Schulz cerca il rilancio: più investimenti e aiutare l’Italia

schulzDa grande speranza dei socialdemocratici, a sconfitto, Martin Schulz tenta di rilanciare la propria campagna elettorale. L’obiettivo? Presentarsi come una vera alternativa alla stabilità rappresentata da Angela Merkel. Al centro della sua nuova strategia, presentata nelle ultime settimane, immigrazione, solidarietà europea e investimenti.

Man mano che si avvicina il 24 settembre, il giorno delle elezioni federali tedesche, la vittoria di Angela Merkel sembra essere sempre più scontata. Eppure, ancora a marzo, la “grande speranza” socialdemocratica, Martin Schulz, da poco ottenuta la nomina a candidato cancelliere, era riuscito a portare il proprio partito a quota 33,1%  nei sondaggi, superando di quasi un punto l’Unione CDU/CSU dell’attuale Cancelliere. Ora, però, a meno di due mesi dalle elezioni, Schulz è dato al 22%, diciotto punti in meno del 40% attribuito ad Angela Merkel.

Il tracollo nei sondaggi ha spinto la SPD e Schulz a cambiare strategia presentando un nuovo programma che vada ad attaccare Angela Merkel sul suo punto di forza: quella stabilità che, all’interno della campagna socialdemocratica, diventa il “mantenimento dello status quo” ed un freno al progresso della Germania e dell’Europa.

Quest’obiettivo, sostiene la dirigenza socialdemocratica, può essere raggiunto soltanto toccando i temi dell’immigrazione, del futuro dell’Europa e gli investimenti statali.

Immigrazione e cooperazione. Il via alla nuova fase è iniziato con un intervista domenicale al popolare quotidiano Bild am Sonntag. Qui, Martin Schulz ha apertamente criticato la contestata “apertura” ai rifugiati avviata dal Governo Merkel nell’estate del 2015, una decisione avallata, ai tempi, dalla stessa SPD.

Schulz non contesta la necessità dell’apertura, considerata dalla SPD centrale per garantire l’accesso al centro-nord Europa ai rifugiati bloccati in Italia, Spagna ed Ungheria, quanto il come il governo tedesco ha applicato la stessa: senza un previo accordo con gli stessi partner europei. Questo, argomenta il leader socialdemocratico avrebbe provocato un effetto domino, estremizzando la posizione di chiusura dei governi dell’Europa Orientali da una parte ed aggravando, dall’altra, l’emergenza in Italia, in Grecia ed in Spagna.

La visita in Italia. La soluzione migliore, dicono i vertici socialdemocratici, sarebbe un nuovo accordo di mutua solidarietà fra i partner europei. Rimangono ancora ignote le modalità, ma, alludono i vertici del partito, una bozza potrebbe essere presentata durante o dopo il viaggio di Schulz in Italia, previsto per l’ultima settimana di Luglio, in cui il possibile accordo verrà discusso col Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni.

“Non è possibile”, dice Schulz, lasciare il peso dell’accoglienza sulle spalle dell’Italia, della Spagna e della Grecia. Allo stesso tempo, non è possibile che alcuni paesi europei, argomenta sempre il candidato socialdemocratico, non è possible che alcuni paesi, ovvero Austria, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, si rifiutino di accettare la propria quota di rifugiati.

Per evitare questa palese violazione del principio di solidarietà interno alla UE, Schulz ha sottolineato come il suo eventuale governo voglia proporre l’introduzione di sanzioni economiche, come la sospensione dei finanziamenti europei, a quei paesi UE che si rifiutassero di accettare la propria quota di rifugiati.

“Il modo in cui Angela Merkel vuole condurre la propria politica europea rimane scandaloso”

Martin Schulz, su Merkel ed Europa

Basta fare i “professorini”. Martin Schulz è tornato alla carica di Angela Merkel lunedì, grazie ad una seconda intervista rilasciata, stavolta, al quotidiano francese Le Monde. Riprendendo il concetto di solidarietà e cooperazione, Schulz, ha dichiarato come non sia più ammissibile che la Germania e, per converso, tutto il blocco nordico (soprattutto Olanda e Finlandia) “dettino condizioni” in materia di politica-economica agli altri paesi europei.

La Francia, continua il candidato socialdemocratico, sarebbe l’esempio più recente di quanto questo tipo di approccio possa essere deleterio. Per Schulz, il Presidente francese Emmanuel Macron dovrebbe essere lasciato libero di lavorare al processo di riforma dello stato secondo modalità e tempistiche che egli ritenga più opportune e non quelle stringate indicate da Bruxelless o, peggio ancora, da Berlino.

Chiedere alla Francia, continua Schulz, di tagliare il rapporto deficit/PIL ed allo stesso tempo di riformare il mercato del lavoro, “non può che non funzionare” e, anzi, rischia di alimentare tensioni politiche e sociali, quali le proteste attualmente in atto in Francia sia a livello istituzionale – i tagli di fondi alla Forze Armate – che sociale.

La Germania, conclude Schulz, dovrebbe assumere un atteggiamento più lungimirante, soprattutto alla luce di quanto successo negli anni 90, quando a Gerhard Schröder è stato concesso di “ignorare le norme sul rapporto deficit/PIL” allo scopo di finanziare le riforme senza pesare troppo sull’apparato produttivo del paese.

“La Germania è un grande paese, ma [in Europa] potrebbe fare molto di più”

Martin Schulz, sul ruolo della Germania nella UE

Il rilancio degli investimenti. Ultimo punto del complesso programma di rilancio della candidatura di Martin Schulz, sarebbe il rilancio degli investimenti nel paese. L’obiettivo sarebbe, come scritto nel piano in dieci punti della SPD presentato a metà luglio, l’inserimento nella costituzione dell’obbligo di investire una parte del proprio surplus commerciale annuale. Questo permetterebbe il rilancio degli investimenti infrastrutturali nel paese (soprattutto scuole ed austrostrade), un settore fermo da prima della crisi finanziaria.

