Sulla legge elettorale un “no” tira l’altro

EVIDENZA-Matteo RenziIl no secco di Renzi al Provincellum riapre i giochi sulla legge Elettorale e spariglia le carte in commissione Affari costituzionali della Camera. E così, il testo base a cui sta lavorando il presidente della commissione e relatore, Andrea Mazziotti, che era atteso tra martedì e mercoledì della prossima settimana, rischia di dover essere riscritto, con un possibile conseguente slittamento dei tempi. A prospettare questa ipotesi è lo stesso Mazziotti, che tuttavia mostra cautela:

“Aspettiamo di vedere cosa succede la prossima settimana, viste le dichiarazioni di Renzi. A questo punto è opportuno aspettare le primarie e poi riapriamo la discussione”. In effetti le primarie hanno congelato il dibattito politico a partire dalle dimissioni di Renzi fino ad ora lasciando tutto in una sorta di limbo. La legge elettorale infatti è troppo importante per essere lasciata a caso. E li futuro segretario del Pd vorrà occuparsene in prima persona.

Mazziotti aggiunge che è ovvio “che dovrò sentire i gruppi uno per uno, perché il Pd ha dato la sua posizione sul Provincellum, ora si tratta di capire”, alla luce di come è cambiato il quadro, “quali saranno le posizioni degli altri gruppi e cosa diranno la prossima settimana. E’ chiaro che la posizione di Renzi pone un problema”. Mazziotti garantisce comunque che si cercherà di rispettare il calendario dei tempi fissato, ma “se dovessero emergere delle difficoltà vedremo”. Dunque sul testo base si riparte da zero? “Aspettiamo la settimana prossima per capire le posizioni del Pd e degli altri gruppi, è difficile dirlo oggi. E poi una parte delle motivazioni” di Renzi per cui non gradisce il Provincellum, ovvero collegi sì ma con sistema proporzionale che comporta una competizione solo interna allo stesso partito senza avere la certezza su chi sarà eletto, “si possono anche correggere” mantenendo l’impianto generale del Provincellum, ipotizza Mazziotti.

Il tema centrale resta quello della governabilità agganciato alla necessità di dare rappresentatività. I listoni non risolvono i problemi delle diversità di pensiero tipici della frammentazione partitica. Infatti le divergenze non scompaiono ma si ripropongono internamente.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio si augura che il Parlamento non subisca “la sorte di rassegnazione ad andare al voto con i moncherini dell’Italicum e del Porcellum: farà una legge elettorale che metterà insieme rappresentanza e governabilità . Fuori da questo schema obbligato c’è solo il caos”.

A commentare la parole di Mazziotti ci pensa il deputato e capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari costituzionali, Francesco Paolo Sisto. “Le parole del Presidente Mazziotti confermano il disorientamento istituzionale causato dalla disinvoltura renziana nel dare e togliere le carte sulla legge elettorale, nello scombinare così programmi e tempi di lavoro, mentre tutto è fermo in attesa che finisca l’inquinamento ambientale causato dalle primarie Pd”. “Le troppe proposte Dem sul tavolo, le tante uscite estemporanee dell’ex premier e le contemporanee dichiarazioni in senso opposto di Orlando, altro candidato alla segreteria Pd, fanno pensare che in realtà si stia menando il can per l’aia per impedire qualsiasi riforma elettorale. Una somma irresponsabilità che contravviene agli autorevoli richiami del Presidente Mattarella, a un prioritario dovere democratico e agli interessi dell’Italia tutta”.

L. elettorale. Premio alla lista un azzardo da evitare

Riforma-legge-elettorale“Collegi uninominali, premio di maggioranza alla lista e armonizzazione verso l’alto delle soglie di sbarramento in ingresso tra Camera e Senato”. Questi i punti “centrali” che per il Pd dovranno rappresentare i pilastri della nuova legge elettorale. E’ quanto ha spiegato in commissione Affari costituzionali della Camera il capogruppo dem, Emanuele Fiano, nel prosieguo del giro di ‘consultazioni’ che il presidente Andrea Mazziotti sta svolgendo, prima di delineare una proposta base su cui avviare l’esame nel merito. “Questi sono i punti centrali, sui quali costruire un testo base”, riferisce Fiano.

