Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

Spagna. Elezioni in salita per il Psoe: casi di corruzione

Pedro Sanchez

Pedro Sanchez

I leader dei qattro grandi partiti spagnoli si sfideranno lunedì 13 giugno nell’unico dibattito tv della campagna per le politiche anticipate del 26 giugno, così riferisce la stampa spagnola. Al confronto televisivo parteciperanno il premier uscente e leader del Pp Mariano Rajoy, i segretari di Podemos e Psoe Pablo Iglesias e Pedro Sanchez e il presidente di Ciudadanos Albert Rivera.
I socialisti avevano proposto un duello Rajoy-Sanchez, che il Pp ha immediatamente respinto trincerandosi in una spiegazione didascalica del nuovo quadro politico spagnolo non più bipolare ma ‘a quattro’, come uscito dalle politiche del 20 dicembre scorso.
I sondaggi più recenti inoltre indicano che il Psoe potrebbe non essere più il secondo partito del Paese, se riuscirà il ‘sorpasso’ di Podemos.
Lo stantio scenario politico spagnolo a meno di un mese dalle urne è stato mosso dalla notizia arrivata questa mattina: due ex leader del Psoe nazionale e del governo regionale andaluso sono stati rinviati a giudizio per lo scandalo dei fondi dirottati nei programmi per imprese in crisi denominato Ere in Andalusia.
Manuel Chaves, 71 anni, già ex-vicepremier, e Josè Antonio Grinan 69 anni, ex leader maximo dei socialisti in Andalusia, sono stati incriminati con altri 23 ex-dirigenti (fra cui sei ex-assessori regionali) ed alti funzionari andalusi per presunte irregolarità nella gestione dei circa 855 milioni di euro destinati ai programmi.
I due ex-leader socialisti si sono immediatamente auto-sospesi dal Psoe questa mattina, precisa El Pais, prima del rinvio a giudizio, deciso oggi dal giudice Alvaro Martin dopo cinque anni di inchiesta.
Il rinvio a giudizio dei due dirigenti storici del socialismo andaluso potrebbe influire sul risultato del Psoe, dalla fine del franchismo prima forza politica in Andalusia e più grande bacino elettorale socialista, alle politiche del 26 giugno.

Sara Pasquot

Spagna al voto, tremano PP
e PSOE, domina l’incertezza

Spagna-elzioni amministrativeA cinque giorni dal voto per le elezioni amministrative e regionali spagnole del 24 maggio pesa per la prima volta nella storia democratica del Paese una forte incertezza dovuta al numero estremamente alto di indecisi, fra il 30% e il 45%, secondo i sondaggi  pubblicati oggi da “El Pais”. Nella battaglia elettorale hanno fatto irruzione, cambiando le carte in tavola, due partiti entrambi eredi degli Indignados. ‘Podemos‘ di Pablo Iglesias e Ciudadanos di Albert Rivera, che domenica minacciano di scardinare lo storico bipartitismo, socialisti da una parte conservatori dall’altra, che ha governato la Spagna dalla morte di Franco.

Domenica gli spagnoli voteranno per il rinnovo di sedici assemblee o parlamenti regionali, con l’esclusione della Catalogna (dove si andrà alle urne il prossimo 27 settembre), Galizia e Paesi Baschi (dove si è votato, in entrambi i casi, nel 2012) e dell’Andalusia, che il 22 marzo scorso ha aperto la lunga campagna elettorale che culminerà con le elezioni generali del prossimo autunno. Il numero di incerti, stando a un sondaggio Cis (Centro Investigazioni Sociologiche) , tocca livelli senza precedenti. Varia a seconda delle regioni dal 31,7% registrato a Madrid (contro il 16% nel 2011) al 36,7% nella Comunità Valenciana (21,9%) o al 47% a Barcellona città (20,9%).

