Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

La Massoneria tra mito, realtà e… politica

Giovanni Francesco Carpeoro, al secolo Pecoraro, è attualmente uno dei massimi esperti di Simboli operanti in Italia. Avvocato, nato a Cosenza nel 1958, ha lavorato nel mondo dello spettacolo assistendo professionalmente molti volti famosi dello star system del Belpaese. Appartenente dal 1981 alla Massoneria di Rito Scozzese, diviene Sovrano Gran Commendatore e Gran Maestro della Legittima e Storica Piazza del Gesù nel 1999, rimanendo tale fino al 2005, data nella quale cessa la sua operatività massonica. Caso forse più unico che raro, Carpeoro scioglie la sua obbedienza massonica, che poi confluirà negli ALAM (Antichi Liberi Accettati Muratori), e a un certo punto della sua vita decide di esporsi pubblicamente con un lavoro di divulgazione sulla Massoneria atto a fare un po’ di chiarezza sulla vera natura delle organizzazioni iniziatiche. Chiarezza necessaria in un Paese in cui il pregiudizio antimassonico, retaggio fascistoide e reazionario, è in forma smagliante. Basta andare ad ascoltare su Radio Radicale l’audizione del Gran Maestro del GOI, Stefano Bisi, alla “Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere”, volgarmente detta “commissione antimafia”, per rendersi conto. Ma Carpeoro oltre ad avere una importante storia iniziatica alla spalle, ne ha anche una politica altrettanto importante nel Partito Socialista Italiano


massoni_corona“Guardi
,” mi dice, ” la mia storia è questa qui: io ho cominciato nella Giovanile, poi sono passato al Partito. Poi quando mi sono incazzato sono passato al PSDI. In seguito sono tornato a parlare amabilmente con Bettino, senza però più riscrivermi ma rimanendo di “area”.  E poi, dopo il mio ultimo incontro con Bettino, non ho più avuto alcun impegno politico. Non sono più andato nemmeno a votare. Anzi, ho votato un paio di volte per i Radicali, perché non lo consideravo un tradimento ideologico. Amico di Marco (Pannella, n.d.r.) in un paio di occasioni li ho aiutati, ma non ho più votato per nessun altro partito”

Ma facciamo un po’ di storia: mi risulta che il primo congresso del PSI ebbe luogo nell’anticamera pubblica di una storica loggia genovese. La collaborazione tra massoneria e forze laiche (Socialisti, Repubblicani e Radicali) produsse la politica dei “Blocchi Popolari”, che portò addirittura all’elezione di Ernesto Nathan quale Sindaco di Roma. Quali furono i rapporti storici tra massoni e socialisti italiani?

Ernesto Nathan fu eletto con i voti della Massoneria. Fu il candidato della Massoneria, quindi in quanto tale trasversale e quindi, proprio in quanto tale, attinse voti tanto dalle componenti progressiste quanto da quelle conservatrici. Inizialmente i vertici socialisti erano quasi tutti massoni: Bissolati, Turati eccetera. E quindi non c’erano problemi. Poi iniziò nell’area massimalista, che si sarebbe scissa molto più tardi, un’ ostilità verso la Massoneria in quanto borghese. Rimasero molti socialisti massoni, però, diciamo che, ci fu un’intensificazione dei legami tra Massoneria e componenti liberali conservatrici, uno su tutti Giolitti.

L’ VIII congresso del PSI, tenutosi a Bologna nel 1904 passa alla storia per la questione dell'”incompatibilità” (tra socialisti e massoni), che porterà addirittura al Referendum nell’anno successivo per stabilire se la qualifica di massone costituisse per un socialista un caso di indegnità morale

Si è vero. Il Referendum fu promosso dall’area massimalista, la quale sosteneva fondamentalmente che la Massoneria in quanto fenomeno borghese non desse sufficienti garanzie di quella lotta per il consenso popolare e per la sovranità popolare che il Massimalismo si proponeva. Del resto non va dimenticato che nell’ XI congresso nel 1910, Mondolfo, Mastracchi, Salvemini e Angelica Balabanoff  si fecero promotori di una mozione che invitava i socialisti che non erano massoni a non entrare nella massoneria e a quelli che vi appartenevano di uscirne.

Quando Benito Mussolini cominciò a diventare un esponente di spicco del socialismo italiano,  fu avvicinato da personaggi appartenenti alla Massoneria, per esempio Raoul Palermi e Filippo Naldi. E’ vero?