I nuovi fondi verrebbero poi usati per la tanto attesa digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, punto perseguito anche dalla CDU di Angela Merkel, e per l’istituzione di un “Chancekonto”: un credito (dai 5.000 Euro iniziali fino ad un massimo di 20.000) garantito dalla stato con cui finanziare l’avviamento al lavoro o alla libera professione.

Il piano riguarda anche l’Europa, dove Schulz, sulla falsariga di Macron, vede nella costituzione di un “Ministro dell’Economia e delle Finanze” europeo, il principio su cui procedere verso una maggiore integrazione dei paesi dell’Eurozona.

In questo scenario, la Germania, continua il candidato cancelliere, potrebbe decidere di aumentare la propria contribuzione al budget comunitario, reinvestendo così parte del proprio surplus commerciale estero a livello europeo. Questo è certamente il punto più complesso e rischioso dal punto di vista elettorale per Martin Schulz, data la tradizionale refrattarietà dell’elettorato tedesco a usare i propri soldi in Europa.

Dopo il tracollo primaverile, in questa seconda, ed ultima, fase della campagna elettorale tedesca, Martin Schulz sembra aver riscoperto la propria vena europeista.

Qualora questo servirà a far cambiare idea all’elettorato tedesco, lo si vedrà alla riapertura della campagna elettorale in agosto. Quello che rimane è il messaggio di fondo, che Angela Merkel, e qualunque alleato di governo essa possa avere a Settembre, dovrebbero memorizzare: la Germania non può continuare a prosperare senza l’Europa.

Simone Bonzano

AMBURGO BLINDATA

g20Sarà ricordato per il primo, storico faccia-a-faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin il vertice del G20 di Amburgo. Ma intanto farla da padrone finora sono gli scontri che hanno messo a ferro e fuoco soprattutto il quartiere di Altona: solo tra i poliziotti si contano 159 feriti, almeno 100 tra i manifestanti. I dimostranti arrestati finora sono 45. Migliaia di black blooc hanno seminato caos e disordine. Il presidente americano e quello russo si incontreranno alle 15:45 a margine del summit, ma si sono già stretti le mani. “Non vedo l’ora di incontrare i leader del mondo, compreso Putin. C’è molto da discutere”, ha ‘twittato’ il presidente americano. E subito dopo il Cremlino ha fatto sapere che anche Putin “non vede l’ora di incontrarlo e ha molte cose da chiedergli”.

I temi in agenda non mancano, a cominciare dalle politiche commerciali. Putin, che ha parlato in una riunione dei leader dei Brics e ha già fatto sapere che la Russia è contraria al protezionismo e alle restrizioni finanziarie e intende metterlo in evidenza. “Ci opponiamo al protezionismo crescente nel mondo, al commercio illegittimo e alle restrizioni finanziarie di evidente origine politica: puntano a eliminare concorrenti, comportano la riduzione dei legami commerciali e provocano la perdita di fiducia tra gli attori della cooperazione economica, lacerando così il tessuto stesso dell’economia mondiale”. Dopo la photo opportunity, il vertice si è aperto con una prima sessione di lavoro che si è occupata di terrorismo, una successiva di crescita e commercio; nel pomeriggio invece i leader mondiali hanno all’ordine del giorno i cambiamenti climatici mentre sabato il focus sarà, tra l’altro, sull’immigrazione. “Siamo tutti consapevoli che abbiamo di fronte grandi sfide: possiamo trovare soluzioni solo se si accetteranno le idee degli altri e si troveranno dei compromessi”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel aprendo i lavori. “Milioni di persone sperano che il G20 possa risolvere i problemi del mondo. Rappresentiamo i due terzi della popolazione mondiale ed è importante lavorare bene”.

Il premier italiano Paolo Gentiloni ha sottolineato che “possono esserci visioni geopolitiche diverse tra noi ma abbiamo il dovere di essere uniti contro il terrorismo. Sulla scia della dichiarazione di Taormina è importante un messaggio del G20”. E sugli altri temi all’ordine del giorno ha aggiunto che c’e’ la “determinazione della maggioranza dei paesi del G20 a sostenere che gli impegni di Parigi sul clima vadano mantenuti, con grande rispetto per la posizione degli Usa” che invece hanno scelto di uscirne. Poi parlando della ripresa ha aggiunto che “non dobbiamo sprecare opportunità” si sta affacciando con il protezionismo. Infine il tema più caldo: l’immigrazione. “Sono dalla parte italiana. È normale ragionare sul fatto che non c’è una capacità illimitata di accoglienza. Stiamo ragionando, lo stiamo facendo con grandissima solidarietà che fa fatica a tradursi in fatti concreti”. E ancora: “Non ci possiamo rassegnare all’idea dell’accoglienza” dei migranti “in un Paese solo. Dopo di che, che la cosa si potesse superare a Tallinn mi sembrava improbabile”.

Tra l’altro i leader cercheranno di convincere Trump a far rientrare gli Usa nell’accordo di Parigi sul clima. “Credo sia possibile”, ha detto fiduciosa la premier britannica, Theresa May. “Non rinegozieremo l’accordo di Parigi che rimane in vigore. Ma vorrei che gli Usa cercassero un modo per rientrare. Credo che il messaggio che sarà dato è quello di sottolineare l’importanza che l’America possa rientrare nell’accordo, spero saremo capaci di fare in modo che ciò succeda”. Anche May e Trump si incontreranno per una bilaterale a margine del vertice.

Nel suo messaggio al G20 di Amburgo, indirizzato alla cancelliera Merkel, Papa Francesco ha rilevato una contraddizione già denunciata d Benedetto XVI in occasione del vertice di Londra del 2009: “I Paesi che partecipano al G20 rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi”, mentre sono assenti “coloro, Stati e persone, la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale, precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti”.

