NESSUNA INTESA

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“Non siamo a un’intesa e neppure alla vigilia di un’intesa” sulla riforma delle regole di Dublino: così il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al termine del Vertice Ue, sottolineando come sulla questione della ricollocazione dei migranti resti “un’indisponibilità a nostro avviso inaccettabile di alcuni Paesi, in particolare i Visegrad, a rispettare le decisioni prese”.

Posizione, quella dell’Italia, condivisa dalla Germania (“non posso accettare che ci sia solidarietà in molte aree ma in altre no” ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel) mentre secondo il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk “la questione delle quote obbligatorie resta contenziosa anche se la temperatura è scesa significativamente”. In precedenza, il premier Gentiloni aveva sottolineato come si sia registrato un “passo avanti su quella che viene definita la dimensione esterna, cioè il rapporto tra flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e l’azione dell’Unione europea. Credo che l’iniziativa italiana di questi mesi sia stata apprezzata in modo molto rilevante, ed è importante che sia apprezzata dai leader dei governi dei più diversi orientamenti”. Però, avverte il presidente del Consiglio, “c’è uno scoglio nella nostra discussione, in quella che si definisce la dimensione interna: le regole di Dublino, i confini interni tra i Paesi europei. Su questo non siamo riusciti in questa lunga riunione a superare le resistenze dei Paesi del gruppo di Visegrad, che rifiutano la decisione che pure è stata presa di obbligatorietà delle quote: la mia speranza è che i successi nella lotta al traffico di esseri umani e quindi la riduzione dei flussi irregolari rendano il clima sulla discussione delle regole interne più semplice”.

“Non ci siamo ancora – aggiunge il premier – è un lavoro che deve proseguire e che non possiamo tradurre in un avallo alla posizione di chi non vuole applicare le regole europee: aperture a considerare un optional le regole europee sulla rilocation dei migranti non sono condivise dall’Unione europea”.

“L’obiettivo – ha aggiunto Gentiloni – deve essere quello di raggiungere un consenso, proprio la vicenda delle rilocation ci dimostra che non sempre le decisioni prese senza consenso vengono rispettate: considero un’arma estrema quella di ricorrere a un voto di maggioranza. L’Italia deve fare, come credo faranno la Francia e la Germania, ogni possibile sforzo per arrivare a una soluzione consensuale e bisogna provare a farlo entro quest’anno, facendo un passo avanti a giugno ed arrivando a concludere entro la fine dell’anno”. Se resta lo stallo sulla questione migranti, nel corso del Vertice invece i leader dei 27 hanno dato l’ok a passare alla seconda fase dei negoziati sulla Brexit: due anni di transizione, durante i quali resteranno in vigore tutte le norme dell’Unione europea. Per la premier britannica Theresa May si tratta di un “passo importante sulla strada per realizzare una Brexit liscia e ordinata”. “Credo che nessuno nasconda che la seconda fase che inizia adesso sarà molto complicata” ha detto invece Gentiloni, aggiungendo che pur essendo stata apprezzata la buona volontà del governo britannico “la fase di transizione non sarà un regalo alla controparte”.

Redazione Avanti!

La Spd a congresso. Schulz: “Rinnovare il partito”

schulz-620x372Si è aperto oggi a Berlino il congresso dei socialdemocratici tedeschi, che dovrà stabilire definitivamente se affrontare i colloqui con l’Unione di Angela Merkel, per un’eventuale riedizione della Grosse Koalition. Restano comunque tutte le opzioni nella mozione che il presidio del partito presenta alla base. E il futuro di Martin Schulz come leader dipende dall’esito della votazione sul governo, ha spiegato il direttore generale del gruppo parlamentare Carsten Schneider.

“Se in una questione così decisiva l’indicazione del presidente del partito fallisse, non ci sarebbe più bisogno di presentarsi alla guida del partito”, ha affermato. Schneider è però ottimista: “credo che i socialdemocratici siano abbastanza intelligenti e democratici da rendere possibili i colloqui”. La Germania ha votato il 24 settembre e l’Spd è crollata al 20,5%. Dalla sera stessa delle elezioni, Schulz ha affermato che avrebbe portato il partito all’opposizione, ma il fallimento dei colloqui Giamaica (fra Unione, liberali e verdi) ha indotto ad una revisione della sua posizione. Sul partito hanno fatto pressione il presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier, e anche i vicini europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron e greco Alexis Tsipras.

Aprendo il congresso dell’Spd Martin Schulz ha chiesto scusa per la sconfitta elettorale, e se ne è assunto la responsabilità, ma poi ha chiesto “fiducia” per migliorare la situazione. “Siamo atterrati da dove siamo partiti, il 20,5%. Io porto la responsabilità per questo risultato elettorale e chiedo scusa. Ma in qualità di presidente del partito vi chiedo fiducia per poter migliorare la situazione”, ha continuato, sottolineando la necessità di “rinnovare” il partito.

“Un anno così non l’ho mai vissuto nella mia carriera politica. E un anno così non te lo togli semplicemente di dosso”, ha anche detto Schulz. Il leader Spd ha poi sottolineato: “Non abbiamo perso solo le ultime elezioni, abbiamo perso le ultime quattro elezioni”. Schulz ha però anche sottolineato di aver capito in questi mesi quanto “vitale” sia il partito, e quanta “voglia di fare” ci sia. L’Spd deve essere “più connessa anche all’interno”, “deve essere più giovane, più femminile, più variegata”. E ancora: “Non dipende da Angela Merkel la situazione del nostro partito, né dal neoliberalismo, né dai media. La situazione del nostro partito ci compete”.

