Habermas. Populismo e crisi della democrazia

democraziaIl numero 2/2017 di ”Micromega” ospita una sezione interessante, dedicata ai problemi della crisi della democrazia nei Paesi di antica tradizione liberale, individuando nell’ascesa del populismo di destra la causa dell’inadeguata azione di contenimento dei partiti coi quali, sino ad anni recenti, era avvenuta la polarizzazione politica che consentiva di distinguere un’”agenda politica progressista da una conservatrice”. La sezione include un’intervista a Jürgen Habermas, dal titolo “La risposta democratica al populismo di destra”, nella quale il filosofo critica l’incapacità dei partiti democratici per l’inadeguatezza della loro risposta alle sfide populiste.
Quando, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il politologo americano Francis Fukuyama lanciò l’idea di una presunta “fine della storia”, quasi che il mondo si fosse assolutizzato nella democrazia e nell’economia di mercato, egli in realtà – afferma Habermas – “dava espressione al miope trionfalismo di élite occidentali che si affidavano alla fede liberale dell’armonia prestabilita tra democrazia ed economia di mercato”, dimenticando che questi due elementi, pur plasmando “la dinamica della “modernizzazione sociale, sono connessi a imperativi funzionali che tendono continuamente ad entrare in conflitto”.
Gli “imperativi funzionali” dei quali parla Habermas evocano l’organizzazione del sistema sociale secondo la prospettiva del sociologo americano Talcott Parsons, secondo il quale ogni società, per conservarsi, deve dare soluzioni condivise a quattro fondamentali problemi: adattatività, perseguimento dei fini sociali, integrazione e mantenimento dei valori latenti condivisi.
Il problema dell’adattatività risponde alla necessità di estrarre dall’ambiente sufficienti risorse per distribuirle nel sistema attraverso le istituzioni economiche; il perseguimento dei fini condivisi da coloro che compongono il sistema sociale è garantito dalle istituzioni politiche, che devono essere in grado di mobilitarne le energie; il bisogno di integrazione risponde alla necessità di tenere uniti i membri della società e di coordinarne le azioni, evitando instabilità e disordine, compito svolto dal sistema giuridico che deve controllare il rispetto delle regole e sanzionare i comportamenti devianti; i valori latenti condivisi corrispondono a quella parte del funzionamento del sistema sociale che dipende dal mondo interiore degli individui, alla cui gestione provvedono istituzioni sociali, quali la famiglia, la scuola, le organizzazioni religiose e le associazioni in genere.
Secondo la prospettiva dell’organizzazione funzionale del sistema sociale, la società è concepita come un insieme di parti interconnesse tra di loro; nessuna di esse può essere intesa isolata dalle altre, ma solamente nel contesto complessivo. Le relazioni che intercorrono tra le parti della società sono di “tipo funzionale”, in quanto ogni elemento svolge un particolare ruolo che, unito a tutti gli altri, concorre a creare e mantenere funzionante l’apparato che costituisce la società. Per il funzionalismo, esiste uno stato di equilibrio nella società, che ricorre quando ogni parte svolge correttamente il proprio compito.
Gli imperativi funzionali, a parere di Habermas, hanno potuto garantire questo equilibrio nelle società capitalistiche, nella misura in cui ai vantaggi della crescita economica ha partecipato l’intera popolazione; partecipazione che veniva accettata, anche se solo in parte, in quanto considerata “socialmente equa”. Dal punto di vista storico – afferma Habermas – questo tipo di distribuzione dei risultati della crescita, “che solo può giustificare il nome di ‘democrazia capitalistica’, è stato più l’eccezione che la regola”, per cui, proprio per questo, l’affermazione di Fukuyama, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, circa la presunta “fine della storia”, non poteva che essere un’illusione.
Oggi, a seguito della diffusione delle disuguaglianze tra gli Stati e di quelle tra i diversi gruppi sociali all’interno di ciascuno do essi, per effetto dell’allargamento e dell’approfondimento della globalizzazione, si è in presenza di un disordine generalizzato, sia nelle relazioni internazionali, che nelle relazioni tra i diversi gruppi sociali presenti nei singoli Stati. Ciò sta determinando una reazione all’integrazione delle economie nazionali nel mercato globale, attraverso l’elemento unificante del nazionalismo che, però, contrariamente all’opinione di molti analisti, non sta assumendo “una tendenza unitaria” verso forme di autoritarismo.
Si tratta di reazioni nazionalistiche che si verificano e si rafforzano negli strati sociali che non hanno tratto alcun beneficio dalla crescita delle economie nazionali, dal momento che il tanto promesso effetto “trickle-down” (cioè l’effetto che si suppone connesso all’attuazione di una politica economica favorevole ai percettori dei livelli di reddito più alti che, promuovendo la crescita, si vorrebbe favorevole anche ai percettori dei livelli di reddito più bassi) non si è verificato. Il nazionalismo, tuttavia, ha dato origine, nella forma dei movimenti populisti, a un ritorno delle forze politiche di destra, sino al punto che una parte delle forze di sinistra si professa a favore di un populismo di sinistra solo come reazione al populismo di destra. Habermas si chiede come sia stato possibile “giungere a una situazione nella quale il populismo di destra sottrae alla sinistra i suoi stessi temi”.
Il filosofo tedesco non ha dubbi nel formulare la risposta all’interrogativo. Come starebbe a dimostrare l’uscita del Regno Unito dall’Europa, i conservatori del partito di Theresa May hanno inteso “sgonfiare l’ondata del populismo di destra schierandosi dalla parte di uno ‘Stato forte’, interventista, che lotti contro la marginalizzazione della popolazione ‘rimasta indietro’ e la crescente divisione della società”. La politica dei conservatori inglesi, rende chiaro perché oggi – afferma Habermas – il populismo di destra riesce a mobilitare gli insoddisfatti e gli svantaggiati nella falsa direzione dell’isolamento nazionale”.
Habermas ritiene che ciò avvenga perché i partiti di sinistra “non vogliono porsi alla guida di una lotta decisa contro la disuguaglianza sociale, che faccia leva su forme di coordinamento internazionale capaci di addomesticare i mercati non regolati”. L’unica alternativa alla quale i partiti di sinistra potrebbero ricorrere dovrebbe consistere in un loro impegno a cercare di porre in parte rimedio alla perdita di ogni ruolo e funzione dello Stato nazionale, attraverso però “una cooperazione internazionale capace di dare una forma politica socialmente accettabile alla globalizzazione economica”.
Per raggiungere questo scopo, però, a parere del filosofo, non bastano i Trattati vigenti; occorrerebbe anche che le forze di sinistra fossero disposte ad impegnarsi per una modificazione delle istituzioni europee, al fine di renderle compatibili con la realizzazione di una più equa e condivisibile distribuzione dei vantaggi offerti dall’Unione, solo sulla base di un ancoramento delle sue istituzioni a “una cooperazione sopranazionale legittimata democraticamente”. L’Unione politica dell’Europa comunitaria mirava, prima degli anni Settanta, proprio a questo; ma successivamente questo obiettivo è stato frustrato dalle molte contrarietà che il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali, con le sue crescenti conseguenze negative, ha fatto nascere nei partiti della sinistra, contrarietà che si sono espresse attraverso una netta propensione a supportare “processi di formazione della volontà politica su scala nazionale”.
In particolare, sono stati i partiti socialdemocratici dei Paesi europei ad orientare la loro azione in senso neoliberista, alla quale si sono conformati i singoli sistemi economici che si stavano integrando a livello globale; ciò perché, quei partiti hanno valutato, sbagliando, che fosse possibile conservarsi al governo dei loro Paesi “solo adeguandosi al corso neoliberista”; per questo motivo, i partiti socialdemocratici hanno finito col perdere ogni possibilità di ostacolare i crescenti squilibri sociali che, nel tempo, sono cresciuti; il prezzo politico che sono stati chiamati a pagare, per il declino economico e sociale di crescenti quote della popolazione, è stato così alto che “la reazione a questo stato di cose si è incanalata verso destra”, per via del fatto che, mancando una prospettiva politica credibile, essa (la reazione) non poteva che prendere la via della “mera espressione del disagio”.
Secondo Habermas, nell’ambito della politica interna di singoli Paesi, il confronto con le forze espresse dai movimenti populisti “ha preso una direzione sbagliata”, in quanto i partiti della tradizione socialdemocratica si sono aperti alle ragioni dell’intero arco della protesta, senza che fosse fatta una distinzione tra populismo di destra e populismo di sinistra. A tal fine, sarebbe stato necessario che i vecchi partiti socialdemocratici avessero avuto la volontà di “aprire un fronte di lotta totalmente diverso”, attraverso la messa a fuoco del problema della protesta vista da sinistra; fatto, quest’ultimo, che avrebbe consentito alle forze di sinistra di stabilire in che modo fosse possibile “riottenere potere di azione politica nei confronti delle forze distruttive di una globalizzazione capitalistica scatenata”.
La scena politica è stata invece dominata – afferma Habermas – “da un grigiore privo di sfumature”, in cui, per ammansire la globalizzazione sfrenata, è mancata la possibilità di formulare un programma politico orientato ad un governo dei “processi economici e tecnologici della società mondiale” diverso e distinto da quello attuato, di stampo neoliberista, fondato sull’”abdicazione della politica nei confronti del potere repressivo delle banche e dei mercati non regolati”. In altri termini, per realizzare un’effettiva politica di sinistra, sarebbe stato necessario “rendere di nuovo riconoscibili le opposizioni politiche, nonché la contrapposizione tra cosmopolitismo di sinistra – ‘liberale’ in senso culturale e politico – e il tanfo etnonazionalistico della critica di destra della globalizzazione”.
A parere di Habermas, quindi, all’interno dei Paesi nei quali si è espansa la protesta populista, l’attività politica dovrebbe tornare a caratterizzarsi in termini di contrapposizioni reali su programmi alternativi riguardo al come governare l’internazionalizzazione dei processi economici e tecnologici. Tra l’altro, in questo modo, e solo in questo modo, i partiti democratici potrebbero ricuperare un modo efficace per erigere un autentico baluardo contro quei programmi populisti che, attraverso un acceso nazionalismo, sostengono la validità di una politica che miri al ricupero degli antichi Stati nazionali, per meglio assicurare l’appropriazione dei vantaggi della globalizzazione neoliberista alle singole comunità nazionali; queste manifestazioni sono di solito espresse da un “brodo di coltura di nuove forme di fascismo”, qual è, ad esempio, in Germania, Alternative für Deutschland, che da posizioni euroscettiche sta mietendo consensi presso l’elettorato del partito della Cancelliera Angela Merkel.
Anche per sconfiggere quest’ultima pericolosa deriva populista, secondo Habermas, il ricupero della visibilità delle opposizioni all’interno dei singoli Paesi deve procedere di pari passo con una decisa transnazionalizzazione della democrazia, che i Paesi europei possono realizzare solo rilanciando il processo di unificazione politica dell’Unione, com’è stato auspicato in occasione della recente celebrazione dei sessant’anni dei Trattati europei; la loro effettiva attuazione è infatti il presupposto, non solo per rimuovere i postumi della Grande Recessione e affievolire gli esiti negativi della globalizzazione, ma anche per opporsi alla riemersione dalla storia di “vecchi fantasmi”.