Raoul Palermi rifiutò per tre volte la richiesta di Mussolini di affiliarsi alla massoneria, quindi direi che qualsiasi ipotesi di rapporti tra i due sia falsa. Per quanto riguarda Filippo Naldi quello più che un rapporto fu un’associazione a delinquere. Filippo Naldi era tutto: era un banchiere, un finanziere, era un giornalista, era un massone traditore. Era tutto. Naldi non apparteneva al GOI, apparteneva alla Serenissima Gran Loggia  Nazionale di Piazza del Gesù, sospeso più volte ma vi apparteneva. Come del resto Palermi, che ne era il Gran Maestro. Filippo Naldi è l’uomo di potere vero, il Gelli tra le due guerre. E’ colui che convince Mussolini a sposare la linea interventista che lo porterà ad uscire dal Partito Socialista e dalla direzione dell’Avanti. E’ colui che gli troverà  i soldi per il Popolo d’Italia. E’ colui che porterà la zizzania, perché lo zoccolo duro di Mussolini era costituito da massoni, erano i cosiddetti “Sansepolcristi” e Naldi poterà guerra in quell’ambiente, per cui ci sarà sempre una certa diffidenza di Mussolini nei confronti dei Sansepolcristi. Tenga presente che tutti e quattro i quadrunviri del primo regime fascista, quando ancora Mussolini faceva delle cose progressiste un po’ da socialista, De Bono, De Vecchi, Balbo e Michele Bianchi erano tutti massoni. Ma Filippo Naldi  tradisce ulteriormente procurando a Mussolini i contatti con un cardinale (Gasparri? n.d.r.), il quale pone come condizione per l’accordo tra Chiesa e Fascismo, i c.d. Patti Lateranensi, di mettere fuori legge la Massoneria. Quindi grazie a Filippo Naldi la Massoneria è stata messa fuori legge e l’unico che la difese in parlamento è stato Gramsci, che si è alzato e fece un memorabile discorso.

Giacomo Matteotti era un avversario del Naldi se non sbaglio
Naldi lo fa ammazzare a Matteotti. Naldi è il titolare del contratto di noleggio dell’automobile usata dai killer del deputato socialista. Viene condannato a 6 mesi di confino e poi dopo torna in auge tranquillamente. E sarà il grande protagonista dell’organizzazione della fuga dei Reali a Napoli. I Savoia fuggiranno a Napoli perché Naldi organizzerà tutto. Ci fu la sua mano  anche dietro al Gran consiglio che avrebbe dovuto rimettere a capo i Sansepolcristi, attraverso l’ordine del giorno Grandi, che era concordato con Mussolini, il quale aveva sempre avuto il sospetto che la massoneria volesse fargli fare le scarpe da Balbo, che per questo fu fatto ammazzare. In realtà poi l’uomo della Massoneria di Piazza del Gesù diventa Costanzo Ciano. L’ordine del giorno Grandi fu un tentativo disperato di Palermi, attraverso Naldi, di restituire il potere allo zoccolo duro del fascismo. Il piano fallì perché Mussolini venne rapito dai Tedeschi il giorno dopo e a quel punto fece tutto quello che dicevano i Tedeschi.

Dopo la guerra, entrando nella storia repubblicana del nostro Paese, i rapporti tra Massoneria e PSI si rinsaldarono?

Si, i rapporti tra PSI e Massoneria nel dopoguerra furono ottimi per merito di Pietro Nenni, il quale non era massone ma era molto vicino a posizioni massoniche. Dei suoi due segretari, Pietro Longo e Bettino Craxi, uno dei due era massone: Pietro Longo. In seguito il PSI perse un po’ di massoni quando ci fu la scissione di Palazzo Barberini, perché molti massoni finirono nel PSDI: Costantino Belluscio, lo stesso Saragat, Renato Massari, Matteo Matteotti (il figlio di Giacomo), insomma gliene posso citare un numero industriale. Praticamente di tutti i massoni che erano nel PSI, l’80%  passarono al PSDI. 

