BLOCCO TURCO

C7E114C8-A9C0-4128-B5DB-F6094F2012CB“Non bisogna pensare che le ricerche di gas al largo di Cipro e le iniziative opportunistiche sulle rocce nel Mar Egeo sfuggano alla nostra attenzione. Avvertiamo quelli che hanno superato i limiti a Cipro e nel Mar Egeo di non fare calcoli sbagliati”. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando ad Ankara al gruppo parlamentare del suo Akp. Da venerdì, la marina militare di Ankara blocca la piattaforma Saipem 12000 dell’Eni al largo di Cipro, che si stava dirigendo verso Cipro per iniziare operazioni di trivellazione su licenza del governo di Nicosia. L’unità, ha detto il portavoce del governo di Nicosia, resta bloccata a circa 50 km dal luogo previsto per le esplorazioni di idrocarburi, a sud-est dell’isola. Ieri l‘AD della società Claudio Descalzi si è detto sorpreso per la vicenda, tuttavia il presidente turco era già stato chiaro all’indomani della sua visita in Italia, dicendosi contrario alle operazioni del gruppo “nel Mediterraneo orientale”. “I lavori (di esplorazione) del gas naturale in quella regione rappresentano una minaccia per Cipro nord e per noi”, aveva sottolineato lo stesso sultano spiegando di aver espresso, nella sua missione a Roma la scorsa settimana, le “preoccupazioni turche” al presidente Sergio Mattarella ed al premier Paolo Gentiloni.
Tuttavia la vicenda sembra un pretesto per Ankara per riaccendere la tensione nel Mar Egeo con la Grecia. Le autorità di Atene hanno denunciato che la scorsa notte una pattuglia della guardia costiera di Ankara ha speronato un mezzo dei suoi guardacoste nei pressi di alcuni isolotti rocciosi contesi tra i due paesi. Nello scontro, secondo la denuncia greca, non risultano feriti, ma danni alla nave greca, colpita a poppa dalla prua di quella turca. Cipro è uno dei numerosi stati, come Israele e Libano, in competizione per sfruttare i giacimenti del Mediterraneo orientale. Le risorse naturali intorno all‘isola sono rivendicate dall‘autoproclamata Repubblica turca di Cipro Nord, che è riconosciuta solo da Ankara (la Turchia occupa militarmente la zona nord di Cipro dal 1974). Nell’interesse geopolitico di Erdogan c’è fare pressioni su Nicosia per far sì che le sue riserve energetiche siano condivise con la parte di Cipro filo-turca.
In queste ore per cercare di fermare la tensione è intervenuta anche l’Europa. L’Unione dei 28 ha chiesto ieri alla Turchia di evitare le minacce e di “astenersi da qualsiasi azione che possa danneggiare i buon rapporti di vicinato”. Mentre oggi l’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini ha incontrato il ministro degli Esteri turco Mevlut Casavoglu, a margine di un vertice in Kuwait, per parlare della situazione a Cipro, al largo delle cui acque la marina militare di Ankara blocca le trivellazioni della piattaforma Saipem 12000 dell’Eni. Lo ha annunciato il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas.
“Seguiamo la situazione molto da vicino”, ha spiegato Schinas, che ha ribadito l’invito alla Turchia ad evitare “frizioni” con i Paesi Ue e ad impegnarsi “ad una soluzione pacifica delle dispute, a buoni rapporti di vicinato e a rispettare la sovranità” degli Stati. Inoltre, il portavoce ha sollecitato la Turchia ad evitare “dichiarazioni negative che possono danneggiare buone relazioni di vicinato, specialmente in vista del vertice” della Turchia con le istituzioni Ue a Varna.
L’Alto rappresentante ha sollevato la questione di Cipro nel suo incontro col ministro turco, dopo ave avuto vari contatti, incluso col premier Paolo Gentiloni ed il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano, secondo quanto si apprende da fonti europee. L’italia si aspetta una “soluzione condivisa nel rispetto del diritto internazionale e nell’interesse sia dell’Eni, sia dei paesi della regione, sia delle due comunità cipriote”. Dice il ministro degli Esteri Angelino Alfano al collega turco Mevlut Cavusoglu, incontrato oggi in Kuwait a margine della ministeriale anti-Isis.