Sul fronte degli incidenti, per disperdere un sit-in che voleva bloccare il passaggio del convoglio di Trump sono stati usati gli idranti. Numerose auto sono andate bruciate. La situazione è così critica che la polizia di Amburgo ha chiesto rinforzi (al momento gli agenti impegnati sono circa 15 mila). Alcuni media hanno segnalato la presenza anche di un veicolo blindato dell’esercito nel quartiere di Altona ma la polizia ha precisato in un tweet di non aver affatto chiesto l’aiuto dei militari. Il capo della polizia di Amburgo, Ralf Martin Meyer, ha espresso al Guardian preoccupazione poiché la città potrebbe assistere “non tanto a sit-in di protesta ma ad attacchi di massa”. Ad Amburgo, ha aggiunto Meyer, sono arrivati anarchici scandinavi, svizzeri e italiani. Proprio a causa degli incidenti il programma della giornata per i partner dei leader è stato cambiato. Melania Trump, Brigitte Macron, moglie del presidente francese Emmanuel Macron, il marito del premier britannico Theresa May, Philip e la moglie del premier canadese Justin Trudeau, Sophie Gregoire, tra gli altri, dovevano partecipare a un tour organizzato dal marito della cancelliera tedesca Angela Merkel, Joachim Sauer. La first lady americana, rimasta bloccata nella residenza dove alloggia, ha espresso la sua solidarietà in un tweet: “Un pensiero a coloro che sono stati feriti nelle proteste di Amburgo. Spero che tutti stiano bene!”.

Intervista a Martelli:
la vittoria del riformismo

Claudio Martelli-Psi“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer

VITTORIA RIFORMISTA

Claudio Martelli-intervista“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer

Gentiloni alla Ue: “Sui migranti risposte concrete”

gentiloni migrantiIl richiamo del presidente della Commissione Europea è forte: “Sosteniamo l’Italia e la Grecia, eroiche nell’accoglienza dei migranti”. Ora, preso atto della buona volontà delle istituzioni europee, non resta che vedere come questi propositi si tradurranno in realtà. E il presidente del consiglio, Paolo Gentiloni, si aspetta impegni “concreti” già fra una settimana, quando i ministri europei dell’Interno si vedranno a Tallin. Un vertice, quello nella città estone, convocato per discutere dei temi della sicurezza internazionale e della lotta al terrorismo, ma che rivedrà la propria agenda alla luce dell’emergenza sbarchi. Proprio come a Berlino, dove Angela Merkel ha riunito i partner europei del G20, i presidenti di Consiglio e Commissione Europea e con la Norvegia a fare da Paese ospitato. Un vertice che, sulla carta, doveva preparare i temi più caldi da portare al tavolo del G20 di Amburgo, il 7 e l’8 luglio prossimi, ma che ha visto i leader confrontarsi sull’attualità delle ultime ore.

verticeUn confronto proficuo per l’Italia, alla quale sono arrivate parole di solidarietà e promesse di impegno da tutti i partner, a cominciare proprio dalla Germania. “Aiuteremo l’Italia, anche da parte tedesca, perché ci sta a cuore”, ha promesso la Cancelliera che poi si è soffermata sulla crisi libica. È dalla Libia, attraversata da una infinita guerra fra opposte fazioni, che parte il grosso dei barconi diretti sulle coste italiane. Su questo aspetto si concentra Merkel quando dice che “la situazione di illegalità in quel Paese è inaccettabile” cosi’ come non si può accettare “che quella illegalità diventi una situazione permanente. Spero che a Tallin si riesca a trovare una soluzione concordata”.

Le parole che più rassicurano sono però quelle pronunciate da jean Claude Juncker. Il presidente della Commissione Ue ha sottolineato che non si può “abbandonare l’Italia e la Grecia, ma bisogna compiere ogni sforzo per sostenere questi due Paesi eroici con i rifugiati”. La crisi migranti è la priorità anche per il presidente francese Emmanuel Macron che, a Calais, sta affrontandol’emergenza inviando 700 ulteriori unità tra poliziotti e gendarmi. Una scelta, almeno all’apparenza, in contraddizione con le parole “umanità e fermezza” che pronuncia alla Cancelleria. Ma l’inquilino dell’Eliseo si dice sicuro di riuscire a distinguere “migranti economici” che sono la maggior parte, dai rifugiati. Per gli uni, Macron garantisce fermezza – quindi respingimenti – per gli altri umanità ed accoglienza. Una distinzione difficile da fare per l’Italia quando entrambe le categorie si trovano a bordo dei battelli che salpano dalla Libia e rischierebbero di affondare nel Mediterraneo, se non fosse per le attività di ‘search and rescue’ delle autorità italiane. Uno sforzo che il presidente del Consiglio Gentiloni promette di mandare avanti, ma non garantendo per la tenuta del sistema senza aiuti concreti europei: “Abbiamo implementato le operazioni di search and rescue”, sottolinea Gentiloni, “mentre l’accoglienza rimane accoglienza in un solo Paese. Il nostro non è il messaggio di un Paese che viola le regole, ma di un Paese sotto pressione che chiede il contributo concreto dei colleghi europei. Siamo di fronte a numeri crescenti che, alla lunga, potrebbero mettere a dura prova il nostro sistema di accoglienza. Mi auguro che nel vertice dei ministri degli Interni, la prossima settimana a Tallin, si arrivi ad uno sblocco concreto degli impegni presi”.