Gianfranco Sabattini

Siria. Gentiloni: “Una risposta motivata a un crimine”

mogherini-gentiloni“L’azione ordinata stanotte da Trump è una risposta motivata a un crimine di guerra”. Così il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in conferenza stampa a Palazzo ha commentato l’attacco Usa di questa notte alla Siria. “L’azione di questa notte – ha aggiunto – come noto si è sviluppata nella base aerea da cui erano partiti gli attacchi con uso di armi chimiche nei giorni scorsi. Contro un crimine di guerra il cui responsabile è il regime di Assad”. “Credo – ha aggiunto Gentiloni – che le immagini di sofferenza che abbiamo dovuto vedere nei giorni scorsi in seguito all’uso delle armi chimiche non possiamo pensare di rivederle”. “Chi fa uso di armi chimiche non può contare su attenuanti e mistificazioni”, ha detto ancora il premier Gentiloni. Ma la strada da seguire è quella del negoziato: “L’Italia – dice Gentiloni – è sempre stata convinta che una soluzione duratura per la Siria vada cercata nel negoziato. Era e resta la nostra posizione. Il negoziato deve comprendere tanto le forze di opposizione quanto il regime, sotto l’egida delle nazioni unite con ruolo decisivo e costruttivo della Russia”. “C’è l’impegno comune perché l’Europa contribuisca alla ripresa dei negoziati in Siria”. E per questo “sono convinto che l’azione di questa notte non ostacoli ma acceleri la chance per il negoziato politico”, aggiunge il premier per il quale “gli Stati Uniti hanno definito la loro azione come puntuale e limitata e non come una tappa di una escalation militare”. E sul ruolo dell’Europa Gentiloni afferma che “con il presidente francese Hollande e la cancelliera Merkel abbiamo preso il comune impegno perché l’Europa contribuisca alla ripresa dei negoziati in Siria”.

Che si dovesse rispondere a un attacco chimico è la posizione espressa dal presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker in una dichiarazione letta dalla portavoce Mina Andreeva. La scorsa notte “gli Usa hanno lanciato attacchi aerei contro un aeroporto in Siria in risposta all’orribile attacco chimico di Idlib. Gli Usa hanno informato l’Ue che gli attacchi erano limitati e mirati a prevenire ulteriori atrocità con armi chimiche”. La portavoce ha aggiunto che “Juncker è stato inequivocabile nella sua condanna dell’uso delle armi chimiche e sul fatto che il ripetuto uso delle stesse doveva avere una risposta”. Mina Andreeva ha aggiunto che il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, “capisce gli sforzi per prevenire ulteriori attacchi” ed ha osservato che “c’è una chiara differenza tra attacchi aerei su obiettivi militari e l’uso di armi chimiche contro i civili”.

A chi ha chiesto quale fosse la posizione della Ue nei confronti del futuro di Bashar al Assad, la portavoce dell’alto rappresentante Federica Mogherini, Maja Kocijancic, ha risposto: “Non ci sono dubbi sulle conclusioni che sono state adottate dal Consiglio esteri lunedì scorso, in cui cui si dichiarava che gli europei ricordavano che non ci poteva essere una pace durevole in Siria sotto l’attuale regime”. E sul futuro dei negoziati di Ginevra alla luce dell’attacco americano della notte scorsa, Kocijancic ha indicato che Mogherini “stamattina è stata in contatto con Steffan de Mistura”, l’inviato speciale dell’Onu per la Siria ed ha ricordato che la responsabile per la politica estera “in settimana ha ospitato una Conferenza sulla Siria a Bruxelles” e la Ue “continuamente sostenuto il processo mediato dalle Nazioni Unite e continueremo a farlo”.

A chiedere un impegno da parte dell’Europa è Martin Schulz, candidato alla cancelleria dell’SPD. Serve una “forte offensiva diplomatica in Siria. L’Europa deve assumersi la sua responsabilità politicamente non militarmente”, ha aggiunto. “Questo è il momento dei colloqui, non delle bombe”. Per l’ex presidente del Parlamento europeo, il fatto che il consiglio di sicurezza dell’Onu “non sia nella situazione di poter formulare una chiara risposta all’attacco col gas in Siria è più che inquietante”. Il governo tedesco definisce l’attacco degli Usa come “mirato e limitato” e Berlino chiede che “ora con tutte le forze ci si impegni per un processo politico” per risolvere il conflitto in Siria. ha detto il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert. Il veto sulle armi chimiche è “centrale nell’ambito della tutela dei diritti umani”, ha continuato il portavoce del ministero degli Esteri, rispondendo a chi chiedeva se l’azione di Washington sia conforme al diritto internazionale. Dalla prospettiva del governo tedesco si è di fronte “ad un’eclatante rottura del diritto internazionale da un lato”, con la violazione siriana, e dall’altro lato “a un mirato limitato attacco” da parte degli Usa. Per questo motivo, di fronte alla circostanza che il consiglio di Sicurezza dell’Onu non ha potuto esprimere una risoluzione, “l’attacco americano è comprensibile”. L’Onu ha però indetto per le ore 17.30 italiane al Palazzo di Vetro una riunione di emergenza.

Condanna ad Assad anche da parte della Nato per la quale “il regime siriano porta la piena responsabilità per questo sviluppo”. Lo dichiara il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg che ha sottolineato che l’Alleanza “considera l’uso di armi chimiche come una minaccia alla pace e sicurezza internazionali”. “Qualsiasi uso di armi chimiche è inaccettabile ed i responsabili devono essere condotti a risponderne” ha detto ancora il Segretario generale ribadendo che “la Nato sostiene tutti gli sforzi internazionali diretti a raggiungere la pace ed una soluzione politica in Siria”.