Il ritorno nell’agenda politica delle legge elettorale per il segretario del Psi Riccardo Nencini è un dato positivo. “Finalmente – ha commentato Nencini – si torna a discutere di legge elettorale. La strada maestra per dare governabilità al Paese è un sistema a collegi uninominali con premio alla coalizione. Siccome nessuno dei partiti è nella condizione di raggiungere da solo il 40%, l’alternativa è consegnare l’Italia all’instabilità permanente. Un gioco d’azzardo da evitare”.

“Dopo l’intervento del Pd in Commissione gli elementi per lavorare al testo base ci sono”. Lo ha detto al termine della riunione della Affari costituzionali, il presidente e relatore, Andrea Mazziotti che, però, non si è sbilanciato nel fare una previsione sui tempi. La commissione si riunirà nuovamente giovedì prossimo, 27 aprile.

Con i punti illustrati oggi dal Pd e ritenuti “centrali”, i dem hanno ufficialmente accantonato – se non cestinato – il Mattarellum (ipotesi di fatto già uscita di scena nelle scorse settimane per la mancanza di ‘numeri’ e la contrarietà di diverse forze politiche) e ora il giro di consultazioni dei partiti che siedono in commissione è terminato. Quello che salta agli occhi è comunque il permanere, nella proposta Pd, del premio alla lista. Un modo per soffocare i partiti alleati del socio di maggioranza della coalizione. Un modo per determinare l’annullamento del pluralismo, in altre parole la continuazione del pensiero veltroniano dell’autosufficienza.

Una proposta che, leggendo la dichiarazione del deputato Pd Dario Ginefra, non si capisce da dove sbuchi. “Apprendiamo da agenzie di stampa – afferma Ginevra – che il Pd avrebbe indicato in Commissione Affari costituzionali, per mezzo del capogruppo Fiano, i ‘punti imprescindibili’ di un testo di legge elettorale alternativo al Mattarellum e che questi sarebbero i collegi uninominali, il premio alla lista e l’armonizzazione delle soglie di Camera e Senato. Tale posizione non è stata oggetto né di una indicazione di partito, né di una decisione di gruppo”. “Premesso che – prosegue – nel merito, due delle tre mozioni congressuali chiedono che la riforma elettorale preveda la reintroduzione del premio di maggioranza alla coalizione, ci interroghiamo sulle modalità con le quali si giunge, su temi cosi’ importanti, ad esprimere la posizione di un gruppo parlamentare. Non vorremmo che il partito a vocazione maggioritaria, possa trasformarsi del tutto in partito a tentazione autoritaria”.

“Dalla posizione assunta oggi dal Pd in commissione – commenta il capogruppo di Ap in commissione Affari costituzionali alla Camera, Dore Misuraca – “emergono un rischio e una certezza: il rischio di lasciare il Paese all’ingovernabilità e la certezza che vogliono rinviare la riforma elettorale”. “E’ chiaro infatti – sottolinea Misuraca – che insistendo sul premio alla lista sanno perfettamente che, al netto della propaganda, nessuna lista arriverà al 40 per cento, e quindi un minuto dopo il voto sarà subito caos istituzionale”.

Non è escluso che il presidente Mazziotti presenti un testo base già la prossima settimana, anche se è plausibile che si entrerà nel vivo della riforma elettorale solo dopo lo svolgimento delle primarie del Pd, il 30 aprile, e quando appunto si conoscerà il nome del nuovo segretario.

L. elettorale, il proporzionale riprende quota

EVIDENZA-CameraIn commissione Affari costituzionali alla Camera si cerca un nuovo sistema elettorale da cui partire e da trasformare nel testo base. Il fronte del “no” al ritorno del vecchio sistema, che funziona in parte sul sistema maggioritario e in parte su quello proporzionale, è ben nutrito. Da Area popolare a Forza Italia, da Mdp a Fratelli d’Italia sono i contrari al ripristino del sistema misto. Tra gli stessi invece prevale la preferenza per il proporzionale, anche se non su tutti gli aspetti (dal premio ai collegi) concordano.

Proprio ieri, in una seduta della commissione Affari costituzionali, anche la Lega si è detta disposta a votare un sistema che ricalchi l’Italicum “corretto”, ovvero così come uscito dalla sentenza di inizio anno della Corte costituzionale. Non è escluso, quindi, che il relatore e presidente Andrea Mazziotti (Ci) presenti già la prossima settimana un testo base (una nuova seduta è prevista per mercoledì 19). La posizione del partito guidato da Matteo Salvini cambia molto le cose. Il voto dei deputati leghisti al Mattarellum avrebbe infatti garantito i voti necessari per adottarlo come testo base (26 voti su 50), ma da quanto emerso nella seduta di ieri molti deputati si stanno orientando verso il proporzionale.