Niger informa l’Italia di essere all’oscuro della Missione

nigerForte imbarazzo alla Farnesina. Quella che per l’Italia doveva essere una missione ‘di pace’ si rivela in realtà una missione sconosciuta e all’insaputa del Paese ospitante. Dal governo del Niger fanno sapere di avere saputo della missione italiana “da un lancio dell’agenzia di stampa Afp”, di non essere stati “né informati né consultati” e di avere già “informato il governo italiano di non essere d’accordo con tale missione”.
Angelino Alfano, il ministro degli Esteri italiano, ha visitato il Niger dal 3 al 5 gennaio di quest’anno, incontrando il suo omologo nigerino, Ibrahim Yacouba, e il presidente del paese, Mahamadou Issoufou, in occasione dell’inaugurazione della prima ambasciata d’Italia nel paese africano e nell’intera regione del Sahel. Secondo il governo, l’invio di soldati in Niger doveva servire a “rafforzare le misure di sicurezza sul territorio, i confini del paese africano e a sostenere le forze di polizia locale”.
Tuttavia i 470 militari, i 130 mezzi terrestri, i 2 aerei e la spesa prevista di 49,5 milioni di euro (nel solo 2018) non solo non sono stati richiesti da Niamey, ma dal governo fanno sapere: “Riceviamo già quello che ci serve dagli americani e ci siamo anche coordinati con i francesi”, e anche se esiste un dialogo con l’Italia sul tema della sicurezza questo “non implica in alcun modo che il Niger possa ospitare tale missione”.
Eppure il 17 gennaio, il parlamento italiano ha approvato il dispiegamento della missione “di supporto nella Repubblica del Niger”, ma dopo le dichiarazioni di Niamey a Radio France Internationale adesso tocca capire cosa succederà veramente.

Iran. Locatelli: “Serve più rispetto dei diritti umani”

Ahmadreza-DjalaliTenere alta l’attenzione sul caso del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, la cui condanna a morte per spionaggio è stata sospesa ed è ora al riesame della sezione 33 della Corte suprema. Ma anche sul tema del rispetto dei diritti umani nella Repubblica islamica, a partire da quello di un giusto processo anche per le migliaia di giovani manifestanti arrestati durante le ultime proteste di piazza. E’ l’invito rivolto alle istituzioni italiane ed europee in una conferenza stampa oggi a Roma, su iniziativa della sen. Elena Cattaneo e con la collaborazione della Fidu Federazione italiana diritti umani. Alla storia di Djalali, che si teme abbia un tumore, “si sovrappone la storia collettiva – ha detto la sen. Cattaneo – di tanti giovani rinchiusi in carcere” e minacciati in alcuni casi anche di condanna a morte. E fra i quali – circa 7.000 gli arrestati secondo le fonti di Antonio Stango, presidente Fidu – almeno tre sono morti in prigione in circostanze non chiare, anche se le autorità iraniane hanno parlato di suicidio. “Siamo di fronte ad una violazione costante del diritto ad un equo processo ed al disprezzo di quello alla vita”, ha detto sul caso Djalali, in collegamento telefonico, Luca Ragazzoni, suo collega negli anni in cui il ricercatore – prima di trasferirsi in Svezia e poi andare nel 2016 in Iran per un viaggio di lavoro, durante il quale è stato arrestato – collaborava in Italia con l’Università del Piemonte Orientale. Nell’incontro – svoltosi in Senato e in cui è stato ricordato il caso del ricercatore Giulio Regeni, torturato e ucciso in Egitto – è stato rilanciato l’appello al ministro degli Esteri Angelino Alfano ed all’Alto Rappresentante Ue Federica Mogherini a continuare a spendersi per il caso di Djalali, ma anche per proteggere i detenuti dal rischio di torture e le liberta’ fondamentali di studenti e accademici che si rechino in Iran.

Paese con cui “l’Italia ha una lunga tradizione di rapporti – ha ricordato Pia Locatelli, presidente del Comitato per i diritti umani della Camera e presidente del gruppo del Psi alla Camera – ma dobbiamo lavorare anche perché si arrivi a ridurre e infine abolire la pena di morte”. “Nel 2016 in Iran ci sono state 530 esecuzioni, il numero più basso degli ultimi 10 anni; la sospensione dell’esecuzione del professor Ahmadreza Djalali può essere considerata un indice di prudenza delle autorità iraniane in questa direzione”. “L’Italia – continua Locatelli – ha una lunga tradizione di rapporti economici, ma anche di ricerca con l’Iran: essi sono importanti di per sé, ma anche come ‘fili da tirare’ per sollecitare un maggior rispetto dei diritti umani. Dobbiamo evitare di scambiare i nostri rapporti economici con una maggior ‘timidezza’ nella denuncia della violazione dei diritti”. “Lancio un appello – ha concluso Pia Locatelli – per una regione vicina all’Iran: 91 persone sono state arrestate in Turchia per essersi opposte a quanto è avvenuto con i curdi nel Nord della Siria, non lasciamo passare sotto silenzio quanto avviene, perché la repressione della libertà di manifestare la propria opinione è una violazione dei diritti”.

Elisabetta Zamparutti, del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa e di Nessuno Tocchi Caio ha concluso di lavori affermando che “con Teheran si sono siglati negli ultimi tempi tanti accordi, ma la questione dei diritti umani viene sempre lasciata in fondo alla lista” dei punti in agenda.