Xenofobia e neoliberismo: presunti mali endemici della Germania

germania xenofobiaSi sostiene, non senza fondamento, che alcuni dei limiti che caratterizzano la società politica e quella civile contemporanee della Germania siano dovuti al fatto che molti, tra i protagonisti della ricostruzione della democrazia, provenivano dalle file delle organizzazioni naziste; pur tenuto conto che ciò che sopravviveva delle generazioni che hanno vissuto l’esperienza nazista è ora pressoché totalmente scomparso, resta tuttavia il fatto che, a differenza dell’Italia, la Germania non ha vissuto la “purificazione” della “guerra civile” tra le forze della reazione e quelle democratiche. Ciò giustifica perché è plausibile pensare che l’etos pubblico tedesco sia ancora parzialmente intriso di quei valori che, nella prima parte del secolo scorso, hanno legittimato l’ascesa al potere del nazismo.
In sostanza, a sostenere questa tesi è Alessandro Somma, in un articolo pubblicato sul n. 1/2017 de ”il Mulino”, col titolo “Neoliberalismo e xenofobia nella Germania unita”; Somma, docente di Scienza politica all’Università di Torino, osserva anche che l’influenza esercitata da molte personalità non estranee al nazismo nella ricostruzione della Germania del dopoguerra è stata resa possibile dal ruolo giocato “dal clima di Guerra fredda che nel nome dell’anticomunismo ha condotto a trascurare, se non a valorizzare, il passato nazista di molti cosiddetti servitori dello Stato”. In tal modo, molti di costoro avrebbero legittimato la formazione di gruppi politici schierati sul fronte della destra radicale e neonazista che, dopo la riunificazione, avrebbero contribuito “ad alimentare un terreno fertile per lo sviluppo e la diffusione di un clima di nostalgia per il regime hitleriano, e più in generale del nazionalismo e della xenofobia”.
I fattori scatenanti, sia del nazionalismo, che della xenofobia, sono stati – afferma Somma – diversi: innanzitutto, il flusso di migranti verso la Germania unificata, provocato dal crollo politico dei Paesi del “socialismo reale”; in secondo luogo, le conseguenze della riunificazion, sia quelle dirette, originate dal fatto che i nuovi arrivati hanno abbassato le opportunità occupazionali a danno dei cittadini tedeschi, sia quelle indirette, nate dalle riforme strutturali con le quali Berlino, cercando di fare fronte alla nuova situazione sociale, ha dovuto accollarsi un aumento dell’indebitamento pubblico. Il disagio sociale che ne è seguito ha influenzato le stesse forze politiche democratiche, orientandole a riformare “la disciplina costituzionale del diritto di asilo” che, all’origine, era stata “regolata, come reazione al passato nazista, dalla Legge fondamentale tedesca in modo decisamente più consono” a quanto sull’argomento richiedevano le “fonti internazionali”.
Tuttavia, a parere di Somma, la xenofobia non è stato l’unico movente a giustificare l’avanzata delle forze radicali di destra; oltre ad essa, vi sono state anche le modalità con cui la Germania ha voluto realizzare l’unificazione, risultate la causa “dei notevoli livelli di disoccupazione raggiunti sul finire degli anni Novanta”; tali livelli, espressi da quasi cinque milioni di disoccupati, sono all’origine dell’aumento del debito pubblico che – afferna Somma –, tra il 1990 e il 1997, è passato dal 41,3% al 58,9% del PIL. In questo clima, nel 1998, il cancelliere cristiano-democratico della riunificazione, Helmut Kohl, ha perso le elezioni per aver presentato un programma di stampo neoliberale, che prevedeva il superamento della crisi occupazionale e debitoria facendo appello ai principi dell’”economia dell’offerta”, ovvero attraverso il sostegno dell’offerta complessiva del sistema economico realizzato con la diminuzione del costo del lavoro e della pressione fiscale.
Alla destabilizzazione dall’economia tedesca ha contribuito anche la politica del partito socialdemocratico, vincitore delle elezioni del 1998, la cui segreteria, guidata da Oskar Lafontaine, pur avendo presentato un programma che proponeva una politica di natura keynesiana incentrata sul sostegno della “domanda interna”, non è riuscita ad evitare che il cancelliere succeduto a Kohl, Gerhard Schröeder, ne attuasse una, sempre keynesiana, basata però sul sostegno delle esportazioni, assunte “come principale motore di crescita”. Nonostante tutto, sottolinea Somma, il debito pubblico ha continuato a crescere, raggiungendo nel 2005 il 67,1% del PIL, mentre il deficit corrente del settore pubblico è risultato pari al 3,3% dello stesso PIL, fuori perciò dai parametri di Maastricht, con il peggioramento della disoccupazione e dei dati sulla distribuzione della ricchezza; tali fatti “hanno rispecchiato il rovesciamento del compromesso keynesiano derivato dalle politiche neoliberali condotte dagli esecutivi a guida socialdemocratica”.
Dopo Schröeder, è iniziato il cancellierato di Angela Merkel nella più assoluta continuità dell’indirizzo della politica economica del passato, volta a supportare in termini sempre più efficaci l’orientamento dell’economia all’esportazione e con esso il contenimento del “compromesso keynesiano, reso ancor più rigido dall’adozione dell’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio; inoltre, anche con i governi della Merkel sono mancate le correzioni degli squilibri distributivi ereditati dal passato, con la conseguente formazione di una “sacca di persone” a rischio di povertà, mentre sono state riservate ingenti somme per l’istituzione di un fondo di stabilizzazione del mercato finanziario, per fronteggiare gli esiti della Grande Depressione iniziata nel 2007/2008.
Il quadro interno della Germania, compiutosi con l’avvento dei governi della Merkel, ha costituito, a parere di Somma, la base che consente di “valutare i sentimenti diffusi presso la popolazione tedesca, e con essi il successo della destra xenofoba, nazionalista, più o meno consapevolmente neonazista”, che stanno caratterizzando la vita politica della Germania degli ultimi anni. I sentimenti nazionalisti e xenofobi suscitati dalle politiche di accoglienza, attuate per fronteggiare i flussi migratori richiedenti asilo a vario titolo, hanno favorito la formazione di movimenti estremisti, come “Pegida” (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes: europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente) e come la formazione politica “Alternative für Deutschland” (AfD) che, in tutte le elezioni in cui si è presentata in molti Länder a partire dal 1914, ha conseguito risultati contenuti tra il 10 e il 25%.
Alle elezioni europee del 2014 AfD ha ottenuto il 7% dei consensi, sulla base di un programma che, oltre a rifarsi ai temi nazionalisti e xenofobi propri dei movimenti di estrema destra, è stato “incentrato sull’abbandono dell’euro e sulla conduzione di politiche economiche di matrice neoliberale”, ma anche sul mantenimento e rafforzamento del capitalismo “come ordine economico che la politica deve sostenere e sviluppare”. Il programma di AfD, a parere di Somma, ha subito, tuttavia, successivi adattamenti all’evoluzione della situazione politica ed economica, sia nazionale, che internazionale, proponendo la necessità per la Germania di una politica che sia volta, non tanto al ricupero del “compromesso keynesiano”, ma alla protezione del “mercato interno dalla competizione internazionale”, al fine di evitare che sia esposto alle conseguenze della “libera circolazione dei fattor produttivi”.
In tal modo, AfD ha enfatizzato la richiesta di “un ritorno alla sovranità statale contro la globalizzazione dei mercati”, con la reinterpretazione in termini nazionalistici del neoliberismo, implicante una rinuncia al ricupero pieno dei diritti sociali, in parte sacrificati dai governi di Kohl, Schröeder e Merkel; in altri termini, AfD, pur presentando la comune vocazione con le altre formazioni della destra radicale europea e ricorrendo al nazionalismo e alla xenofobia, si differenzia da queste ultime formazioni per il fatto che la sua azione politica non è volta a ricuperare alcuni valori propri della tradizione del comunitarismo, ma ad affermare una difesa degli interessi nazionali imperniata “intorno al funzionamento del mercato”. Il tutto pensato – afferma Somma – come espressione dello Stato nazionale e della sua potenza; motivo, questo, per cui, a parere dello stesso Somma, il sostegno dell’ordine capitalista si manifesterebbe “anche e soprattutto come supporto nell’arena dei mercati internazionali, come nazionalismo economico”.
Questa visione, pur non invocando l’azzeramento delle libertà politiche, per un più facile controllo di quelle economiche, a giudizio di Somma, possiede in sé alcune implicazioni che hanno preparato l’”avvento del fascismo”, quali la denigrazione della democrazia parlamentare, da sostituire con “una concezione cesaristica e plebiscitaria del potere che, se non azzera le libertà politiche, di certo favorisce una loro decisa compressione”. Tuttavia, Somma conclude la sua analisi osservando che non occorre certo considerare i valori reazionari dei quali è portatrice AfD, per evocare il fantasma del fascismo o di un passato della Germania che ritorna; è sufficiente, sempre secondo Somma, riflettere sulle modalità scelte da AfD per rimediare alla perdita di un futuro fortemente compromesso, per via del fatto che, al presente, “le persone sono ridotte a mere appendiciti di un ordine economico che è incapace di produrre uguaglianza, ma che l’ordine politico ha reso in condizionabile e indiscutibile”.
Ciò che ha compromesso il futuro della società tedesca, come pure di tutte le società dei Paesi membri dell’Unione Europea sarebbero, secondo Somma, le istituzioni internazionali che, nel governo della globalizzazione, si sono mostrate inefficaci e dannose; non resterebbe, perciò, che accettare l’idea che il ricupero del ruolo dello Stato-nazione, indebolito dal processo di internazionalizzazione delle economie nazionali, ridiventi lo strumento per il rilancio del “compromesso keynesiano”, ricollocando “la persona al centro delle politiche locali e globali”, come unico e valido baluardo contro il possibile ritorno della “parte peggiore” del secolo scorso.
D’accordo, ma la prospettiva del ricupero dello Stato-nazione per il rilancio del “compromesso keynesiano” continuerebbe pur sempre a contenere in sé “residui” nazionalistici (non va dimenticato che le politiche keynesiane, attuate all’interno di economie integrate nel mercato mondiale, sono sempre state accusate di “pretese” mercantlistiche e, perciò, nazionalistiche), né consentirebbe di evitare, di fronte ad una mancata regolazione della globalizzazione, l’avanzare delle formazioni dell’estrema destra. La causa reale del diffondersi dei movimenti della destra nazionalista e xenofoba, è quindi l’incapacità di riformare secondo modalità diverse da quelle sinora seguite, le regole del mercato mondiale; sin tanto che tali regole non saranno cambiate, il riflusso all’interno dei singoli Stati degli effetti negativi del “libero mercato globale” continuerà a rafforzare la prospettiva di una continua espansione dei movimenti nazionalisti e xenofobi.
E’ su questo punto che la Germania sta assumendo una responsabilità di dimensioni preoccupanti; la sua reiterata volontà a non volersi piegare all’urgenza di condividere un’azione unitaria con gli altri Paesi dell’Unione, per un contenimento degli “animal spirit” del mercato mondiale, è paradigmatica; anziché approfondire la cooperazione europea, ai fini di una più efficace regolazione delle prevalenti modalità in presenza delle quali si sono svolti sinora i rapporti commerciali internazionali, la Germania, con in testa la sua Cancelliera, ha mostrato d’essere propensa a schierarsi in difesa della globalizzazione, così come essa si è affermata; lo dimostrano le minacce ritorsive che la Merkel non manca mai di rivolgere al nuovo presidente degli Stati Uniti, al solo fine di scongiurare l’attuazione, da parte del neoletto, di alcune delle sue promesse elettorali, riguardanti possibili restrizioni del mercato globale senza regole, verso il quale, invece, la Germania ha orientato strutturalmente con successo la propria economia.