Già in settimana, Mazziotti ha inviato ai deputati delle linee guida da seguire nel dibattito in commissione, per arrivare a un sistema di base condiviso a dal quale avviare la discussione vera e propria. Nove punti chiave. Innanzitutto, quale meccanismo elettorale prediligere: proporzionale (puro o con premio, soglia di sbarramento), maggioritario o forme miste. E ancora: il dibattuto doppio turno unico e il ballottaggio. Altro tema al centro di confronto tra i partiti è quello delle tipologie di candidature: collegi uninominali, plurinominali, liste bloccate, capilista bloccati, preferenze, dimensione dei collegi e soglie di sbarramento nei due rami del Parlamento. Tra i temi anche l’equilibrio di genere, pluricandidature e modalità di determinazione del seggio in caso di elezione del pluricandidato in più collegi (miglior risultato, peggior risultato e sorteggio).

Durante il dibattito di ieri in commissione, il presidente del Misto Pino Pisicchio ha invitato il relatore a proporre il testo base e a puntare sul sistema proporzionale, eliminando “la previsione dei capilista bloccati, rovesciando così la scelta delle candidature dall’alto in basso”.

Anche il deputato di Mdp, Alfredo D’Attorre, ha chiesto di interrompere la “melina” in commissione e di approvare il testo da cui partire. Danilo Toninelli, in rappresentanza del M5s, ha detto di “concordare sull’ipotesi che come testo base venga adottato l’Italicum costituzionalizzato”, dal suo gruppo definito Legalicum.

Legge elettorale. Craxi: “Discontinuità dal passato”

Legge elettrale_consulta “Dal dibattito politico interno al Partito democratico non sono giunte grandi indicazioni politiche e analisi convincenti sul negativo voto referendario, che ha costretto alle dimissioni il Governo Renzi”. Lo ha affermato in un nota Bobo Craxi. “Mi pare tuttavia – ha detto ancora – che una svolta’ consapevole degli indirizzi e degli obiettivi di un’azione di Governo non possano che giungere da una reale discontinuità con il recente passato. Il Matarellum che viene riproposto – ha aggiunto – mi sembra un sistema che non tiene conto delle chiare indicazioni di un Paese che vuole pluralismo politico e partecipazione democratica nella scelta dei suoi rappresentanti: quel sistema era figlio di una stagione diversa, che purtroppo, come si è visto, è franata insieme alla seconda Repubblica. Fanno molto gli spiritosi – ha proseguito Craxi – ma il ritorno al proporzionale appare assai più idoneo all’attuale situazione, rispetto alle alternative che si stanno mettendo in campo. Ho fatto appello affinché i socialisti si preparino a una nuova stagione. Attendo, naturalmente, che ai propositi venga dato un seguito positivo: un Psi ‘caudatario’ di un ‘giglio magico’ ormai appassito – ha concluso – non serve a niente ed a nessuno”

Il dossier sulla legge elettorale sarà ripreso dopo la pronuncia della Corte Costituzionale. Lo ha deciso l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali abbiamo trovando l’accordo di Pd, FI e M5S. A renderlo noto è stato il deputato di FI Francesco Paolo Sisto al termine della riunione. “Dopo un breve dibattito – ha aggiuto – il presidente Andrea Mazziotti ha aggiornato i lavori al 10 gennaio prossimo”.