Con la crisi migranti a prendersi il centro dell’attenzione, rimane più sullo sfondo il tema clima. Merkel, e con lei i partner europei, sperano ancora di non dovere arrivare a un ‘Piano B’ su questo punto: l’ipotesi che al G20 di Amburgo si possa uscire con un documento 19 più 1 non è remota vista la determinazione dell’amministrazione Trump a non rispettare gli accordi di Parigi. La cancelliera si dice consapevole che il lavoro per evitare questa soluzione sarà duro, ma è altrettanto determinata a tentare il tutto per tutto. Per il momento, di un doppio documento non vuole sentire parlare, dice a chi gli pone la domanda. Più ottimista Paolo Gentiloni: “Siamo sicuri che si possa arrivare a confermare gli accordi di Parigi senza distinzioni troppo pesanti”.

Edoardo Gianelli

SCONTRO BREXIT

BRITAIN-EU-POLITICS-BREXIT

Nella rotta del mediterraneo centrale si stanno facendo progressi ma “la situazione resta critica per gli arrivi irregolari” e “l’unico risultato che ci interessa è mettere definitivamente fine” agli arrivi. Lo ha detto Donald Tusk a conclusione del Consiglio europeo, aggiungendo che “i leader hanno concordato di coordinarsi meglio nelle prossime settimane per aiutare l’Italia”.

Gentiloni, riunione utile e importante su migranti
Il premier Paolo Gentiloni al termine del Vertice Ue ha parlato di una “riunione utile, importante soprattutto su un paio di questioni che ci stanno a cuore: quella dei migranti e l’atteggiamento che l’Ue deve tenere sulle politiche industriali, sul commercio”. Per Gentiloni il riassunto del vertice è abbastanza semplice: “Passi avanti sul tema della sicurezza, tema forte di un’Europa che riscommette sul proprio progetto; ribadimento dei concetti che in Italia conosciamo con la dichiarazione di Taormina sul terrorismo e richiesta ai giganti del web di adottare tecnologie per rimuovere messaggi di radicalizzazione; conferma dell’ impegno di Parigi sul clima”.

Macron: “Non abbiamo ascoltato l’Italia”
A dirlo in modo più chiaro è il presidente francese Emmanuel Macron: “Non abbiamo ascoltato l’Italia. Abbiamo mancato di equilibrio nella solidarietà” sia sui migranti che nella crisi economica, di fronte a Paesi colpiti da “shock asimmetrici” e anche “sui migranti è stata la stessa cosa: non abbiamo ascoltato l’Italia sull’ondata di migranti che stava arrivando”. Così il presidente francese nella conferenza stampa al termine del vertice Ue. “Servono regole comuni Ue – ha aggiunto – sia che si tratti della Rotta balcanica sia di quella dalla Libia”. “In questo mondo ridivenuto tragico – ha sottolineato Macron – l’Europa dev’essere una speranza, la nostra speranza: non lasciamola scomparire sotto al peso del cinismo e delle prospettive di breve termine. Restituiamole la sua chance e la sua promessa”

Lo scontro sulla Brexit
L’offerta del premier britannico Theresa May sui diritti dei cittadini è “un primo passo, ma non è sufficiente”: lo ha detto il presidente della Commissione Jean Claude Juncker entrando al vertice europeo. E Juncker aggiunge: “Non posso immaginare che la Corte di giustizia europea possa essere esclusa” nel meccanismo di tutela delle garanzie per i cittadini europei in Gran Bretagna dopo la Brexit, ribadendo che “comunque il negoziato si fa al Berlaymont”, ovvero nella sede della Commissione europea e non a livello di leader europei. Ma la May tira dritto e difende la proposta presentata giovedì sera: “Abbiamo fatto una offerta giusta e seria” sui diritti dei cittadini, ma vogliamo anche “certezza” per il milione di britannici che vivono nell’Unione europea. “Il Regno Unito lascerà l’Ue ma non l’Europa”, ha ribadito, aggiungendo che il suo Paese vuole “una partnership profonda e speciale” con l’Unione europea. Sulla stessa linea di Junker anche Tusk: “La mia impressione è che la proposta della May va al di sotto delle nostre aspettative e rischia di peggiorare la situazione per i cittadini, ma la valuteremo una volta che avremo tutti i dettagli”

E la cancelliera tedesca Angela Merkel aggiunge: “May ha chiarito che i cittadini Ue che sono rimasti in Gran Bretagna per cinque anni potranno mantenere i loro pieni diritti. È un buon inizio ma non è un progresso. C’è ancora molta strada da fare”. E Macron chiosa: “Abbiamo avuto già molte cose di cui occuparci, stiamo parlando del futuro dell’Europa. Il mandato negoziale è stato dato a Michel Barnier”, ha ricordato Macron, e spetterà dunque a lui valutare le proposte.