E allargando lo sguardo al di fuori dei confini nazionale, il leader socialdemocratico tedesco Martin Schulz ha detto di volere gli Stati Uniti d’Europa entro il 2025. Ma ovviamente il punto centrale del congresso verte sulla opzione di una riedizione della grande coalizione. “Non dobbiamo governare a tutti i costi, ma non dobbiamo neppure a tutti i costi non voler governare. Decisivo è cosa riusciamo a imporre”. Ha detto a proposito Martin Schulz e presentando alla base la mozione del presidio che propone colloqui dal risultato aperto con l’Unione, per sondare “in quale forma dare un contributo” al governo del Paese. “Non c’è alcun automatismo in alcuna direzione”, ha aggiunto.

Un congresso in cui si susseguono le dichiarazioni a favore e contro l’apertura ai colloqui con l’Unione (Cdu-Csu) che preludono una coalizione di governo, ma i big del partito sono a favore. “Non regaleremo niente”, ha detto la capogruppo del partito al Bundestag, Andrea Nahles. “Abbiamo un programma e intendiamo seguirlo”, ha proseguito. Merkel ci ha tenuti lontani, nel “retrobottega” della politica, nella scorsa legislatura e così non deve più essere, ha continuato la deputata, molto vicina a Martin Schulz.

Poi ha preso la parola Stephan Weil, attuale presidente della Bassa Sassonia, che ha argomentato la sua netta disponibilità ai colloqui con l’Unione citando Willy Brandt: “Prima il paese e poi il partito”. Di seguito la presidente del Meclemburgo Pomerania, Manuela Schwesig, si è mostrata cautamente aperta ai colloqui, ma senza automatismi, in linea con la posizione del leader: “Siamo aperti a colloqui ma le conseguenze dipenderanno dai risultati”, ha detto.

Per la ministra presidente della Renania Palatinato, Malu Dreyer, una “tolleranza” dall’opposizione a un governo di minoranza sarebbe la “soluzione migliore”. Nettamente contrario invece il leader dei giovani socialdemocratici (Juso), Kevin Kuehnert.

Germania, prove di grande coalizione

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Si riaffaccia in Germania l’ipotesi di una grande coalizione. La Cdu è pronta a “negoziare seriamente” su una coalizione con l’Spd, “senza precondizioni”. Lo ha detto il segretario esecutivo del partito della cancelliera Angela Merkel, Klaus Schueler, dopo la riunione di ieri tra Merkel, il bavarese Horst Seehofer e il leader socialdemocratico Martin Schulz, su invito del presidente Frank Walter Steinmeier. L’esponente del partito di Angela Merkel ha aggiunto che l’Unione non pone ostacoli alle consultazioni per una Grosse Koalition.

La sua dichiarazione segue le affermazioni di Schulz, che ha negato ci sia stato un preaccordo a favore di negoziati per una Grosse Koalition, come ha affermato Bild. Schueler ha fatto riferimento anche alle previste consultazioni ai vertici del partito e al congresso dello stesso, che si aprirà giovedì 7 dicembre.

Schulz dovrà sottoporsi alla rielezione come capo del partito, assieme al resto dei vertici, ed è previsto un acceso dibattito a proposito della Grosse Koalition. I giovani socialdemocratici si oppongono alla sua riedizione, che definiscono un “affronto” agli elettori perché in campagna Schulz aveva negato categoricamente l’eventualità di entrare di nuovo in un governo Merkel. Schulz ha tuttavia aggiunto che “nessuna opzione è esclusa”, pur ribadendo che non vuole pressioni sulla tempistica.

Le elezioni federali tedesche si sono tenute il 24 settembre e sono state vinte dalla Cdu di Angela Merkel, che tuttavia non ha i numeri per governare da sola. I negoziati a tre con Liberali e Verdi per dar vita a una coalizione «Giamaica» sono falliti per l’incompatibilità tra i partner in materia di politiche ambientali e fisco. Di fronte alla prospettiva di un voto anticipato, la cancelliera ha tentato di riallacciare le trattative con i Socialdemocratici per una riedizione della Grosse Koalition che ha guidato il Paese negli ultimi 4 anni.

Edoardo Gianelli

Germania: niente accordo, spettro di nuove elezioni

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Lo spetto di un ritorno alle urne si aggira per la Germania. Dopo il fallimento nella notte delle trattative per la formazione della coalizione Giamaica tra i centristi della Cdu di Angela Merkel, i Verdi e i Liberali, Berlino rischia di ripetere il modello Madrid: tornare al voto anticipato per l’impossibilità di formare un nuovo governo. I socialdemocratici di Martin Schulz non arretrano di un passo e ribadiscono di non voler ripetere l’esperienza della Grande coalizione che ha governato il paese nelle ultime due legislature: al termine di una riunione del direttivo del partito, il leader della Spd ha chiuso la porta alla cancelliera Angela Merkel e ha aggiunto che i socialdemocratici “non hanno paura” di tornare al voto.

Il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, prova ad allontanare il rischio di un ritorno alle urne e chiede ai partiti di fare ancora un altro tentativo. “Costruire un governo è sempre stato un processo difficile di dare e avere, ma il mandato di formarne uno è forse il più alto compito dato dagli elettori a un partito in una democrazia. E questo mandato rimane”, ha sottolineato Steinmeier. “Questo è il momento in cui tutti partecipanti hanno bisogno di riconsiderare il loro atteggiamento”, ha aggiunto, ricordando che “tutti i partiti politici eletti in Parlamento hanno un obbligo verso il comune interesse di servire il Paese”. Per questo, “mi aspetto da tutti una disponibilità a parlare per rendere possibile un accordo per un governo nel prossimo futuro”. Il pressing di Steinmeier ricomincerà domani, quando il presidente della Repubblica incontrerà personalmente le delegazioni di Cdu, Liberali e Verdi nella sua residenza berlinese di Bellevue tentando una ulteriore moral suasion per vagliare tutte le vie d’uscita possibili.