Gianfranco Sabattini

Rusconi. Egemonia tedesca e destino dell’Unione Europea

Bandiera_ue_germania_BerlinoIn questi ultimi anni si sta molto discutendo sul problema dell’egemonia tedesca in Europa; lo sostiene Gian Enrico Rusconi, nell’articolo “Berlino, Europa”, pubblicato sul n. 1/2017 de “il Mulino”. I prossimi mesi varranno ad evidenziare “come si confermerà e si esprimerà questa egemonia […]. Si constaterà quanto sia logorato il dilemma sempre ripetuto ‘Germania europea o Europa germanica’ dietro al quale si sono fatti tanti discorsi nominalistici e retorici”.
La “prima variabile decisiva” che varrà a confermare o a sfatare il dilemma saranno le elezioni che si svolgeranno in alcuni importanti Paesi europei, come la Francia e la stessa Germania; molti nutrono fiducia sul fatto che in Olanda, dove la consultazione elettorale si è già svolta e dove il populista e xenofobo Gert Wilders, essendo stato sconfitto, risultando tuttavia il suo partito la seconda forza politica del Paese, il populismo antieuropeo possa essere contenuto, mancando però di considerare che il risultato elettorale olandese non è poi stato “così buono”, come vorrebbero far credere coloro che sperano che la “sconfitta” di Wilders possa fugare la paura di un’implosione dell’Unione da tempo in crisi di identità.
Quel che resta dell’Europa – afferma Rusconi – è un progetto in piena crisi esistenziale ed è facile prevedere che nel corso del 2017 si vada incontro a “un ulteriore approfondimento delle differenze tra gli Stati membri dell’Unione”. Ciò non ostante, tuttavia, la Germania di Angela Merkel sarà tutta presa dal compito di tenere insieme ciò che resta del vecchio progetto di Unione politica del vecchio Continente, “cercando di mantenere i principi e i patti originali sottoscritti da Maastricht in poi”. L’interesse di Berlino, a parere di Rusconi, è “quello di mantenere lo status quo o eventualmente di modificarlo sotto il suo rigoroso controllo”, sebbene questo intento non goda di largo consenso tra le forze politiche al governo del Paese.
Davanti alla crisi di identità dell’Unione, a parere dello stesso Rusconi, queste forze, non del tutto allineate sulle posizioni della Merkel, potrebbero indurre il governo a ritenere conveniente “una morbida forma di disimpegno. Naturalmente con conseguenze ineludibili e costrittive per il resto d’Europa”. Paradossalmente, però, questa forma di disimpegno sarebbe una prosecuzione dell’egemonia della Germania, esprimente la sua capacità di condizionare, più che una sua capacità di “saper guidare”. Ciò perché sarebbe “una risposta o un tentativo di contenimento delle pulsioni anti-europeiste di quel tipo di “populismo” che si esprime in Germania attraverso Alternative für Deutschland (AfD)”, una formazione politica portatrice di valori antieuropei molto diversi da quelli dei quali sono portatrici le formazioni politiche populiste degli altri Paesi: anziché un exit sarebbe la scelta di una “via speciale”, attraverso la quale realizzare una “disarticolazione guidata dell’Eurozona”.
Questa forma di disimpegno, però, sempre a parere di Rusconi, implicherebbe un percorso molto accidentato, dai risultati imprevedibili; ciò perché, come starebbe a dimostrare l’incontro a Coblenza dei rappresentanti dei movimenti populisti europei, in occasione del quale, i vari convegnisti, pur avendo evidenziato a parole una loro convergenza sull’obiettivo di portare fuori dall’Europa i loro Paesi, hanno però fatto emergere anche un’altra “convergenza”: quella di essere portatori di differenti posizioni nazionali. Il che varrebbe a confermare la previsione di Rusconi circa le difficoltà con le quali dovrebbe confrontarsi la Germania nell’ipotesi dovesse prevalere l’idea di percorrere la “via speciale” del suo disimpegno rispetto all’Unione; la sua percorribilità avrebbe a che fare con una “’nuova Europa’ di nazionalismi riabilitati”, che sarebbero sicuramente d’ostacolo al perseguimento dell’obiettivo di una disarticolazione guidata dell’Eurozona.
Inoltre, il possibile disimpegno della Germania dall’Europa non terrebbe conto del fatto che la critica del disegno europeo non è più soltanto retaggio delle sole formazioni politiche populiste, in quanto è diventata un atteggiamento “della gente comune e degli uomini politici altrimenti prudenti e stimati per prudenza e moderazione”; ciò è conseguenza non di una semplice disaffezione, ma di “un crescente risentimento contro ‘l’Europa’ genericamente intesa”, senza alcuna distinzione tra l’Unione politica ed il modo in cui hanno sinora funzionato le istituzioni esistenti e le modalità con cui sinora ha operato la moneta comune.
Quest’ultima, in particolare, cioè l’euro, è sempre più vista con sospetto, per cui tutti gli effetti negativi ad essa imputati dall’immaginario collettivo stanno legittimando e radicando l’idea che sia giunto il momento di “uscire dall’Euro”. A parere di Rusconi, quest’idea si sta diffondendo, nonostante non manchino “contributi ragionati” sul problema dei limiti dell’euro. Questi contributi, però, “non riescono a trasformarsi in ‘cultura politica’ in quel senso classico del termine che sembra essere diventato obsoleto”; è sempre più largo infatti il convincimento dell’opinione pubblica dei Paesi europei che i sacrifici fatti per salvare l’euro nei momenti di maggior pericolo dopo l’inizio della crisi del 2007/2008, non abbiano portato benessere per tutti, ma solo per i tedeschi. La politica del rigore e delle riforme strutturali imposte dalla Germania egemonica, per un numero crescente di cittadini e di politici europei – afferma Rusconi – “non ha funzionato. Ma al momento non si vede una politica operativa alternativa condivisa – al di là del vano lessico della crescita, della flessibilità, ecc.”.
La situazione di crisi persistente ha creato così le condizioni perché crescessero in termini di consenso le formazioni politiche populiste, che tanto spaventano gli establishment europei; il populismo, però, afferma Rusconi, “non è soltanto un hunus culturale generato dalla congiuntura: è anche un modo di immaginare o fantasticare il suo superamento”. Ma proprio a questo proposito, come sta a dimostrare l’incontro dei partiti populisti a Coblenza, per il superamento della congiuntura si propongono “approcci molto diversi”, che in Germania e Francia sono stati plasmati anche dalla xenofobia, radicalizzatasi soprattutto dopo gli episodi terroristici.
In generale, rispetto all’euro, tutte le formazioni populiste vorrebbero “disfarsi della moneta comune”, senza preoccuparsi – afferma Rusconi – “di quello che può accadere a chi non la pensa come loro nel modo e nel metodo di disfarsene”; in altri termini, senza preoccuparsi del fatto che, se i populisti dovessero, ad esempio, prevalere in Germania, in Francia e in Italia, “il risultato sarebbe una crescita esponenziale delle reciproche differenze e ostilità nazionali”, con tutte le conseguenze negative che possono essere facilmente immaginate.
La Cancelliera Angela Merkel, a parere di Rusconi, avrebbe perciò validi motivi di preoccuparsi che ciò possa avvenire; ma dovrebbe anche preoccuparsi che nelle prossime elezioni, che si svolgeranno nel settembre del 2017, il populismo germanico possa uscire vincitore, o quanto meno acquisire una posizione condizionante all’interno dell’intero schieramento delle forze politiche tedesche; tale cioè da rendere impossibile la formazione di una maggioranza governativa che ancora creda nella validità dell’Unione, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico interno. In particolare, sotto questo aspetto, un successo elettorale di AfD potrebbe alterare “l’”intero sistema politico”, in quanto farebbe venir meno quello che Rusconi chiama l’”equilibrio politico tradizionale”, basato sulle due formazioni partitiche popolari CDU/CSU e SPD: da un lato, l’Unione Cristiano-Democratica di Germania (Christlich Demokratische Union Deutschlands) alleata con l’Unione Cristiano-Sociale di Baviera (Christlich-Soziale Union in Bayern); dall’altro, il Partito Socialdemocratico di Germania o Partito Socialdemocratico Tedesco (Zozialdemokratische Partei Deutschlands).
Entrambe queste formazioni politiche hanno retto la Bundesrepublik, concorrendo al riaccreditamento della Germania nel mondo, dopo la sconfitta del nazismo; riaccreditamento che il possibile successo di AfD potrebbe compromettere, con la rievocazione del fantasmi del passato: sia perché AfD, con la sua xenofobia, sta attirando le preferenze di molti elettori dei partiti tradizionali, sia perché, sul piano economico, sta proponendo idee non “lontane” da quelle di alcuni esponenti di rilievo del governo della Merkel, come il rigido ministro delle finanze Wolfang Schäuble. Pur escludendo un’uscita radicale dall’euro, AfD propone la divisione dell’Eurozona tra Nord e Sud, lasciando pensare che gli Stati membri dell’Unione più deboli, come la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo debbano essere estromessi dall’euro.
Il clima di incertezza ora prevalente in Germania giustificherebbe, così, il dibattito corrente all’interno della società tedesca; dibattito che si svolge tra chi è convinto che “i trattati e le procedure messe a punto nei decenni e anni scorsi siano ancora in grado di fare uscire dalla brutta crisi che attanaglia molti Paesi europei (ad eccezione della Germania) e chi invece è convinto che occorra introdurre correttivi e modifiche significativi prima che sia troppo tardi di fronte alla caduta verticale di fiducia dei cittadini”. Ma la classe politica tedesca – si chiede Rusconi – “si rende conto delle sue responsabilità specifiche?” O sarà tentata di percorrere in solitario la sua integrazione nell’economia-mondo? Se si considerano i comportamenti assunti negli ultimi tempi dalla Merkel sul piano internazionale, si direbbe che la politica tedesca è “preda” di una forte contraddizione.
Sul piano interno, fortemente preoccupata del possibile successo elettorale di AfD, la Germania si rende conto di aver bisogno dell’Europa, per non compromettere al cospetto del mondo la propria credibilità politica; mentre sul piano dei rapporti con gli altri Paesi dell’Unione, essa esercita in modo poco responsabile, l’egemonia che le deriva dalla sua forza economica. Da un lato, la Germania “predica” per gli altri la necessità del rigore nella gestione dei conti pubblici, con la giustificazione che ciò sarebbe necessario per il superamento della crisi, al fine di riprendere il processo di unificazione europea; da un altro lato, però, sembra interessata all’Unione unicamente per motivi strumentali, ovvero per salvaguardare da presunte posizioni di forza la non modificabilità delle regole che sinora hanno concorso a rendere forte la sua economia e ad imporre la propria egemonia agli altri Paesi europei.
In presenza di questa incerta situazione, è proprio il caso di dire che, attualmente, la Germania è fortemente condizionata dalla geopolitica globale condivisa, mentre l’esercizio irresponsabile della sua limitata egemonia all’interno dell’area europea la espone al pericolo della perdita della sua identità politica interna, con possibili riflessi negativi sul piano economico a livello internazionale. Per uscire dall’empasse in cui si sta dibattendo, la classe politica tedesca dovrebbe seriamente prendere coscienza delle responsabilità specifiche che si sta assumendo rispetto al progetto europeo; inoltre, evitando ogni possibile tentazione di fuga dall’Europa, dovrebbe, come qualcuno suggerisce, esercitare la sua egemonia, facendo ripartire il processo di unificazione dell’Europa, col coinvolgimento dei principali Paesi membri dell’Unione (possibilmente i sei fondatori, più pochissimi altri), al fine di riproporre su basi nuove l’idea unitaria del vecchio Continente, prima che la vittoria dei populismi faccia suonare le “campane a morto” per l’Europa dei Padri fondatori.