Oltre che da massoni regolari il PSDI fu frequentato anche da iscritti alla P2

Ma consideri che nella P2 c’è finita gente che neanche sapeva di essere iscritta alla P2. E’ un discorso molto complicato, però le dico solo una cosa: è da 20 anni che in Italia si parla di P2 ma nessuno parla della P1. Preferiscono arrivare alla P10, ma guai a parlare della P1. Per chi fosse interessato nel mio libro “Dalla Massoneria al Terrorismo” ne parlo.

Bettino Craxi invece aveva in simpatia i Massoni?

Bettino non era massone, ma si aveva in simpatia i Massoni. Veniva da quel tipo di cultura e di studi. Aveva tutto per essere un Massone, tranne il carattere. Lui non è mai entrato in Massoneria perché Bettino era uno che le divise le amava solo sugli altri, su di sé non le ama molto.  E quindi non entrò mai in massoneria per questo motivo. Entrò in una Ur-Lodge, questo si. Le Ur-Lodge ammettevano anche non affiliati alla massoneria e tutt’ora lo fanno.

Le Ur-Lodge sono dei centri di potere che si dividono tra progressisti e conservatori, è corretto?

Si, è corretto. Alcuni volevano lavorare per il bene ma secondo me è sbagliato comunque il concetto della Ur-Lodge. E’ in ogni caso una visione oligarchico – aristocratica della vita che non condivido. Ma c’è anche chi ha sbagliato in buona fede, nel tentativo di fare del bene e questo gli va riconosciuto. Bettino entrò in una Ur-Lodge per motivi di politica internazionale. Altrimenti tutto sarebbe passato sulla sua testa, no?

A proposito di politica estera che ne pensa del paragone che spesso ricorre tra Bettino Craxi e Silvio Berlusconi?

Beh, mi sembra impietoso. Berlusconi non era uno statista. Certamente un grande imprenditore che si è prestato a una cosa che non ha saputo fare, perché non era nelle sue corde. Se io domani voglio andare a giocare a Basket e sono altro un metro  mezzo, dove mi fanno giocare?

Senta, che mi dice dei rapporti attuali tra area laica e Massoneria?

Ma non esiste più nulla perché in Italia non c’è più politica. Lei quale definirebbe area laica? Stiamo parlando di gente che ha fondato un partito dove l’unico iscritto è lui stesso. Di che stiamo parlando? D’altro canto la Massoneria è conciata ancora peggio, quindi voglio dire stiamo parlando di morti che si parlano.

Quindi Lei non vede nessuna possibilità di una ricostruzione Laica in Italia?

Ad oggi no

Corrado Li Greci

Anna e Angelica, storia di rivoluzione, riformismo ed emancipazione

Donne e guerra in una vignetta di Scalarini dell'agosto 1914

Donne e guerra in una vignetta di Scalarini dell’agosto 1914

Al Palazzo del Risorgimento di Milano Anna e Angelica: due donne russe dell’800 tra rivoluzione, riformismo ed emancipazione femminile La fondazione Kuliscioff racconta in una mostra e in una serie di convegni la storia di Anna e Angelica e si sofferma sull’impegno politico e sull’antimilitarismo, anche attraverso i disegni originali di Giuseppe Scalarini.

C’è un filo rosso che lega la Russia e l’Italia alla fine dell’800. Un filo fatto di lotte politiche, viaggi avventurosi, arresti e, a volte, grandi amori. Sono molti i rivoluzionari russi che si trasferirono in Italia e in Svizzera a partire dal 1860. Tra i primi gli anarchici russi Michail Bakunin e Piotr Kropotkin e poi un certo numero di donne, alcune colte e passionali come Anna Kuliscioff e Angelica Balabanoff altre dure e disperate, dopo lunghi periodi di carcere, come Olimpia Kutuzova sposata dall’anarchico italiano Carlo Cafiero, per sottrarla alle persecuzioni zariste. Molto più lunga e articolata la storia politica e umana di Anna Kuliscioff e Angelica Balabanoff, provenienti da famiglie borghesi di origine ebraica, giunte in Svizzera alla fine dell’800 per sottrarsi alla polizia zarista ma anche per completare gli studi universitari di medicina. A Lugano Anna Kuliscioff conobbe Andrea Costa e lo stesso Carlo Cafiero. Proprio in quegli anni Costa stava abbandonando le posizioni rivoluzionarie anarchiche per iniziare un percorso politico che porterà, pochi anni dopo, alla nascita del movimento socialista riformista Italiano, di cui Costa divenne il primo deputato eletto. Un periodo tormentato, per Anna, sia dal punto di vista politico che personale, che si concluse con la scelta di condividere il suo futuro di militante e di donna con Filippo Turati, fondatore e dirigente del Partito Socialista Italiano, fino alla sua morte in esilio a Parigi nel 1932. Anna morì a Milano pochi anni prima, il 29 dicembre 1925, negli stessi giorni in cui l’Italia soccombeva al regime poliziesco di Benito Mussolini.