Ma a spingere per nuove elezioni non è solo la Spd: a chiedere che i tedeschi ritornino al voto anche la sinistra della Linke, ma soprattutto la destra nazional-populista della AfD, che ha già ottenuto un risultato clamoroso alle elezioni di fine settembre e pensa di approfittare ancora della situazione di stallo del Paese. “I vecchi partiti dell’establishment e delle lobby sono falliti miseramente”, ha detto la leader di Alternative fur Deutschland, Alice Weidel.

Escluso un ritorno alle urne, l’ipotesi in campo se la Cdu della Cancelliera non dovesse trovare un accordo con ecologisti e liberali, resterebbe solo quella di un governo di minoranza. Opzione quest’ultima che l’Europa guarda con preoccupazione. La Commissione europea fa sapere che “la stabilità e la continuità saranno assicurate” in Germania, malgrado il fallimento dei negoziati. Ma è evidente che una Germania debole in questa fase della politica europea potrebbe causare non pochi problemi. E la stessa Merkel si troverebbe fortemente indebolita.

Il fallimento dei negoziati per formare un nuovo governo a Berlino “sta causando una situazione molto difficile non solo in Germania, ma anche a livello europeo”, ha detto il ministro delle Finanze austriaco, Hans Joerg Schelling, che partecipa a una riunione del Consiglio Affari generali. “La Germania è sempre stata un grande traino dell’idea europea”, ha ricordato Schelling: “Siamo in un momento in cui cerchiamo di capire come approfondire il progetto europeo e in questo senso la Germania è un partner della massima importanza”.

Secondo il ministro delle Finanze di Vienna, “le elezioni non sarebbero un evento desiderabile”, ma un governo di minoranza rischierebbe comunque di portare la Germania al voto. “Dobbiamo rispettare il fatto che se non c’è consenso per costruire una coalizione, allora la sola opzione sarebbe un governo di minoranza che generalmente porta a nuove elezioni”, ha detto Schelling, auspicando “decisioni rapide”.

UE. Gentiloni, sforzo comune sui migranti

consiglio europeo gentiloniAl vertice di Bruxelles, Theresa May non convince i leader Ue e non ottiene il margine di manovra che sperava di ritagliarsi con la lettera sui diritti dei cittadini, con cui assicura il massimo delle tutele dopo l’uscita della Gran Bretagna dal blocco. Un messaggio che lo stesso leader del Labour britannico, Jeremy Corbyn, definisce debole.

Dopo cinque round negoziali, ed un tentativo ‘in extremis’, Londra dovrà fare i conti con la quasi certezza di essere rimandata a dicembre, per una nuova verifica sui progressi raggiunti sulle tre priorità fissate dai 27 (diritti dei cittadini, conti, e frontiere irlandesi), prima di poter passare alla tanto agognata discussione sulla transizione ed ai rapporti commerciali futuri, cioè, la cosiddetta ‘fase due’.
L’amarezza della premier britannica è stata addolcita con il via libera del blocco europeo a procedere, con i lavori preparatori interni, per il negoziato sulla seconda fase. Un messaggio di buona volontà, ma anche il segnale di non voler umiliare o indebolire troppo politicamente la May, insidiata da possibili tentazioni di colpi di mano del capo negoziatore David Davis, o del ministro degli Affari esteri Boris Johnson, secondo il quale il Regno Unito ‘se la passerà molto bene anche in caso di mancato accordo’.

A promuovere la linea dura dell’UE, secondo fonti diplomatiche, sarebbe l’asse Berlino-Parigi, sebbene con sfumature diverse. La cancelliera tedesca sarebbe più disponibile a tendere una mano alla collega d’Oltremanica, in caso d’apertura di spiragli. Angela Merkel ed Emmanuel Macron ne hanno discusso nuovamente in una bilaterale ai margini del vertice, poco prima di essere immortalati dall’occhio indiscreto delle telecamere a parlare in modo riservato con la May, al loro ingresso in sala, per l’avvio dei lavori del summit.

La cancelliera ha dichiarato:   “Voglio continuare con i negoziati con spirito positivo, al tempo stesso tenendo in conto e rispettando il desiderio dei britannici a lasciare, ma anche mantenendo una buona relazione tra il Regno Unito e l’Ue”. Parlando dei progressi, ha detto: “Insufficienti per passare alla seconda fase. L’obiettivo resta comunque di poter avviare la seconda fase a dicembre”.

Il capo dell’Eliseo si è invece limitato a sostenere: “Dal Consiglio europeo si leverà un messaggio di unità dei 27”. Il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha detto: “In attesa di vedere la trasformazione dei toni più flessibili di May in atti più concreti”.
Il premier olandese, Mark Rutte, ha ribadito: “Quello dei conti resta il capitolo più spinoso”.

La bozza sulle conclusioni approvata dopo il dibattito con il capo negoziatore Michel Barnier, recita: “Sulla questione finanziaria Londra non ha ancora tradotto in modo concreto gli impegni presi”. Il premier finlandese , Juha Sipila, ha dichiarato: “Siamo un po’ frustrati dall’andamento lento dei negoziati”. In modo un pò sibillino la leader lituana, Dalia Grybauskaité, ha invitato “A non trasformare il negoziato in qualcosa di tossico”.