Austria. Vienna, Italia e Turchia contro Kurz

kurzNessuna buona notizia arriva dall’Austria con il governo di Sebastian Kurz, un’alleanza che vede il leader dell’Oevp, all’esecutivo con Heinz-Christian Strache, leader del partito populista di estrema destra Fpoe che annuncia un doppio passaporto per gli altoatesini italiani. Uno schiaffo alla sovranità italiana che ha destato sconcerto a Roma, l’idea del nuovo governo austriaco di Sebastian Kurz di concedere passaporto austriaco ai cittadini italiani di lingua tedesca nell’Alto Adige sarà “una discussione da affrontare con grande delicatezza”, ha dichiarato il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, “e ne parleremo nei termini che sono più coerenti con la nostra storia e con la tutela delle nostre popolazioni e dei nostri concittadini che hanno sempre avuto una posizione molto chiara in merito”. Alfano ha espresso la propria posizione alla stampa italiana al termine del Comitato Governativo Congiunto Italia-Cina che si è tenuto a Pechino.
Non è il primo scontro tra Roma e Vienna, ma precedentemente è sempre stata l’Italia alla fine ad averla ‘vinta’, anche se non bisogna dimenticare che Kurz da ministro degli Esteri aveva ottenuto la chiusura della rotta balcanica per i migranti.
Il Governo di Kurz si è appena insediato, ma sta già creando malumore nelle cancellerie straniere, non solo con i vicini italiani. Per l’Italia lo sconcerto è arrivato con l’annuncio a Bolzano del parlamentare austriaco Werner Neubaur, responsabile della Fpoe (il partito di ultradestra austriaco al governo) per i rapporti con l’Alto Adige che ha fatto sapere che i “sudtirolesi potranno richiedere la cittadinanza austriaca già nel 2018, al più tardi all’inizio del 2019”, richiesta gratuita per non gravare sulle famiglie. Ma ora contro Kurz è anche Ankara. La Turchia ha attaccato il neonato governo austriaco con l’accusa di “discriminazione” dopo la presentazione del programma in cui i due partiti dell’esecutivo hanno annunciato che non sosterranno l’adesione di Ankara all’Unione europea. “Queste dichiarazioni senza fondamento e poco lungimiranti nel programma del nuovo governo austriaco confermano sfortunatamente le preoccupazioni sul trend politico basato sulla discriminazione e sulla marginalizzazione”, ha reso noto il ministero degli Esteri turco in una nota.
Accusando il futuro governo di Vienna di “disonestà”, il ministero turco ha avvertito che se il programma verrà realizzato porterà l’Austria “a perdere l’amicizia della Turchia” e ad affrontare “le reazioni che merita”.
Ma neanche gli austriaci sembrano contenti di questo nuovo esecutivo: vicino all’Hofburg è arrivata la protesta di alcune migliaia di austriaci contro quello che definiscono “un gabinetto degli orrori”. Circa cinquemila i manifestanti secondo la polizia, diecimila per gli organizzatori, un numero molto più contenuto rispetto alle 250.000 persone che scesero in piazza nel 2000 contro il precedente ingresso dell’FPÖ nel governo. Tuttavia resta un buon segnale di come una parte della popolazione austriaca non voglia arrendersi all’Ultradestra.

Migranti, tra Quote obbligatorie e riforma Dublino

Italian Prime Minister Paolo Gentiloni, center, speaks with /European Commission President Jean-Claude Juncker, right, and Luxembourg's Prime Minister Xavier Bettel, left, during a round table meeting at an EU Summit in Brussels on Thursday, Dec. 15, 2016. European Union leaders meet Thursday in Brussels to discuss defense, migration, the conflict in Syria and Britain's plans to leave the bloc. (ANSA/AP Photo/Geert Vanden Wijngaert) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]