Gianfranco Sabattini

Schulz ottiene 100% dei voti, ora la sfida è con Merkel

sculzMartin Schulz si mette a fare il socialista per davvero, con discorsi che entusiasmano la platea dell’Spd e fanno ripartire il partito spaventando la Merkel.
Non a caso è stato eletto a capo dei socialdemocratici tedeschi e candidato alla cancelleria con il cento per cento dei voti dei delegati.
“Cari compagni e compagne, lasciatemi dire una cosa: questo è un momento travolgente, non solo per me. Grazie per la vostra fiducia, credo che questo risultato sia l’inizio della nostra conquista della cancelleria e quindi io accetto l’elezione”, ha detto alla platea che lo aveva votato. In realtà, l’inizio c’è già stato. La crescita repentina della Spd nei sondaggi dopo l’annuncio, in gennaio, della rinuncia alla candidatura di Sigmar Gabriel e il passaggio del testimone a Schulz ha scosso e mobilitato in modo deciso il partito.
Fino a pochi mesi fa, la Spd era un partito dato in declino quasi finale; oggi si ritrova unita attorno a un uomo che ha riacceso le speranze di vittoria con il solo fatto di non essere stato coinvolto nel governo di Grande Coalizione che ha visto i socialdemocratici in posizione di minoranza al fianco dell’Unione Cdu-Csu di Angela Merkel.
L’ex presidente del Parlamento europeo ha promesso di rendere la Germania più equa: “Se non lo faremo noi, non lo farà nessuno”. Schulz ha anche detto che “La Germania e l’Europa sono inseparabili” e che “dobbiamo ottenere un’Europa forte attraverso una Germania forte”. Inoltre punta tutto sul Welfare impegnandosi a chiudere l’”insopportabile” differenziale tra gli stipendi delle donne e degli uomini ma anche quello tra le buste paga dell’Est e dell’Ovest, con l’aiuto dei sindacati. Schulz ha avuto anche il coraggio di attaccare le riduzioni fiscali annunciate dalla Cdu: “Sono piani estremamente iniqui”: per il politico Spd “servono investimenti”. È tornato poi a promettere la formazione gratuita, “dall’asilo all’università”.