IMPEGNO COMUNE

juncker gentiloniSono giorni importanti per l’Europa alle prese con gli ultimi passi sulla Brexit, ma non è la sola questione su cui si punterà nella due giorni di Consiglio Europeo che metterà sul tavolo anche il tema di immigrazione e sicurezza.
Il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha rassicurato Paolo Gentiloni durante l’incontro bilaterale, affermando che l’Italia può “continuare a contare sulla solidarietà europea” sul fronte della crisi dei migranti. Ieri infatti, Gentiloni in Aula al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue aveva incalzato l’Europa: “Sull’immigrazione dobbiamo dirci onestamente che nonostante qualche passo in avanti la velocità con cui l’Ue si muove sul terreno delle politiche comuni resta drammaticamente al di sotto delle esigenze di governo e gestione di questo fenomeno. Lo diremo apertamente anche a Bruxelles – ha sottolineato il premier – Qualche risultato almeno simbolico è stato ottenuto: la Commissione ha annunciato una procedura d’infrazione per i tre Paesi che non accettano gli impegni. Ma non ci consola questa soddisfazione morale”.
“Quel che vogliamo sapere dall’Ue è se sulla strada” della gestione dei flussi migratori “c’è l’Ue o se noi dobbiamo continuare a cavarcela da soli. L’Italia è in grado di gestire la questione, sia pure con difficoltà crescenti, ma l’Europa se vuole recuperare la sua vitalità e scommettere sul proprio futuro deve avere una politica migratoria comune: lo pretendiamo a Bruxelles”.
La risposta da Juncker è arrivata subito dopo che stamattina a Bruxelles il Presidente del Consiglio italiano ha avuto un colloquio con il premier libico Fayez al-Sarraj. “Gli incontri di stamattina – ha spiegato il capo del Governo – avevano come obiettivo promuovere un maggiore impegno dell’Europa e delle autorità libiche: l’obiettivo è contenere i flussi migratori, mettere in condizione le autorità libiche di esercitare un maggiore controllo del loro territorio, dare un contributo alla lotta contro i trafficanti di esseri umani. Obiettivi sui quali l’Italia come sapete è impegnata da tempo. La mia valutazione è positiva. Certamente in Libia bisogna accelerare e dare efficienza ai processi”.
“Non vedo perché non dovremmo aumentare i finanziamenti europei per il funzionamento del Guardacoste libico”, osserva il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, per la convocazione dei capi di Stato e lamentandosi con i leader per il fatto che al livello delle decisioni ministeriali in Consiglio Ue “alcuni dei vostri rappresentanti non stanno prendendo le decisioni necessarie a questo riguardo”. Su una nota più positiva, sembra che gli altri paesi membri abbiano ormai capito e accettato l’impostazione dei cosiddetti “migration compact”, fortemente voluta dall’Italia e che la Commissione europea sta mettendo in atto e finanziando.
Nel frattempo dagli Interni si attende il documento il primo piano nazionale per l’integrazione, in corso di stesura finale e che dovrebbe essere illustrato dal Ministro Minniti il 30 giugno al tavolo di coordinamento nazionale presso il ministero dell’Interno, dove siedono anche i rappresentanti del dicastero del Lavoro, delle Regioni e dei Comuni. Punto cardine del piano è l’avvio del processo di integrazione fin dalla fase iniziale dell’arrivo in Italia del migrante, la cosiddetta prima accoglienza.
Tornando al Vertice del Vecchio Continente, tra i punti in agenda per la cena di oggi ci saranno invece le relazioni internazionali. Il cancelliere della Germania, Angela Merkel, e il presidente della Repubblica della Francia, Emmanuel Macron, presenteranno lo stato dell’arte sull’attuazione degli accordi di Minsk. All’attuazione degli accordi di Minsk sono legate le sanzioni economiche alla Federazione Russa, che scadono il prossimo 31 luglio, e che dovrebbero essere rinnovate prima di quella data. Le misure restrittive riguardano il settore finanziario, dell’energia, della difesa e dei beni a duplice uso. Nel corso della cena, Tusk riferirà inoltre dell’incontro avuto con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e con il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, lo scorso maggio a Bruxelles.
Ma il tema portante al momento resta quello della Brexit, nella sua versione a 27, senza il Regno Unito, nel dopocena di stasera il vertice discuterà sui criteri e le procedure per la scelta dei paesi membri in cui trasferire dopo la Brexit dell’Eba e dell’Ema, le due agenzie indipendenti dell’Ue (l’Autorità bancaria e l’Agenzia per i farmaci) che oggi sono basate a Londra. Ci sono una ventina di Stati membri che si sono candidati per l’una o l’altra o entrambe le agenzie, ed è una partita importante per l’Italia che vorrebbe l’Ema a Milano.
In merito alla Brexit, la deputata Pia Locatelli ieri in dichiarazione di voto sulle mozioni, ha fatto sapere che è nell’interesse comune “costruire basi solide per le future relazioni tra i 27 e il Regno Unito. Nelle difficili acque internazionali di questo periodo credo sia conveniente per tutti affrontare le trattative in modo costruttivo, adoperandoci per trovare un accordo e augurandoci che per un futuro vicino il Regno Unito resti un partner stretto, per uno più lontano che i cittadini del Regno Unito ci ripensino e tornino a far parte dell’Unione Europea, come prevede l’articolo 50 del trattato UE”.

LABOUR’S PARTY

corbyn apre1“La sinistra europea non è affatto defunta e quanti ne hanno cantato il requiem anzitempo devono cominciare a ricredersi”. Lo ha detto Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla camera dei deputati, commentando l’esito delle elezioni in Gran Bretagna. Una dura batosta per Theresa May che non ha più una maggioranza per governare da sola dopo aver convocato le elezioni anticipate sicura di una vittoria travolgente. Si trova invece oggi con 318 seggi e ne perde 12. Il Labour ne conquista 261, ben 29 in più consacrando la vittoria politica di Jeremy Corbyn su una linea di sinistra-sinistra. Si profila un parlamento bloccato, ‘appeso’ ad eventuali alleanze difficili anche da immaginare. Per ora non si dimette, ma i conservatori hanno davanti ormai solo la prospettiva di nuove elezioni. Problemi aggiuntivi per la Brexit. Londra sperava in un Governo robusto per condurre il negoziato con Bruxelles da posizioni di forza e invece si trova in grandi difficoltà.


La vittoria di Jeremy Corbyn per noi socialisti è una bellissima notizia e per più di qualche ragione.
La prima è ovviamente tutta dovuta alla straordinaria rimonta del Labour che, seggi a parte, con il 40% dei voti si piazza appena due punti sotto i Tory.
Il 7 maggio del 2015, il Labour guidato allora da Ed Miliband si era fermato al 30,6%. Dunque Corbyn ha guadagnato la bellezza di dieci punti percentuali e per poco non ha battuto i conservatori. In termini di seggi ne aveva 232 e oggi ne ha 29 di più, 261. Il meccanismo del sistema maggioritario uninominale a un turno difatti distorce la rappresentanza reale del voto e, in questo caso, non riesce neppure a dare una maggioranza di Governo al Paese.