I due grandi partiti tradizionali,  il Pp del premier Mariano Rajoy e il Psoe di Pedro Sanchez in queste ore lanciano appelli al ‘voto utile’ per garantire la governabilità di città e regioni. Madrid e Barcellona appaiono in bilico. Nella capitale la candidata sindaco del Pp, la ‘dama di ferro’ dei popolari  Esperanza Aguirre, è tallonata dalla lista ‘Ahora Madrid’ guidata dalla ex-giudice Manuela Carmena, appoggiata da Podemos.  A Barcellona il sindaco uscente, il nazionalista catalano di Ciu Xavier Tras è invece minacciato dalla piattaforma ‘Barcelona en Comu’, sempre con l’appoggio di Podemos, di Ada Colau.

Il possibile scenario del dopo voto amministrativo e regionale che delineano i sondaggi è arduo da decifrare. L’assalto di Podemos e Ciudadanos a sinistra e al centro vede Madrid e Barcellona in bilico. Madrid potrebbe restare al Pp, ma costretto a una coalizione con Ciudadanos. Barcellona potrebbe passare per la prima volta nelle mani di una coalizione guidata da Podemos, che con la conquista della capitale catalana potrebbe interrompere il crollo nei sondaggi nazionali.

Il voto di domenica sarà una vera prova generale per le elezioni politiche di novembre che potrebbero cambiare il volto della Spagna. Il rischio vero è che si apra una fase di difficile governabilità, come sta accadendo in Andalusia, dove dalle elezioni di marzo la socialista Susana Diaz non riesce a ottenere l’investitura a causa di parlamento troppo frammentato.
Il caos andaluso, agita lo spettro di un Paese ingovernabile. Ma tutto è nuovo o quasi nella Spagna politica del 2015.

Laura Agostini

Gonzalez: non può essere la magistratura a fare le liste

Gonzalez FelipeIl 15 marzo, una settimana prima delle elezioni in Andalusia, El Paìs ha pubblicato un’intervista a tutto campo a Felipe Gonzalez, ultimo sopravvissuto di una felice stagione del socialismo europeo e protagonista della transizione della Spagna alla democrazia. Ne riportiamo di seguito ampi stralci del testo, che verrà pubblicata integralmente nel prossimo numero dell’edizione cartacea di Mondoperaio.

L’ex presidente del governo Felipe Gonzalez crede che il panorama politico spagnolo vada verso una “italianizzazione, con un Parlamento senza maggioranze chiare”. In una lunga conversazione con El Paìs ricorda che manca da 19 anni dalla vita istituzionale, ma risponde a tutte le domande sull’attualità nazionale e internazionale.

Come vede l’attuale situazione politica in Spagna?
Alcuni la qualificherebbero interessante, o almeno movimentata. Entro un anno saremo probabilmente con una specie di arco parlamentare all’italiana. Se si consolida la tendenza – perché la situazione è troppo liquida per fare previsioni – potremmo avere quattro forze politiche, più altre quattro più piccole, in un Parlamento nel quale non ci saranno maggioranze. Per questo la chiamo una distribuzione politica all’italiana. Con la differenza che noi non siamo italiani.

È un bene o un male?
C’è del bene e del male. Noi siamo molto influenzati dall’unamuniano (tradizionalismo profondo da Miguel de Unamuno) sentimento tragico dell’‘esistenza, e quindi crediamo nello Stato più degli italiani (anche se lo critichiamo molto). Gli italiani sono più rilassati, credono meno nello Stato. Può capitare che Renzi appaia come il gran riformatore (ed è il suo desiderio), e che per avviare la grande riforma stringa un patto con Berlusconi. Questo scenario per noi è inimmaginabile.