Angelica Balabanoff giunta a Roma per la prima volta nel 1900, amica di Anna Kuliscioff e Filippo Turati si iscrive al Partito Socialista Italiano e lavora come giornalista per il quotidiano L’Avanti diretto fino al 1914 da Benito Mussolini. Amica di quest’ultimo ma anche di personaggi come Lenin, Rosa Luxemburg, Jean Jaures, rompe definitivamente con Mussolini quando il futuro duce sceglie il campo interventista e appoggia l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale. Dopo l’avvento del fascismo si reca negli Stati Uniti dove resta fino alla fine della seconda guerra mondiale. Rientrata in Italia diventa una dirigente del Partito socialista democratico di Giuseppe Saragat e muore a Roma il 25 novembre 1965. La fondazione Kuliscioff ha scelto di raccontare in una mostra e una serie di convegni la storia di Anna e Angelica e di soffermarsi sui temi dell’emancipazione femminile e dell’antimilitarismo, anche utilizzando i disegni di Giuseppe Scalarini.

Dal sito di Rai News 24

Anna Kuliscioff
e l’emancipazione femminile

Su iniziativa della Fondazione Argentina Altobelli e quella di studi storici Filippo Turati è stato pubblicato il volume Anna Kuliscioff. Il socialismo e la cittadinanza della donna (Agra editrice, Roma 2015, pp. 301). Esso riunisce quattro saggi di Maurizio degl’Innocenti, Fiorenza Taricone, Paolo Passaniti e Luigi Tomassini, che ripercorrono i settant’anni dell’itinerario politico di Anna Kuliscioff nel novantesimo anniversario della sua morte avvenuta a Milano il 22 gennaio 1925. Corredato da un’appendice iconografica che comprende rare foto di donne socialiste (Clara Zetkin, Angelica Balabanoff, Argentina Altobelli, Carlotta Clerici, Maria Gioia) il volume pubblica le copertine degli opuscoli di Anna Kuliscioff e un’appendice documentaria di alcuni suoi brani e articoli apparsi su «Critica Sociale». Il risultato è più che lodevole per l’attenzione riservata all’ingresso della donna sulla scena della storia contemporanea e al ruolo svolto da Anna Kuliscioff, personaggio di riferimento per la prassi riformista negli anni compresi tra la costituzione del Partito socialista e la sua morte.

Il saggio di Fiorenza Taricone si snoda attraverso una rivisitazione della biografia politica della Kuliscioff, la quale dalla città natìa di Moskaja Cherson si sposta per motivi di studio a Zurigo, dove intrattiene intensi scambi culturali con i profughi russi per superare le esperienze insurrezionaliste di stampo nichilista ed approdare a una visione nuova del socialismo. L’unione sentimentale con Andrea Costa e con Filippo Turati è significativa per la Kuliscioff, che matura un indirizzo riformista, pur mantenendo una sua autonomia personale. Sulle colonne della rivista «Critica Sociale», fondata insieme a Turati il 15 gennaio 1891, ella scrive numerosi articoli sulla questione femminile, dando vita alla «Biblioteca del socialismo italiano». Proprio sulla collana della biblioteca ripubblica il famoso opuscolo Il Monopolio dell’uomo, che – esposto nella conferenza tenuta il 27 aprile 1890 dal Circolo filologico milanese – può essere considerato il «Manifesto della questione femminile italiana». Il tema suscita un intenso dibattito ed è ripreso negli articoli della rivista, dei quali l’autrice riporta un elenco non sempre preciso (pp. 229-231). La questione del voto alle donne, la richiesta del divorzio, la denuncia dello sfruttamento femminile e il suo impegno per la tutela della lavoratrice nei congressi socialisti sono temi ricorrenti, che saranno ripresi sull’«Avanti!» e su «La Difesa delle Lavoratrici». Attraverso questo periodico, che diviene l’organo nazionale del movimento femminile socialista sino alla sua morte (avvenuta non il 22 gennaio 1925, ma il 29 dicembre dello stesso anno), la Kuliscioff invita le donne a collaborare con l’uomo «nelle lotte per la conquista dei diritti comuni» e ribadisce l’esigenza di una lotta solidale contro lo sfruttamento padronale e la reazione governativa. La sua posizione, a cui rimane fedele per tutta la vita, può essere colta in un brano contenuto nell’articolo Il femminismo («Critica Sociale», 16 giugno 1897, VII, n. 12, pp. 185-187), là dove sottolinea: «Socialismo ed emancipazione della donna sono fatti connessi, compenetrati e il trionfo di quello non può andare disgiunto da questo. Ma socialismo e femminismo, se possono essere correnti sociali parallele non faranno però mai una causa sola».