AP Photo/Geert Vanden Wijngaert

“Se vogliamo consolidare la svolta nella lotta ai trafficanti e cambiare in modo significativo la situazione dei diritti umani in Libia, abbiamo bisogno di un impegno finanziario, logistico, politico, ancora più forte, da tutta la famiglia europea. Questo chiederà l’Italia stasera”, è quanto ha dichiarato Paolo Gentiloni lasciando il minivertice con i leader dei V4 ed il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Inoltre il Presidente del Consiglio ha anche ringraziato i leader di Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia che “hanno annunciato l’intenzione di destinare 36 milioni di euro alle operazioni dell’Ue di rafforzamento dell’attività in Libia”, ma ha precisato: “Per noi i muri e le chiusure sono sbagliate, e le quote obbligatorie sono il minimo sindacale per l’Unione europea. Questi Paesi hanno un’opinione molto lontana. Ma è significativo che questa differenza che resta, e di cui discuteremo anche stasera a cena, non abbia impedito un’iniziativa politica che ritengo rilevante e di cui ringrazio”.
A rafforzare l’opinione di una profonda divisione nell’Ue il presidente del consiglio europeo Donald Tusk entrando al summit, per il quale sul dossier migrazione “la divisione è tra Est e Ovest”, sull’Unione economica e monetaria “tra Nord e Sud”. “Queste divisioni sono accompagnate da emozioni che rendono difficile anche trovare un linguaggio comune e argomenti razionali per il dibattito. Per questo dovremo lavorare sulla nostra unità in modo più intenso ed efficace”.
Ma parole conciliatorie arrivano proprio dal Premier ungherese. “Difendere le frontiere esterne dell’Unione e risolvere le cause all’origine delle migrazioni è l’elemento della politica migratoria dell’Unione che fino ad ora ha funzionato, dando i risultati attesi. Per questo siamo pronti a mettere assieme oltre 36 milioni di euro e se necessario anche a prendere parte alle operazioni”, afferma Viktor Orban al termine del minivertice con gli altri tre leader dei V4, il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, ed il premier Paolo Gentiloni. “Lo abbiamo fatto perché crediamo nell’unità dell’Ue – ha aggiunto Orban -. Così abbiamo trovato qualcosa su cui cooperare”.
Per l’Italia poi un’altra questione da affrontare è la Riforma di Dublino. Sulla riforma di Dublino “vanno rispettate le regole e va seguita la procedura ordinaria” che prevede che “si possa votare a maggioranza qualificata per dare nuove regole sui rifugiati e avere più solidarietà europea”: lo ha detto il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, contestando la posizione del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, che ha chiesto di procedere per “consenso” sulla questione. Sulla questione anche il capo della Farnesina, Alfano: “Vogliamo chiarire definitivamente che Dublino è la foto ingiallita di un’Europa che non c’è più e di flussi migratori che non sono quelli del passato”, dice il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, arrivando alla riunione del Ppe a Bruxelles. “Occorre responsabilizzare tutti i Paesi rispetto a questo. Serve una proposta che tenga insieme la solidarietà con il governo delle frontiere dell’Unione europea. Un tema essenziale per la tenuta politica del nostro Continente”.

Biotestamento. Il 14 dicembre voto finale sul ddl

biotestamento

Al disegno di legge sul biotestamento sono stati presentati in tutto 3000 emendamenti (per l’esattezza 3005). Di questi 3005 emendamenti, 1527 sono di Alleanza Popolare, cioè il partito di maggioranza guidato da Angelino Alfano, che ha riproposto pari pari tutti quelli che aveva depositato in commissione. La Lega ne ha ripresentatiti 1203, mentre Forza Italia 147. Nessun emendamento invece da parte del M5S e dal Pd che ha messo a punto solo un ordine del giorno. Le proposte di modifica sono aumentate rispetto a quelle depositate in commissione. Ora per l’Aula sono 3005, mentre per la commissione erano 2970.

Dopo una lunga giornata di lavori e una altrettanto lunga conferenza dei Capigruppo per studiare anche l’ipotesi di un contingentamento dei tempi, si è stabilito che si voterà  il ddl giovedì 14 dicembre. Le dichiarazioni di voto cominceranno alle 11. Mentre martedì si cominceranno a votare gli emendamenti al provvedimento.

In mattinata l’aula del Senato aveva respinto la pregiudiziale di costituzionalità al ddl. La discussione del testo sul biotestamento, era iniziata ieri pomeriggio dopo la decisione della conferenza dei capigruppo di calendarizzarlo immediatamente.  Nel pomeriggio si sono votati i primi emendamenti. A favore del provvedimento sono il Pd, il Psi, Liberi e Uguali e il M5S (“I nostri voti ci saranno anche al Senato – assicurano i pentastellati – Vigileremo su possibili trabocchetti. Manca poco: un ultimo sforzo”).

Contraria la Lega, mentre Ap pur dicendosi pronta a lasciare libertà di coscienza attacca il testo: “Se non verranno accolte le nostre richieste – tuona Maurizio Lupi – Alternativa popolare voterà no”. Anche Forza Italia potrebbe lasciare ai propri senatori la possibilità di scegliere singolarmente cosa votare, così come fatto alla Camera, dove alcuni deputati azzurri dissero sì al testo. Il Senato esaminerà poi il regolamento interno, sul quale c’è un accordo di massima tra i gruppi.

Tra Renzi e Bersani 
il muro è invalicabile

bersani renzi

Piero Fassino avrebbe potuto proporre anche la Luna, ma senza alcun risultato. Non avrebbe mai potuto ricomporre la frattura con Bersani, D’Alema e Speranza. Renzi-Bersani, il muro è invalicabile. L’ex sindaco di Torino, il mediatore messo in pista da Matteo Renzi, si è scontrato con una infinita serie di “no”. Rancori personali e contrasti politici sono diventati un muro invalicabile dopo la traumatica scissione del Pd dello scorso febbraio e la fondazione del Movimento democratico progressista (Mdp in sigla).