È governabile questo nuovo scenario politico quadripartito?
È difficile. Ma l’importante è che sono i cittadini, usando la propria sovranità personale, che hanno diritto a decidere chi li deve rappresentare in Parlamento. Se qualcuno è tentato di dire che si possono sbagliare, io obietterei che sono gli unici ad avere il diritto di sbagliarsi. Pertanto benvenuta la possibilità che i cittadini votino quello che vogliono, che è la possibilità che gli ha dato il regime del ’78. Dopo la Costituzione del 1812 non abbiamo mai avuto un regime che desse questa possibilità. Sono orgoglioso di questo regime. Lo rivendico come quello che dà ai cittadini la possibilità di votare quello che vogliono. E se poi credono che il voto non è stato opportuno, come pare che ora credano rispetto al bipartitismo, siano loro a decidere come cambiare voto.

Come possono i partiti tradizionali recuperare la credibilità perduta?
Primo, non devono sbagliarsi; devono fare uno sforzo di rigenerazione democratica senza commettere errori. Stanno commettendo errori curiosi anche in questo sforzo. A me preoccupa più il problema dell’indebolimento delle istituzioni (e la sua strumentalizzazione) che il risultato elettorale. È la strumentalizzazione delle Istituzioni nella lotta politica, siano esse l’Agenzia tributaria, la Polizia che dipende dal ministero dell’Interno, o la stessa Giustizia. E se per di più ci sono partiti in crisi, ci si prospetta un panorama molto serio e preccupante.

A questa perdita di credibilità ha contribuito la sensazione che in questo Paese ci sia una corruzione generalizzata. Cosa devono fare i politici, soprattutto il Pp e il Psoe?
Quella contro la corruzione è una lotta permanente. La prima cosa da fare è stabilire alcune differenze. Sto tornando da un caffé con Manolo Chavez, che in questi giorni ho visto attaccato e strumentalizzato nelle elezioni in Andalusia. Fu mio ministro. C’è gente onorata dal punto di vista personale e umano che tuttavia riceve il medesimo trattamento, anche politico, di quelli che sono scappati col denaro pubblico. È un totum revolutum (accozzaglia, ndr). Secondo: i partiti politici debbono fare un serie esercizio per rivedere alcuni difetti nel funzionamento delle Istituzioni. Un esempio è Chavez, una persona assolutamente integra.

Che però ha avuto responsabilità politica in situazioni in cui si sono verificati abusi.
Non gli stanno contestando una responsabilità politica, ma penale. Questa è la terribile confusione. Anche se avesse avuto una responsabilità politica, cosa di cui dubito, quello che è impressionante è che chi investiga trasformi la responsabilità politica in penale. E che i politici strumentalizzino questo caso come altri senza fare una distinzione chiara è molto malsano. La lotta contro la corruzione significa che non vanno esenti da responsabilità quelli che hanno abusato del denaro pubblico per arricchirsi o per arricchire gli amici, perché altrimenti si confonde tutto. Si aprono processi generici senza fondamento. È una questione delicata, ma bisogna correggere la stessa Giustizia.

Veniamo da molti anni con un alto grado di strumentalizzazione della Giustizia.
C’è strumentalizzazione della Giustizia come del ministero dell’Interno e della Polizia. Quando leggo i giornali la mattina dico: che sta succedendo? Alcune cose vanno riformate. Le informative della Polizia giudiziaria descrivono i fatti o li interpretano? Vedo che molte di queste informative li interpretano, cosa che può fare soltanto un giudice.

Il Psoe ed il Pp hanno contribuito a politicizzare la giustizia con il controllo del Consejo General del Poder Judicial (Cgpj).
Vanno assolutamente corretti a favore di una giustizia indipendente alcuni dei meccanismi attuali. Ma questo non dipende dalla composizione del Cgpj. Semmai al Consiglio bisogna chiedere di essere più rigoroso nell’esercizio della sua funzione di governo dei giudici, perché l’indipendenza del potere giudiziario non è l’indipendenza del Cgpj, è quella di ciascun giudice e di ciascun tribunale. E’ chiaro che bisogna fare riforme per accelerare le procedure giudiziarie, o per modificare la figura dell’imputato. Ora tutti gli imputati stanno nello stesso mucchio, e questo non è razionale. Inoltre il giudice istruttore non può decidere sui diritti fondamentali, perché è parte nel processo.