Di diverso impianto analitico si pone si presenta il saggio di Maurizio Degl’Innocenti, che contestualizza la vicenda della Kuliscioff intorno a tre momenti significativi come lo sviluppo del socialisno italiano, la lotta per la conquista dello Stato sociale e quella per il suffragio universale. Nel suo lungo saggio (pp. 13-103), Degl’Innocenti rileva il ruolo imponente che la Kuliscioff svolge nell’emancipazione della donna riguardo alla cittadinanza, ai diritti civili, all’istruzione e al rapporto tra sfera privata e pubblica. Ella, dotata di una vasta cultura scientifica, considera la donna «una forza viva» per renderla consapevole dei diritti riservati all’uomo e partecipe delle conquiste sociali. Il suo impegno non è racchiuso nell’ambito esclusivo del partito e del sindacato, ma si estende anche all’elevazione della coscienza femminile per superare lo stereotipo della donna come angelo del focolare. Su questo sfondo Degl’Innocenti sottolinea il ruolo partecipativo di donne come Altobelli e Balabanoff, entrambe presenti nei comizi e nei convegni socialisti. La riproduzione grafica sulla stampa e sugli almanacchi trasforma la donna in un personaggio pubblico, rilanciando l’immagine di militante socialista e il ruolo nella comunicazione politica. Quello della Kuliscioff è emblematico per la funzione svolta in una miriade di periodici come la «Critica Sociale», «La Difesa delle Lavoratrici» o «Il Tempo».

Sul rapporto tra Anna Mozzoni e la Kuliscioff concentra l’attenzione il saggio di Paolo Passaniti, che ridiscute alcune posizioni largamente diffuse nella cultura comunista. Da Franca Pieroni Bertolotti a Nilde Jotti si ha una svalutazione della Kuliscioff, che viene contrapposta alla Mozzoni per il suo «femminismo duro e puro senza cedimenti» e «sganciato da ogni legame con la politica declinata al maschile» (pp. 142 e 143). Le diverse posizioni, assunte durante l’età giolittiana, contrappongono le due protagoniste del movimento femminile e si trasformano in due visioni contrastanti sul piano politico: «da una parte un femminismo integrale che non si accontenta delle briciole legislative, dall’altra il femminismo sacrificato all’altare della giustizia sociale eretto dal partito maschile di classe» (pp. 143-144). Il saggio di Luigi Tomassini (pp. 177-227) e l’Appendice Iconografica (pp. 235-257), l’uno dedicato al tema «Donne e lavoro nella fotografia» e l’altra alla riproduzione di foto di operaie, dimostrano la presenza di una particolare sensibilità nei socialisti italiani. La fotografia come fonte conoscitiva del lavoro femminile rivela un mondo poco conosciuto, su cui organi come l’«Avanti!» o «La Difesa delle Lavoratrici» prestano particolare attenzione ed offrono «una serie molto ampia e articolata di immagini di lavoro anche femminile» (p. 196).

Nunzio Dell’Erba

Appuntamenti

Mercoledì 4 novembre alle ore 17,00 incontro con il segretario del Psi Riccardo Nencini presso la Sala Consiliare del Comune di Campobasso in P.za V. Emanuele 29 per presentare la petizione per il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini molisani

27 novembre 2015 -10 gennaio 2016
Mostra documentaria su Anna Kuliscioff e Angelica Balabanoff

KULISCIOFFMuseo del Risorgimento – Palazzo Moriggia – Via Borgonuovo 23, Milano.
In occasione del 90° anniversario della scomparsa di Anna Kuliscioff e del 50° anniversario della scomparsa di Angelica Balabanoff, la Fondazione Anna Kuliscioff celebra la memoria di due figure tra le più eminenti della storia del socialismo riformista del ‘900.