OLTRE IL LIMITE

ambasciata olandese turchiaUna decisione mai presa prima dalla Seconda guerra mondiale, un Paese alle porte dell’Europa che spaventa e un Vecchio Continente che cerca di tenere duro di fronte alle provocazioni di chi ha superato ogni limite invalicabile.
È tutto pronto, Erdogan prepara da tempo di fare della Turchia una Repubblica presidenziale, garantendogli per legge lo strapotere che esercita già di fatto da oltre due anni. Il prossimo 16 aprile gli elettori turchi sono chiamati a pronunciarsi su un referendum costituzionale che dovrebbe consegnare tutti i poteri nelle mani del presidente. E anche se la popolarità di Erdogan è altissima, l’esito della consultazione non è così scontato. Il presidente vuole il plebiscito popolare, e ha bisogno (visto che non sempre le elezioni politiche sono state a lui favorevoli quanto avrebbe voluto) anche del voto dei turchi all’estero, inoltre in patria nei sondaggi il no alla riforma è in netto vantaggio sul sì.
Erdogan punta sull’Europa e in particolare su quei Paesi in cui vive una grande comunità turca: la Germania e l’Olanda hanno rispettivamente un milione e 240mila turchi con diritto di voto ed è lì che si è consumata la più grande crisi diplomatica, soprattutto nei Paesi Bassi, già in difficoltà per via delle delicate elezioni di mercoledì 15 marzo e non voleva alimentare tensioni. La destra xenofoba preme per divenire il primo partito, l’asse di tutta la politica si è spostato a destra e nessuno par disposto a sembrare cedevole di fronte a chi è sì alleato Nato, ma soprattutto Paese d’origine di immigrati musulmani.
La disputa diplomatica tra Ankara e Amsterdam è nata dal proposito dei ministri turchi di fare campagna elettorale tra gli emigranti turchi. Le autorità turche hanno fatto chiudere l’ambasciata olandese ad Ankara e il consolato olandese a Istanbul, in cima al quale un uomo non identificato ha issato la bandiera turca al posto di quella olandese, mentre gruppi di dimostranti gridavano in strada “Allahu Akbar” e insulti contro la “maledetta e razzista Olanda”.
Ma a stupire è anche la sfrontatezza di Ankara: il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha annunciato l’intenzione di comiziare a Rotterdam due ore prima di prendere il volo da Ankara. Così come la ministra per la famiglia Fatma Betül Sayan che ha raggiunto l’Olanda in auto dalla Germania. Il sindaco di Rotterdam Ahmed Aboutaleb ha subito fatto sapere che il console generale turco era colpevole di uno ”scandaloso inganno”, dal momento che aveva negato che la ministra stesse arrivando. Il primo ministro Mark Rutte si è detto “scioccato” soprattutto dalla decisione della ministra Fatma Betul Sayan Kaya di voler raggiungere la sede del comizio di Rotterdam in auto nonostante il governo olandese avesse fatto capire come l’iniziativa fosse ritenuta inopportuna. Non solo, ma il Primo ministro Rutte ha provato anche ada abbassare i toni. “Vogliamo frenare, ma se i turchi insistono ad alzare la tensione risponderemo adeguatamente”, ha affermato ieri Rutte, rendendo noto di aver parlato oggi per otto volte al telefono con il premier turco per “cercare di giungere a una soluzione”. Come risposta invece ha ottenuto che il presidente turco aizzasse ancora di più i suoi connazionali. ”L’Europa ha detto qualcosa? No. Perché? Perché non si danno fastidio a vicenda. L’Olanda sta agendo come una repubblica delle banane”, ha detto Erdogan in un discorso tenuto nella provincia nordoccidentale di Kocaeli. ”Chiedo alle organizzazioni internazionali in Europa e ovunque di imporre sanzioni sull’Olanda”, ha detto. Intanto in Olanda la polizia ha proceduto all’arresto di 12 persone che ieri hanno inscenato davanti al consolato turco di Rotterdam una nuova protesta degenerata in disordini. La portavoce della polizia ha dichiarato che gli arresti sono conseguenti alle violenze e all’attentato all’ordine pubblico imputabili ai turco-olandesi – una comunità di 500mila persone, molte delle quali con doppia nazionalità – che armati di bottiglie e sassi si sono scontrati con gli agenti in assetto antisommossa. Inoltre  la polizia e le forze speciali olandesi sono state costrette a blindare l’area attorno al Consolato di Ankara perché migliaia di dimostranti turchi che vivono in Olanda, che impugnavano bandiere con l’effigie di Erdogan, stavano cercando di raggiungere la sede consolare per protestare contro la decisione del governo dell’Aja.
Ma in realtà l’Europa non è rimasta a guardare. Sul tono e il contenuto delle accuse rivolte dal Presidente turco Erdogan e dal governo di Ankara contro l’Olanda sono intervenuti anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. “Sono in contatto con i governo turco e olandese. Il mio messaggio è stato lo stesso: robusti dibattiti sono importanti per la democrazia, ma anche il rispetto reciproco”, ha detto Stoltenberg durante la conferenza stampa di presentazione del suo rapporto 2016, che ha chiesto un “approccio misurato per contribuire a fermare l’escalation di tensioni”. “Come ha detto Juncker in un’intervista la scorsa settimana, questo tipo di commenti sono una vergogna”, afferma il portavoce del presidente della Commissione a chi gli chiedeva quale fosse la posizione di Bruxelles sulle parole di Erdogan che ha chiamato “nazisti e fascisti” le autorità olandesi. Juncker una settimana fa si riferiva ai commenti dello stesso tenore fatti da Erdogan nei confronti della Germania. Dopo un weekend di consultazioni con diversi leader europei, la Ue ha deciso di rispondere: “La Ue chiede alla Turchia di astenersi da commenti eccessivi e da azioni che possano esacerbare la situazione, che può essere risolta solo mantenendo un buon canale di comunicazione aperto”, ha detto il portavoce del presidente della Commissione Juncker. Il portavoce ha anche spiegato che l’autorizzazione o meno di manifestazioni o incontri e le eventuali conseguenze legali come fermi o arresti “sono una questione per gli stati membri coinvolti”, e questo “in accordo con il diritto nazionale e internazionale”. Dal canto suo la Commissione europea ha ricordato oggi che “gravi preoccupazioni” sono state espresse dalla Commissione Venezia del Consiglio d’Europa per la proposta di modifiche costituzionali in Turchia che rischiano una “concentrazione eccessiva di potere in una sola funzione, con gravi conseguenze sulle necessarie garanzie contro gli abusi dei potere esecutivo (‘checks and balances’) e sull’indipendenza del sistema giudiziario”. Inoltre, secondo la Commissione, “è preoccupante che questo processo di modifica costituzionale avvenga durante lo stato di emergenza” instaurato dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio scorso. Lo affermano in una dichiarazione congiunta pubblicata a Bruxelles l’Alto rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza comune dell’Ue, Federica Mogherini, e il commissario all’Allargamento dell’Unione e la politica di Vicinato, Johannes Hahn.
“Pieno sostegno e solidarietà” all’Olanda sono stati espressi oggi dalla cancelliera Angela Merkel, che si è schierata a fianco del paese nella controversia che lo oppone alla Turchia e che ha visto il presidente Recep Tayyip Erdogan tacciare le autorità olandesi di essere residui del nazismo. “I Paesi Bassi hanno particolarmente sofferto sotto il nazionalsocialismo. Pertanto questo è del tutto inaccettabile”, ha dichiarato la cancelliera durante una conferenza a Monaco. I paragoni con il nazismo “sono totalmente fuorvianti”, ha concluso.
Il primo ministro danese Lars Lokke Rasmussen ha “proposto” al suo omologo turco Binali Yildirim di rimandare una visita in Danimarca prevista per fine marzo a causa dell’escalation” tra Ankara e l’Olanda.
Ma anche in questa occasione l’Europa sembra divisa sulla politica da tenere con la Turchia. Il primo ministro danese Lars Lokke Rasmussen ha “proposto” al suo omologo turco Binali Yildirim di rimandare una visita in Danimarca prevista per fine marzo a causa dell’escalation” tra Ankara e l’Olanda. Il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, ha detto che è difficile continuare a lavorare con Ankara. Mentre Parigi ha permesso i comizi sul referendum per i cittadini turchi residenti in Francia. Tutti i maggiori candidati all’Eliseo hanno attaccato la decisione delle autorità francesi di aver autorizzato la manifestazione. La leader del Front National Marine Le Pen ha chiesto via Twitter “perché dovremmo tollerare sul nostro territorio discorsi che altre democrazie rifiutano?”. Il conservatore Francois Fillon ha accusato il presidente Hollande di aver “tradito gli alleati tedesco e olandese”. Emmanuel Macron, in una nota ufficiale: “Il governo turco ha fatto affermazioni inaccettabili, mettendo in discussione in maniera grave i valori europei e i nostri partner più vicini, in particolare la Germania e l’Olanda. Non ci può essere alcuna debolezza di fronte a questi attacchi. Per questo condanno in modo fermo tali provocazioni. L’Unione europea deve reagire unita”.

Merkel e il cambio di rotta sull’accoglienza ai rifugiati

angela-merkel-a-essen“Chi è fuggito dalla propria patria a cerca protezione in Germania ha il diritto di avere un rifugio sicuro” così afferma il Ministro dell’Interno Thomas de Maizière in risposta all’interrogazione parlamentare del 27 febbraio a seguito della pubblicazione – da parte del Bundeskriminalamt, la polizia federale tedesca – dei dati sulla violenza verso migranti e richiedenti asilo in Germania nel 2016. Secondo i dati ufficiali, l’anno scorso sono state registrate nel paese 3500 violenze contro i rifugiati: poco meno di 10 al giorno. La maggioranza di questi attacchi – 2545 – hanno colpito individui singoli provocando 560 feriti, fra cui 43 bambini. Sotto mira anche le case degli immigrati – 988 attacchi registrati – e i volontari delle ONG di aiuto ai rifugiati.

Post-verità e politica. Da circa due anni – da quando la Germania ha inaugurato la propria politica dell’accoglienza ai rifugiati, il tema dell’accoglienza ai migranti è diventato centrale nel dibattito politico. Per la CDU della Cancelliera Angela Merkel, le “porte aperte” a profughi e richiedenti asilo è stata la risposta più logica alla crisi umanitaria che si stava svolgendo ai confini dell’Europa. Per i suoi oppositori – sia interni al partito sia del partito populista di destra Alternativa per la Germania (AfD) – tale politica ha aperto le porte ai terroristi e generato un'”ondata di criminalità”. Nonostante i dati ufficiali della polizia federale testimonino che gli immigrati non commettono più crimini dei tedeschi, l’allarme sicurezza si è espanso tramite i social network e i media nazionali, spesso sovvertendo i dati reali. Un esempio è la mappa online – ripresa da vari media nazionali e internazionali, fra cui l’agenzia di stampa Sputnik, spesso critica con Angela Merkel – che, documentando in tempo reale i rapporti della polizia tedesca, ha “stabilito” che l’84% dei crimini commessi in Germania avvengono per “colpa” dei migranti. Tale carta vanta oltre 4 milioni di visualizzazioni su Google ed è condivisa su vari media, primi fra tutti Twitter e Facebook. Peccato – come ha smascherato la recente analisi del Bureau of Investigative Journalism – che sia manipolata ad arte escludendo dal computo tutti i reati denunciati in cui la nazionalità o etnicità del colpevole sia omessa. Secondo gli autori, gli stessi dati analizzati in maniera coerente, testimoniano che solo il 13% dei crimini attestati siano compiuti da immigrati, in linea con quanto riportato dalla polizia federale.