Qual è il momento in cui un politico dovrebbe rinunciare ai suoi incarichi perché coinvolto in un processo?
Se applichiamo la Costituzione in senso stretto, nel momento in cui fosse condannato, perché è allora che la giustizia stabilisce se è squalificato o no. Pensiamo al primo imputato che fu processato e assolto, che fu il presidente di Castilla-Leon, Demetrio Madrid. Il primo giorno in cui gli vennero mosse le imputazioni Aznar ne pretese le dimissioni e le ottenne, e poi è risultato che non aveva nessuna responsabilità sia dal punto di vista umano che politico. Ovviamente nessuno riparò il danno. Nello stretto senso costituzionale sarebbe così, ma credo che questo non dipenda solo dalla giustizia. Le forze politiche sanno bene quando debbono sostituire un dirigente perché non è affidabile. La rigenerazione della vita democratica dipende da questo. Non è possibile che sia un giudice a dirti che una persona non può andare in lista, perché a volte il criterio del giudice è in contraddizione con la libera rappresentanza democratica. Bisogna che lo dica la propria forza politica.

Vuole dire che i partiti stanno esagerando?
Non solo esagerano, ma si sbagliano. Non risolvono il problema, lo complicano. Si immagini che io sia un giudice non scrupoloso con un definito criterio politico, e che mi si dia l’immenso potere, per il solo fatto di aprire un procedimento e di imputare una persona, di impedire che questa vada in lista. È fantastico. Non ci sarebbe problema se il giudice fosse imparziale, a condizione che valuti molto seriamente gli effetti che produce: ma può non esserlo, imparziale.

Ma adesso i partiti dicono di voler porre come norma che non ci sia nessun imputato nelle liste. Lo considera un errore?
Assolutamente.

Gli ultimi sondaggi dicono che in Catalogna si sta sgonfiando lo spirito sovranista. Qual è la sua riflessione?
Mi sembra abbastanza logico che accada, benché non sia finito del tutto questo processo, che al fondo pone un problema di disaffezione che non è stato risolto e che ha diviso la società catalana perfino in seno alle famiglie. Questo processo è molto grave. Può darsi che ci sia un’inversione di tendenza, e che d’un tratto si manifesti un fatto nuovo che fa riemergere questa passione. La gente è molto preoccupata per quello che sta soffrendo, per la perdita di alcuni diritti fondamentali: il diritto all’assistenza sanitaria universale e gratuita e quello ad un’educazione che offra pari opportunità. Il panorama politico mi preoccupa meno della privazione di queste cose che stanno finendo nel lavandino.

In ogni modo, dopo questa crisi, non sembra che si sia reinventata la socialdemocrazia.
No, non si è reinventata.

Che propongono ora i partiti socialdemocratici che sono stati d’accordo sulla politica di austerità?
Non sono sicuro che siano stati d’accordo. Quello che non hanno offerto è un’alternativa col coraggio sufficiente per difenderla. Ho parlato con tutti i leader socialdemocratici europei, dai francesi ai tedeschi ed a quelli del Sud, e nessuno era d’accordo sull’austerità. Altra cosa è avere la capacità di resistere.

Però senza le riforme di Manuel Valls la Francia non si salva.
Senza dubbio. Valls realizza le riforme strutturali necessarie per la Francia nello stesso tempo in cui aumenta lo sforzo nell’educazione, cioè nella formazione di capitale umano. In Francia c’è una crosta corporativa che non permette che chi ha iniziative innovative abbia successo e sostituisca quelli che sono rimasti indietro o non si sono svegliati. Da questo punto di vista è un Paese molto conservatore. Le élite politiche, economiche, finanziarie e sindacali resistono alla mobilità ascendente e discendente. Mettiamo a confronto le prime 30 imprese degli Usa del 1980 e quelle di oggi. E vediamo quante sono state sostituite e per quali motivi. E facciamo lo stesso esercizio in Europa. Vedremo che in Europa, strutturalmente, si impedisce la mobilità ascendente e discendente. Non si premiano sul serio il merito e l’innovazione, e si difende la corporazione.