Il Financial Times riporta che i leader Ue hanno chiesto alla premier britannica di assumere un impegno fermo e concreto per aumentare il valore del cosiddetto ‘divorce bill’, il prezzo che Londra deve pagare a Bruxelles per chiudere tutte le pendenze e gli impegni finanziari. Senza accordo sul ‘divorce bill’, hanno detto i leader europei alla May, non si potrà procedere a discutere di un futuro accordo commerciale tra Regno Unito e Ue.

Theresa May sperava di poter dare una svolta al negoziato. Così non è stato e ora la premier inglese si trova ad affrontare per settimane il braccio di ferro sulla questione finanziaria prima del decisivo vertice Ue di dicembre. L’atteggiamento, da un lato intransigente, tenuto dall’asse Merkel-Macron durante il vertice, è stato comunque ammorbidito dall’assist dei due leader fornito alla premier britannica che all’interno dei Tories deve fronteggiare la fronda dell’ala più euroscettica del partito.

Nel corso di una conferenza stampa, la May ha confermato che il Regno Unito esaminerà le  richieste di Bruxelles per un accordo finanziario di ‘divorzio’ di 60 miliardi di euro. La premier inglese ha detto: “Le richieste della Ue verranno valutate riga per riga”. Fino ad ora, il Regno Unito ha offerto per il divorzio una somma non superiore ai 20 miliardi di euro.

Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, al termine del Consiglio Europeo, in una conferenza stampa a Bruxelles, ha detto: “Il contrasto ai trafficanti di essere umani nel Mediterraneo mostra una situazione molto incoraggiante dal punto di vista dei risultati ma fragile e per nulla garantita. Per questo c’è bisogno del sostegno politico perchè l’Italia non può fare a lungo questo sforzo in Libia soltanto come tricolore, ma deve farlo nell’ambito di operazioni che siano sempre più convintamente europee. Tuttavia sugli argomenti dei flussi migratori nel Mediterrano, oggi l’Italia è vista nelle discussioni del Consiglio Ue come Paese che ha dato risposta esemplare verso i trafficanti, che ha ottenuto risultati importanti, che deve essere sostenuta sul piano politico e finanziario. Ho cercato di spiegare ai miei colleghi che oltre ai risultati straordinari ottenuti non solo nella riduzione del numero degli arrivi, fondamentali per renderli gestibili, meno pericolosi per migranti, e di minor impatto sul Paese, oltre a questo ci sono le attività che si sviluppano sempre di più che aumentano la capacità della Libia di organizzare i rimpatri volontari. Mi auguro che sia presto possibile per Unhacr di aprire un campo in Libia per i rifugiati”. In conclusione, il premier Gentiloni ha chiesto anche il sostegno dell’ONU sul fenomeno dei flussi migratori.

Purtroppo, durante il vertice dell’Ue, ancora, sembrerebbe che non siano stati fatti ulteriori passi avanti sul processo di unificazione dell’Europa e sul completamento della Costituzione Europea. I tempi sarebbero ormai maturi per scoraggiare definitivamente gli anacronistici movimenti indipendentisti, ma anche per superare quel disagio vissuto da lungo tempo nell’Unione Europea dai diversi Governi costretti ad una permanente dialettica portata avanti da ciascun Governo per poter meglio difendere i propri interessi, dimenticando sovente gli interessi comuni dei popoli e della stessa umanità.

Salvatore Rondello

RISPOSTE AMBIZIOSE

TALLIN1Stamani a Tallinn, poco prima dell’avvio dei lavori del vertice sul digitale, si è tenuto il bilaterale tra il premier Paolo Gentiloni e la cancelliera Angela Merkel. Il premier Paolo Gentiloni a Tallinn, intervenendo nel ‘digital summit’, ha detto: “La risposta dell’UE deve essere ambiziosa. Oggi è il momento che le diverse politiche europee si diano uno scatto di ambizione. Ieri è stato dato incarico a Tusk di riassumere, se si vuole, le diverse proposte emerse, quelle francesi, di altri paesi e del presidente Juncker: sono convinto che si possa arrivare a passi avanti. Mi auguro che il governo che verrà costituito in Germania contribuisca alla spinta necessaria alle politiche di crescita e lavoro, con la cancelliera il livello di collaborazione è sempre positivo. In Europa servono politiche ambiziose e a noi interessa che l’ambizione Ue sia soprattutto nella gestione della sicurezza, nelle questioni migratorie e negli investimenti in Africa, ma anche in una maggiore integrazione sul piano economico con il rilancio di politiche espansive e di crescita. Ci sarà su questo una discussione nei prossimi mesi, forse non facile. Non ci interessano tanto i modelli ma rilanciare politiche espansive. Quello che interessa a noi è che le proposte ambiziose dell’Unione siano sulla sicurezza e sulla gestione dei flussi migratori, sui rapporti con l’Africa, gli investimenti in Africa. Sarà uno dei punti all’ordine del giorno del Consiglio europeo ma qui è uno dei punti su cui si misura lo scatto di ambizione dell’Unione. Quello che ci interessa sul piano economico è che tutte le proposte di architettura economica europea abbiano come ispirazione di fondo il rilancio di politiche di espansione della crescita. L’Unione prenda atto che siamo in un diverso contesto che vede migliori numeri di crescita e quindi deve incoraggiare politiche espansive. I singoli paesi Ue non solo possono ma devono lavorare in coordinamento tra loro anche in senso delle cooperazioni rafforzate sulla web-tax, se non c’è un accordo all’unanimità tra i 28 a procedere tutti insieme. Questo è un po’ il senso del documento che Italia, Francia, Germania e Spagna avevano concordato a fine agosto a Parigi e hanno rivolto ai 28 qui”.

