomo era coinvolto.

Dalle considerazioni sinora svolte, consegue che, come osserva Bookhin, la parola abbondanza esprime più di una semplice maggiore disponibilità di mezzi materiali; essa, infatti, esprime soprattutto una possibile “migliore qualità” della vita, che può essere assicurata con la maggior disponibilità dei mezzi resa possibile dal progresso scientifico e tecnologico. Le relazioni sociali e i valori ad esse sottostanti devono perciò necessariamente riflettere le nuove condizioni di funzionamento dell’intero apparato produttivo: in breve, – afferma Bookhin – la società dell’abbondanza deve consentire, attraverso la sua riorganizzazione “la realizzazione delle potenzialità sociali e culturali latenti nella tecnologia dell’abbondanza”.

Il capitalismo attuale non riflette una simile organizzazione sociale; anzi, accade che esso riduca l’uomo ad essere “complice della sua stessa oppressione”, interessandolo al consumo dei beni prodotti, attraverso la conformazione dei suoi stati di bisogno alla sua condizione di oppresso. In questo modo, il capitalismo moderno si configura come l’erede di tutte le caratteristiche oppressive delle precedenti società gerarchiche, sebbene sia riuscito a radicare nell’uomo contemporaneo un’ideologia che assicura una “parvenza di indubitabilità” riguardo alla presunta natura razionale del suo modo di funzionare.

La forza legittimante di quanto espresso dall’ideologia del capitalismo è divenuta così indubitabile da permeare col concetto di gerarchia anche il “progetto socialista rivoluzionario”; infatti, la struttura gerarchica della società non è stata rimossa dalla leadership socialista rivoluzionaria sin qui sperimentata; al contrario, la struttura gerarchica non è stata rimossa, poiché la centralità dello Stato, attraverso la pianificazione della produzione, ha mancato di liberare i lavoratori dall’insicurezza esistenziale. In questo modo, la rivoluzione socialista, che doveva porre fine alla struttura gerarchica del processo produttivo, si è trasformata in “paravento” di una controrivoluzione; sebbene i rivoluzionari socialisti la pensassero diversamente, ciò che si è estinto dopo la rivoluzione non è stata la struttura gerarchica, né il suo “cane da guardia”, lo Stato, ma la consapevolezza della persistenza della struttura gerarchica anche della società socialista.

Il permanere di questa struttura in tutte le società, grazie alla diffusione pressoché globale del modo capitalistico di produrre, nonostante le condizioni di abbondanza rese possibili dal progresso scientifico e tecnologico, sta creando una tensione insostenibile tra presente e futuro dell’umanità, a causa delle continue crisi cui va inevitabilmente incontro sempre più frequentemente quel modo di produrre. Ciò perché, secondo Bookhin, il capitalismo è economicamente e socialmente instabile per definizione; questa è, secondo l’anarchico americano, la ragione per cui diventa inevitabile la percezione che costituisca un non senso la pretesa di continuare a tenerlo in condizioni di stabilità attraverso politiche pubbliche tampone; queste avrebbero solo l’effetto di consentire di “guadagnare tempo” rispetto al crollo irreversibile del capitalismo. L’inevitabilità di tale evento è dovuta al fatto che tutte le istituzioni e tutti i valori della società gerarchica “hanno ormai – afferma Bookhin – esaurito le loro funzioni ‘storicamente necessarie’”, per cui, sia le istituzioni che i valori, ma anche lo Stato, l’autoritarismo e la burocrazia “non hanno più ragione di esistere”.

Dal crollo inevitabile del capitalismo e della struttura gerarchica della società che esso esprime deve scaturire, conclude Bookhin, una nuova società che “sappia offrire all’individuo la gioia” di una nuova esperienza, connessa al perseguimento dell’utopia chiamata anarchismo o anarco-comunismo; le due espressioni utopiche sono, per Bookhin, equivalenti, perché entrambe “indicano una società senza Stato, senza classi e senza potere centrale”, in cui nuove e non alienate relazioni umane sostituiscano le contraddizioni della società capitalistica.