Queste smentite, però, non riescono ad imporsi nel clima generale di sospetto che aleggia in una parte della popolazione tedesca, la quale associa l’arrivo dei rifugiati a due eventi in particolare: la serie di violenze sessuali verificatesi a Colonia durante il capodanno del 2016 – compiuto da una banda di nord-africani – e l’attacco terroristico – compiuto da un immigrato tunisino – avvenuto a Berlino lo scorso dicembre. Attorno a questi avvenimenti, si è costruito il consenso delle forze anti-migrazione, siano essi partiti – AfD, ma anche parte della CSU bavarese – o movimenti come PEGIDA (acronimo che sta per Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente).

Populismo e violenza. L’emergenza del populismo nel paese è dimostrata dalla crescita dell’AfD, il partito populista retto dal 2014 da Frauke Petry. A livello nazionale AfD – nato solo nel 2013 e le cui posizioni anti-islamiche sono vicine a quelle del Front National francese – è, secondo gli ultimi sondaggi, il terzo partito a livello federale con il 10% delle intenzioni di voto, una quota che, se confermata la porterebbe, all’interno del parlamento federale nelle prossime elezioni del settembre 2017. Seppure in crisi (ha perso il 5% dei consensi da inizio dell’anno), e comunque destinato ad un ruolo marginale nel parlamento, l’impatto che AfD ha avuto nella politica tedesca è significativo, soprattutto a livello dei singoli stati. Il partito ha un gran seguito negli stati della ex-Germania Est – dove, nelle elezioni avvenute negli ultimi due anni in Sassonia, Sachsen-Anhalt e Turingia ha ricevuto rispettivamente il 25, il 22 ed il 20 percento delle preferenze – e nelle zone rurali dei ricchi stati della Germania meridionale, come dimostrano i dati riguardanti il Baden-Württenberg (17%) e la Baviera (10%) dove si voterà nel 2018. In ciascuno di questi stati la crescita del partito di estrema destra è associato all’aumento dei crimini contro i rifugiati. Indicativo il caso della Sassonia dove AfD è accreditata del 25% dei voti e dove nel 2015 (anno in cui in Germania sono arrivati quasi 890.000 rifugiati e nel Land si sono registrate 153 aggressioni ai migranti) l’indice di criminalità nella regione è sceso del 4%. Nello stesso periodo la violenza da parte di militanti di estrema destra è, invece, aumentata del 30%.

Il passo indietro. La scalata mediatica dell’AfD – che ricalca quella di altri partiti populisti europei, basata più sulla paura che sui fatti – ha suscitato particolare apprensione nell’Unione, l’alleanza federale che riunisce i cristiano-democratici di Angela Merkel con i cristiano-sociali bavaresi. Questi ultimi hanno ingaggiato una battaglia politica interna contro la Cancelliera facendo pressione per un cambio di rotta, soprattutto alla luce dei risultati elettorali di AfD e dei fatti di Colonia e Berlino. Tali critiche sono venute anche dall’interno del partito ed in particolare dalle frazioni CDU della Sassonia, del Baden-Württenberg e della Turingia, ovvero gli stati dove AfD ha eroso il consenso al partito centrista. Accusata di aver tradito le posizioni conservatrici ed essersi avvicinata alle posizioni moderniste dei Verdi – cosa peraltro confermata dalle intenzioni di voto di parte della base tradizionale del partito ecologista, laureati ed accademici – Angela Merkel si è vista costretta a fare un passo indietro sulla politica di accoglienza, soprattutto a livello mediatico.

I 16 punti. Nel corso degli ultimi due anni, il fulcro della politica tedesca nel corso della crisi dei rifugiati è stato di regolamentare gli arrivi – con la chiusura della rotta balcanica a scapito della più pericolosa rotta mediterranea – e applicando criteri di selezioni rigidi. Questo ha permesso di far scendere il numero di arrivi dagli 890.000 del 2015 ai 280.000 del 2016. Anche i tassi di rigetto sono molto alti: se al 75% degli Eritrei viene garantito l’asilo, lo stesso succede al 57% dei siriani, al 25% degli Afgani – paesi in stato di guerra – e al 2% dei Pakistani – cui parte del paese è in uno stato di guerra latente. Nonostante i risultati, per venire in contro al malcontento mediatico la CDU ha varato un piano in 16 punti il cui scopo è di favorire l’identificazione mediante centri appositi sparsi nel paese e il rientro volontario mediante altri centri e sussidi, a cui è stato assegnato un budget annuo di 90 milioni di euro. Allo stesso tempo viene garantita al Ministero dell’Immigrazione la possibilità di utilizzare i dati dei cellulari dei richiedenti asilo per confermarne l’identità. Il nuovo piano ha fatto rientrare la ribellione interna del partito e ristabilito i rapporti fra CDU e CSU, ma ha anche ulteriormente sottolineato la debolezza dei grandi partiti tedeschi di fronte al populismo anti-migranti, mostrando come AfD e PEGIDA stiano riuscendo a modificare la politica nazionale pur rimanendone ai margini. Quella che era l’utopia del “ce la faremo” urlato da Angela Merkel alla Germania di fronte all’accoglienza verso i rifugiati, sembra ora affievolita, una piccola voce di un paese impaurito.

Quanto sta accadendo in Germania – non diversamente da quanto avviene allo stesso tempo in Olanda – attorno alla “fobia migranti” è indicativo di come il tema sia strumentalizzato a scopi meramente politici. Come afferma la portavoce dei Verdi al parlamento federale Irene Mihalic: “Gli immigrati non sono più o meno criminali delle altre persone che vivono qui [in Germania]” ed è “incredibile” come i media e i partiti siano stati capaci di usare a proprio uso e consumo i fatti del 2016 ed i dati reali per modificare la posizione della Germania sui migranti.

L’utopia tedesca si è scontrata con la realtà della campagna elettorale.

Pubblicato originariamente dall’autore su: il Caffè e l’Opinione

Grecia. L’Eurogruppo chiede altri sacrifici

grecia-pago-deuda-fmi--644x362Più che una tragedia è un dramma senza fine quello che sta consumando Atene. La povertà dilaga e luglio è sempre più vicino, quando Atene dovrà rimborsare oltre sei miliardi di debiti e potrebbe trovarsi a corto di liquidità.
la crisi non demorde e 2,8 miliardi di euro hanno lasciato i conti bancari nei primi due mesi del 2017, segno di una nuova ondata di preoccupazione. Le banche sono in sofferenza, denunciano un picco di prestiti non rimborsati.
Oggi i ministri europei dell’Economia riuniti a Bruxelles cercano l’accordo per finanziare un’altra tranche di aiuti, dopo gli 85 miliardi stanziati ad agosto del 2015. Per partecipare all’esborso, il Fondo monetario internazionale chiede più sacrifici al governo greco. Nuovi tagli alle pensioni e più tasse. Perché il Pil nell’ultimo trimestre è andato peggio delle previsioni, da +0,9% è sceso a +0,3%. E il programma di rientro del debito non sta andando bene. All’inizio del mese sono è stato richiesto di adottare misure per assicurare il raggiungimento di ambiziosi obiettivi di finanza pubblica. La richiesta è giunta dai creditori in modo da ottenere che il Fondo monetario internazionale possa tornare a partecipare al piano di salvataggio finanziario. Tra le richieste, un nuovo taglio alle pensioni, e un ampliamento della base imponibile; in tutto un piano di risanamento pari al 2% del prodotto interno lordo.
Ma il premier Alexis Tsipras ha dichiarato che non è disposto a chiedere ulteriori sacrifici al suo Paese. Da qui, le ragioni delle trattative in corso. Eppure la Grecia ha ricevuto il più grande prestito internazionale della Storia: in tutto 110 miliardi di euro, anche da Paesi dell’Unione più poveri. Ma tutto questo non è servito, la crisi continua a perdurare. Nel frattempo l’Eurogruppo sta tentando di porre rimedio a una situazione che non solo rischia di far naufragare un Paese già in ginocchio, ma porterebbe alla ribalta i partiti euroscettici su tutto il resto del Continente, già alle prese con il rafforzamento dei partiti dell’ultradestra.
Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato che la Grecia, i suoi creditori europei e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto progressi nella ultime settimane, nella prospettiva di un via libera da parte dei Paesi dell’eurozona al ritorno a Atene della missione di vigilanza del salvataggio greco. “Abbiamo avuto molte conversazioni nelle ultime settimane e vedo dei progressi. Oggi vedremo se questo progresso è sufficiente per il ritorno” delle istituzioni ad Atene, ha spiegato Dijsselbloem entrando alla riunione dei ministri dell’Economia e delle Finanze che si tiene oggi a Bruxelles. Anche Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici, ha espresso la proprio fiducia rispetto al fatto che la riunione abbia “successo”, sottolineando che la Grecia ha compiuto “molti progressi” in materia di crescita economica e soddisfacimento dei propri obiettivi in termini finanziari. Sia Moscovici che Dijsselbloem hanno rimarcato come le istituzioni contino sul fatto che il programma di salvataggio prosegua con la partecipazione del Fmi. La Commissione europea prevede una lieve ripresa dell’occupazione pari a un 2,2% nel 2017. Inoltre, l’ultima estate, per il turismo è andata oltre le comuni aspettative.
Ma visto che la Grecia non può, al momento, tirare ancora la cinghia, e minaccia nuove elezioni, quello di oggi è solo un pre-accordo. Mercoledì a Berlino la questione sarà discusse da Angela Merkel e dalla leader del FMI, Christine Lagarde.
Infatti nel corso della giornata anche il ministro delle Finanze della Germania, Wolfgang Schauble, ha fatto sapere che per oggi non si attende un accordo finale sulla Grecia. A riportarlo il quotidiano greco “Kathimerini”, che cita il portavoce di Schauble. “Non ci aspettiamo un accordo finale dall’Eurogruppo di oggi, ma una valutazione dei progressi”, avrebbe detto il portavoce Juerg Weissgerber. “Speriamo – ha aggiunto – che le istituzioni possano tornare in modo relativamente rapido ad Atene”.