La presidente lituana Dalia Grybauskaite, nota per il suo linguaggio franco, ha detto, in sintesi, che nella cena informale dei leader Ue di ieri sera a Tallinn sono state fatte molte proposte senza sostanza, che ognuno interpreta come vuole. La rappresentante lituana ha detto: “Ora aspetto la lista di tutte le proposte che presenterà il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk nelle prossime due settimane”.

Infatti, Tusk ha assicurato che presenterà l’agenda politica dell’Ue per i prossimi due anni tra due settimane. In particolare Tusk ha sottolineato:  “C’è la necessità di trovare soluzioni reali a problemi reali, di progredire un passo per volta e su una questione per volta con l’obiettivo di mantenere l’unità tra tutti i 27”.

Durante la cena era emersa la volontà forte e condivisa di mantenere l’unità dei 27 nella direzione futura da dare all’Ue e, pur proseguendo sul percorso di Bratislava e Roma, ci sarebbe qualche apertura ad affrontare nuove idee.

I capi di Stato e di governo che hanno partecipato alla cena, con la presenza della britannica Theresa May e l’assenza dello spagnolo Mariano Rajoy, hanno avuto una discussione approfondita su come portare avanti il lavoro del Consiglio europeo in modo da definire la direzione politica e le priorità per l’Ue. Questa discussione, secondo le fonti, si è svolta in un’atmosfera molto costruttiva e positiva. Dopo, il presidente Tusk è pervenuto a tre conclusioni: primo, la volontà di mantenere l’unità, che sembra quindi escludere l’opzione di un’Europa a più velocità, come del resto auspicato anche dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione; secondo, l’Ue deve continuare il suo lavoro per fornire risultati concreti ai cittadini, dando seguito alle priorità e linee guida stabilite nei vertici e nelle dichiarazioni di Bratislava e Roma, concepite per rilanciare l’Europa in risposta alla Brexit; terzo, infine, sulla base di quanto discusso a Tallinn, tornerà a consultare i capi di Stato e di governo dei 27 a stretto giro per organizzare concretamente il lavoro sulle riforme, in modo da arrivare con delle proposte concrete al vertice Ue del 19-20 ottobre. Alla discussione ha preso parte anche il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, che tra i molti temi affrontati ha tenuto in particolare a sottolineare la priorità della questione Cina e di una buona intesa sul nuovo sistema di dazi antidumping a tutela delle imprese e dei cittadini europei, nell’ottica di un’Europa che risponde alle preoccupazioni e fornisce protezione.

Da Tallin arrivano dunque nuove speranze per andare avanti nel cammino di integrazione dell’Unione Europea. Le manifestazioni di volontà potrebbero tradursi a breve in fatti concreti per la definizione dell’Unione Europea come confederazione o federazione di stati con una propria ‘governance’ e con politiche comuni dettate da un unico potere legislativo. Le premesse e le intenzioni sembrerebbero buone. Sarà necessario definire gli ambiti di competenza per le politiche comuni e per quelle che resterebbero in autonomia agli stati aderenti. Bisognerebbe iniziare a lavorare, al più presto possibile, alla redazione della Costituzione europea. Ruolo che potrebbe svolgere il Parlamento Europeo.

Se questo è il quadro politico su cui si muoverà l’Unione Europea nel breve periodo, non avrebbe senso, per il momento, sprecare energie in riforme istituzionali non opportune: basterebbe solo una buona legge elettorale che possa garantire la migliore rappresentatività possibile degli italiani. Se avremo tutti la cittadinanza europea, che senso avrebbe lo ‘Jus soli’ ?

Salvatore Rondello

Elezioni in Germania, parla l’Ambasciatore in Italia

bandiera tedesca votoUn panorama politico-parlamentare del tutto inedito in Germania. Tra l’altro, a parte i sorprendenti risultati che vedono la presenza contemporanea di ben sei robusti gruppi parlamentari e la conferma della primazia, seppur indebolita, di Angela Merkel, si può sottolineare come il nuovo Bundestag, per il meccanismo di rappresentanza “mobile” tra mandati diretti e non, ha raggiunto questo 24 settembre il suo massimo numero di seggi: ben 706.

Mentre si profilava il clamoroso debutto di Alternative für Deutschland – e per di più come nuovo terzo gruppo parlamentare con circa il 13% e oltre 60 deputati – , e andava confermandosi la discesa elettorale parallela dei grandi partiti della Grosse Koalition, l’Unione democristiana Cdu/Csu della Cancelliera Merkel (-8%) e dei socialdemocratici di Martin Schulz – che registrano il peggior risultato dal dopoguerra con il 20,5% e soli 146 seggi – abbiamo ascoltato l’opinione della Ambasciatrice della Repubblica federale in Italia, signora Susanne Wasum-Rainer, in precedenza con lo stesso incarico a Parigi e, da settembre 2015, nel nostro Paese.

ambasciatore tedesca

Susanne Wasum-Rainer

Ambasciatore Susanne Wasum-Rainer, non le chiederò ovviamente delle valutazioni strettamente politiche ma una sua impressione a caldo, sui primi risultati e sulla variopinta ed inedita, nuova composizione del Bundestag.
“Probabilmente ci saranno molti cambiamenti, ed anche dei momenti difficili. Nel nostro Parlamento, nel Bundestag, arrivano dei nuovi partiti. Aspettiamo i risultati finali e poi che si aprano i negoziati tra le forze politiche. Vedremo solo allora che tipo di governo nascerà. Vedo, personalmente, dal mio punto di vista, una situazione complessa e sicuramente nelle trattative non semplici. Noto, peraltro, diversi aspetti complicati della situazione.”