A sollevare il tema alla riunione dell’ufficio di presidenza della Commissione è stato Stefano Quaranta di Sinistra italiana, che ha sollecitato l’inizio del confronto sulla riforma dell’Italicum. Contrari si sono però dichiarati il capogruppo in Commissione del Pd, Emanuele Fiano, quello di M5s Danilo Toninelli e Francesco Paolo Sisto di Fi. Tutti e tre hanno sostenuto l’inutilità di iniziare la discussione prima della sentenza della Consulta sull’Italicum. Una alleanza che il capogruppo della Lega a Montecitorio Massimiliano Fedriga ha definito inedita e dettata dal desiderio di allungare la legislatura il più possibile. Ma certo è che votare con l’Italicum non è possibile per ovvie ragioni. Una dichiarazione che non è piaciuta ai Cinque Stelle che rispediscono l’accusa al mittente. “È la Lega che fa accordi sottobanco con il Pd, basta leggere le affermazioni di Salvini sul Mattarellum, e non di certo il Movimento Cinque Stelle. Siamo gli unici che hanno sempre affermato, coerentemente, di voler portare immediatamente il Paese alle urne”. ”Ci siamo opposti alla formazione dell’esecutivo Renzi-bis e, se fosse stato possibile, avremmo voluto votare un giorno dopo il secco no degli italiani alla riforma Boschi. Ribadiamo – proseguono i 5 Stelle – che occorre aspettare la sentenza della Consulta sull’Italicum per poi andare subito a votare con la legge che ne verrà fuori, che noi abbiamo chiamato Legalicum, con i dovuti correttivi al Senato”.

Per il senatore del Pd Vannino Chiti “dall’Assemblea nazionale del Pd è venuto un messaggio costruttivo: non è tempo di rese dei conti, blitz, corse isolate in avanti. Dopo il referendum – ha proseguito l’esponente dem – è necessario per il Pd rimettersi in cammino ritrovando la sintonia con i cittadini su lavoro, sviluppo, Sud, giovani, scuola, migranti. C’è un nuovo governo da sostenere con serietà. Non era un’alternativa responsabile ma propaganda la richiesta delle opposizioni di una corsa alle urne. Le elezioni si terranno al massimo fra poco più di un anno, probabilmente entro l’estate. Il governo Gentiloni e il Parlamento devono affrontare subito emergenze come il terremoto e la crisi di alcune banche; preparare l’anniversario dei Trattati di Roma e il G7 di Taormina”.
Ma soprattutto il Parlamento deve approvare due leggi elettorali serie: “Non è immaginabile – ha detto Chiti – andare al voto con la quasi certezza di due maggioranze diverse, forse opposte. Servono due leggi che assicurino rappresentanza, dando ai cittadini il potere di scegliere gli eletti, e che favoriscano la governabilità. È un’illusione pericolosa quella di poter ritornare alla prima fase di vita della Repubblica. La legge Mattarella sarebbe una buona soluzione: in ogni caso è la base di un confronto aperto per un’ampia, necessaria intesa nella maggioranza e con le opposizioni”.

Contrario al Mattarellum è Ncd: “Non credo – ha detto il ministro Alfano – che nell’attuale scenario tripolare il ‘Mattarellum’ sia la legge che funzioni meglio. Ma noi non ci scansiamo dal tema della governabilità: se si vuole procedere si faccia una legge proporzionale, con un premio di maggioranza equilibrato e rispettoso dei canoni di costituzionalità indicati dalla Corte”.

Legge elettorale, pressing sull’Italicum

Italicum-modifiche

La vittoria del M5S in 19 dei 20 ballottaggi evoca nel Pd, specie nella minoranza, il fantasma di un risultato analogo anche in una futura elezione politica con l’Italicum, il che spinge diversi parlamentari a proporre un ritocco. Una legge elettorale che sembra essere fatta su misura per i Cinque Stelle, unico partito che non che non si coalizza e allo stesso tempo capace di attirare su se stesso i voti di destra o di sinistra ad un eventuale ballottaggio.

Al momento però il Pd non prende in considerazione nessuna ipotesi di modifica, almeno fino al il referendum costituzionale di ottobre. Ma non tutto il Pd la pensa allo stesso modo. Già Piero Fassino e Pierluigi Bersani, entrambi ex segretari del partito, si sono espressi a favore di alcuni ritocchi chiedendo a Renzi di apportare modifiche addirittura prima di ottobre. L’idea è quella di spostare il premio di maggioranza dal partito alla coalizione, per riaprire un dialogo con gli altri partiti della coalizione.