L’organizzazione della società anarchica non si ispira affatto a “forme dottrinarie”, in quanto il suo fine è sempre stato, e continua ad essere, “la ricostruzione del mondo in modo che l’uomo trovi uno scopo in sé stesso”; obiettivo, questo, che, per le ideologie, è sempre stato marginale, al punto che esse (le ideologie) “accettando il distacco dalle masse hanno ridotto gli esseri umani a semplici mezzi – per colmo di ironia in nome del ‘popolo’ e della ‘libertà’”. Lo sviluppo nella società anarchica è libero e spontaneo, e “la spontaneità, lungi dal portare al caos, libera le forze intrinseche dello sviluppo e le porta a trovare il loro ordine e la loro stabilità”. Nel processo di sviluppo spontaneo, secondo Bookhin, ogni sua fase corrisponde “a un periodo in cui i processi storici e sociali apparentemente non legati tra loro convergono”, creando le condizioni necessarie per un ulteriore balzo in avanti. Anzi, sottolinea Bookhin, ognuno di questi periodi di convergenza della dinamica storica e sociale, “non solo porta con sé processi apparentemente disgiunti, ma li fa convergere in momenti e tempi precisi proprio dove la crisi è più acuta”.

Oggi, finalmente, conclude Bookhin, con l’abbondanza dei mezzi materiali resi disponibili dal progresso scientifico e tecnologico, “è finalmente possibile concepire l’esperienza futura dell’uomo in termini di un processo coerente in cui le fratture tra attività e pensiero, tra razionalità e sensitività, tra disciplina e spontaneità […], siano tutte risolte, armonicamente e organicamente ricomposte in una nuova e migliore forma di libertà”. In questo modo, la grande piaga della “questione sociale”, che ha ispirato le ideologie umanitarie degli ultimi secoli per contrastare la società gerarchica del capitalismo, “potrà finalmente essere sanata”.

Poiché le grandi rivoluzioni vissute per la liberazione dell’uomo dalle catene dei rapporti gerarchici si sono tradotte in controrivoluzioni, l’obiettivo della “rivoluzione anarchica” non può che consistere nella “liberazione della vita quotidiana” affrancata dalle promesse delle ideologie totalizzanti; deve trattarsi di una liberazione individuale, “portata a dimensioni sociali, e non ‘una liberazione di massa’ o di ‘classe’, concetto dietro al quale si occulta il ruolo di un’élite, di una gerarchia, di uno Stato”.

All’avvento della società anarchica si opporrà sicuramente la società capitalistica; se questa opposizione sarà votata al successo o alla sconfitta, secondo Bookhin, non è dato saperlo. Il risultato finale dipenderà solo dalla capacità degli uomini di “accrescere la coscienza sociale” e di difendere la spontaneità del processo storico dalle ideologie sinora prevalse, ma fallite, sia di sinistra che di destra.

Può essere condivisa la prospettiva di un’organizzazione anarchica della società, quale quella auspicata da Bookhin? Per quanto possa promettere una libertà dell’uomo, sinora mai vissuta, essa è destinata rimanere solo un’utopia consolatoria. La critica della società gerarchica dall’anarco-libertario Bookhin coglie certo i limiti del funzionamento del capitalismo nell’età dell’abbondanza, quale è quella che l’uomo di oggi sta sperimentando. Il superamento di tali limiti, però, non può essere realizzato solo affidando il futuro dell’uomo allo spontaneismo del processo storico. Una società affrancata dai rapporti gerarchici, e fondata sulla condivisione di valori compatibili con l’abbondanza dei mezzi materiali propri del capitalismo attuale, è caratterizzata da un livello di complessità di gran lunga superiore rispetto a quello proprio del capitalismo della società della scarsità. Ciò comporta che la maggior complessità della società dell’abbondanza esclude che essa possa fare a meno di un supporto organizzativo, qual è quello offerto tradizionalmente dallo Stato.

Il problema nella società dell’abbondanza consiste allora, non tanto nell’abolizione dello Stato (tradizionale presidio della natura gerarchica della società), quanto nella sua liberazione dai rapporti gerarchici che lo hanno connotato nella società della scarsità; problema, questo, che potrà essere risolto attraverso la trasformazione delle istituzioni in cui lo Stato si articola l’acquisizione di crescenti livelli di autogoverno, per rendere i componenti del sistema sociale responsabili della libera determinazione del loro comune destino.

Gianfranco Sabattini

 

Globalizzazione come disordine mondiale

movimenti-globalizzazione

Caos e disordine mondiali, contrariamente all’opinione di chi pensa alle opportunità che essi possono offrire, generano in realtà l’anarchia nelle relazioni internazionali e fanno temere la crescita del pericolo di motivi di guerra, sinora contenuti entro ristretti confini regionali. A parere di Aldo Giannuli, ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano, si tratta ora di un pericolo che espone il mondo a un possibile conflitto a scala planetaria.