Debutta con queste elezioni nell’assemblea parlamentare di Berlino un nuovo partito, per la prima volta con caratteri nettamente nazionalistici e populisti. A parte, la presenza, in passato, dell’Npd che rischiò già nel 1969 di entrare al Bundestag, e dei Republikaner in alcuni parlamenti regionali. Cosa ne pensa?
“Certamente non era pensabile che la Germania potesse essere immune da questi nuovi fenomeni politici, da questi movimenti e partiti populisti, mentre ogni altro paese ne è variamente affetto. Gli elettori tedeschi hanno comunque deciso e la partecipazione al voto è stata buona. Posso dire che abbiamo questo risultato. Dobbiamo riconoscerlo e conviverci. Avremo forse momenti difficili, ma confido che sapremo superarli”.

Roberto Pagano

Germania raffreddata, 
Italia a rischio polmonite

Angela Merkel_Martin Schulz

L’avvio dell’autunno non promette niente di buono per l’Unione europea. Quando la Germania ha un raffreddore, i paesi deboli dell’Europa, in testa l’Italia, rischiano di prendersi una bronchite e perfino una polmonite. E ora la Repubblica federale tedesca si è presa un brutto raffreddore nelle elezioni politiche di domenica 24 settembre.

I cristiano democratici-cristiano sociali di Angela Merkel hanno vinto a caro prezzo: hanno ottenuto il 32,9% dei voti, perdendo oltre l’8% rispetto alle elezioni del 2013. Per i socialdemocratici della Spd è stato un disastro: appena il 20,5%, meno 4% rispetto a quattro anni fa, il peggiore risultato di sempre. Martin Schulz ha preso atto della sonora sconfitta ed ha annunciato il passaggio all’opposizione dei socialdemocratici. Non è andata meglio alla sinistra radicale che era all’opposizione: Die Linke ha raccolto appena il 9,1% dei consensi.

Una parte degli elettori tedeschi ha bocciato il governo di grande coalizione tra la Cdu-Csu della Merkel e la Spd di Schulz. È stata premiata la Afd, Alternative fur Deutschland, un partito di estrema destra populista anti islamico, anti euro e favorevole al ritorno del marco. Per la prima volta nella storia nella Repubblica federale tedesca entra nel Bundestag (la Camera dei deputati di Berlino) con il 12,6% dei voti, una forza con elementi razzisti e neo nazisti. La paura dell’immigrazione islamica e della riconversione produttiva tedesca ha fatto presa sull’elettorato più conservatore di Angela Merkel, ed ora i democristiani per la prima volta nella loro storia, devono fare i conti con un forte partito alla loro destra.

Il governo di grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici, che pure ha garantito alla Germania un lungo periodo di pace e di benessere, è andato definitivamente in tilt. Centristi democristiani e sinistra socialdemocratica devono interrogarsi sui motivi del peggiore risultato elettorale dello loro storia post Seconda guerra mondiale. La Merkel cercherà di recuperare dal governo, Schulz dall’opposizione.

Angela Merkel ha già fatto capire quale sarà la strategia del suo quarto mandato di cancelliera. Ha annunciato l’intenzione di affrontare “le paure” e “le preoccupazioni” degli elettori che le hanno voltato le spalle votando per l’estrema destra: «Vogliamo riguadagnarci gli elettori che hanno votato Afd». Probabilmente darà vita a un esecutivo di coalizione con l’Fdp (i liberali hanno incassato il 10,8% dei voti) e con i Grunen (i Verdi hanno avuto l’8,9%).

A Berlino si profila un esecutivo della Merkel più debole dei precedenti tre per due motivi: 1) la ristretta maggioranza parlamentare; 2) la diversità dei programmi dei tre possibili alleati. Il governo cosiddetto “giamaica” (dai colori dei democristiani, liberali e verdi) dovrà affrontare notevoli difficoltà per far andare d’accordo i tre partiti con scelte, impostazioni e valori differenti.

I contraccolpi, in particolare, arriveranno sulla Ue e sui paesi europei più deboli che già in passato hanno contestato la politica teutonica di rigore finanziario. Si prevedono scintille, in particolare, tra il futuro governo tedesco e Mario Draghi. Il presidente della Bce (Banca centrale europea) già negli ultimi sette anni ha faticato non poco per salvare l’euro dal naufragio. La politica delle misure “non convenzionali” adottata da Draghi, con tassi d’interesse europei zero e con l’acquisto di titoli del debito pubblico dei diversi paesi, ha permesso di sconfiggere la Grande crisi economica internazionale e di far partire la ripresa, ma è stata pesantemente criticata dalla destra politica e finanziaria tedesca.

Il presidente della Bce è stato accusato da vari esponenti conservatori tedeschi di favorire i paesi più deboli della Ue, quelli con un maggiore debito pubblico come l’Italia, e di danneggiare la Germania. Tuttavia Draghi è andato avanti con la sua politica finanziaria espansiva grazie all’aiuto discreto ma decisivo della Merkel. A fine anno terminerà il programma, ora già ridotto, di acquisti di titoli e potrebbero cominciare seri problemi per nazioni come l’Italia. Se le banche e i grandi gruppi finanziari internazionali cominciassero a vendere in massa Bot e titoli poliennali del Tesoro (lo abbiano visto già nel 2010-2012) potrebbe essere l’inizio del crack per l’Italia, senza un intervento anti speculativo della Bce. Potrebbero aumentare a dismisura i tassi d’interesse pagati dal Tesoro con conseguenze imprevedibili sulla stabilità finanziaria del Belpaese. Angela Merkel, indebolita dal voto di domenica scorsa, avrebbe meno forza per sostenere la politica espansiva di Draghi che pure tanto bene ha fatto anche all’economia tedesca.