E come c’entra la socialdemocrazia?
La socialdemocrazia ha l’obbligo – ed è probabilmente l’errore che ha commesso il governo di Syriza – di offrire un patto sociale per il XXI secolo che consenta agli europei di credere che le riforme ci porteranno a competere nell’economia globale creando posti di lavoro dignitosi. E si rende dignitoso il posto di lavoro legando la retribuzione, la maggior parte della retribuzione, alla produttività. Innanzitutto bisogna competere nell’economia globale, così si creeranno le risorse eccedenti che ci permettano di difendere la coesione sociale, almeno nei pilastri più importanti come la sanità e l’educazione. Non sto facendo un comizio, sto indicando delle priorità. L’economia sociale di mercato, che segna l’identità dell’Europa, non è un modello fisso, è un obiettivo permanente. Ma si deve adattare ai distinti momenti della storia. Io difendo l’economia di mercato, efficiente e competitiva, come l’unico strumento per rendere davvero più uguali le opportunità della gente.

Spagna, con Susana Diaz
il PSOE vince in Andalusia

Susana Diaz vittoria elezioni

Elezioni Andalusia, “nessuna nuova, buona nuova”, tutto come da previsioni. Il PSOE si conferma vittorioso e come accade da trentatre anni, dalle prime elezioni democratiche dopo il regime franchista, andrà a formare il governo regionale.

Susana Diaz, 40anni leader dei socialisti andalusi si assicura così quattro anni alla guida della regione più grande di Spagna, gettando anche una OPA nazionale seria sul PSOE, il Partido Socialista Obrero Espanol.

Quelle di ieri erano elezioni anticipate, vinte dai socialisti con il 35,5% dei voti, e convocate in tutta fretta dalla onnipotente Diaz per divergenze con l’ex alleato di governo, Izquierda Unida, ma soprattutto per contenere l’avanzata di Podemos, il movimento di sinistra n ato sull’onda delle proteste degli Indignados contro le misure di austerità, che porta per la prima volta al parlamento regionale 15 deputati e che in Andalucia stava avanzando tra i giovani a spese del PSOE.
In un anno di campagna elettorale costante che porterà gli spagnoli alle urne quattro volte, il dato dell’affluenza è in crescita di 3 punti e rende ancora più impressionante il tracollo del Partito Popolare, prima forza politica nazionale, che in quattro anni ha perso 17 seggi nella regione nonostante la presenza costante del Premier Rajoy nei meeting elettorali al fianco dei suoi candidati, al contrario del leader nazionale dei socialisti Pedro Sanchez arrivato a Siviglia solo per la chiusura della campagna elettorale.

Un dettaglio, il distacco mostrato dal segretario nazionale socialista, che in molti all’interno dello stesso partito hanno malevolmente interpretato come una manovra per spostare il peso sul PSOE-Andalucia nelle prossime elezioni politiche, e per imporre la candidatura della stessa Diaz, o di un suo alleato, alle imminenti primarie quando si tratterà di scegliere quale socialista far correre come candidato alla carica di Premier.

risultati andaluciaIl PSOE regionale vede confermati i 47 seggi delle passate elezioni del 2012, ma dovrà trovarsi comunque degli alleati per governare perché la maggioranza richiesta è di 55 seggi. Dunque ai socialisti sarà necessario stringere alleanze anche se in campagna elettorale, la Presidenta Diaz aveva promesso che non avrebbe fatto accordi né con il PP né con Podemos. Dunque, dopo aver litigato con Izquierda Unida, nel menù gli resta solo l’alleanza impossibile con Ciudadanos, collocato a destra. Poi potrebbe anche puntare a un governo di minoranza sempre però che PP, Podemos, Ciudadanos con IU decidessero per l’astensione. Oppure, ovviamente, di decidere di rimangiarsi le promesse della campagna elettorale e acconciarsi a una nuova alleanza.
Nella sede nazionale dei socialisti spagnoli a Madrid comunque, finalmente, dopo quattro anni si torna a festeggiare una vittoria, quella della prima donna eletta Presidenta dell’Andalusia, senza nascondere che potrebbe trattarsi di una prova generale per i festeggiamenti della prima donna Presidenta di Governo.