Giannuli, in “Elogio del disordine mondiale” (Limes, n. 2/2017), osserva che è “in corso un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di chilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina forse all’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu, che potrebbe allungarsi sino alle Paracelo – per non dire dell’iperterrorismo”; situazione, questa, che può solo prefigurare la preoccupazione per un’”escalation” che porti ad un conflitto generalizzato.

Tradizionalmente – afferma Giannuli – l’ordine mondiale e sempre stato pensato come equilibrio nelle relazioni tra gli Stati; con la “globalizzazione neoliberista”, però, sono venuti meno i capisaldi del passato, gli Stati nazionali, che di quell’ordine erano, oltre che gli artefici, entro certi limiti, anche gli addetti alla sua salvaguardia. L’avvento della globalizzazione, infatti, ha causato un profondo “riallineamento” dei rapporti di forza economica dei diversi Paesi; questo mutamento, coniugato con l’affievolimento del ruolo dei singoli Stati, ha indotto gran parte dei fruitori dei vantaggi offerti dall’integrazione dei mercati nazionali nel mercato mondiale a ritenere che “di Stato ne bastasse sol uno – gli USA – di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali”.

L’esperienza storica è valsa a smentire tale convincimento; ciò perché, a fronte del consolidamento delle posizione egemonica degli USA, non sono mancate le contromisure messe in atto dai protagonisti più deboli del mercato mondiale; questi, coalizzati contro la potenza egemone, hanno reso precario il vecchio ordine internazionale, in quanto alla potenza centrale hanno contrapposto un “certo numero di potenze regionali”, con la prima dotata di una capacità d’intervento planetario, e le seconde in grado solo di difendere il “proprio spazio strategico”. La precarietà del nuovo ordine internazionale ha reso sempre più imperfetto e incerto il predominio della potenza egemone sulla scena globale, sino ad originare una situazione di generalizzata anarchia nelle relazioni internazionali.

Con la nascita del mondo moderno, la diffusione della forma organizzativa della vita sociale dello Stato nazionale e l’assenza di un’autorità soprannazionale hanno spinto a risolvere il problema dell’anarchia internazionale attraverso trattati che, oltre a sancire l’indipendenza dei singoli contraenti, hanno teso a limitare gli scontri armati generalizzati. Il risultato è stato che le relazioni internazionali sono state “governate” con accordi fondati su una logica relazionale tra gli Stati che ha preso il nome di “equilibrio di potenza”; lo scopo era quello di impedire che uno degli Stati o coalizione di Stati, aderenti all’accordo, divenisse tanto forte da prevalere sugli altri. La logica dell’equilibrio di potenza, tuttavia, pur simulando la sovranità e l’uguaglianza di ciascun soggetto partecipante all’accordo, non ha impedito che l’ordine mondiale assumesse una forma gerarchica; non senza fondamento, una corrente di pensiero “realista”, avente come suo esclusivo campo di studio le relazioni internazionali, ha identificato l’ordine mondiale, affermatosi dopo gli anni Settanta del secolo scorso come un ordine basato “sulle condizioni di pace dettate dai vincitori”.

A questo tipo di ordine mondiale – a parere di Giannuli – è riconducibile, infatti, quello realizzato sulla base dei trattati ispirati dal “Washington consensus”, con la costruzione di una cornice all’interno della quale è stato allargato e approfondito il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali; un ordine “basato sul compromesso fra la spada e la moneta a fondamento dell’egemonia americana”, che però sarebbe entrato in crisi con l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008.

Data la situazione esistente, Giannuli si chiede se “sia realistico e auspicabile” pensare a un possibile ricupero dell’ordine mondiale preesistente la crisi, col ripristino della netta egemonia di un solo soggetto, gli USA; oppure se sia preferibile un diverso ordine, sempre fondato sulla centralità dell’America, ma basato su un compromesso stipulato dai maggiori protagonisti della scena mondiale, ovvero dai soggetti espressi dai “sette imperi”, come Giannulli chiama USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. Entrambe le alternative, secondo il ricercatore dell’Università Statale di Milano, sono poco probabili; la prima, quella fondata sulla sola egemonia americana, in considerazione delle dichiarate intenzioni della nuova amministrazione statunitense, appare allo stato attuale assai poso credibile; la seconda alternativa, per quanto meno irrealistica della precedente, non è priva di ostacoli: in primo luogo, perché l’Unione Europea è afflitta da una crisi che dura da tempo e che, per le intenzioni del neopresidente, non vede i rapporti euro-americani destinati a volgere “al bello”; in secondo luogo, perché gli altri principali “imperi”, Cina e Russia, sembrano anch’essi attraversare nei loro rapporti con gli USA una fase non migliore di quella dell’Unione.