L’altra buona ragione per essere contenti è che la vittoria laburista spazza via la narrazione imperante, soprattutto in Italia e soprattutto dalle parti del Pd e dei suoi simpatizzanti esterni, che la sinistra non avesse ormai altro orizzonte possibile che quello di rincorrere gli elettori di centro sposando tutte le ricette liberiste, ma guardandosi bene dal metterne in discussione la sua base sociale e i suoi interessi consolidati. Ecco dunque che scompare la classe operaia non solo nominalmente, ma anche nella sostanza perché il ceto sempre più vasto dei lavoratori del web, di quelli senza un contratto, dei giovani senza lavoro e senza più nulla da studiare, della classe media che scivola in basso un gradino di reddito dopo l’altro e non vede più possibilità di risalita neppure per i figli, non meriterebbe una difesa politica organizzata.
Corbyn si è invece caratterizzato, e non da ieri, nella difesa di questi nuovi ultimi mettendo in discussione tabù come le privatizzazioni o proponendo un sistema fiscale davvero progressivo, ricordando l’essenzialità strategica del welfare e disdegnando la moda imperante di una comunicazione fatta solo di social media, slogan, tweet e smorfie televisive.
Uno all’antica, uno che Renzi l’avrebbe rottamato senza neppure chiedergli come si chiamava.

Corbyn dunque capovolge la narrazione politica cristallizzatasi ai tempi del New Labour di Tony Blair, riscoprendo che i voti non si conquistano al centro, ma a sinistra.

La sua vittoria – chiamiamola pure così anche se ha meno seggi e meno voti di Theresa May e del suo Tory perché tale è nella sostanza politica – non ha confini, attraversa la Manica.
Il vento inglese nutre difatti speranze in altri Paesi a cominciare dalla Germania dove Schulz sta tentando la stessa rimonta contro Angela Merkel che domina la scena economica, diplomatica e mediatica dalla poltrona della Cancelleria.
Il vento inglese è anche debitore della forza dell’esempio portoghese dove c’è una sinistra-sinistra che governa senza drammatiche difficoltà nonostante i programmi di austerità imposti dalla Trojka.

Un’altra buona notizia è per l’Europa nel suo insieme. Theresa May aveva convocato le elezioni anticipate sull’onda di sondaggi che le assegnavano una vittoria travolgente (anche qui una lezione per chi in Italia come Renzi immagina ogni giorno una blitz krieg elettorale) per sbaragliare oppositori interni ed esterni e sedersi al tavolo di Bruxelles con le spalle coperte da una maggioranza d’acciaio e portare a termine la Brexit imponendo le sue condizioni.
Ben altra è invece oggi la prospettiva, tanto che si allarga la schiera in Gran Bretagna di quanti propongono un nuovo referendum per correggere l’errore di quello del 23 giugno scorso. Dunque dopo l’allontanamento dello spettro populista nelle elezioni olandesi e francesi, arriva un segnale che dovrebbe ridare coraggio a chi crede ancora nel progetto europeo.

Una notazione infine che dovrebbe indurre a valutare meglio le strategie tutte basate sui sondaggi e sui maghi della comunicazione.
Con questa della May siamo alla quarta sconfitta di fila per il grande comunicatore Jim Messina che ha già accompagnato la sconfitta di Cameron nella Brexit, di Hillary Clinton nelle presidenziali Usa e di Matteo Renzi nel referendum costituzionale.
Grazie insomma a Corbyn che ci ridà un po’ fiducia nel socialismo e anche nella politica vera, non quella virtuale che va così tanto di moda anche qui da noi.

Carlo Correr

Pensioni. L’Inps chiarisce sulla possibilità di anticipare a 64 anni

Ultime novità

PENSIONI ANTICIPATE A 64 ANNI

Torniamo ad occuparci di un argomento già trattato nei nostri interventi in diverse occasioni, ovvero la possibilità prevista dalla Manovra Fornero di ottenere il pensionamento anticipato in deroga rispetto ai requisiti ordinari di quiescenza previsti all’interno della stessa legge. L’Inps ha infatti comunicato recentemente le proprie delucidazioni in relazione all’ambito di applicazione di tale disposizione attraverso il messaggio n. 2054, escludendo di fatto la possibilità di pensionamento a partire dai 64 anni per le lavoratrici con 15 anni di versamenti nate nel 1952. Vediamone meglio i dettagli nel nostro nuovo approfondimento. Partiamo dalle posizioni confermate dall’Istituto di previdenza. Infatti, secondo l’Inps potranno fruire della misura coloro che abbiano maturato al 31/12 del 2012 almeno 35 anni di versamenti, purché in possesso dei “requisiti per il trattamento pensionistico entro il 31 dicembre 2012 ai sensi della tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243”. Per tutti questi soggetti si conferma la possibilità di beneficiare del prepensionamento a partire dai 64 anni di età. Vi sono poi da considerare anche coloro che possono accedere alla pensione di vecchiaia a partire dalla stessa età, purché abbiano perfezionato almeno 20 anni di versamenti al 31/12 del 2012. Fin qui i requisiti per gli aventi titolo, che possono esercitare l’opzione di uscita prefigurata all’interno della Manovra.. Stante la situazione, l’Istituto di previdenza esclude però la possibilità di pensionamento con meno di 20 anni di anzianità assicurativa. Restano di conseguenza tagliate fuori dalla misura le cosiddette “quindicenni”. Vista l’eccezionalità della disposizione, si legge infatti nel messaggio, “non può trovare applicazione la deroga di cui all’art. 2, comma 3 del decreto legislativo n. 503/1992 che prevede, a determinate condizioni, il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia con una anzianità contributiva di 15 anni anziché 20”. La vicenda sembra quindi chiudersi definitivamente per le lavoratrici in questione, che dovranno attendere la data ordinaria di quiescenza stabilita dal legislatore.