Sara Pasquot

Spagna, il partito musulmano
e il Podemos di destra

Andalusia_flagLa novità politica in Spagna non è già più Podemos, lo sconvolgimento dello storico bipartitismo spagnolo alla elezioni andaluse di domenica prossima potrebbe passare anche per altre due formazioni politiche, Ciudadanos , formazione “stile Podemos” vicina  di centro destra guidata da Albert Rivera, giovane catalano che si oppone fermamente all’indipendentismo regionale e dal Prune.

Il Prune soprattutto, il Partido Renacimiento y Union de Espana, primo partito di ispirazione musulmana di Spagna, punta a essere un’ opzione nelle urne alle prossime elezioni anticipate in Andalusia, il 22 marzo, e alle municipali e regionali del 24 maggio. Il Prune, che aveva già tentato di presentarsi alle precedenti elezioni, senza però riuscire a formalizzare la candidatura spera domenica di ottenere il sostegno di circa 1,7 musulmani che si stima risiedano attualmente sul territorio spagnolo. Anche se i dirigenti assicurano che il partito “si dirige a tutte le minoranze, sia etniche sia religiose”.

Uno dei promotori, Manuel Bugeiro, spagnolo convertito all’islam, assicura che “il nostro obiettivo è solo quello di portare quanto più in alto possibile la voce della nostra gente, che siano gitani, stranieri, musulmani o ebrei, lotteremo contro il razzismo, la discriminazione e l’islamofobia” Ci sono molte ma anche delle certezze, scrive “El Pais”: dopo anni di crisi, l’elettorato dell’Andalusia (6,5 milioni di persone) si avvicina sempre di più alla sinistra. In una comunità governata da sempre dal Partito socialista (Psoe), lo spazio elettorale occupato dai partiti di sinistra sta guadagnando ancora maggior terreno; uno spazio che ora condividono tre formazioni: il partito più storico il Psoe, gli eco comunisti di Sinistra Unita (Iu) e dallo scorso anno Podemos, che nonostante abbia dichiarato più volte di non essere un partito né di sinistra né di destra, raccoglie voti direttamente nel segmento dell’elettorato progressista.

Secondo un sondaggio di Metroscopia, pubblicato nel fine settimana da “El Pais“, Psoe, Iu e Podemos potrebbero spartirsi alle elezioni più del 60 per cento dei voti, in questo scenario, Iu lotterebbe con forza per recuperare i propri elettori convinti da Podemos, per evitare così di essere travolto dal successo del Psoe della leader locale Susana Diaz e cercare di essere decisivo nei rapporti di forza per la formazione del governo regionale dopo il 22 marzo. Dal centrodestra storico non mancano sorprese, sul fronte del Partito popolare (Pp), invece, il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, ha raddoppiato nel fine settimana il suo impegno in Andalusia e ha promesso più di un milione di posti di lavoro nella regione, ovviamente se gli elettori consentiranno al Pp di governare sia a la Moncloa (sede del governo nazionale, ndr) che a San Telmo (sede della giunta regionale dell’Andalusia, ndr).