Le due alternative possibili per il ripristino dell’ordine mondiale pre-crisi non sono, perciò, a parere di Giannuli, auspicabili, sia perché, una riproposizione dell’egemonia americana non è desiderabile, soprattutto in relazione al modo con cui gli USA hanno governato il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali; sia perché anche il compromesso tra i “sette imperi”, “al di là delle ragioni che ne farebbero prevedere la scarsa stabilità e durata”, calare sul mercato globale la “cappa di piombo di un ristretto club di nazioni […] potrebbe essere del tutto controproducente, tanto sul piano del libero sviluppo delle dinamiche storiche in corso quanto in vista di preservare la pace”.

Infine, conclude Giannuli, a parte l’impossibilità di dimostrare che il compromesso tra i “sette imperi” possa durare nel tempo e che in qualcuno di essi possano nascere propensioni egemoniche, il patto sul quale dovrebbe reggersi il compromesso “avrebbe l’effetto di congelare qualsiasi ipotesi di riforma della governance mondiale in direzione di meccanismi più democratici e di migliori garanzie per il diritto internazionale”. Tutto ciò varrebbe a dimostrare che, contrariamente a quanto la teoria delle relazioni internazionali sostiene, non sempre i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia; a volte, come nel caso attuale, è l’ordine possibile che potrebbe “generare il massimo disordine”.

In sostanza, la causa prima dell’incerta possibilità di rimediare al caos e al disordine mondiale è il mancato governo della globalizzazione. Come afferma Alessandro Pansa, docente di Finanza presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma e autore dell’articolo “La finanza occidentale domina il mondo” (Limes, n. 2/2017), è la globalizzazione “la vera causa efficiente della perdita di baricentro del mondo, del suo mutato equilibrio o maggiore disequilibrio. In una sorta di nemesi della storia o di eterogenesi dei fini, la liberalizzazione dei movimenti di capitali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia e l’imposizione di regole al commercio internazionale – sostenute prima di tutto dai governi britannico e statunitense – avrebbero finito col rivoltarsi contro coloro che hanno voluto, costruito, dotato di dignità intellettuale e difeso questo sistema, frammentando e trasferendo al resto del mondo un potere che per secoli era stato appannaggio dei sistemi occidentali”.

Conseguentemente, un mondo in cui gli attori economici operano senza che gli Stati nazionali siano impegnati a contenere i costi di transazione, appare oggi, sì, come un’area di mercato unificata, ma anche come un “campo di battaglia”, al cui interno è combattuta una guerra per la distribuzione del potere di scambio; guerra, questa, nello svolgimento della quale, l’Occidente (inteso come l’insieme, sia pure ridotto, dei Paesi ad economia di mercato) svolge un ruolo ancora dominante, disponendo però di una forza notevolmente inferiore rispetto a quella della quale disponeva nel passato, a causa della ridistribuzione del potere che sarebbe avvenuta all’interno dei principali Stati che lo compongono.

A parere di Pansa, la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari avrebbe determinato il trasferimento di “enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali”, con la conseguenza che le prime (le istituzioni finanziarie) avrebbero acquisito la capacità di influenzare le politiche finanziarie degli Stati e quelle degli investimenti pubblici; mentre le seconde (le istituzioni industriali) condizionerebbero “la dotazione tecnologica di un Paese, il suo sistema industriale, le politiche per il mercato del lavoro, la distribuzione delle strutture produttive”. L’effetto della ridistribuzione del potere all’interno dei principali Stati occidentali sarebbe consistito nel fatto che, mentre le istituzioni finanziarie e industriali hanno acquisito la possibilità di fissare le regole di funzionamento del mercato internazionale, le istituzioni politiche avrebbero visto restringersi la propria competenza a un livello solo nazionale, se non addirittura locale. Tutto ciò avrebbe avuto come effetto ultimo destabilizzante la crisi delle istituzioni democratiche e la perdita da parte degli Stati occidentali del potere di governare la globalizzazione.