Germania: la svolta di Schulz su lavoro e welfare

schulzMartin Schulz il picconatore. Per la prima volta da quando è in campo, lo sfidante di Angela Merkel nella corsa alla cancelleria ha dato un segnale su quello che sarà il suo programma elettorale. Ed è un netto spostamento a sinistra della Spd, in nome del lavoro e del welfare. È un attacco deciso alla “Agenda 2010”, ossia al pacchetto di riforme targato Gerhard Schroeder, che costò al predecessore della Merkel il posto e l’alienazione dell’elettorato più di sinistra, ma che secondo molti rappresentò comunque una spinta propulsiva notevole per la cosiddetta locomotiva tedesca. Come rivela stamattina la Bild, si comincia dai sussidi di disoccupazione, la cui erogazione – secondo il piano dell’ex presidente del parlamento europeo – dovrà essere sensibilmente prolungata. La ministra federale del Lavoro, Andrea Nahles, sarebbe già al lavoro nella stesura del programma, scrive il giornale. Attualmente, un disoccupato sotto i cinquant’anni riceve di norma il sussidio per 12 mesi, per persone sopra i cinquant’anni si può arrivare a 24 mesi. Varata nel 2003, peraltro con il determinate apporto di Frank-Walter Steinmeier, appena eletto capo dello Stato, la “Agenda 2010” conteneva norme di riforma riguardanti il mercato del lavoro, le pensioni, il fisco e la sanità: le contestazioni, discussioni e controversie, anche fra gli stessi partiti di governo, ancora oggi sono pane quotidiano nel dibattito pubblico tedesco. Fu il momento culminante della cosiddetta “Neue Mitte” (il “nuovo centro”, variante tedesca della “terza via” blairiana), lanciata proprio da Schroeder nel 1998: ebbene, oggi Schulz, anche sull’onda dell’euforia di una sequenza ininterrotta di sondaggi-boom, a proposito dell””Agenda 2010″ non esista a parlare apertamente di “errori che è giusto correggere”.

Il messaggio è rivolto non solo alla base socialdemocratica, ma anche a chi negli anni si è allontanato dalle urne, oppure ha finito per scegliere i populisti  dell’Afd di Frauke Petry.

Cominciare dalle riforme di Schroeder è dunque una scelta anche simbolica: vuol dire tornare a tematiche di forte impatto sociale, segnando sull’altro fronte una smarcamento più netto nei confronti della Cdu di Frau Merkel. Non a casa la sinistra della Spd ha subito applaudito all’iniziativa, e segnali di apprezzamento arrivano pure dalla Linke, che però avverte che “un semplice make-up dell’Agenda 2010 non basterà”. Ma non finisce qui. Tocca anche il tema del precariato, il candidato socialdemocratico alla cancelleria: “Non è possibile che la nostra offerta ai giovani è che il 40% dei contratti di chi ha tra i 25 e i 35 anni sia a tempo determinato”. Tradotto: nuove regole per arginare il ricorso sistematico ai contratti a tempo. E parlando a Bielefeld ad un’iniziativa del mondo del lavoro, il candidato socialdemocratico ha annunciato di voler anche di voler incidere sulle pensioni, fermando il progressivo calo del loro valore. Un importante sostegno alla svolta di Schulz arriva dalla popolare presidente della Renania Palatinato, Malu Dreyer: “Bisogna avere il coraggio di continuare a sviluppare le riforme. Quando una persona senza propria colpa perde l’occupazione, la discesa puo’ essere molto rapida. Queste sono cose che fanno paura”. “Martin, l’imperatore dei lavoratori”, titola oggi la Zeit Online: “Ma ora deve provare che sul tema della giustizia sociale fa sul serio”.

CLUB APERTO

merkelLo spread rialza la testa. Il suo stazionare intorno quota 200 fa capire che non sono permesse distrazioni in una Europa piena di incertezze. “Un Paese ad alto debito come l’Italia deve continuare ad operare per la riduzione” dello spread ha detto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan intervenendo ad un convegno. “Le vicende di questi giorni e di queste ore ci ricordano in modo sgarbato che un Paese ad alto debito non può permettersi di non continuare a operare per la sua discesa”. Appesantito dall’incertezza politica, infatti ieri lo spread del Btp con il Bund si è portato sopra i 203 punti, massimo da ottobre 2014, e quest’oggi staziona in area 200. Una incertezza che non solo italiana ma che coinvolge anche paesi come la francia.

Padoan ha poi ribadito che “il dialogo con l’Ue continua, perché il Paese e il governo rispettano le regole e le usano per il consolidamento fiscale e la crescita”. Bruxelles ha chiesto all’Italia interventi per correggere il deficit strutturale del 2017 di circa 3,4 miliardi di euro. Il governo sta studiando una serie di misure che non abbiano però un effetto depressivo sulla crescita. In riferimento al terremoto in Centro-Italia, il ministro ha assicurato che “molte risorse aggiuntive saranno messe a disposizione. Naturalmente bisogna usarle, non solo stanziarle”.

La Francia è a quota 74 punti base di spread. Pesano le elezioni presidenziali francesi fra aprile e maggio, con la candidatura di Marine Le Pen con un programma di addio all’euro, ma anche lo scenario italiano dove non si escludono elezioni anticipate. E i mercati ragionano sui tempi dell’uscita della Bce dall’acquisto di debito – che metterebbe sotto fortissima pressione i bilanci pubblici – ora che l’inflazione dell’Eurozona è tornata a un passo dal 2%.

Oggi il cancelliere tedesco, in conferenza stampa a Varsavia con la premier Szydlo, è tornato a parlare di europa affermando che “non devono esserci club esclusivi, in cui altri stati membri non possano entrare”. Questo il messaggio lanciato oggi da Angela Merkel, che è tornata sul concetto di “Europa a diverse velocità” e ricordando che le diverse velocità in realtà già esistono in Europa. L’idea di una Europa a integrazione variabile esiste nei da tempo: Su ogni obiettivo fino ad ora raggiunto: mercato unico, euro e Schengen. La riforma di Lisbona nel 2009 l’ha dotata di un motore giuridico preciso, modulato sulle cosiddette cooperazioni rafforzate. “E’ importante che a ogni stato membro sia lasciata aperta la possibilità di collaborare in un nuovo campo”, ha spiegato Merkel. “Magari uno Stato dice, ‘non voglio adesso’. Ma non deve esser possibile che si creino dei club esclusivi, in cui altri non possano entrare. Questa deve essere la base della nostra collaborazione”, ha continuato la cancelliera. “Se uno Stato dice ‘non voglio ancora venire la”, questo deve essere possibile”, ha aggiunto. E meccanismi del genere esistono nei trattati, ha concluso.

E sempre in tema di Europa il sottosegretario britannico per la Brexit David Jones, dopo aver spiegato ai parlamentari che le Camere voteranno sull’accordo prima del parlamento europeo ha detto che il governo britannico non tornerà a negoziare con l’Unione europea se il parlamento voterà contro la sua proposta di accordo per l’uscita dalla Ue. Jones ha detto di “non poter pensare ad un più grande segnale di debolezza: rimandare il governo all’Unione europea e dire che vogliamo negoziare ulteriormente…non posso essere d’accordo”. Jones ha aggiunto che se la Gran Bretagna e la Ue non arriverrano ad un’intesa entro i due anni concessi in base all’articolo 50 del trattato di Lisbona, il Regno Unito si ritirerebbe dai patti commerciali della World Trade Organisation. Insomma una europa che marcia sempre più separata.