Il raggiungimento di questo obiettivo significherebbe “una riduzione di quasi 25 punti del tasso di disoccupazione attuale”, obiettivo del governo centrale spagnolo per l’intero Paese entro il 2020. L’Andalusia passerebbe da circa 1,4 milioni di disoccupati a meno di 400 mila, scrive criticamente “El Mundo“, giornale vicino al centro destra spagnolo, secondo cui si tratta della “promessa più ambiziosa” tra quelle pronunciate dal Pp in questa campagna elettorale. Nel corso del terzo meeting del partito di governo in Andalusia al quale ha partecipato anche il premier Rajoy, i leader “popolari” hanno fatto nuovamente appello “all’unita’” contro la divisione del Partito socialista (Psoe), il cui segretario generale, Pedro Sanchez, è stato praticamente assente nella campagna elettorale regionale. Rajoy ha poi promesso l’inizio di un “nuovo ciclo di prosperità e di crescita”, ammettendo che le misure adottate finora dal suo Governo sono state “difficili, dure e complicate, ma hanno iniziato a dare risultati”. Tanti movimenti ma una sola certezza, la conferma di un altro governo socialista a guida Susana Diaz che potrebbe diventare il trampolino per la nuova Presidenta verso la Moncloa.

Sara Pasquot

Spagna. Vola il Psoe
guidato da Susana Díaz

Susana Diaz-Presidente Psoe Andalusia

Susana Diaz-Presidente Psoe Andalusia

Vola il PSOE, ma è quello di Susana Díaz, verso la vittoria alle elezioni anticipate del 22 marzo, portando a casa 44 seggi, 10 in più dell’opposizione del Partito Popolare che passerebbe da 50 a 34 deputati mentre Podemos, al suo esordio otterrebbe fra 21 e 22 deputati e Ciudadanos, il partito costituzionalista catalano, otterrebbe 5 scranni.
Sarebbe un ottimo risultato anche se per la maggioranza assoluta mancherebbero ancora 11 seggi, questo quanto emerge dai dati del CIS Centro de Investigaciones Sociológicas realizzato tra il 30 gennaio e il 17 febbraio.

I numeri sono tutti per la onnipotente Presidente Diaz, che riporterebbe il PSOE con 34,7% dei voti primo partito in Andalusia in tutte le province, mettendo in fila PP (25,7%), Podemos (19,2%), IU (6,6%) e Ciudadanos (6,4%), un grande risultato politico e personale che a Madrid sta preoccupando non poco il segretario Pedro Sanchez già pre­co­ce­mente avviato sul viale del tra­monto affossato da uno stile e da una gestione del partito lontana anni luce da quella dimostrata nelle fasi precongressuali, che vede in Diaz e nell’apparato locale il pericolo numero uno alla tenuta della sua segreteria e leadership del partito.

Psoe sondaggi

La mossa della Díaz di convocare elezioni anticipate è parte di una strategia che dovrebbe portarla a Madrid come candidata segretaria nel prossimo futuro o come si legge sulla stampa spagnola, spianarle la strada alle primarie di luglio per scegliere il prossimo candidato socialista alla presidenza del governo, ma per ora avendo ancora una buona rendita di posizione tra l’elettorato si è disfatta del suo alleato scomodo con cui governava la regione, ovvero Izquierda unida, e ha preso in contropiede Podemos che nella regione più popolosa della Spagna non può godere di una struttura forte e consolidata.

Un solo problema per quello che si avvia a diventare il secondo governo regionale targato Diaz, le alleanze, ma a togliere dai guai la Diaz ci ha pensato Pedro Sanchez che si è detto aperto ad accordi con i partiti emergenti come Podemos o Ciudadanos su “politiche e progetti nei quali ci siano punti in comune”, così intervenendo oggi al Foro Leader a Barcellona, Sanchez ha ripetuto che il Psoe sarà “il protagonista del cambiamento sicuro” di cui ha bisogno la Spagna, rispetto “alla svolta a sinistra” dei cittadini registrata dai sondaggi.