Welfare

ILPOPULISMO DANNEGGIA ANCHE LO STATO SOCIALE

Se la metafora fosse quella della “pedalata” evocata da uno dei padri dell’Europa moderna come Jacques Delors («O pedali e vai avanti, oppure ti fermi e cadi»), allora bisognerebbe concludere che il faticoso processo di integrazione europea ha davanti a sé una salita degna delle Tre Cime di Lavaredo. La vittoria di Emmanuel Macron e la pronta reazione di Angela Merkel al vento protezionistico che spira oltreoceano sembrano poter rimettere in fila un percorso parso, fino alle elezioni francesi, a dir poco sfilacciato. Resta tuttavia la minaccia del terrorismo, l’emergenza delle migrazioni che alimenta populismi e sovranismi di varia natura.

Tito Boeri dedica al tema un libro, pubblicato da Laterza, dal titolo Populismi e stato sociale, e lo fa da studioso attento alle dinamiche sociali dei fenomeni economici, oltre che da presidente dell’Inps. «Il pericolo – scrive nella premessa – è la possibile affermazione di partiti che puntano a interrompere il processo di integrazione europea, a chiudere le frontiere agli immigrati, per meglio proteggere le persone più vulnerabili dalle sfide della globalizzazione. È un messaggio che mina alle basi il principio della libera circolazione dei lavoratori nella Ue su cui si fonda, a partire dal Trattato di Roma, il processo di integrazione politica ed economica europea”.

Se quest’ondata non si dovesse fermare, è come se si fosse tolta ai giovani quella che Boeri definisce la «migliore assicurazione sociale contro la disoccupazione di cui oggi possano disporre». Già perché se si minacciano le conquiste fin qui realizzate, a partire dalla fondamentale libertà di circolazione nello spazio comune europeo, tutto ciò si traduce in un implicito invito a trovare altrove, al di fuori dell’Europa, un’occupazione in grado di garantirsi un futuro. Da noi, negli ultimi sei anni, si è assistito a un vero e proprio esodo di giovani. E allora che fare? Intanto cominciamo a smontare le idee-forza su cui i populismi basano la loro capacità di attrazione. Boeri ne elenca alcune: mostriamo, noi europei testardamente convinti che non di meno Europa vi sia bisogno ma di più Europa, che tagliare le tasse e aumentare la spesa pubblica può ingenerare l’illusione che si aumenti il reddito disponibile. Ma nel medio periodo può produrre conseguenze ben più gravi. Se si aumenta la spesa pubblica ad libitum, e contemporaneamente si taglia la pressione fiscale, l’unica strada è aumentare il deficit. E la montagna del debito pubblico, per noi assai ingombrante (assorbe oltre il 130% del Pil), si trasferisce tout court sulle generazioni future. E ancora, sgombriamo il campo dall’illusione che chiudere le frontiere a persone e a prodotti provenienti da altri Paesi possa contribuire a proteggere le economie nazionali dalla concorrenza degli immigrati e dei Paesi a basso costo del lavoro.

Il problema – osserva Boeri – è che il protezionismo nel mercato del lavoro «è di breve respiro e può rivelarsi presto controproducente». Ecco il risvolto sociale della questione: se si afferma il principio che vede le società contrapporsi tra il popolo e l’élite corrotta, la conseguenza è l’eliminazione dei corpi intermedi. In gioco è il destino del welfare europeo. Boeri propone di monitorare la mobilità dei lavoratori nelle frontiere della Ue, per ridurre l’evasione contributiva e prevenire «potenziali abusi da parte dei lavoratori che si spostano da un Paese all’altro». Occorre «un codice di protezione sociale», che valga per tutti i Paesi della Ue. L’European Social Security Identification Number potrebbe consentire «la piena portabilità dei diritti sociali tra Paesi e un migliore monitoraggio dei flussi migratori nell’Unione, impedendo il welfare shopping”.

Terruzzi

NUOVO PRESIDENTE FONDO SANITA’

Carlo Maria Teruzzi è il nuovo presidente di FondoSanità, il fondo di previdenza complementare rivolto a medici, odontoiatri, infermieri, farmacisti e veterinari. Teruzzi, che sostituisce Franco Pagano, è un medico di medicina generale ed è il presidente dell’Ordine dei medici e odontoiatri della provincia di Monza Brianza. Nato a Sesto San Giovanni (Milano) 63 anni fa, si è laureato a Milano ed è specializzato in gastroenterologia ed endoscopia digestiva oltre che in Scienza dell’alimentazione con indirizzo dietetico. “Sono onorato della fiducia riposta nella mia persona e l’impegno che ci aspetta come Cda è stimolante e carico di aspettative”, ha dichiarato il presidente Carlo Maria Teruzzi. “Tutti, anche con l’assistenza e il supporto del direttore generale Ernesto Del Sordo, ci adopereremo, in maniera sempre più capillare e con rinnovato slancio e vigore, per migliorare -ha continuato- la diffusione e la conoscenza di FondoSanità e per accrescere la consapevolezza nei sanitari della necessità di dotarsi di un’ulteriore copertura previdenziale da affiancare a quella obbligatoria”.

La nomina di Teruzzi è arrivata ieri nel corso della prima riunione del nuovo Consiglio di amministrazione del fondo, eletto lo scorso 12 maggio dall’assemblea dei delegati di FondoSanità. Il Cda ha confermato come vicepresidente Alessandro Nobili, odontoiatra e attualmente vicepresidente dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Bologna, mentre ha eletto segretario Claudio Capra, che esercita la professione di odontoiatra a Lugo, in provincia di Ravenna.