A quel punto l’Italia rischierebbe una polmonite politica, oltre che economica. I partiti attratti da tempo dal progetto di uscire dall’euro, come il M5S e la Lega Nord, acquisterebbero nuovo slancio. I cinquestelle e i leghisti, che negli ultimi mesi hanno messo la sordina alla battaglia anti moneta unica europea, potrebbero rialzare la bandiera di uscita dall’euro già nelle elezioni politiche all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco

SINISTRA SENZA POPOLO

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Angela Merkel conquista il suo quarto mandato da cancelliera ma la sua vittoria coincide con il trionfale ingresso in Parlamento della destra populista di Alternative fuer Deutschland (AfD). Una vittoria amara anche per il peggior risultato del suo partito dal 1949. Ancora peggio ha fatto l’Spd di Martin Schulz, che fa il suo peggior risultato di sempre. Delle elezioni tedesche ne parliamo con il segretario del Psi Riccardo Nencini.

Anche in Germania la diga antipopulista rischia di crollare…
Intanto una conferma che i grandi partiti tradizionali da soli non sono più una diga, perché la Spd e la Cdu prendono poco più del 50% dei voti. E questo è un fatto straordinario che in Germania non si era verificato. Sta diventando uguale al resto dell’Europa. Il che conferma due cose. La prima che quello che stiamo vivendo è un cambiamento che non ha confini. Secondo che è un cambiamento durevole. Può essere rintuzzato come è successo in Francia e in Olanda ma questa ondata nera non può essere cancellata. La nostra condizione, e parlo di quella del Socialismo europeo, è peggiore di quella della Merkel. Perché la sconfitta della Spd è in trend continuo dei vari partiti socialisti europei. Il che conferma la tesi di un formidabile ripensamento della idea tradizionale di destra e di sinistra. Perché per la prima volta nella storia moderna, dalla fine del ‘900 ad oggi, si assiste ad un fenomeno che è eccezionale. Quello di una sinistra senza popolo. Quindi la domanda che il socialismo europeo deve farsi, è come dobbiamo interpretare fenomeni che non sono contingenti ma sono durevoli.

Quali i temi a questo punto più urgenti sui cui lavorare?
La sicurezza, il nodo migranti, l’identità occidentale nella globalizzazione, nuove forme di stato sociale. Questi sono i quattro temi che vanno affrontati rapidamente.

Sono temi che necessitano tutti di una risposta europea…
Intano ci vuole una alleanza tra con il socialismo europeo, con le varie forze democratiche europee. Prima cosa da fare è creare un fronte europeista che tracci un confine netto tra il populismo da una parte e pratiche riformiste dall’altra. Questa è la posizione di cornice. Poi bisogna mettere i giusti ingredienti. Il primo, la valorizzazione dell’identità occidentale, non dico europea, ma occidentale. Che è fatta di difesa dei diritti fondamentali, di protezione dei più deboli ma quando parliamo di deboli bisogna allargare la platea rispetto al secolo passato. La più debole allora si riteneva fosse la classe operaia, oggi tra i più deboli vi sono studenti che hanno passato venti anni sui libri e ora non trovano lavoro, vi sono professionisti che non arrivano a fine mese, ci sono famiglie con figli piccoli, ci sono famiglie separate. È li che bisogna andare a costruire una proposta politica. Poi ci vuole un impegno risolutivo per costruire una Europa diversa.

E anche qui gli ingredienti vanno cercati.
Cito ad esempio la web tax. Che diventa un tema centrale. Lo abbiamo visto con Google qualche settimana fa. Potremo vederlo con Ryan Air tra poco. Le grandi imprese, le grandi piattaforme tecnologiche, le tasse le devono pagare nello stato in cui lavorano. Non possono esserci salvaguardie, protezioni che consentano loro di girovagare tra i 28 paesi europei come accade fino ad oggi.

Passiamo all’Italia…
La cosa ridicola è che in Italia si sita ripetendo il meccanismo tedesco dove la sinistra, Linke, ha scelto come obiettivo della campagna elettorale non la destra, mettere in campo politiche che mettessero in rilievo il pericolo di un’avanzata forte della destra, ma l’obiettivo principale è stata la Spd. È un rischio questo che viviamo anche qui in Italia. Ed un errore gravissimo a cominciare dalla Sicilia. Se non si capisce che c’è un pericolo di un potenziale governo grigioverde, che rischia di allontanarci dalle conquiste di questo ultimo mezzo secolo, e di fatto assume dei connotai di forte inciviltà, rischiamo di generare una sorta di effetto Bombacci. Nel senso che nel nome di una rivoluzione impossibile alla fine si favorisce la destra. E questo è il rischio che c’è anche in Italia.

PROVA DI FORZA

missilecoreanordProva di forza di Seul, che ha testato questa mattina i propri missili balistici simulando un attacco a un sito nucleare nordcoreano, in risposta al test atomico condotto ieri da Pyongyang. Nel test di questa mattina all’alba erano coinvolti i missili terra-terra Hyunmoo-2A e i caccia F-15K che hanno colpito bersagli nel Mar del Giappone in una simulazione di attacco del sito nucleare nord-coreano di Punggye-ri, ha spiegato il Comando Congiunto sud-coreano. Lo scopo dell’esercitazione, ha sottolineato il portavoce Roh Jae-cheon, “non è solo quello di distruggere l’origine della provocazione ma anche la leadership del nemico e di sostenere le nostre forze in caso di minaccia alla sicurezza del nostro popolo”. Il test è stato condotto dall’aeronautica sud-coreana, ma in fase di preparazione, ha spiegato il Ministero della Difesa di Seul, ci sono anche nuove esercitazioni congiunte con gli Stati Uniti per una prova di forza contro le provocazioni di Pyongyang. Il test di ieri, secondo la revisione delle stime di Seul citate oggi dall’agenzia di stampa Yonhap, ha sprigionato una carica esplosiva di cinquanta chilotoni, circa cinque volte la potenza del precedente test nucleare di Pyongyang, del 9 settembre 2016, e ha generato una scossa sismica di 5.7 gradi sulla scala Richter. Il test nucleare di Pyongyang avrebbe tra i suoi effetti anche quello di un primo sì allo spiegamento dello scudo anti-missile statunitense Thaad nel sud-est della Corea del Sud.