L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali e lo svilimento delle istituzioni democratiche sarebbero all’origine del caos e del disordine in cui versa attualmente il mercato globale. Ciò avrebbe messo a rischio la sopravvivenza dello stesso modo di produzione capitalistico; poiché il capitalismo – afferma Pansa – “può esistere senza la democrazia mentre quest’ultima difficilmente potrebbe sopravvivere senza il primo, è il capitalismo che va salvato, in parte anche da se stesso”. Ma come? Pansa al riguardo, propone una “ricetta”, la cui utilizzazione ha però da percorrere un terreno molto accidentato.

Intanto, la “ricetta” prevede un ritorno all’antico all’interno degli Stati dove le istituzioni democratiche sono state espropriate delle loro prerogative da quelle finanziarie e industriali, consentendo alle prime di esercitare l’antico ruolo di governare e regolamentare i comportamenti, a livello nazionale ed internazionale, delle istituzioni finanziarie e di quelle industriali; in secondo luogo, la “ricetta” ipotizza il ridimensionamento dei mercati finanziari, per consentire un loro controllo stabilizzante da parte delle istituzioni politiche; in terzo luogo, l’ipotesi di Pansa considera la reintroduzione di un diverso trattamento fiscale per il contenimento dei flussi finanziari a breve; infine, la stessa proposta implica una riorganizzazione delle istituzioni economiche internazionali, con una riduzione della capacità, della quale esse sino ampiamente avvalse, di fissare le regole che sottostanno le relazioni commerciali internazionali.

Pansa conclude il discorso chiedendosi a chi dovrebbe spettare il compito di prendere l’iniziativa per portate a compimento le riforme che egli propone. L’esperienza del passato, potrebbe suggerire la plausibilità che a prendere l’iniziativa sia l’”insieme tutto sommato piuttosto omogeneo di storia, cultura, regole e istituzioni composto da Stati Uniti ed Europa”; sennonché, Pansa stesso riconosce che “gli USA sono oggi guidati da un’amministrazione che non sembra interessata s quel ‘moderato multilateralismo’ che ha caratterizzato la miglior leadership americana del secondo dopoguerra”. Non resterebbe che l’Europa, la quale, però, per via dello stato in cui versa, sia sul piano economici, che su quello politico, non si trova nella condizione di poter pensare di governare “processo globali”.

A parere di Pansa, l’impegno dell’Europa ad assicurare una governance al mercato globale potrebbe costituire l’occasione, sicuramente non di facile accoglimento, per ridare “ruolo e significato all’UE”, le cui istituzioni avrebbero cosi modo di non farsi più percepire dal resto del mondo “come una sovrastruttura dannosa e autoreferenziale”. Strano modo di pensare, quello di Pansa; egli è del parere che L’Europa potrebbe trovare un motivo per un suo possibile ”riscatto”, impegnandosi perché al mondo e alla globalizzazione dei mercati nazionali sia assicurata una governance, dimenticando, come egli stesso riconosce, che la sua incapacità di impegnarsi per la realizzazione di un possibile governo globale dipende proprio dalla sua inadeguatezza a “governare processi globali”.

In sostanza, per Pansa, come per Giannuli, non sempre per il mondo i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia internazionale; a conservare il mondo nel caos attuale è l’ordine possibile che potrebbe essere garantito da uno Stato (gli USA), o da una coalizione di Stati (la UE), che sono privi della necessaria disponibilità e credibilità perché possano essere assunti come garanti di un nuovo possibile ordine globale multilaterale.

Gianfranco Sabattini

7 maggio 1972: l’assassinio di Serantini

Anniversario Franco SerantiniSe potessi raffigurare visivamente la storia me la immaginerei come un caleidoscopio di elementi duttili, quasi liquidi nella loro essenza, fluttuanti in uno spazio cosmico a disegnare trame in perenne movimento, dove macchie e tentacoli entrerebbero continuamente  in osmosi per poi tornare a dividersi in continuazione, senza dettami precisi, come imprevedibili pennellate di arte surreale. Un mondo dunque che non procede su di una linea orizzontale, ma che si espande e si ripiega su se stesso, fatto di apparenti punti di non ritorno e di inaspettate situazioni che convergono nuovamente tra loro. Continua a leggere