Gli altri membri del Cda sono: Luigi Daleffe, odontoiatra a Romano di Lombardia (Bergamo), che è stato riconfermato responsabile del Fondo; Luigi Tramonte, al primo mandato e medico di medicina generale a Palermo; Michele Campanaro, anche lui al primo mandato e medico di medicina generale della provincia di Matera; Giuseppe Nielfi, responsabile del servizio di Otorinolaringoiatria presso l’ospedale di Palazzolo (Bergamo) e presidente del sindacato Sumai; Sigismondo Rizzo, farmacista a Catenanuova (Enna); e Antonio Giuseppe Torzi, veterinario e direttore del dipartimento di prevenzione della Asl Lanciano Vasto Chieti. Presidente del collegio sindacale, i cui membri sono tutti iscritti all’albo dei Revisori, è il commercialista Nicola Lorito. Insieme a lui il collega Alessio Temperini e il consulente del lavoro Mauro Zanella. FondoSanità ha registrato negli ultimi anni un incremento dei propri iscritti superando la barra delle 5.500 posizioni, e l’ultimo bilancio approvato ha certificato un patrimonio di circa 150 milioni di euro.

Carlo Pareto

La XVII legislatura
sotto una cattiva stella

Ci sono legislature fortunate e sfortunate, così come gli uomini. La XVII legislatura, l’attuale, sorta dalle elezioni politiche all’inizio del 2013, è sfortunata. Anzi, è sfortunatissima. È nata sotto una cattiva stella. Gli amanti della cabala indicano tutti i guai in quel 17, un numero ritenuto malaugurante.

Probabilmente la XVII legislatura repubblicana non finirà regolarmente all’inizio del 2018, ma qualche mese prima: si potrebbero aprire le urne tra settembre ed ottobre, in autunno. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro, ma l’accordo sulla riforma elettorale sembra a portata di mano. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord hanno praticamente raggiunto un’intesa sul cosiddetto “modello tedesco”, un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5% dei voti.

Matteo Renzi sta conducendo il confronto con tutte le forze politiche su come sostituire l’Italicum bocciato dalla Corte costituzionale e il traguardo sembra vicino. Al progetto, ancora da limare, praticamente si oppongono per motivi diversi solo Angelino Alfano e i parlamentari orlandiani del Pd. Il leader dei centristi della maggioranza non vede di buon occhio la soglia di sbarramento del 5%, considerata troppo alta. Invece l’ala del Pd sostenitrice di Andrea Orlando contesta il passaggio dal sistema maggioritario al proporzionale perché, dopo le elezioni, probabilmente porterebbe alla formazione di un governo di grande coalizione tra Renzi e Berlusconi.

Il segretario del Pd, però, va avanti. Da poco riconfermato alla guida del partito dalle elezioni primarie, vorrebbe andare alle urne al più presto per evitare il rischio di un logoramento di consensi (a dicembre dovrà essere approvata una manovra economica pesante, di circa 30 miliardi di euro, e si sono visti poco gli effetti della “ripresina” nei portafogli degli italiani). M5S, Forza Italia e Lega concorderebbero per motivi differenti. Beppe Grillo, in particolare, è pronto ad andare a votare “anche il 10 settembre” e Matteo Salvini preme da mesi per aprire “subito” le urne.

Fortuna, sfortuna. La XVII legislatura ha avuto un parto difficile e quattro anni di vita convulsa. Sin dalla partenza ha pesato l’instabilità politica. Le elezioni legislative all’inizio del 2013 non decretarono né la vittoria del centrosinistra, né del centrodestra, né dell’esordiente M5S, forte del 25% dei voti. È una “non vittoria”, commentò subito Pier Luigi Bersani, perché aveva ottenuto la maggioranza alla Camera ma non al Senato (il premio in seggi, per pochi voti in più rispetto al centrodestra, era scattato a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama). I tentativi per formare un nuovo governo furono difficilissimi. L’allora segretario del Pd fallì. Ci riuscì invece l’allora vice segretario del Pd Enrico Letta, ma dovette dare vita ad un governo di grande coalizione con Silvio Berlusconi, l’avversario di sempre.

Letta resse appena un anno e, all’inizio del 2014, subentrò come presidente del Consiglio Matteo Renzi, il nuovo segretario del Pd. Il terremoto è continuato. Nello scorso dicembre è arrivata la terza “botta”. Renzi, dopo la sconfitta subita il 4 dicembre 2016 al referendum sulla riforma costituzionale, si è dimesso, lasciando a Paolo Gentiloni (suo amico e stretto collaboratore) la poltrona di presidente del Consiglio. All’assemblea nazionale del Pd del 19 dicembre indicò immediatamente la rotta la seguire: «Non abbiamo perso, abbiamo straperso», ma «ripartiamo da qui», il 41% di sì raccolti al referendum perso sulla riforma costituzionale.

Ora il braccio di ferro è sulle elezioni politiche anticipate. Alfano attacca: «Non capisco l’impazienza del Pd di portare l’Italia alle urne tre o quattro mesi prima: questa impazienza ha un costo salatissimo». Difensori del sistema maggioritario, 31 senatori orlandiani parlano del rischio «di un salto nel buio”, del pericolo di far scattare «spinte ad attacchi di speculazione finanziari».

Renzi, però, accelera. Alla direzione del Pd ha proposto di approvare il sistema elettorale alla tedesca «entro la prima settimana di luglio». Non è «un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%». ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».. A chi suona l’allarme contro l’apertura anticipate delle urne ha ribattuto: «Succede di andare alle elezioni. Il veto di un piccolo partito non può costituire un blocco».

Sergio Mattarella sembra contrario alle urne anticipate. Ma il presidente della Repubblica difficilmente potrebbe resistere alle pressioni per lo scioglimento anticipato delle Camere, se la richiesta dovesse provenire da larga parte del Parlamento.

A settembre i tedeschi voteranno per le elezioni politiche ed Angela Merkel punta ad essere confermata per la quarta volta cancelliera della Repubblica federale. A Renzi piacerebbe un abbinamento elettorale, evitando di andare alle urne nel 2018 in Italia con il peso di una manovra economica che non si presenta molto popolare.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)