Ma questo comporta un cambio di linea politica e non solo di norma elettorale, passando dal partito a “vocazione maggioritaria”, presente nello stesso Statuto del Pd, al buon vecchio centrosinistra, con un Pd baricentro di una coalizione che abbia alla sua sinistra e al centro altri partiti. Un cambiamento che implica almeno un passaggio congressuale. Non a caso il vicesegretario Lorenzo Guerini ha risposto negativamente alla richiesta di aprire il dossier Italicum: “Questa è una legge elettorale che funziona perché garantisce governabilità e ai cittadini di scegliere”, ha detto. Ma probabilmente, con il premio alla lista, a governare saranno i 5 Stelle. Alle amministrative infatti si è visto che il Pd non sottrae voti al centrodestra e allo stesso tempo ne perde a sinistra. L’unica lista che corre da sola è quella dei Pentastellati che ha quindi ogni vantaggio a un premio di maggioranza così congeniato. Centrodestra e centrosinistra invece devono fare i conti con coalizioni formate da più liste che sarebbero costrette dell’Italicum a converge in un unico contenitore.

Pino Pisicchio, presidente del Gruppo Misto ha depositato un ddl per modificare l’Italicum. Pisicchio ha anche inviato una lettera al presidente della commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti di Celso (Sc) per chiedere che la proposta di legge sia incardinata al più presto. Due le modifiche pensate. La prima, che va incontro a quanto chiesto da tempo dalla minoranza del Pd, prevede il premio alla coalizione e non più alla lista. La seconda tenta di ‘sminare’ il meccanismo del ballottaggio, che alle ultime amministrative si è dimostrato uno strumento che avvantaggia enormemente i candidati M5s: sarà valido solo se andrà a votare il 50 per cento più uno (cioè la maggioranza) degli italiani, in caso contrario i seggi sarebbero ripartiti con criterio proporzionale.

Dalla minoranza del Pd Federico Fornaro ha affermato che “per poter trovare i rimedi bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: il PD è uscito largamente sconfitto nelle elezioni amministrative e a questo esito ha dato un contributo determinante un giudizio largamente negativo sull’operato del Governo nazionale. Sostenere poi che le ragioni della sconfitta siano da ricercare nella scarsa capacità delle strutture territoriali del PD di propagandare le riforme, significa cercare di scaricare sterilmente su altri le responsabilità di scelte sbagliate: per tutti la riforma della scuola in cui si è riusciti nel capolavoro di far arrabbiare tutti, a 360 gradi. Persone in carne e ossa che si sono sentite tradite e che hanno abbandonato in massa il centro-sinistra a cui avevano dato – in larga maggioranza e da anni – il loro voto. Vorrà, infine, dire qualcosa che 16 capoluogo di provincia su 24 hanno cambiato il colore dell’amministrazione comunale: non c’entrano nulla con le sconfitte di tanti sindaci uscenti i tagli ripetuti e indiscriminati di questi ultimi anni a comuni, regioni e province, trasformati in odiati gabbellieri agli occhi di cittadini in difficoltà per la crisi? Un po’ di sana autocritica sarebbe gradita e soprattutto utile a ritornare in sintonia con quegli elettori che hanno voluto darci un segnale forte e chiaro di disagio con una richiesta di una correzione di rotta radicale”.

Ma a farsi sentire ancora una volta è l’ex premier Massimo D’Alema che in una intervista rilasciata al “Corriere della Sera” ha affermato che al referendum voterà No. E le ragioni, ha chiarito, “non sono molto diverse” da quelle per cui votò No, nel 2006, alla riforma di Berlusconi. “Che per certi aspetti era fatta meglio. Anche quella prevedeva il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione dei parlamentari. Ma riduceva anche i deputati. E stabiliva l’elezione diretta dei senatori; non faceva del Senato un dopolavoro”. “È stato un gravissimo errore – ha sottolineato D’Alema – personalizzare in chiave plebiscitaria il referendum”, ha sottolineato D’Alema, “inviterei Renzi a dire che resta comunque; proprio come dopo la sconfitta alle amministrative”.

A D’Alema ha risposto il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio. “Non condivido – ha detto – le parole di D’Alema. Non stiamo distruggendo il Pd. Se si dice questo, vuol dire che stiamo perdendo la memoria di dove siamo partiti”. “C’era una crisi profonda dei partiti e anche del Pd. Renzi è stato eletto con una larghissima maggioranza alle primarie e per dare una nuova forma al partito. Mi pare – ha evidenziato Delrio – sia giusto avere una memoria lunga della tradizione di questo partito ma anche delle difficoltà che ha incontrato negli ultimi anni, che lo ha visto essere un partito autoreferenziale e chiuso in se stesso. Senza questa analisi e senza questa memoria, ogni giudizio è quanto meno ingiusto e ingeneroso”.

Ginevra Matiz