È impossibile ricomporre i dissensi sul mercato del lavoro, sulle tasse, sulle pensioni, sulla scuola, sulla legge elettorale se viene messa in discussione la stessa identità di sinistra del Pd renziano. Sul segretario democratico pendono tre sanguinose accuse: 1) la trasformazione del Pd in un partito personale, 2) lo sradicamento delle radici di sinistra, 3) l’adozione di politiche di destra. Roberto Speranza ha motivato il “no” ad una intesa elettorale per le politiche proposta da Fassino con parole senza appello: «Io ho rotto con Renzi perché Renzi ha rotto con il suo popolo, lo ha tradito». Massimo D’Alema è stato tra i più decisi oppositori ad ogni tipo di accordo: «Tutta l’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra». Pier Luigi Bersani ha fatto riferimento alla vecchia base elettorale: «C’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

La chiave di lettura della frattura emerge dalla famosa, strampalata ma efficace metafora bersaniana sulla “mucca” della destra entrata indisturbata nella casa del Pd. L’ex segretario democratico nel giugno del 2016 avvertì: «Chi sottovaluta le potenzialità della destra, non vede la mucca nel corridoio». A novembre dell’anno scorso rincarò: «La mucca nel corridoio sta bussando alla porta». Poi arrivò la scissione e la fondazione di Mdp come risposta alla “mucca” della destra che scorrazzava dentro la casa del Pd.

Renzi-Bersani, regna l’incomunicabilità. Fassino, nei suoi incontri per costruire un nuovo centro-sinistra, ha insistito sulla strategia di “uniti si vince”. Bersani, invece, ha replicato con “uniti si perde”, perché «abbiamo visto da tre anni che si può perdere tutte le volte».

Adesso è impossibile siglare una alleanza con Renzi, accusato di aver abbracciato i valori e i programmi della destra sul piano sociale, economico ed istituzionale. Anzi, la sinistra alla sinistra del Pd non la considera conveniente. Se l’obiettivo è raccogliere alle politiche i voti degli elettori delusi di sinistra finiti nel M5S, nell’astensione e rimasti solo con un piede nel Pd, la contrapposizione con Renzi resterà frontale.

La linea è chiara. Il 3 dicembre una assemblea nazionale a Roma di Mdp, Sinistra italiana (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati) lancerebbe una lista elettorale unitaria per le politiche. Dovrebbe essere acclamato leader il presidente del Senato, Pietro Grasso, uscito recentemente dal Pd. Sei mesi fa l’obiettivo era ambizioso: raccogliere il 10-15% dei voti, ma adesso il clima non è dei migliori. I sondaggi elettorali assegnano appena il 3% dei voti a Mdp (rischia di non superare nemmeno lo sbarramento elettorale) e solo il 2% a Si, mentre Possibile non è nemmeno segnalato.

Renzi-Bersani, i ponti sono rotti. Il segretario del Pd nella riunione alla ex Stazione Leopolda di Firenze ha preso atto del ‘no’ a un’intesa: «Ci è stato detto non ci interessa e rispettiamo questa volontà». Per chi esce c’è “rispetto” e “non rancore”. Ha evitato polemiche ma si è rammaricato: «Secondo me è un’occasione persa per costruire un progetto unitario e non consegnare il Paese all’irresponsabilità». Adesso sta lavorando a un accordo con Giuliano Pisapia (Campo Progressista), Angelino Alfano (Alternativa popolare), Emma Bonino (radicali), Riccardo Nencini (socialisti), Angelo Bonelli (verdi), Lorenzo Dellai (Democrazia solidale).

Ora si corre velocemente verso le elezioni politiche della prossima primavera. Per la sinistra è arduo risalire la china e farsi strada tra concorrenti colossi. I sondaggi danno il centro-destra di Silvio Berlusconi al 35% dei voti, il M5S di Beppe Grillo al 27% e il Pd al 25%. I cinquestelle raccolgono i voti di protesta sia di destra e sia di sinistra e si ergono a campioni dell’opposizione a Renzi. Nelle elezioni politiche non sarà semplice fargli concorrenza sul piano dell’opposizione ragionata contro quella populista.

Non sarà semplice nemmeno la sfida con Renzi. La lotta sarà tra irriducibili avversari, un tempo nello stesso partito. Dopo le elezioni, molto probabilmente nessuno avrà una maggioranza per governare e si aprirà un capitolo nuovo. Bersani si è già posto il problema: «Non vince nessuno, ci si ritrova comunque in Parlamento». Tuttavia ha aggiunto: «Però non metto limiti alla Provvidenza». Renzi-Bersani, c’è un muro invalicabile, almeno per ora.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Strage in Egitto: 300 vittime in attacco a moschea

moschea

Secondo quanto riportato dalla televisione di stato egiziana, oltre 300 persone sono morte e oltre 100 sono rimaste ferite nell’attacco avvenuto oggi a una moschea nel nord del Sinai. In mattinata, a Bir al-Abed, a ovest della città di Arish, alcuni uomini armati non identificati, sospettati dalle autorità di far parte di gruppi islamisti, hanno lanciato una bomba contro la moschea al-Rawdah per poi aprire il fuoco contro i fedeli impegnati in preghiera.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale MENA, che cita una fonte ufficiale delle forze di sicurezza del Cairo, almeno 100 persone sono rimaste ferite nell’attacco. Il presidente egiziano al-Sisi ha deciso di tenere una riunione di emergenza del governo in seguito all’attentato. Il governo del Cairo ha proclamato 3 giorni di lutto nazionale a seguito dell’attentato avvenuto oggi in una moschea nel nord del Sinai. Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attacco.