In esposizione: Il salotto di Anna Kuliscioff
Giuseppe Scalarini: la donna e la guerra
La donna – madre, sorella, moglie – è una delle figure principali dei disegni di Scalarini
contro la guerra : esposizione di pagine d’epoca e di originali, anche inediti
INIZIATIVE:
27 novembre 2015 ore 18 : Conferenza stampa – inaugurazione – presentazione libri

28 Novembre 2015 ore 9 : Giornata di studio – Anna Kuliscioff e Angelica Balabanoff:
la guerra, il lavoro e la cittadinanza delle donne.
con la partecipazione dei Proff Bracco, Calloni, Del Corno, Nuvoli, Scirocco, Bianciardi, Mazzarello

15 Dicembre 2015: “Non c’era una volta una donna” presentazione del libro di Maria Grazia Corombari

17 Dicembre 2015: “Angelica Balabanoff: Poesie”, incontro e riflessioni tra poeti

Le Donne che hanno
fatto il Socialismo

psiDietro a ogni grande uomo…c’è una grande donna, così dietro alle lotte sull’emancipazione e la liberazione degli uomini (in particolare di operai e braccianti), tipiche del Socialismo, ci sono state dietro, ma anche in primo piano, le donne. Ferdinando Leonzio ha scritto 21 biografie eccellenti di donne, ognuna di un’epoca e correnti diverse ma accomunate dallo stesso obiettivo la libertà, la giustizia per il riscatto non solo delle donne ma “dell’intera umanità”, in un libro “Donne del Socialismo”, edito da Vydavatelstvo divis Slovakia spol s.r.o.  Definirle solo femministe o donne del socialismo appare riduttivo, in quanto leggendo il libro, le battaglie e la determinazione di queste donne, fa di loro dei veri personaggi di primo piano, non solo sul versante dell’emancipazione femminile, ma anche su quello dei diritti e dei riscatti delle classi meno abbienti.

Dilma-rousseff

Dilma Roussef

Scorrendo l’indice troviamo nomi eccellenti che hanno fatto la storia del Socialismo, come Angelica Balabanoff, Anna Kuliscioff, Rosa Luxemburg ma anche socialiste di storia contemporanea come Dilma Roussef, Michelle Bachelet o Segolene Royal. Il grande merito però dell’autore è che quello di aver ripreso storie di grandi donne finite quasi nel dimenticatoio della memoria contemporanea, nonostante abbiano speso la loro intera esistenza per la “causa dei lavoratori”. Un caso eccellente è ad esempio quello dell”Angelo biondo’ Bianca Bianchi, di cui si scopre che dopo la campagna elettorale per l’Assemblea Costituente nella lista del Psiup (circoscrizione Firenze-Pistoia), “ottenne 15384 voti di preferenza, doppiando addirittura i voti presi dal capolista, il celeberrimo Sandro Pertini, eroe e medaglia d’oro alla Resistenza, un’icona del socialismo italiano”. Non solo ma leggendo la sua biografia, ci si accorge di quanto ancora quelle lotte da lei condotte, come l’istruzione siano ancora attuali: “Per quanto concerneva la scuola, si dichiarò contraria alle sovvenzioni statali alla scuola privata, sospettata di concedere con troppa facilità diplomi e titoli, proponendo per essa il reclutamento degli insegnanti attraverso regolari concorsi”.

Figura di spicco poi, è Maria Giudice, nonostante non abbia mai ricoperto incarichi di partito di spessore o lasciato opere ideologiche di rilievo. Una donna che si è impegnata nel socialismo e nelle sue lotte, che aderì all’idea del socialismo come a una vera e propria fede e per essa sacrificò tutta la sua esistenza con coerenza e impegno. Fu tra le prime giornaliste socialiste, la prima a dirigere il periodico Il grido del popolo sostenendo che era “necessario formare nel proletariato una consapevole coscienza di classe”. Giudice ha conosciuto e collaborato con tutte quelle figure di spessore nelle battaglie della classe lavoratrice italiana nei primi del ‘900: Ernesto Majocchi, Angelica Balabanoff, Umberto Terracini, Giuseppe Romita, Edmondo de Amicis, Antonio Gramsci e Giuseppe Emanuele Modigliani. E per la sua fede incrollabile nel socialismo, è finita in carcere molte volte, senza mai per questo dissentire o avere ripensamenti. Donna più femminista che socialista, è stata invece Anna Maria Mozzoni, che si avvicinò alle idee socialiste, ma non aderì mai completamente al Partito, anche se può considerarsi la prima dirigente donna socialista per essere stata inserita nella Commissione del Partito dei Lavoratori italiani.