L’esercitazione di oggi segue di poche ore le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump sulla possibilità di un attacco alla Corea del Nord. “Vedremo”, aveva detto Trump, che aveva in seguito sottolineato, su Twitter, la possibilità di interrompere tutti i rapporti commerciali con i Paesi che fanno affari con la Corea del Nord “oltre ad altre opzioni”. Minaccia lanciata che non è piaciuta però alla Cina che la ha definita inaccettabile e ingiusta”. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, James Mattis, che ieri ha avuto un meeting con Trump e altri alti funzionari della Sicurezza Usa, aveva aperto alla possibilità di una “imponente risposta militare” nel caso di una diretta minaccia militare della Corea del Nord a territori statunitensi, tra cui la base militare di Guam, nell’Oceano Pacifico, già minacciata di attacco dal regime di Kim Jong-un il mese scorso. Gli Stati Uniti non vogliono “l’annullamento totale” della Corea del Nord, ma, ha aggiunto, “abbiamo molte opzioni per farlo”. In programma, per oggi, anche una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per discutere di eventuali sanzioni nei confronti di Pyongyang dopo l’ultimo test nucleare.

La portavoce dell’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini, ha definito le sanzioni addizionali dell’Unione Europea contro la Corea del Nord “un’opzione, ma ogni decisione viene presa dal Consiglio dei ministri degli Esteri Ue”. Catherine Ray, portavoce dell’alto rappresentante, ha spiegato che l’Ue si aspetta che il Consiglio di sicurezza dell’Onu prenda una “posizione ferma e efficace” sulla Corea del Nord. “Coordiniamo come sempre la nostra azione con il Consiglio di sicurezza e le sue decisioni”, ha detto la portavoce. “L’Ue oggi ha già in atto misure autonome estremamente estese”, ha ricordato Ray.

La questione nord-coreana sarà discussa in una riunione informale dei ministri degli Esteri a Tallinn questa settimana. Una condanna forte è arrivata anche dalla presidenza di turno del G7 che allo stesso tempo “esprime solidarietà ai paesi della regione per le conseguenze dell’irresponsabile comportamento di Pyongyang. La Corea del Nord è il solo paese che ha effettuato test nucleari nel XXI secolo, continua a sfidare la comunità internazionali con gravi, ripetute e ancora in corso violazioni del diritto internazionale. I test nucleari sono una provocazione intollerabile e rappresentano una sfida diretta alla comunità internazionale”. Il documento è firmato da Paolo Gentiloni, Justin Trudeau, Emmanuel Macron, Angela Merkel, Shinzo Abe, Theresa May, Donald Trump, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk. Il presidente del consiglio Gentiloni ha rilanciato in un tweet il comunicato aggiungendo che “i leader del G7 sono uniti contro le provocazioni nucleari della Nord Corea che minacciano la pace”.

Giappone e Corea del Sud chiedono “le più forti misure possibili” contro Pyongyang, “a un livello completamente nuovo”, dopo l’ultimo test nucleare di ieri condotto dal regime di Kim Jong-un. Nel corso di una conversazione telefonica avuta questa mattina, ora locale, il presidente sud-coreano, Moon Jae-in, e il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, hanno discusso del coordinamento da tenere dopo il test nucleare nord-coreano di ieri. Moon ha sottolineato l’importanza di portare le pressioni e le sanzioni “al massimo livello, in modo da costringere la Corea del Nord a tornare al tavolo dei negoziati”.

Ieri, Abe aveva parlato al telefono con il presidente Usa, Donald Trump, e ha ribadito che “Giappone e Stati Uniti sono insieme al 100%”. Abe ha poi reso noto di avere parlato anche con il presidente russo, Vladimir Putin, sulla questione nord-coreana. Intensa attività di contatti anche da parte della Corea del Sud. Nella giornata di ieri, la ministro degli Esteri sud-coreana, Kang kyun-wha, aveva parlato al telefono anche con il segretario di Stato Usa, Rex Tilllerson, la responsabile per le Politiche Estere e di Sicurezza dell’Unione Europea, Federica Mogherini, il ministro degli Esteri di Tokyo, Taro Kono, e il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, per il coordinamento dopo l’ultimo test nucleare nord-coreano. Nei colloqui con Abe Trump ha affermato che gli Stati Uniti sono pronti a utilizzare il proprio arsenale nucleare nel caso in cui la Corea del Nord continui a minacciare il paese e o i suoi alleati. Il presidente americano, riferisce una nota della Casa Bianca, ha ribadito al premier giapponese “l’impegno degli Stati Uniti nella difesa della patria e degli alleati mettendo in campo le potenzialità diplomatiche, convenzionali e nucleari oggi nella nostra disponibilità”.

Da parte sua da Mosca il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affermato che la Russia “è pronta a partecipare a tutte le discussioni riguardanti la Corea del Nord all’interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, come pure in altri formati”. Peskov, ha anche ricordato che “il presidente Vladimir Putin ha più volte sottolineato che l’unico modo per risolvere il problema è discuterne con tutte le parti interessate” e che le sanzioni “non hanno portato risultato positivo”.