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni su su Twitter, esprime il proprio “orrore per la strage terroristica nella moschea del Sinai. I nostri pensieri vanno alle vittime, la nostra solidarietà alle famiglie colpite e all’Egitto”. “Solidarietà e vicinanza dell’Italia al popolo dell’Egitto” è espressa dal ministro degli Esteri Angelino Alfano “per vile attacco terroristico a moschea Al Rawdah. La paura non prevarrà”.

L’ultimo, terribile atto erano stati i sanguinosi attentati della domenica delle Palme contro i cristiani copti a Tanta e ad Alessandria, nei quali erano morte quasi cinquanta persone. Già allora si temeva che si trattasse solo della punta dell’iceberg di una campagna di pogrom confessionali portata avanti dall’Isis e dai gruppi estremisti che a vari livelli operano in Egitto, e che sopratutto nel Sinai stanno seminando il terrore. La terribile conferma arriva oggi dalla moschea di Al-Rawda di Bir al-Abed, a pochi chilometri da Al-Arish, nel Sinai settentrionale: il jihadismo alza il tiro anche sui musulmani considerati eretici: sunniti come pure semplici cittadini accusati di essere accondiscendenti con il principio della laicità dello Stato.

Secondo Mokhtar Awad, esperto di gruppi terroristici della George Washington University, gli attentati dello scorso aprile contro le chiese copte hanno segnato in qualche modo un “salto di qualità” nella persecuzione dei copti, poiché sarebbero stati orchestrati attraverso il coordinamento tra diverse cellule all’interno del Paese, con legami diretti con il quartier generale dell’Isis in Iraq e Siria, anziché da una singola milizia o gruppo terroristico attivo nell’area.

Prima di questi attentati, gli uomini e gli emuli di Al Baghdadi sembravano avere l’obiettivo di attivare con i cristiani d’Egitto la stessa logica settaria in atto nei confronti dei musulmani sciiti in Iraq: lo si è visto a partire dallo scorso anno, quando sono iniziati i pogrom anti-copti nel Sinai, che hanno costretto centinaia di cristiani ad abbandonare la città di Al Arish. Le persecuzioni nel Sinai non segnalano solo l’aumento del takfirismo e del terrorismo di matrice settaria: sono anche l’ennesima spia di una situazione fuori controllo nella Penisola nel nord-est dell’Egitto, dove sin dalle rivolte del 2011 gli scontri tra Esercito egiziano e varie milizie hanno fatto registrare più di un migliaio di morti. Nel penisola del Sinai – nota per essere un’area dove vige l’anarchia, che serve da rotta clandestina per i movimenti di armi – l’isolamento delle popolazioni beduine, lasciate a se stesse in un’area dotata di pochissime risorse, ha in qualche modo facilitato l’attecchimento del jihadismo, che è presente a fasi alterne sin dagli anni ’70. Nel Sinai operano dal 2011 molti gruppi terroristici, impegnati su base settimanale in scontri a fuoco con le truppe egiziane e responsabili di numerosi attacchi terroristici.

Si potrebbe pensare che gli attacchi contro i copti siano una prova di forza dell’Isis: una prova di forza rivolta all’Occidente e alle forze che in Siria, Iraq e Libia stanno costringendo gli uomini di Al Baghdadi alla ritirata, ma anche una prova di forza nei confronti di Al Qaeda, che nel Sinai e in Egitto vanta una presenza storica. Negli anni ’70 il gruppo più forte nella penisola era il Takfir wa Hijra (“scomunica ed esodo”) guidato da Shukri Mustapha: dopo la morte del leader, molti membri del gruppo si sono reinventati un ruolo ed hanno aderito ad altri gruppi dell’orbita qaedista. Alcuni di essi sono stati arrestati in Ucraina nel 2009. Oggi in Sinai proliferano gruppi diversi, riconducibili ad Al Qaeda e all’Isis. Sotto l’ombrello di Al Qaeda – che opera anche con il suo braccio principale nell’area, cioè Al Qaeda in Sinai Peninsula (AQSP) – ci sono gruppi come Ansar al Sharia di Ahmed Ashoush, fondato nel 2012; c’è Jaish al Islam, autore di un altro attentato contro una chiesa copta ad Alessandria nel 2011, in cui morirono 23 persone; ci sono le Brigade Abdullah Azzam, fondate ufficialmente nel 2009, attive sopratutto in Libano ma anche nel Sinai, dove nel 2004, prima della loro istituzione formale, realizzarono un attentato all’Hitlon di Taba, uccidendo 31persone; ci sono le Brigate al Furqan, impegnate spesso in scontri a fuoco con le Forze di sicurezza egiziane, e c’è Tawhid al Jihad, attivo dal 2008 ma oggi indebolito dal fuoco incrociato di attori diversi come Israele, Egitto e Hamas.