Una tornata elettorale quella andalusa che sarà anche il primo banco di prova per Podemos in una dimen­sione non facile della poli­tica, il confronto con i voti locali, dove con­tano di più radi­ca­mento sociale e legami per­so­nali, piuttosto che il traino mediatico del quale hanno beneficiato prima del trionfo alle elezioni europee dello scorso anno. Dopo l’Andalusia, il 24 mag­gio sarà il turno di molti comuni della Spagna e di 13 regioni su 17: pra­ti­ca­mente le prove gene­rali delle elezioni politiche di fine anno.

Sara Pasquot 

Spagna, il ritorno
del socialista Zapatero

ZapateroIn gran segreto, l’ex premier socialista spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero ha incontrato il leader di Podemos, Pablo Iglesias, salvo poi raccontare tutto nei minimi dettagli questa mattina in diretta. A confermare l’incontro – avvenuto all’insaputa dell’attuale segretario del Partito socialista spagnolo (Psoe), Pedro Sanchez – è stato lo stesso Zapatero anche all’edizione locale dell’Huffington Post, spiegando che si è trattato di una riunione “strettamente personale”, durante la quale si è parlato soprattutto di America Latina e di euro.

L’ex primo ministro ha ammesso di avere con Pablo Iglesias “divergenze notevoli”, ma ha anche riconosciuto che “Podemos” che, secondo i sondaggi, sarebbe diventato il primo partito in Spagna, potrebbe aiutare a migliorare l’immagine dei politici e della politica spagnola. Una mossa inaspettata quella di Zapatero, che smentisce le voci sulla sua fine politica, tornato sulla scena sorpassando a sinistra tutta l’attuale dirigenza del partito socialista che negli ultimi tempi ha puntato parte della propria azione politica all’attacco contro il populismo di Iglesias piuttosto che sulla reale risposta politica alle misure del Partito Popolare al governo.

La strategia di Zapatero di evitare il corpo a corpo con Podemos e spostare il PSOE verso sinistra  potrebbe rivelarsi decisiva già tra pochi mesi, dato che ieri, la presidente della giunta regionale dell’Andalusia, la socialista Susana Diaz, ha tenuto una riunione con gli otto dirigenti provinciali con cui ha delineato uno scenario di profonda crisi, quasi di piena rottura con Sinistra Unita (Iu), suo partner di governo. Lo riferisce il quotidiano “El Pais”, durate l’incontro,già programmato da due settimane per discutere delle prossime elezioni comunali, Diaz ha passato in rassegna tutti i punti di disaccordo emersi all’interno della coalizione nel corso dell’ultimo anno, ma ha focalizzato l’attenzione soprattutto sull’assemblea che l’alleato di governo regionale ha organizzato lo scorso 20 dicembre, nella quale Iu ha autorizzato i suoi membri a indire un referendum per stabilire se rimanere o meno nelle file del governo andaluso.

Susana Diaz, che in molti danno come prossima segretaria generale del PSOE, non ha espresso un parere definitivo in merito a possibili elezioni anticipate in Andalusia e la decisione verrà presa nei prossimi giorni, anche perché martedì prossimo scadrà il termine ultimo per indire eventuali votazioni a marzo, due mesi prima delle elezioni municipali. Nel corso della riunione, il Psoe ha anche discusso il rischio che eventuali elezioni anticipate possano fare da prima cassa di risonanza a Podemos, il partito che minaccia di rompere il tradizionale bipolarismo spagnolo.

La formazione guidata da Pablo Iglesias è ora in procinto di scegliere i membri del proprio direttivo andaluso, (organizzazione territoriale in corso in tutta Spagna .ndr) ed è certo che la presidente sarà Teresa Rodriguez, rappresentante del settore più critico del movimento e favorevole al dialogo con le altre forze politiche. Susana Diaz è consapevole del rischio legato al trionfo di Podemos, ma è anche convinta di potersi imporre sul fenomeno “populista” rappresentato dal partito emergente. Secondo i sondaggi, Podemos irromperà con forza nel parlamento andaluso, ma la maggioranza dei voti andrà al Psoe, insomma tutto come Zapatero comanda.

Sara Pasquot