Mozzoni però entrò in contrasto con un’altra donna simbolo del socialismo, Anna Kuliscioff, per “lo scarso attivismo dei socialisti verso la questione femminile”. La stessa contestazione fatta ai mazziniani sull’idea che la donna fosse fatta per la famiglia, venne rivolta ai socialisti colpevoli di essere convinti che “l’emancipazione dei lavoratori portasse con sè quella delle donne”. La via per l’emancipazione femminile, era vista dalla Mozzoni, nel diritto al voto, su cui scrisse anche sull’Avanti! “Non accettate protezioni ma esigete giustizia!”. Nel 1906, tramite il deputato repubblicano, Roberto Mirabelli, presentò una petizione per il voto alle donne…ma vide il suo sogno realizzarsi solo 40 anni dopo.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

Socialista quanto femminista è invece la dinamica Pia Locatelli, esponente di spicco non solo nel Partito socialista italiano, ma anche europeo. Nonostante la Locatelli si sia ritrovata nel mezzo della bufera che ha spaccato e spazzato via gran parte dello storico partito, è riuscita come pochi, a far valere le istanze sociali e a rimettere in primo piano un partito che sembrava ormai al tramonto, grazie alle sue notevoli capacità di lavoro e al suo attivismo in materia di libertà civili. Ed è per questo che ha condotto le sue battaglie anche all’Estero, diventando una delle donne italiane più conosciute e apprezzate. Nel 1988 fu tra gli osservatori internazionali dell’Onu per le elezioni in Cile e fece anche parte “della delegazione in Sudafrica per le prime elezioni del dopo Apartheid, in seguito alle quali fu eletto Nleson Mandela”. Le sue battaglie per la tutela delle donne le giovarono la carica di vicepresidente dell’Internazionale Socialista Donne, dal 1992 al 1999. Ma il suo impegno non si è mai arrestato solo per la causa femminile e la sua volontà fare del socialismo un movimento per “creare una società sempre più libera e giusta in tutto il mondo” l’ha portata ad essere tra i fondatori nel 1992 in Olanda, del Pse (partito socialista europeo). Nel 2003 diventa poi presidente dell’Internazionale Socialista e nel 2005 fu incaricata da Romano Prodi di coordinare il programma di politica estera dell’Unione per le elezioni politiche del 2006.

Una biografia intensa in cui spicca anche il premio come migliore parlamentare dell’anno per il settore “Ricerca e Innovazione” dall’Europarlamento nel 2009, o come migliore deputata italiana nel 2013. Pia Locatelli, nonostante le sue missioni all’Estero, non ha mai dimenticato di condurre le sue battaglie anche in Italia, dove è stata paladina nel diritto all’autodeterminazione e alla salute della donna, denunciando arretratezze culturali tipiche del nostro Paese, come l’obiezione di coscienza sull’interruzione di gravidanza e sulla pillola del giorno, senza dimenticare le ristrettezze mentali che accompagnano il fenomeno del femminicidio. Altre donne contemporanee, che l’autore non dimentica di inserire sono infine Johanna Sigurdardottir, Primo ministro islandese, passato agli onori della storia per la sua dichiarata omosessualità, ma che l’autore mette in primo piano per il coraggio e la determinazione di essere riuscita, nonostante la crisi e la bancarotta del Paese, a non sacrificare lo Stato sociale in nome dell’Austerity. Ma il socialismo delle donne, come il socialismo in genere, si è evoluto da alcune convenzioni, così Helle Thorning-Schmidt, primo ministro donna della Danimarca che riuscì con eleganza e bellezza a far breccia anche negli ultimi pregiudizi sulle donne, o belle o intelligenti.

Maria Teresa Olvieri

Ferdinando Leonzio, Donne del Socialismo, Vydavatelstvo divis Slovakia spol s.r.o.

Il libro è reperibile presso l’autore, fleonzio@yahoo.it