Dal 2014, però, c’è anche l’Isis: prima della proclamazione del Califfato a Mosul, nel Sinai l’Isis dal 2012 operava tramite il Mujaheddin Shura Council in the Environs of Jerusalem, un gruppo che, come nel caso di Tawhid al Jihad, viene combattuto da Israele, Egitto e Hamas, il cui nucleo principale oggi pare essersi spostato nell’orbita qaedista. Il gruppo che pare avere dei progetti che vanno oltre la lotta alle forze armate egiziane ed i pogrom anti- cristiani sembra essere però Ansar Beit al Maqdis.

Nato nel 2011 grazie all’afflusso di militanti da tanti piccoli gruppi di orientamento salafita, dal 2013 in guerra contro le Forze armate egiziane, dal 2014 Ansar Beit al Maqdis non si è solo limitato a giurare fedelta’ all’autoproclamato califfo Al Baghdadi: nel novembre 2014 si è trasformato e, analogamente a quanto fatto dall’Isis nel Levante, ha proclamato una provincia sotto il suo controllo: la Wilayat al Sinai, che ha anche un suo “governatore”, Abu Hajar al Hashemi, annunciato dal gruppo lo scorso dicembre.

Ius soli in Senato dopo
la legge di bilancio

Ius soli-Iorio-Psi

Il disegno di legge sullo ius soli potrebbe arrivare in Senato subito dopo il via libera alla legge di Bilancio, per essere approvato in via definitiva entro questa legislatura. È stata Anna Finocchiaro, ministro per i Rapporti con il parlamento, a rilanciare l‘ipotesi, parlando a margine della presentazione di un libro sul tema dello ius soli a Palazzo Madama: “Certo che è possibile…”, ha risposto a chi le chiedeva se fosse realistico portare il testo in aula prima dello scioglimento delle Camere.

Il Senato sta al momento discutendo la manovra, che dovrebbe essere approvata in prima lettura alla fine di novembre. Lo ius soli potrebbe approdare a Palazzo Madama “nelle tre settimane tra l‘approvazione della legge di bilancio e la pausa natalizia”, dice un senatore del Partito democratico, che non esclude che il governo ponga la questione di fiducia sul provvedimento.

Le nuove norme sulla cittadinanza, che riguardano i nati entro i confini anche da genitori stranieri, sono passate alla Camera a ottobre 2015, anche grazie al sostegno di Alternativa popolare. Il partito di Angelino Alfano, a fine settembre, ha però annunciato il suo no al via libera definitivo in Senato per motivi di opportunità
Il mancato appoggio da parte di Ap potrebbe però essere compensato dal voto favorevole di Mdp, Sinistra italiana e di Ala, il gruppo di Denis Verdini.

Fabio Fabbri
Le buone ragioni di Aldo Forbice… e dei socialisti

Intervengo volentieri nel dibattito promosso da Aldo Forbice, che riguarda in buona sostanza la “nostra esistenza politica” oggi e nel prossimo futuro. Potrei limitarmi ad esclamare: concordo interamente sulla diagnosi e anche sulla proposta. Forbice ricorda agli immemori che lo scenario politico italiano ed europeo è profondamente cambiato. E tuttavia noi ci comportiamo come se “il nuovo corso” del socialismo italiano promosso da Bettino Craxi fosse ancora in pieno svolgimento, mentre i partiti socialisti e socialdemocratici europei sono al potere e stanno continuando a costruire quella che Craxi chiamava “la più alta civiltà realizzata dall’uomo sulla terra”. Purtroppo non è così e, per quanto ci riguarda, stiamo ancora tentando di sopravvivere tra le macerie della grande slavina del 1992.

Il nostro rischio, o addirittura la nostra condizione, appare assai vicina a quella delle “Associazioni combattenti e reduci”, che si pascono dell’illustre passato, ma sono ontologicamente incapaci di concorrere alla costruzione del futuro. Mi viene alla mente quel guerriero raccontato, se non ricordo male, da Matteo Maria Boiardo :”E come avviene, qund’uno è riscaldato\Che le ferite per allor non sente,\Così colui, del colpo non accorto,\Andava combattendo ed era morto.”.

Intanto, constato con piacere che Aldo Forbice ha beneficiato della visitazione di Bozzolo, terra civilissima del riformismo socialista nobilmente impersonato da Piero Caleffi. Qui si mangia bene e si discute di politica senza faziosità. Nella Pretura di Bozzolo ho fatto, chissà quanti anni fa, una delle mie prime difese penali, con il piacere di indossare la toga.

Qui, caro Aldo, hai constatato con raccapriccio che l’assemblea dei tuoi uditori era composta da vegliardi. Essi meritano la nostra riconoscenza ed il nostro affetto. Ma è nostro dovere è conquistare con le nostre idee che vengono da lontano (“Il futuro ha un cuore antico”) anche una fetta delle nuove generazioni.

Il Tuo timore, e forse la Tua quasi certezza, è che con il cucchiaio di raccolta chiamato PSI non si diventa protagonisti, anche per una minima parte, del dibattito e della vita politica.

Per parte mia sto da tempo pensando che gli eredi della tradizione socialista debbono operare principalmente con nuovi mezzi di elaborazione e di comunicazione politica, più efficaci e più adatti alla nostra condizione, pur senza ripudiare la “forma partito”. Non è una prospettiva umiliante. Anche i profeti disarmati (così li chiamava Niccolò Machiavelli) possono concorrere a “fare la storia”.

E’ vero, caro Forbice, quel che hai constatato a Bozzolo: il Psi “ha esaurito la sua spinta propulsiva” e sembra appartenere “più al passato che al futuro”. E tuttavia le nostre organizzazioni e i nostri circoli politico-culturali sono ancora attivi in molte parti d’Italia: talora con qualche capacità di attrazione elettorale, sempre, al centro ed anche in periferia, in grado di funzionare come serbatoi di idee e di ideali.

Dunque, specialmente sotto il secondo profilo, siamo ancora in grado di progettare e di “pensare Paese”, come heri dicebamus. Lo testimoniano i dibattiti storico-politici promossi dalla Fondazione Socialismo , le pagine sapide di Mondoperaio, che associano alla riflessione sul passato i progetti per il futuro. E sono anche vive e incisive le quotidiane battaglie dell’Avanti!, di cui sogniamo il ritorno nelle edicole, almeno una volta la settimana.

Dunque possiamo difenderci dal pericolo di essere prigionieri del passato, se sapremo affermare la nostra vitalità politica organizzando presto e bene la preannunciata Conferenza Programmatica che chiamiamo “Rimini II”.

Le idee nuove si fanno strada anche negli anni bui. Così accade quando i radicali di Mario Pannunzio e i repubblicani Ugo La Malfa – una minoranza coraggiosa – costruirono nei loro Convegni la piattaforma politica dei primi governi riformatori del centro-sinistra con la partecipazione del PSI: il Psi di Pietro Nenni, di Riccardo Lombardi e di Antonio Giolitti.

Forse sono inguaribilmente ottimista, ma avverto che sta crescendo in una parte sia pur minoritaria del Paese il desiderio di mandare in Parlamento un pugnace conglomerato riformista, liberaldemocratico e coraggiosamente “ventoteniano”, animato dal desiderio di far uscire l’Italia dal pantano in cui l’hanno immersa, insieme ai populisti, le faide di potere dei postcomunisti vecchi e nuovi: dimentichi di aver avuto torto dalla storia. E’ davanti ai nostri occhi la prova che costoro sono ormai i generali delle sconfitte: basta pensare alla vittoria di centinaia di liste civiche che conquistano centinaia di Comuni un tempo “rossi”, punendo la mediocrità e la litigiosità intestina dei “grandi” partiti. L’ultimo caso eclatante è quello di Parma. Ebbene, anche questo civismo virtuoso merita di essere rappresentato nel Parlamento della Repubblica., forse con una lista nazionale, ad un tempo civica ed europeista.

In questo contesto, che chiama alla mobilitazione energie nuove, mi sembra una vivida luce che brilla nell’oscurità il messaggio di Riccardo Nencini, che ho letto su questo giornale: “Al lavoro per una formazione riformista che abbia lavoro ed Europa nel cuore. Che si presenti alle prossime elezioni accogliendo il meglio delle culture democratiche, socialiste, civiche, laiche. Che concorra alla vittoria del centro-sinistra. Che combatta il seme del secessionismo. Che ci renda più giusti e più liberi”. Mi permetto di chiosare: << liberi anche dagli insopportabili “fratelli coltelli”. >>.

OK, Riccardo: en marche, a testa alta. E’ sempre meglio accendere una candela che imprecare contro l’oscurità, magari ripensando a quanto ha detto del socialismo italiano Giorgio Ruffolo: “Cent’anni di storia, che sono anche cent’anni di gloria”. E riflettiamo sulla possibile sinergia con quel che resta della migliore tradizione democristiana: anche Pierferdinando Casini e Angelino Alfano sono allergici al vassallaggio.

Buon lavoro, compagni. Sono pronto, nel mio piccolo, a dare una mano.

Fabio Fabbri